I Giù

… quando il tempo non esiste

I Giù erano spesso insieme. Coniugi d’altri tempi si erano sposati giovani per quegli anni arroventati dalle guerre mondiali, e poi contrassegnati dai tristi e poverissimi dopoguerra. I Giù, Giuseppe e Giustina, si erano conosciuti alle feste di paese durante il primo dopoguerra. Erano gli anni venti, i cosiddetti “anni ruggenti” in America, ma in realtà, da noi, erano “anni bruciati”.

Lui amava festeggiare e andare al ballo di paese, alle sagre, che erano momenti di amara socializzazione che in tanti ricercavano per dimenticare le tragedie passate e quelle in corso. Festa, ballo e buon vino. Vi si recava con il suo primo amore, la sua Gilera, compagna di tante scorribande anche oltre il Vicentino. Giuseppe veniva da un comune oggi inesistente perché incorporato in un altro più grande: Magrè Vicentino. Giustina invece abitava con la famiglia a Lugo Vicentino. Entrambi nati negli ultimi anni del 1900, si conobbero e iniziarono a frequentarsi presto. Lei non ballava perché aveva un impedimento fisico ad una gamba, pare dalla nascita. Ma era partecipe di feste e sagre. Il loro incontrarsi divenne presto un amore intenso.

Qualche volta si racconta tra i familiari che un giorno Giuseppe, forse troppo allegro alla guida della moto, non si accorse di aver perso Giustina che stava seduta sul sedile posteriore. Per fortuna senza danni. Ad un certo punto se ne accorse e la recuperò.

Fu così che si sposarono e si stabilirono nella casa di lui, a Magrè, in quella che ancora oggi si chiama via Parafitta. Lui lavorava da meccanico ed era molto bravo. Lei si occupava della casa e della famiglia che subito si era capito sarebbe ben cresciuta. Infatti tra gli anni venti e trenta arrivarono quattro figli, solo il primo maschio. Poi tre femmine. Lei era brava nel cucito e nel cucinare.

Fu grande amore, e i nipoti ne fanno ancora tesoro.

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Immagine in evidenza: I Giù da repertorio fotografico di famiglia


Aver cura

Perché sei un essere speciale

Ed io, avrò cura di te

E’ successo anche questa volta, e ci sta . Ci sta che tantissime persone commemorino – ognuno a modo suo – qualcuno che se ne è andato, qualcuno che è stato “insegnante” nel mondo. Nel senso di aver lasciato un segno, e un segno importante. Non solo un segno artistico, di bravura e genio musicali. Ma un segno umano di sacralità.

E’ successo una quantità di volte, di recente con Milva, Bertoli, Dalla, Morricone, Bosso. Più in là con De André. In un lontano passato con Gaber e molti altri.

L’elencazione potrebbe essere difficoltosa.

Certo è che con Franco Battiato se ne è andato un artista che ci ha insegnato moltissimo, correndo costantemente il rischio di non essere compreso. Dicono che una delle sue canzoni più belle e significative sia “La cura”.

Da parte mia lo posso confermare, anche se molti altri brani possono essere richiamati per la loro bellezza, il loro significato e la sensibilità che sanno stimolare.

Credo sia molto interessante ascoltare e riascoltare questo pezzo, ma anche gli altri del suo repertorio, e fare ascolto profondo di quanto emerge in noi stessi in tema di sentimenti, emozioni e ricordi.

C’è nel web un’intervista che vede l’autore spiegare il significato spirituale di “La cura”. Perché, in effetti, questa canzone ci porta alla dimensione più importante di noi umani, la pura spiritualità.

Una spiritualità non distaccata dal terreno, dal concreto, e in particolare dal nostro essere persone in relazione.

Una spiritualità universale che ci riguarda tutti e tutte le creature viventi.

A partire dalle nostre “radici”.

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Citazione: Franco Battiato da “La Cura”

Foto by GiFa 2021 (in occasione 94° compleanno di Annamaria Pamato)