Wuhan

I gatti sono individui unici, con idee proprie su ogni cosa, comprese le persone che appartengono loro.

Gli hanno dato il nome di una città, divenuta nota non per le sue qualità ma per essere stata, così raccontano le cronache, l’origine dell’attuale pandemia. Wuhan, l’esteso capoluogo della provincia di Hubei, nella Cina Centrale, è un polo commerciale attraversato dal Fiume Azzurro e dal Fiume Han. Noi, qui, probabilmente non ne avremmo mai sentito parlare se non fosse stato per quello che stiamo vivendo e respirando ormai da due anni.

Quelli che “sembrano” essere i proprietari di Wuhan, si può mai essere proprietari di un animale tipicamente libero (!), hanno detto che quello è il suo nome, perché si è insediato da loro (?) all’inizio del contagio, quando pandemia non era ancora.

E anche lui non è ben chiaro da dove arrivi.

Sto parlando dell’ormai “gattone” che sembra essere di proprietà di qualcuno, ma che in realtà appartiene a tutti o a nessuno, anzi soltanto a se stesso.

Di chi sia o a chi appartenga, poco importa. L’impressione è che siamo noi ad appartenergli. Infatti per noi oltre ad una presenza costante è diventato un amico. Il nostro amico Wuhan.

Normalmente passa, osserva, cerca, rallenta e riparte, scatta poi si ferma e si accuccia lì dove si trova.

Sempre più spesso ci attende all’arrivo di un viaggio, oppure all’apertura di finestre e porte. Arriva improvvisamente e ci avvicina tentando di entrare in casa. Qualche volta ci riesce, entra da una parte e lentamente esce dalla parte opposta, se trova aperto. Prima però si liscia addosso a qualsiasi oggetto che incrocia. E prima di entrare con passo deciso chiede permesso, se ho interpretato bene quel suo tenero miao!

E qualcuno del posto ha detto che non è avvicinabile, pare sia aggressivo.

La cosa più bella che accadde ultimamente è trovarlo il mattino che sta ancora dormendo sul nostro tavolo in giardino. Ci avviciniamo, ma Wuhan non si scompone, alza il muso e ci guarda, poi si riaccuccia. Stamattina si è girato e rigirato cercando la posizione. Si è allungato sul tavolo vicino ad un vaso con delle mosse decisamente umane. Anche io faccio questi movimenti. Alla fine mettendo le zampe robuste, flessibili e morbide a mo’ di cuscino – trovando la “meglio posizione” – si è rannicchiato e ha ripreso il placido sonno, senza tanti problemi.

Gattone mio, sei proprio un bell’esempio. Relax in piena libertà. Ed è vero come disse qualcuno (1): i gatti occupano gli angoli vuoti del mondo. Quelli comodi. Impossibile guardare un gatto che dorme e sentirsi nervosi.

A domani Wuhan … Miao!

.

Citazione by John Dingman

Fonti: citazioni varie in https://librieparole.it/

Foto by GiFa 2021 (ottobre): Wuhan in varie posizioni

Note: (1) detti di Marion Garretty e Jane Pauley

.


agauos

Metti cinghie di cenere al ventre dei monti
e denti formidabili alle gole dei monti.
Polipo pietrificato.

Quando passammo le ferie presso l’Isola d’Elba, molti anni addietro, al ritorno portammo con noi alcuni germogli di agave, pensando di non fare una cosa brutta e di coltivarli da noi, in Veneto. Pensavamo che non saremmo tornati sull’isola di lì a poco. Invece poi tornammo ancora, non si poteva non farlo. La piccola isola, vicina alla terraferma toscana è ancor oggi un piccolo gioiello naturale di storia e bellezze naturali.

Noi avevamo base a Capoliveri, in un’area attrezzata ampia, ordinata, tranquilla, immersa nella natura selvaggia vicino a due spiagge altrettanto selvagge e uniche per bellezza delle acque e dell’immediato entroterra che appariva poco stabile e tenuto in piedi da un’imponenti vegetazioni e tra queste grandi agavi che sembravano mettersi in mostra spiovendo verso la stretta fascia di terra che le separava dal mare. Era un paesaggio complicato che ricordava le coste liguri e a tratti quelle del Conero.

Forse fu in quella circostanza, ma anche nell’accorgersi che dove abitavamo eravamo circondati da queste piante, forse fu rendersi conto che tutta l’isola, compresa la zona mineraria di Monte Capanna, ne era diffusamente arredata, che ci sentimmo attratti, io soprattutto, dalle agavi.

L’Elba è stupenda. Lo è anche per quanto detto. Spero ci torneremo prossimamente.

In ogni caso i pochi minuscoli germogli in tutti questi anni si sono dati da fare.

I nostri vicini e alcuni parenti sono stati coinvolti nella coltivazione e oggi si vedono alcune belle agavi cresciute vicino all’entrata delle loro case.

Ciò che stupisce è che, da noi, le piante si sono generosamente replicate e oggi abbiamo nel nostro giardino, al netto di quelle donate, ben 16 agavi di varia grandezza.

Oltre a tagliare l’erba con cognizione di causa, come ho raccontato qualche tempo fa, amo fare un giardinaggio particolare. Amo per esempio replicare le piante. Non tutte, soltanto alcune. Tra queste amo replicare le agavi.

Recentemente ho osservato a lungo alcune di esse. Mi è piaciuto coglierne i particolari, la loro crescita lenta e le lunghe foglie carnose.

A parte le caratteristiche e le varie tipologie, ci si potrebbe fare un trattato, ho scoperto (1) che Il nome agave deriva dal greco “agauos” che significa meraviglioso; aggettivo che pare sia stato attribuito a un gruppo di piante dagli Spagnoli al momento del loro sbarco sul suolo americano al tempo di Cristoforo Colombo. Questa interessante pianta fu portata in Europa intorno al Seicento e sulle coste del nostro continente essa ha trovato clima e terreno così favorevoli da acclimatarsi con la massima facilità.  Non contento ho cercato se esiste una simbologia, e qui ho trovato degli spunti interessanti che possono lasciare sorpresi e colpiti. Infatti se da un lato la pianta è simbolo di “sicurezza” provata o desiderata, essa rappresenta anche un forte monito a vivere appieno la propria vita. Ecco come viene spiegata la simbologia in un sito specializzato (2): Nel linguaggio dei fiori e delle piante il fusto contenete i fiori dell’agave simboleggia la sicurezza, regalare una pianta di agave ad un amico significa che si considera il sentimento di amicizia sicuro e fermo, desiderio di un’amicizia eterna. Il significato di eternità e sicurezza prese vita nel corso dell’800 e fu legato al fatto che questa pianta, data la sua maestosità, non porta alla mente nessuna immagine di distruzione o morte. L’agave ha, però, un altro significato, dovuto alla particolarità di fiorire una sola volta prima di morire, rappresenta infatti un amore talmente grande che può arrivare alla  distruzione.

Ma non è tutto. Ci sono molti componimenti dedicati a questa pianta. E autorevoli. Oltre a Lorca, anche Montale e Primo Levi hanno composto dei versi (3). Nel primo caso il poeta soffre il suo “essere fermo e arroccato”, pur aggrappato su una roccia, temendo il fuggire della vita. Nel secondo caso, pur protetto l’uomo si sente al sicuro ma sente comunque di essere predestinato, e questa cosa gli è di difficilissima comprensione.

Beh, cara agave, c’è di che meditare …

.

Citazione: da Agave di Federico Garcia Lorca (da Poema del cante jondo)

Immagini: agavi by Pixabay

Note: (1) dal sito https://www.inseparabile.com/ – (2) dal sito https://ilgiardinodeltempo.altervista.org/ – (3) riferimento a L’agave sullo scoglio di Eugenio Montale (da Ossi di Seppia) e a Agave di Primo Levi (da Ad ora incerta)

Agave

TosaTore

Il regalo più grande che tu possa fare a qualcuno è il tuo tempo. Perché regali un pezzo della tua vita che non ti ritornerà mai indietro.

Mi sento un tosatore tutte quelle volte che mi spingo a tagliare l’erba del prato. Meglio un T-osa-T-ore.

La consonante “t” ripetuta due volte è maiuscola perché evidenza l’importanza del “tempo”.

Questo che mi è venuto naturale scrivendo è un esercizio che si avvicina quasi alla ricerca di acrostici.

All’interno “osa” e “ore”, due sostantivi caratteristici che riguardano l’invito a osare, la prima e l’unità di misura del tempo, la seconda.

Riprendo da quest’ultimo. Il tempo è un argomento tanto citato quanto dibattuto. Eppure è necessario che lo consideriamo meglio un po’ tutti. Infatti ciò che conta non è la quantità di tempo ma la qualità in cui esso viene impiegato. Come dice Pessoa, il valore delle cose non sta nel tempo in cui esse durano, ma nell’intensità con cui vengono vissute. Per questo esistono momenti indimenticabili, cose inspiegabili e persone incomparabili. E Randolph, il tempo è la più preziosa e la più deperibile delle nostre risorse, in quanto il passato è passato e non lo possiamo recuperare. Il futuro lo possiamo realizzare, ma non c’è ancora. Soltanto il presente ci appartiene.

Ecco la parola ore. Un’ora è fatta di soli 60 minuti, seguendo la legge dell’orologio. Mi piacerebbe riuscire a non sprecare neanche un minuto delle ore che mi appartengono. E sappiamo bene come passino veloci i minuti.

Osare, ossia ardire. Avere il coraggio di andare oltre, uscire dagli schemi, muoversi controcorrente, fare una cosa rischiosa, per esempio essere sinceri quando tutti fingono, parlare quando tutti tacciono, farsi vedere quando tutti si nascondono.

Osa! Questo è l’invito che mi rivolgo più spesso. Abbi il coraggio, mi dico, anche di scegliere, di fermarti, di lasciare andare, di dire dei no. Forse dipende dal tempo che passa inesorabile, per dirla con Napoleone: puoi chiedermi tutto quello che vuoi, tranne che il tempo.

E l’erba del prato? Che c’entra?

Quando taglio l’erba è un momento per sentire il momento presente. Vedo il passato che se ne va all’istante (l’erba tagliata) e il futuro lo intravvedo sul presente che è reale ed è un bel tappeto erboso uniforme, ed immagino quando ricrescerà. La “tosatura” è comunque un servizio necessario, non sempre piacevole. Mi è assai gradito quando lo posso fare con calma, senza orari e pressioni.

Di solito evito di affrontare l’erba troppo alta, ma qualche volta mi succede e l’opera mi riesce più impegnativa.

Infatti è un’opera. Intendiamoci non mi ritengo un “pollice verde”, anzi non me ne intendo proprio di gestione del verde, anche se mi piacerebbe essere più esperto. Ma è sempre un momento particolare quello che riguarda la gestione del prato inglese (chissà perché lo chiamiamo inglese anche se si trova qui, in Italia) perché vorresti averlo bello, regolare né troppo alto né troppo basso, insomma da poterci giocare a golf o almeno immaginare di farlo.

Adesso che ci penso, uno dei miei vicini va spesso lontano a giocare a golf. Quando ne parlammo, molti anni or sono, mi ha spiegato che il tipo di gioco, ma soprattutto l’immenso verde – all’inglese – gli permette di ritrovarsi, senza bisogno di parlare con altri e poi il verde esteso ha un potere rilassante.

Sì, è vero, è verissimo…

Io non gioco a golf, ma quando faccio il TosaTore, quasi sempre, provo le stesse sensazioni.

.

Citazione: dal web (fonte anonima)

Immagini: orologio di Parigi e rasaerba by Pixabay

Orsay

jardin… mon amour!

Il bello del giardinaggio: le mani nello sporco, la testa baciata dal sole, il cuore vicino alla natura. Coltivare un giardino non significa nutrire solo il corpo, ma anche l’anima.

Non voglio esagerare, ma la citazione sopra dice tutto.

In realtà mi sento di dare una versione più “terra terra”.

… Le mani mai pulite e mai inodori, la testa cotta dal sole estivo, il cuore tutto un battito, il mio essere immerso in un paradiso molto vasto e in certi momenti infinito. Coltivare un giardino è ritrovare la propria essenza … (1)

In ogni caso è un paradiso che riflette la vita, non è tutto bello e tranquillo. Ci sono anche momenti di pesantezza, fatica, nausea, stress. Ci sono però momenti di soddisfazione, di calma, di osservazione, di compenetrazione e sintonia con fauna e flora. E ci sono fasi in cui si ricostruisce quello che si è fatto giorni prima oppure si disfa soltanto. E’ un continuo costruire e ricostruire, piantare e ripiantare. Superata la soglia del “chi me lo fa fare” o del “basta così per oggi”, si riparte ancora, e poi ancora.

Perché ci tengo anch’io ad abbellire, nei limiti delle possibilità, il mio paradiso.

Ed è per questo che la metafora del giardino, piccolo o grande che sia, funziona. Infatti per me è un aggancio, un punto di appoggio, un richiamo.

Fare giardinaggio a casa mia significa fare ordine, spostare le cose fuori posto, togliere le erbacce in quanto superflue o dannose, concimare e irrigare, altrimenti alcune componenti soffrono e potrebbero venire meno.

Questa è una mia visione presente già da qualche anno.

Se in passato mi era diventato prevalentemente un peso, oggi posso dire che rappresenta un buon obiettivo in quanto mi ricorda continuamente l’importanza di ciò che può significare.

Per me il giardino (è uno dei significati della parola paradiso) simboleggia la mia famiglia.

Anch’essa è un giardino che può essere piccolo o grande, ma va in ogni caso curato attentamente perché ci sono sempre intralci (erbacce) e nuovi bisogni (di acqua o elementi nutritivi).

Sono le relazioni, in generale, che vanno alimentate e nutrite, in una parola, curate assiduamente.

Ma le relazioni familiari hanno un valore speciale sia guardando indietro sia nel momento presente.

Un personaggio pubblico importante vissuto in epoca romana (2), disse che se possedete una biblioteca e un giardino, avete tutto ciò che vi serve. Questa visione riflette la mia vita, i miei pensieri e i miei desideri. Lettura e giardinaggio sono per me un terreno comune di grande sfogo e ricarica, di ricerca e rinascita. In particolare leggere, in fondo, non vuol dire altro che creare un piccolo giardino all’interno della nostra memoria. Ogni bel libro porta qualche elemento, un’aiuola, un viale, una panchina sulla quale riposarsi quando si è stanchi. Anno dopo anno, lettura dopo lettura, il giardino si trasforma in parco e, in questo parco, può capitare di trovarci qualcun altro. (3)

Concludo questo pezzo con un altro testo d’autore (4) che mi aiuta a dare rilievo al mio amore per il giardinaggio: … gli uomini si dividono in quelli che costruiscono e quelli che piantano. I costruttori concludono il loro lavoro e, presto o tardi, sono colti dalla noia. Quelli che piantano sono soggetti a piogge o tempeste, ma il giardino non cesserà mai di crescere.

.

Citazione: frasi di Alfred Austen

Immagini: garden by Pixabay

Note: (1) da Appunti per un diario durante la pandemia di Gianni Faccin, Ed Gedi 2021 – (2) Detto di Marco Tullio Cicerone – (3) citazione di Susanna Tamaro – (4) frase di Paulo Coelho

Giardino

Rosellà

Lasciati guidare dalla bambina che sei stata …

Rosella, Rosellà!
Ogni anno che passa, ci pensa il calendario a comunicarcelo, ti vedo sempre più giovane, non solo giovanile.
Le tue espressioni spontanee, i tuoi sguardi attenti e concentrati, i tuoi sorrisi, mai casuali, mi donano momenti di stupore che si trasformano in gioia.
Ogni volta come fosse la prima.
Siamo insieme da quattro decenni eppure non li sento.
Penso sia così anche per te.
Di nuovo c’è che mi pare di conoscerti da sempre, anche quando i nostri sguardi non si potevano incrociare.
Guardo spesso una tua foto, scattata in Francia, ai tempi della scuola d'infanzia, quando avevi 4 anni. Ti osservo e guardo le tue manine e i tuoi occhi rivolti verso di me.
Sei dolce e tenera.
Hai uno sguardo attento, curioso e accogliente.
E sento che già ti conoscevo. Non lo sapevo ma già ti aspettavo.
Ancora lasciati condurre dalla bambina che sei stata...
Rosella, Rosellà!

.

Citazione by José Saramago (frase adattata by G.F.)

Foto by GiFa da raccolta foto di Rosella Canale

Immagine: particolare da La Bambina di AnCa 2021

Testo tratto da Diario 2021 di Gianni Faccin ed Gedi

La bambina

Presenza oggi

Volere o no, siamo tutti, quanti siamo uomini sulla terra, inquieti appassionati e non mai sazi cercatori 

Non assenza.

Tanto tempo ed energie ho dedicato e dedico a me stesso. E agli altri.

Ne avevo e ne ho bisogno. Credo sia più che giusto, e molta strada ho ancora da fare.

Ma oggi ho ben chiaro di quanto sia importante e meraviglioso ch’io sia pienamente presente.

Presente per te, con te, ora e qui.

Non presenza ingombrante, arrogante, imbarazzante, invadente, dominante, indisponente.

Sì presenza alla pari, paziente, disponibile, attenta, accogliente, rispettosa.

Costruttiva e nutriente, per entrambi.

Come ho sempre – non sempre – coscientemente sperato fosse.

Che poi diventa ricchezza reciproca. La vera ricchezza.

Continuerò a lavorare su di me e in favore degli altri, com’è nella mia indole, ma rinnoverò da subito il mio essere con te.

Non assenza. Presenza autentica.

.

Citazione: tratta da Cristo con gli alpini di don Carlo Gnocchi – Ed Bur (Rizzoli)

Immagine: foto by AnCa – Movimenti nel sole – Grado settembre 2020

Testo: da Diario 2021 di Gianni Faccin Ed. Gedi


L’arbre et le vieux banc

Uno sguardo attento e amorevole sulle persone e le cose della nostra vita ci dischiude la possibilità di scoprire l’oro nell’esistenza quotidiana.

Prefazione brevissima

Chi segue questo blog e mi legge potrebbe essere tentato di pensare che io sia fissato con panche e panchine. Non è così. Dico soltanto che ne noto alcune ogni mattina quando guardo fuori per ammirare la vista, prima di vòlgere lo sguardo altrove.

Ne osservo una in particolare, la osservo a lungo, non ho capito ancora perché, e mi accorgo di sfumature e situazioni mai percepite prima. Mi succede a qualsiasi ora del giorno, ma specialmente di presto mattino e la sera, verso l’imbrunire.

Invece sono sicuramente fissato con altre cose, per esempio con la lingua francese. In tal caso so perché.

Come che sia, se si impara ad osservare quanto ci circonda, a partire dalle cose più semplici, nascono sensazioni e immagini inaspettate.

Bene veniamo alla storia. E’ giusto ch’io dica che quanto scritto è in parte veritiero e in parte frutto di fantasia. Non distinguerò le due versioni.

L’albero e la vecchia panchina

Accadde nel mese di agosto. Fu uno strano mese solitamente caratterizzato da grande calura, anche in alta montagna. Quella volta sembrò autunno. Un autunno quasi invernale.

Prima faceva caldo, caldo, caldo. Poi agli inizi del mese noto per le ferie e le vacanze estive, d’improvviso, fece freddo, freddo, freddo.

I turisti furono presi di sorpresa, non avendo sempre con sé l’abbigliamento adeguato. Gli stessi paesani, abituati agli sbalzi di temperatura ma impreparati, furono spiazzati.

Chi aveva appena iniziato un breve periodo di ferie appariva sconsolato, a dir poco.

Qualcuno se ne tornò a casa, in pianura. Qualcun altro accese la stufa. Ci fu senz’altro chi sopportò mentre il piagnisteo collettivo si diffondeva anche sui social, anzi specialmente sui social. Molti si preoccuparono, altri ancora fecero finta di niente.

Presso la macelleria, uno dei più frequentati luoghi d’incontro, meglio che la posta o la farmacia, si potevano ascoltare le consuete lagnanze, tra una domanda e l’altra del macellaio: un tempo così non capitava da decenni… un tempo così variabile non è mai capitato… speriamo arrivino il sole e più caldo… la televisione dice che il bello deve ancora venire… il tempo non si può controllare… e ancora… si sa il tempo fa quello che vuole, non si è mai sposato

Eravamo allo sbando stagionale…

Non c’erano segnalazioni di presenza di funghi, cosicché i soliti cercatori – sempre assatanati al riguardo – si arresero. L’attività ludica all’aperto dei bambini, con i loro tradizionali vocii e schiamazzi si arrestò.

Le inizitive sportive, solitamente ben programmate e coinvolgenti, che riguardavano sia tennisti sia calciatori, sembrarono sparire.

Perfino le attività al coperto, hochey su pista, smisero di colpo.

I mercatini di prodotti locali, solito appuntamento annuale per gli amanti della gastronomia di montagna, non si presentarono alle date usuali.

Anche le iniziative indoor di tipo culturale fecero fatica a trovare partecipanti.

Colpì l’attenzione di alcuni osservatori la situazione delle tre istituzioni storiche: la messa in parrocchia fu celebrata solo nei giorni festivi (ma qui anche per altri motivi dovuti alla curia, non essendoci più un prete di stanza), il consiglio comunale venne sospeso dal sindaco che nel frattempo si trasferì in una vicina località balneare alla ricerca del sole e di tranquillità e l’associazione consumatori, molto presente tra i paesani, venne sciolta, ad majora.

Scherzi del freddo agostano? Non penso sia stato solo quello. Ma una cosa era sicura: faceva freddo assai.

Passarono i primi giorni di agosto e ancora faceva freddo, freddo, freddo.

Il cielo si schiariva, poi si annuvolava, poi si vedeva uno squarcio di sereno, poi tornava il nuvoloso, con colorazioni grigio scuro, cielo plumbeo.

In certi momenti, pur consapevoli che sopra le nuvole stava il sole a campeggiare, si temeva il peggio. Quando si alzava l’aria fredda e aggressiva, capitava di sentirsi sferzati in viso da qualcosa che poteva essere una frasca gelida e a tratti bagnata.

Ecco che si correva rapidi, rapidi, rapidi in casa al sicuro.

Si abbassavano saracinesche, persiane e si chiudevano i battenti.

Pioveva, pioveva, pioveva. I vecchi pluviali traboccavano e mettevano in luce tutti i loro punti deboli. Sui tetti, la presenza di erba e foglie, vicino ai lucernari, ostacolava il fluire dell’abbondante acqua, formando piccoli acquitrini aerei, premessa per inevitabili e costosi interventi di manutenzione.
L’andirivieni anomalo di topi dalle piccole dimensioni, già era un dato che incuriosiva non poco i paesani. I piccoli roditori si comportavano come fosse in arrivo l’inverno e andavano e venivano per procacciarsi minuscoli gusci o noci selvatiche. Lo facevano anche di giorno, poi si nascondevano negli anfratti.

Insomma vivevamo un robusto anticipo di stagione fredda, fuori stagione.

Innanzi a noi si vedevano meno le scorribande di caprioli, di solito ben presenti per nutrirsi di erba fresca.

Il tormentone più in uso era: Ma quando torna il bel tempo? Ma quando potremo riprendere le passeggiate?

Ed in effetti, era evidente come anche le tipiche passeggiate nei boschi avevano subito una decisa battuta d’arresto.

Dai vicini sentieri che portavano verso gli alti boschi cedui, partivano di rado escursionisti o semplici amanti delle passeggiate nel bosco.

E fu proprio questo pensiero che ci accompagnava che ad un certo punto ci fece scorgere un cambiamento all’inizio di uno dei sentieri più noti.

Riguardava la panchina ben visibile da lontano. Essa pur autoreferenziale per molte ore al giorno, occasionalmente era sostegno per il viandante ignaro di tanta disponibilità. Era là per lui.

Era la storica panca che stava di solito sola in mezzo al prato e che era un simbolo di beata solitudine, di benefico isolamento, di riposo incontrastato, di rifugio pacifico in mezzo alla natura, silenzionsa e profumata.

Ebbene, non era più così. Si era mossa.

Difficile immaginare uno spostamento tattico disposto da qualche passante.

Difficile credere si fosse spostata autonomamente.

Di sicuro non si era spostato l’albero, che si trova in quel posto da decenni.

Fatto sta che, una mattina di agosto, tra il feddo e la pioggia, la panca è stata vista in compagnia di un vecchio albero. Sodalizio definitivo a quanto sembrava.

Fun senz’altro una sorpresa, almeno per noi.

Il vecchio albero, non altissimo, era stato avvicinato dalla panca, pure in età avanzata.

Ecco che i due, non più curati dai passanti, peraltro spesso distratti da altre cose, avevano deciso di farsi compagnia e di stringere un patto.

Si è senza dubbio trattato di un compromesso: entrambi soli e emarginati, l’albero era stufo di non essere guardato, ammirato, fotografato; mentre la panca, solitamente supporto per chiunque, era stanca di non poter essere utile, di non riuscire ad essere ristoro per qualcuno, occasione di pausa per chi volesse trovare rifugio nel “momento presente”.

Per comune necessità era nata una collaborazione: offrire al passante un momento di pace all’ombra di un vecchio albero, proprio in un periodo in cui, visto il meteo incombente, l’ombra e la pace non erano le cose principali ricercate dalle persone.

E passarono i giorni e le settimane.

Alla fine tornò timidamente il bel tempo, quasi inaspettato. Non fu più caldo, caldo, caldo, ma nemmemo freddo, freddo, freddo. Seguirono giornate di estate, ma con aspetti che facevano pensare all’autunno imminente.

Successivamente albero e panca rimasero insieme, non più in solitudine e distanza, ma accoppiate e unite in un unico scopo: offrire accoglienza e ristoro. Dare un’opportunità, a chiunque.

Siamo al vero autunno. Il tempo rimane variabile, ma il sole insiste nel voler uscire tra le nuvole, se non altro a ricordare chi effettivamente governa.

Agli occhi attenti di chiunque osservi, ancor oggi, appare una tenera abbinata di legno, tra il legno vivo di un vecchio albero e il legno usato, intagliato e verniciato di una vecchia panchina. Entrambi più vigili di qualunque passante e più accoglienti di moltissimi umani.

Lo dimostra la loro attuale immagine: distanti quanto basta, vicini il necessario, anzi, vicini,vicini, vicini.

.

.

Citazione: da L’oro interiore di Anselm Grün – Ed. Saint Pauls

Immagini: foto e galleria by GiFa 2021


Soli!

Un grande fuoco brucia dentro di me, ma nessuno si ferma a scaldarsi, e i passanti vedono solo un filo di fumo

Soli per scelta. Per ripartire e per essere migliori. Dicevo su questo blog, qualche giorno fa.

E oggi dico: “soli”!

Soli perché disadattati, esclusi, diversi, colpevoli o colpiti. Infettati o allontanati, espulsi e rifiutati. Dimenticati, ignorati…

Questa è l’altra faccia della solitudine, uno stato non voluto e difficile, inaccettabile.

Una “distanza” effettiva, reale che diviene uno stato di pura sofferenza.

Molti sono “soli” oggi, e “non per scelta”.

Il brano che richiamo sotto è fatto di versi molto sentiti verso una persona cara, di fatto diversa, a cui l’autore dedica tutto il suo amore consapevole (in quanto genitore).

Mi sento solo in mezzo alla gente
Osservo tutto, ma non tocco niente
Mi sento strano e poco importante
Quasi fossi trasparente e poi
Resto fermo e non muovo niente
La sabbia scende molto lentamente
L'acqua è chiara e si vede il fondo
Limpido finalmente

A nord del tempio di Kasuga
Sulla collina delle giovani erbe
Mi avvicinavo sempre di più a loro
Quasi per istinto e poi
Sagome dolci lungo i muri
Bandiere tenui più sotto il sole
Passa un treno o era un temporale
Sì, forse lo era

Ma lei chinava il capo poco
Per salutare in strada
Tutti quelli colpiti da stupore
Da lì si rifletteva chiara
In una tazza scura
In una stanza più sicura

Ma no, non voglio esser solo, no
Non voglio esser solo, no
Non voglio esser solo mai
...

Citazione: da frasi di Vincent Van Gogh

Immagine by Pixabay: Osaka

Versi di Eugenio Finardi: dal brano Le ragazze di Osaka da album Dal blu 1983


Solo?

…molti di noi cercano la comunità solo per sfuggire alla paura di essere soli. Saper essere solitari è fondamentale nell’arte di amare. Quando possiamo essere soli, possiamo stare con gli altri senza usarli come mezzo di fuga.

Ci sono almeno due facce della stessa medaglia, se guardiamo alla “solitudine”.

La parte di sofferenza e la parte di piacere o di gioia. Si compenetrano senz’altro, sono in competizione oppure si integrano, ma si possono anche ben distinguere. Dipende molto da come viviamo l’esperienza dell’essere soli in un dato momento della nostra vita.

Ci sono cose che viviamo dentro di noi che si costruiscono e si sedimentano nel nostro intimo in rapporto a quello che ci succede, per come siamo trattati o considerati. Usati o coinvolti. Pensati o richiesti. Esclusi o ignorati. Ma anche e soprattutto per quel che pensiamo di noi stessi.

E’ sicuramente importante nella vita degli essere umani la dimensione della solitudine.

Un filosofo (1) disse: La solitudine è la condizione umana. Coltivatela. Il modo in cui essa si insinua in voi permette alla vostra stanza dell’anima di crescere. Non aspettatevi mai di superare la solitudine. Non sperate mai di trovare persone che vi capiscano, qualcuno che riempia quello spazio. Una persona intelligente e sensibile è l’eccezione, la grande eccezione

E la solitudine pesa, fa soffrire o ti fa accorgere di soffrire, oppure dà forza, benessere e voglia di rinnovarsi e di ripartire…

Alcuni importanti autori dissero: Dobbiamo diventare così soli, così completamente soli, che ci ritiriamo nel nostro intimo. È un modo di soffrire amaramente. Ma poi la nostra solitudine viene superata, non siamo più soli, perché scopriamo … (2) – Per vivere una vita spirituale dobbiamo prima trovare il coraggio di entrare nel deserto della nostra solitudine e di cambiarla con sforzi dolci e persistenti in un giardino di solitudine … (3) – Se sei solo, appartieni completamente a te stesso. Se sei accompagnato anche da un solo accompagnatore, appartieni solo per metà a te stesso… (4) – Non puoi sentirti solo se ti piace la persona con cui sei solo... (5) – Devo stare da sola molto spesso. Sarei molto felice se passassi dal sabato sera al lunedì mattina da sola nel mio appartamento. È così che faccio rifornimento... (6).

E si potrebbe continuare. Ognuno ha la sua motivazione e anche per ognuno di noi è così. Non siamo arrivati su questo pianeta per essere isolati e vivere senza relazioni, anzi. Siamo impostati per le relazioni. Abbiamo bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di noi.

Ma ci serve assolutamente trovare spazi per noi, anche e preferibilmente in solitudine.

Per ripartire e per scelta.

Fa male sentirsi rifiutati e rigettati dalla gente
Per tutto o per niente ma in fondo il perché non è importante
Ci si sente feriti, usati e poi gettati via
Ci si sente traditi come bambini abbandonati
Ho bisogno di un rifugio, di rifugio da me stesso
Si sopprattutto da me stesso e ne ho bisogno proprio adesso
Da una donna o da un amico, dalla mamma o dal marito
Da un amore ch'é finito male, da un figlio che non vuole più tornare

Lo so ti senti solo
A volte così solo
Anch'io mi sento solo
Solo come te

Per uno sbaglio nel tuo passato, un piccolo errore da niente
Che quasi ti era uscito di mente, ora ti senti condannato
E vorresti essere forte o magari vorresti essere morto
Perché così fa troppo troppo male, no così non può continuare
Hai bisogno di un rifugio, di rifugio da te stesso
Ma guardati come sei messo, ti sta crollando il mondo addosso
E ti senti così perso, come un cucciolo sull'autostrada
E sei così spaventato che oramai ci hai quasi rinunciato

È che a volte ci raccontiamo storie e ci gonfiamo delle nostre parole
Per poi ritrovarci prigionieri delle bugie che dicevamo ieri
Ci allontaniamo dalla gente per paura di essere sinceri
Per non mostrar le nostre debolezze nemmeno agli amici più veri
Se ti senti troppo vecchio, troppo vecchio stanco e consumato
Guarda a me come in uno specchio anch'io lo sono stato
Solo tu puoi farcela ma credimi non puoi farcela da solo
Anche tu hai bisogno degli altri e forse gli altri hanno bisogno di te

E non sarai più solo
Ormai non sei più solo
Ma se ti senti solo
Vieni da me

Citazione da frasi di: Bell Hooks (scrittrice)

Foto by GiFa: Innanzi all’alba – innanzi a te – Grado febbraio 2021

Riferimenti nel testo da frasi di: Criss Jami (1), Hermann Hesse (2), Henri J.M. Nouwen (3), Leonardo Da Vinci (4), Wayne W. Dyer (5), Audrey Hepburn (6)

Versi di Eugenio Finardi da brano Come in uno specchio da album Il vento di Elora 1989


Cucciolo …

… sei la cosa più bella che mi sia mai accaduta…

Non è per emozioni o pensieri. Non è per solo ricordo e conseguente ripensamento. Ma è per amore e visione. Per visione d’amore.

Non c’è altro da aggiungere. Il brano del mio cantautore preferito è troppo bello e significativo.

Vale sempre, di padre in padre. E’ dichiarazione d’amore e progetto di vita.

.

Mio cucciolo d'uomo, così simile a me, 
di quello che sono vorrei dare a te
solo le cose migliori e tutto quello che ho imparato dai miei errori, 
dai timori che ho dentro di me.
Ma c'è una cosa sola che ti vorrei insegnare:
è di far crescere i tuoi sogni e come riuscirli a realizzare.
Ma anche che certe volte non si può proprio evitare
e se diventano incubi li devi sapere affrontare.
E se ci riuscirò un giorno sarai pronto a volare,
aprirai le ali al vento e salirai nel sole.
E quando verrà il momento spero solo di ricordare
che è ora di farmi da parte e di lasciarti andare.
Mio piccolo uomo, così diverso da me
ti chiedo perdono per tutto quello che
a volte io non sono e non so nemmeno capire perché.
Non vorrei che le mie insicurezze si riflettessero su di te.
E c'è una sola cosa che io posso fare: 
è di nutrire i tuoi sogni e poi lasciarteli realizzare.
Ma se le tue illusioni si trasformassero in delusioni
Cercherò di darti la forza per continuare a sperare
E se ci riuscirò un giorno sarai pronto a volare.

Eppure certe volte mi sembra ancora solo di giocare
alle responsabilità, alla casa da pagare.
Forse fra quarant'anni anche mio figlio mi domanderà
"Ti sembrava solo un gioco papà, tanto tempo fa".
E se ci riuscirò un giorno sarai pronto a volare
aprirai le ali al vento e salirai nel sole.
Ma quando verrà il momento spero solo di ricordare
che è ora di farmi da parte e di lasciarti andare.

Citazione: da Diario 2021 di Gianni Faccin – Gedi 2021

Immagine e premessa by GiFa

Versi: da Il mio cucciolo d’uomo di Eugenio Finardi da album Millennio 1991