La porta azzurra

Una porta è quasi sempre chiusa, ma è fatta per essere aperta.

Ormai, sono anni che quando il mio sguardo si posa sulla “porta azzurra” rimane colpito, come incantato. Stupore, ammirazione, curiosità?

Di certo mi arrivano due domande, che poi sono sempre le stesse: perché mi succede questo? Che ha in sé questa vecchia porta al punto di essermi così familiare da un lato e così misteriosa dall’altro?

Sto parlando di una vecchia porta di legno, datata, che si trova all’ingresso di un antico rustico di pietra, pare non abitato, al centro di una piccola contrada di montagna. Il legno massiccio è antico e usurato dalle intemperie. Il catenaccio è arrugginito ma ancora solido e funzionale. Forse, in origine la porta era di un legno locale poi rovinatosi per intemperie, sbalzi termici e umidità e queste circostanze hanno spinto qualcuno a dipingerla per coprirrne i difetti incancellabili. Ma di sicuro anche per una scelta estetica. Infatti, quella porta salta all’occhio facilmente, nonostante sia posizionata di lato rispetto ad altri rustici confinanti, ed è piacevole allo sguardo. Circa il colore, la scelta è stata un azzurro vivo, il colore del cielo limpido dopo un temporale.

Qualche giorno fa, ho notato che la porta è stata nuovamente riparata, questa volta con l’aggiunta di listelli di legno, sembra di pino, allo scopo di restaurare l’ingresso ed evitare di dover sostituire la vecchia porta. I listelli aggiunti nella parte centrale propongono un gioco di colori tra l’azzurro e il color noce assai intrigante. Anche il chiavistello è stato ridipinto di grigio.

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Mi piaceva molto di più l’azzurro pieno, ma in queste circostanze la soluzione adottata dal proprietario aggiunge dettagli che rafforzano la struttura e rimandano, magari inconsapevolmente, alle sue origini.

Dopo anni di osservazioni spontanee e qualche foto di sfuggita, ho trovato una spiegazione al mio interesse. Una spiegazione che pur partendo da alcune analisi etimologiche e simboliche mi è stata poi indotta dall’ascolto di un locale artista durante una sua rappresentazione estiva.

Porta: apertura in un muro o in un’altra struttura che crea un passaggio, e anche l’infisso che si applica all’apertura … Simbolicamente: Il patrimonio rituale e metodologico delle tradizioni spirituali d’Oriente e d’Occidente attribuisce alla “porta” una simbologia ampia e ricca di significato. Nelle diverse culture l’atto del “varcare una soglia” ha il significato di riunirsi ad un mondo nuovo e la porta rappresenta la separazione o la comunicazione tra i due ambiti, non solo come identificazione dello spazio fisico che delimita l’esterno dall’interno o viceversa, ma anche come passaggio tra due livelli: il noto e l’ignoto, il profano e il sacro.

Colore azzurro: viene dal blu ed è associato al chakra della gola e rappresenta la creatività attraverso la comunicazione, l’espressione, il dire. Sappiamo quanto la parola sia importante per comunicare e interagire e quanto alle volte sia difficile riuscire a esprimerci in ciò che proviamo e sentiamo. L’azzurro diventa il colore che ci accompagna quando vogliamo dar vita a qualcosa attraverso l’espressione verbale. Stimola la pacatezza, un senso di centratura e ci rende più estroversi, più aperti verso l’esterno e più propensi a comunicare. L’azzurro simboleggia la ricerca, l’eterna insoddisfazione nei confronti di ciò che si vede attorno a sé. Allo stesso tempo, questo colore porta alla riflessione e quindi all’interiorizzazione

Ci sono delle conferme per me e mi ci rivedo appieno.

Il messaggio più rilevante che ne ho ricavato, come detto sopra, è che spesso noi siamo (io sono) portati a impostare la nostra vita secondo canoni che non sono “nostri”, non ci appartengono, ma siamo stati cresciuti o abituati nei vari contesti a fare così … quasi non ci fosse un’altra via. Oppure, semplicemente, ci siamo convinti che quella è la nostra strada senza prendere in considerazione alternative.

È per questo che ad un certo punto ci sentiamo imprigionati, intrappolati e non intravediamo vie d’uscita, talmente siamo anche accecati …

Eppure, c’è una porta, e non è l’unica, che si potrebbe aprire e varcare, una porta oltre la quale c’è l’ignoto e la novità, e che quindi va aperta e oltrepassata con fiducia.

Quando si apre, si rivolge verso l’interno ma anche verso l’esterno …

Spesso, succede che nella nostra “prigione” siamo portati a rimanerci con rassegnazione. Quello che è importante ricordare bene è che per uscire da una vera prigione servono le chiavi che non sono in nostro possesso. Per uscire dalla prigione che ci siamo costruiti o che abbiamo deciso di subire, le chiavi le abbiamo noi.

Ora, si tratta di capire se queste risorse (le chiavi) scegliamo di usarle oppure no.

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Citazione: frase tratta da L’Incontro, io e l’Altro, bozza nuovo libro dell’autore

Immagine in evidenza: Porta azzurra by Gianni Faccin (agosto 2021)

Immagine affiancata: La porta azzurra ristrutturata by Gianni Faccin (agosto 2026)

Ispirazioni: Dialoghi all’aperto di Diego Dalla Via (aspettando l’accensione della croce su M. Spitz – Tonezza del Cimone) 14 agosto 2026

Varie fonti nel testo:

  • Enciclopedia Treccani.it
  • Oltremagazine.com
  • Macrolibrarsi.it
  • Libro Il test dei colori di Max Luscher – Astrolabio ed.

Ritorno al Belvedere

Racconto brevissimo

Racconto brevissimo per Ferragosto.

Al Belvedere non ci torno più tanto spesso, pur essendo uno dei miei posti preferiti. Posti che offrono profonda calma, senso di sicurezza e di serenità.

Mi basta sapere che c’è e mi aspetta con pazienza.

Ti aspetta.

Ciò nonostante, ieri ci sono tornato. Pur in pieno agosto. Nonostante la facile presenza di turisti agostani.

Come sempre, un silenzio rumoroso, grazie al naturale ventilatore che muove ritmicamente l’aria facendo dialogare foglie e rami, ti accoglie.

Una volta allontanatisi i pochi turisti, visitatori occasionali o casuali, rigorosamente accompagnati dai cani attenti e fedeli, turisti che non riescono a non parlare, si gode una pace piena che nutre cuore e anima.

La bellezza della natura si estende dal bosco fin oltre lo steccato che avvisa del pericolo. Davanti si sviluppa l’orrido e si estendono verso il cielo di una impressionante serenità i monti con diverse sfumature di colori.

Un nuovo visitatore, solo, dedito alla corsa, si ferma e si porta, curioso, oltre lo steccato forse nel tentativo di trovare una scorciatoia, ma poi torna sui suoi passi. Riprende a correre.

La ricca vegetazione non nasconde i dettagli di quanto si può ammirare, perché è stata da qualche anno sacrificata con potature esperte, utili a far rinascere le piante, un tempo esorbitanti.

La luce è intensa. Come aprendo uno scuro in casa, ti assale improvvisamente e ti si aggrappa quasi a non voler lasciarti andar via.

Una gioia ti pervade e ti conquista. Non svanisce quando decidi di prendere il sentiero del ritorno.

Tanto lo sai che tornerai presto al Belvedere.

E che, in ogni caso, il Belvedere ti aspetterà paziente.

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Immagine: Il Belvedere, foto 2026 by Gianni Faccin


Silenzio

Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca. 

Chi non ha bisogno si svuotare la testa, di mettersi in pausa, di alleggerirsi di pensieri, occupazioni mentali, pesi interni? Una differenza c’è nelle persone, e si nota, tra chi ci riesce a sospendere i pensieri e chi invece rimane stabilmente ostaggio di quei pensieri. E la possibilità vivere più leggeri c’è per tutti …

La mia formula, quella che per me è funzionale, è quella di chiudere gli occhi e immaginare i miei posti sicuri e i ricordi belli anche per pochi minuti o, alternativamente, entrare in contatto con la natura. Per esempio, occupandomi di giardinaggio, non tanto e non più per dare massima dignità al giardino, ma per ordinarlo al meglio possibile e toccare con mano o attraverso gli arnesi, la terra, le piante, i fiori, le erbe …  Per esempio, camminando lentamente e osservando i dettagli che incontro nei boschi e nei prati e riempirmi dei diversi “verdi” … Per esempio, seguendo sentieri montani, boschivi, mai ben conosciuti, e ricercare il silenzio sonoro degli alberi, delle foglie o percependo i suoni vicini e lontani che nel bosco arrivano attutiti, ovattati quasi sordi.

Un tempo, ho provato anche altre modalità, nel senso di approfittare di situazioni obbligate, non brevi come viaggiare in treno o in auto, ma non sono le mie preferite. Più facile invece, il percorrere a piedi anche in città tragitti stabiliti e obbligati, ma in tal caso l’ansia di arrivare alla meta non mi agevola. In ogni caso, è il bisogno di vivere un “silenzio vero”, tangibile, che spinge alla sospensione, al di là della modalità di turno.

Mi piace lo spunto tratto da un recente libro di un noto romanziere e sceneggiatore di fiction tv poliziesche (*).  Anche il suo personaggio sente spesso il bisogno impellente di sospendere i pensieri e l’autore lo descrive benissimo.

“Per svuotare la testa, Elsa M. sfruttava il tragitto dal commissariato a casa, non un percorso impervio per una camminatrice esperta come lei.

Un’operazione non sempre facile: lasciare andare le complicazioni connesse al lavoro, i risvolti dei casi che affrontava, le concatenazioni tra gli eventi; e ripulirsi dentro prima di entrare nell’altra quotidianità. Certo, in montagna le veniva più agevole. Nei posti in cui era nata, gli elementi favorivano tanto la concentrazione quanto il libero abbandonarsi al nulla. Il silenzio, per esempio: nei borghi tra le vette bastava spostarsi di poco e si finiva immersi nella natura. E il tratto distintivo della natura era senza dubbio il silenzio.

Nel silenzio si può parlare con sé stessi, pensava Elsa. Le distrazioni si allontanano, l’ambiente si ritrae e se ne sta per conto proprio, e tu puoi discutere fra te e te”.

Qui, l’autore rafforza il messaggio contrapponendo una situazione opposta, pure questa molto efficace nella sua concretezza.

Al contrario, nella dannata, inarrestabile baraonda di quella città sul mare la quiete era merce impossibile da reperire. Non c’era ora e non c’era giorno – fosse l’alba o il tramonto, fosse agosto o dicembre – che trascorresse senza avere intorno qualcuno che urlava, due che discorrevano ad alta voce, una maledetta finestra spalancata dalla quale strepitava un televisore … D’estate il fenomeno si amplificava, perché il caldo non dava tregua e non c’era una sola porta o apertura qualsiasi che rimanesse chiusa, e ognuno stava lì a chiamarsi da un capo all’altro, a litigare, a protestare, a comunicare, urlando per farsi sentire o anche soltanto perché quello era il tono usuale. Il secondo tratto distintivo era la totale assenza di riservatezza. A furia di starsene così, … non c’era uno che si sentisse immune dal farsi i fatti altrui”.

Insomma dal paradiso all’inferno, si potrebbe commentare.

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Citazione: Dono del silenzio – frase celebre assegnata a Charlie Chaplin

Immagine: Claire2019 – foto a cura dell’autore

Note: (*) da Figli – Per i bastardi di Pizzofalcone (cap. XXIV pagg. 153-154) di Maurizio De Giovanni – 2026 Einaudi


Viandante

Viaggiare dovrebbe sempre significare vivere una esperienza, e si può avere un’esperienza preziosa soltanto in luoghi, in ambienti con i quali ci troviamo in un rapporto spirituale.

Ho avuto il piacere recentemente di incontrarmi con un poeta e le sue poesie. E anche con un romanzo autobiografico. Casualmente. Si fa per dire … I versi e il romanzo mi sono capitati in mano, leggendo altro, e c’è sempre una spiegazione.

Era da un po’ che ripensavo a questa dimensione del viandante, dell’essere in viaggio, del muoversi, nel viaggio della vita.

È una dimensione sulla quale mi ero già soffermato circa cinque anni fa. Ne scrissi anche, trovandone giovamento e maggior chiarezza nel mio procedere.

E mi piaceva quella parola, forse perché la sua potenza mi portava da una parte a fondere insieme molte mie sfumature personali e dall’altra a fare finalmente chiarezza dentro di me.

Solamente quando c’è chiarezza si possono fare scelte consapevoli e coerenti con la visione che si ha di sé.

Il fatto è che nella mia vita ho avuto molti sé.

Per mia fortuna ho sempre fatto selezione, anche di recente. Ma non abbastanza.

È questa circostanza che mi ha tenuto per anni “in calda” e spesso a disagio con me stesso e con gli altri. Ho sempre faticato a dire no. Fatico anche oggi, ma la parola viandante mi aiuta.

È una definizione che mi calza bene da sempre, oggi di più, e che mi è giunta inaspettatamente e improvvisamente, senza suggerimento alcuno.

Qualche giorno fa l’ho cercata nei dizionari.    Viandante significa – secondo Garzanti – chi compie un lungo viaggio a piedi. Hoepli dice: chi intraprende un viaggio a piedi, per recarsi in un luogo definito o senza meta. Dizionario italiano: chi copre lunghe distanze a piedi, perlopiù fuori città. Treccani: chi va per via; in particolare chi passa per vie fuori di città, viaggiando a piedi, per raggiungere luoghi anche lontani. Leggendole, a tutta prima, sembrano definizioni uguali. In realtà non è così, ci sono diversità. Guardando bene si può notare come quanto evidenziato porti a significati molto diversi e particolari.

A me è arrivato immediatamente un gruppo di immagini-significato:

–             lungo viaggio, ovvero la vita;

–             andare a piedi, ovvero con le proprie doti e dotazioni;

–             raggiungere luoghi definiti o senza meta, ovvero destinazione precisa, ma anche no;

–             lontani, ovvero visione ampia lunga;

–             fuori città, ovvero andando oltre i confini.

Mi ci ritrovo appieno.

È un nuovo programma di vita con nuovi e ritrovati punti di vista.

Lungo viaggio è il periodo che tutti vorremmo lunghissimo su questa nostra terra. Un viaggio che non sappiamo in anticipo come sarà. Lo conosciamo momento per momento.

L’andare a piedi è fantastico. Richiama non solo il far affidamento sulle proprie abilità personali e sulle proprie caratteristiche. Ma anche il poter decidere di far conto dei propri mezzi naturali affrancandosi da tutto quello che è superfluo o non necessario. Di tutto quello che, ingombrante, ci condiziona e ci toglie benessere. Ci impedisce di essere migliori.

Di tutte quelle sovrastrutture e strutture che non ci aiutano a volare più alti o addirittura a spiccare il volo desiderato. Insomma si tratta di divenire autentici passando per una pulizia generale e particolare del proprio contesto fatto di oggetti, comportamenti, abitudini, ambienti, ma anche di relazioni e contatti con persone e di illusioni.

Servirebbero pulizie frequenti, le stagionali non sono sufficienti, almeno per me.

Raggiungere luoghi rappresenta il classico piano di obiettivi che ciascuno di noi si costruisce, fin da quando è piccolo. Non è soltanto farsi accompagnare a Gardaland, al parco giochi o ai centri estivi, oppure, da grandi, andare in centro città, oppure scalare una vetta. Non è soltanto andare al cineforum oppure ad una serata enogastronomica. Non è soltanto fare un pellegrinaggio a Lourdes oppure fare il Cammino di Santiago. Non è visitare una capitale importante oppure fare un viaggio in Amazzonia, in Africa o raggiungere il Tibet.

Raggiungere luoghi non è solo questo, per quanto importante, ma è come viviamo e quindi come impostiamo il viaggio stesso. Sappiamo fino ad un certo punto le sue caratteristiche. Conosciamo alcune fermate programmate o potenziali. Abbiamo il desiderio di fare certe tappe, ma come sarà effettivamente il viaggio lo sapremo solo durante e dopo. E’ fondamentale stabilire gli obiettivi intermedi e l’obiettivo finale per riuscire a raggiungere luoghi definiti, ma è altrettanto fondamentale essere aperti a novità e a scoperte inattese. Comprese le possibili deviazioni e, se opportuno, compreso un repentino e utile cambio di rotta.

Chi va abitualmente per il mondo lo sa bene.  Spesso è preferibile non pianificare il viaggio con troppi dettagli, è meglio lasciare spazio alle sorprese che si spera gradite. È meglio lasciarci sorprendere.  Affidarsi. Ecco perché viaggiare talvolta senza meta.

Luoghi lontani non solo geograficamente parlando, ma anche collegati a storie antiche, da dove tutti veniamo. Viaggi nel tempo quindi recuperando storia vera, ma anche miti e leggende.

Tutto questo per meglio guardare in avanti e darsi una prospettiva che vada ben oltre il cosiddetto breve termine. Visione di lungo, almeno come tentativo di darsi un senso di vita.

Fuori città è uno spunto che mi propone un’immagine assai intrigante. E’ quella dimensione di andare oltre che mi accompagna da molti anni e alla quale non sono sempre riuscito a collegarmi adeguatamente. Oltre i confini, oltre le facili sicurezze, oltre ciò che diamo per scontato, oltre i nostri limiti, oltre ciò che non fa più per noi, oltre ciò che è andato. Sentirmi a casa anche fuori città. Andare fuori città può scombinarci, disorientarci, farci sentire inadeguati, insicuri e incerti, ma è solo così che ci rimettiamo in gioco e tocchiamo con mano la nostra essenza.

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Riflettevo qualche mese fa, quando sono fuori città, oggi, mi sento in armonia con me stesso e con il mondo, scopro nuove cose di me e degli altri. So che tornerò ai miei indirizzi di sempre, ma so che la mia casa è anche fuori città. Soprattutto fuori.

Per finire e per mia fortuna ho ricoperto molte parti finora, in almeno sei decenni. Sono esperienze irrinunciabili. Quel che mi succede ora è che tali parti vengono assorbite in una.

Sono stato: io figlio e fratello, io animatore in parrocchia, io volontario, io fidanzato, io amico, io studente universitario, io calciatore, io militare, io bancario, io marito e padre, io genero e cognato, io sindacalista, io politico, io consigliere comunale, io zio, io dirigente aziendale, io animatore sociale, io guida relazionale, io tirocinante, io counselor, io reader, io blogger, io scrittore, io facilitatore, io libero professionista, io vicino, io amministratore, io studioso, io coordinatore, io progettista, io motivatore, io tutor e supervisore, io consulente, io fotografo, io pescatore, io giardiniere … Oggi:  io viandante.

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Citazione: da Il viandante di Hermann Hesse – Oscar Mondadori

Immagine in evidenza: Illuminazione, foto del particolare del Cammino di San Francesco – Assisi a cura di Angela Canale

Immagine affiancata: foto “Visione del cammino” a cura dell’autore


ibiscus

La bellezza non svanirà

… e la bellezza ci salverà?

Non possiamo dire di vivere nella pace, nella tranquillità e nella normalità. Il bello ci circonda, ma siamo spinti a vedere altro, siamo costretti a toccare, molti anche con mano, le tante brutalità, crudeltà e falsità di una vita che viene ormai costantemente inquinata, stupidamente riempita di tremendi eventi, spesso provocati di proposito, che non ci saremmo mai immaginati di vivere e rivivere.

Siamo ormai in un territorio “glocal”: sappiamo in diretta quanto avviene sotto casa come quanto succede dall’altra parte del pianeta. E dappertutto, quanto avviene pare abbia ormai lo stesso denominatore: prevalere nel dominio di qualcuno, meglio se diverso e meglio ancora se fragile … Il tutto in base ad una comunicazione unilaterale, arrogante e autoreferenziale, che definire “violenta” rappresenta ormai un complimento.

Quanto avvenuto e in corso a Ceuta, di certo località non nota a tutti fino a qualche giorno fa, è uno dei tantissimi esempi che dovrebbero farci cambiare, oltre ogni ingenuità e ogni incanto, qualche cosa nelle nostre routine quotidiane e anche nelle nostre agende quotidiane.

Attenzione, non dico che sia augurabile vivere guardando in continuazione ai drammi e alle tragedie, ma dico che non possiamo continuamente fare finta di niente, rimanendo nei nostri comodi divani, o cercando continuamente le vie di fuga che il mondo ci offre, malgrado tutto.

Ci sono momenti, se non ci giriamo dall’altra parte, che ci pare tutto perduto o non salvabile. Pensavamo quattro anni or sono di essere usciti dal tunnel delle paure, delle sofferenze, delle tragedie … Già da subito, invece, siamo tornati come umani all’autodistruzione negando l’esistenza di prospettiva e di aspetti positivi (umanità, ricerca, scienze, trascendenza, solidarietà internazionale, pace, giustizia, dialogo, democrazia, ecologia, lotta alle povertà …) e mettendo benzina nella ricerca di potere e quindi alimentando l’arte – che arte non è – della prevaricazione, della supremazia e della legge della giungla (con massimo rispetto da parte mia per le regole animali che sembrano funzionare assai meglio di quelle umane).

Eppure, sono certo, che la bellezza non svanirà.

La certezza così espressa non è solo il titolo di un famoso e stupendo romanzo (*), ma è quanto sento dentro di me e quanto mi sento di sperare e augurare al mondo intero, a partire da tutte le persone che mi sono care.

Nel romanzo in parola, che si svolge in parte nella Parigi dei Fauves e dei Cubisti, si mescolano figure reali della bohème artistica, come Modigliani, Rousseau. E la scena si sposta poi dai pittoreschi bistrot parigini alla tragica solitudine del paesaggio spagnolo e alle dolci colline d’Inghilterra. Il romanzo, ricco di caratteri umani e di ritmo narrativo, mostra la dimensione dell’autore e raggiunge la pienezza di una testimonianza sul drammatico divorzio fra arte e società.

In tal caso, non è il solo titolo del libro ad avermi colpito, ma lo scenario raccontato che si avvicina di molto a quanto stiamo vivendo. Oggi, infatti anche l’arte rischia di diventare strumento in mano ai comandanti di turno.

Occorre veramente tornare a riprenderci il bello che c’é e questo significa aver il coraggio di vivere con un senso di positività.

Come che sia, non si tratta solo di pensare positivo, ma di dare attenzione e apprezzamento al bello che ci circonda in ogni dove, nella consapevolezza del disordine sociale nel mondo.

Come si può recuperare una certa serenità, nonostante tutto?

Personalmente, in aggiunta all’impegno personale nel sociale, guardo spesso dal vivo e nel ricordo scene come quella riportata nell’immagine in evidenza, oppure come quelle nelle immagini in galleria, a corredo del testo, e subito penso che non svanirà la bellezza!

E la bellezza ci salverà!

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Citazione: da L’Idiota di Fedor Dostoevskij

Immagini in evidenza e in galleria affiancata da repertorio fotografico a cura di Gianni Faccin

Nota (*) e titolo: da La bellezza non svanirà di Archibald Joseph Cronin – Ed. Bompiani


Spello

Fare un po’ di deserto, lasciare di tanto in tanto gli uomini, cercare la solitudine per rifare nel silenzio e nella preghiera prolungata il tessuto della tua anima, questo è indispensabile, e questo è il significato del deserto nella tua vita spirituale.

Ti ricordi?

Se ti ricordi, l’hai senz’altro vissuto e non sarebbero necessarie parole in più per attualizzare valori, ispirazioni, motivazioni, esperienze …

Il titolo avrebbe potuto benissimo essere “Deserto”, ma trovo che “Spello” sia appropriato da ogni punto di vista.

Ci penso spesso, ogni volta che mi accingo ad ascoltare il silenzio o a ricercarlo nella natura, ma anche ovunque ci si possa ritirare per riuscire a tornare ad essere centrati, facendo “deserto” intorno a noi.

In quella cittadina umbra di circa ottomila abitanti, meglio nota come borgo tra i più belli del nostro Paese, risiede un piccolo ma importante centro turistico, ma ancor di più un centro di richiamo alla spiritualità che per decenni ha attratto persone (molti giovani) da tutto il mondo.

Personalmente, l’esperienza Spello è stata un’esperienza di ricerca spirituale e di conoscenza di me stesso alla luce dei vangeli proposti da tanti testimoni e in particolare da Carlo Carretto. (1)

C’era una grande sete di spiritualità negli anni settanta. Come c’è sempre stata. Ma oggi, al di là della caduta – sembrerebbe – di ogni attrazione religiosa, vedo e sento che la sete di spiritualità si è ingigantita e lo provano le tante iniziative che vanno ovviamente in ordine sparso a raccogliere istanze di giovani e meno giovani e a dare continuo stimolo collettivo con iniziative le più disparate.

Francamente, molto spesso è la risposta “commerciale” ad una domanda di senso che necessariamente cresce dal basso e si sviluppa fortemente in un mondo in cui le poche ed usuali certezze sono di fatto scomparse.

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Io sono di quelli che – pur con tanti dubbi e tante perplessità – riesce a mantenere, almeno intimamente, un percorso di riferimento religioso che ha a che vedere con la Fede più che con le liturgie, con la Parola più che con le regole, con le Testimonianze più che con le prediche, con la Vita autentica più che con le tradizioni. E che ha visto (e vede) nell’esperienza di Spello segni di speranza per un dialogo profondo tra diverse anime religiose che vibrano nel mondo, senza che la religione professata diventasse (o diventi) un muro invalicabile. Insomma credo ancora in quell’utopia che a Spello è stata il pane comune. Impegnarsi dal basso e nel piccolo ad aprire finestre e a non ergere muri, in tutte le dimensioni e situazioni  umane.

A Spello c’è stata una buona semina. Eppure l’esperienza ha chiuso ufficialmente i battenti in concomitanza con la chiusura della Fraternità dei Piccoli fratelli del Vangelo. Questo per effetto, come dappertutto in Occidente, della cosiddetta crisi vocazionale.

Cos’è stata la buona semina? Secondo Mariano Borgognoni (2) “Spello è diventata e poi è stata per molti decenni un crocevia di cercatori di fede, di senso, di vita, di accoglienza, di fraternità, all’inizio, nel lontano 1965, intorno alla presenza di Carlo Carretto … Una scuola di semplicità e di speranza che ha orientato tante vite con la testimonianza feriale di un vangelo ridotto all’osso, vissuto in una spoliazione autentica, consumato nella condivisione dei lavori più umili o nel silenzio dei chiostri senza orpelli, o nel cammino pensoso e liberato dalle angosce tra gli alberi dell’altra metà del Subasio francescano, o davanti a un pane spezzato, profumato da fiori di campo, sopra la tavola della Cena.

Fratelli universali sì, ma compiendo scelte nette che mettano dalla parte degli sfruttati, dei sofferenti, dei dimenticati. Di questa fraternità conservo tanti ricordi e tanta gratitudine”.

Buona semina perché, continua Borgognoni, ed è anche il mio punto di vista, “penso davvero che ognuno abbia conservato qualcosa di essenziale di quelle esperienze più remote e più recenti, uno scandaglio, una bussola, una lampada che ha orientato e fatto almeno un po’ di luce sulla propria esistenza. La traccia della buona semina ricorda il presentimento di Francesco. (3) … Tutto questo parla in quest’epoca ad ogni comunità che vorrebbe essere cristiana: l’importante non è pensarsi eterni ma portare qualche frutto buono nel tempo che ci è dato”.

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Citazione: da Le lettere dal deserto di Carlo Carretto – Ed. La Scuola 1964 – brano a pag. 82

Immagine in evidenza: Eremo S. Maria del Paradiso – Spello foto by https://www.iluoghidelsilenzio.it/eremo-di-santa-maria-del-paradiso-spello/;

Immagini nel testo: Soggiorno di gruppo a Spello e Visite ad Asisi (1982) – immagini di repertorio a cura dell’autore; Abbazia di San Girolamo da ttps://www.iluoghidelsilenzio.it/

Note nel testo: (1) Carlo Carretto è una figura di primo piano nella spiritualità cristiano.cattolica eppure è scarsamente conosciuto. È stato un religioso, teologo, e saggista italiano della Congregazione cattolica dei Piccoli Fratelli del Vangelo. Il suo è un profilo molto interessante. Vedere https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Carretto/; (2) Mariano Borgognoni è direttore della rivista Rocca – rivista quindicinale della Pro Civitate Christiana di Assisi; (3) Il presentimento: intimo avvertimento colto da Simone Weil quando passò in Umbria ed arrivò da non battezzata ad inginocchiarsi presso la Porziuncola. Un presentimento di chi venne accolto dalla parte più umile della gente in un impeto di accoglienza e di chiunque cercasse una fede autentica, non convenzionale, non abitudinaria e non estranea alla realtà. È quanto avvenne con S. Francesco secoli or sono ed è quanto è successo nel 2013 con Papa Francesco. In quest’ultimo caso con l’attesa di un nuovo stile di Chiesa maturato dai tempi del Concilio Vaticano II.


Emo

Racconto di un uomo speciale

In paese capita non di rado di trovare sue tracce e di ascoltare la testimonianza di chi l’ha conosciuto. È gente non più giovane che a suo tempo lo frequentò oppure fece pratica presso il suo laboratorio di falegnameria. Sì, parlo di Emo che faceva il falegname per opere utili alla famiglia e ai paesani, e che accoglieva molti giovani perché imparassero l’arte di lavorare il legno. Era la sua passione prima ancora che la sua professione. Ci sono tante sue tracce nelle costruzioni in legno con cui ha attrezzato e abbellito la casa edificata sopra il laboratorio.

Ci sono anche tracce nei carteggi che ha lasciato, progetti, documenti vari; e ci sono nelle foto di quando all’estero (Francia e Germania soprattutto) partecipava a grandi cantieri per la costruzione di immobili, condomini, opere pubbliche come ponti importanti …

Io ho avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo. Ho subìto un piacevole esame di controllo quando mi conobbe e aveva capito il mio interesse per la sua cara nipote. Le sue domande mi hanno colpito e piacevolmente impressionato. Sorpreso, ovviamente.

Emo faceva il falegname, ma in realtà aveva molti altri interessi. Non solo passioni, ma, da quello che ho capito, valori importanti in cui credeva e ai quali destinava gli esiti delle sue attività.

Oggi parlo di lui perché è stato ed è nei miei ricordi una persona speciale. Lo faccio riportando un testo pubblicato dal vecchio parroco del paese nel bollettino parrocchiale n. 265 dell’agosto 2003. Il testo fu scritto da persone amiche e vicine di casa, della famiglia soprannominata del “Generale”.  Ho ritrovato con piacere tra i miei taccuini una vecchia copia che non a caso avevo conservato, forse l’unica esistente.

Emo

Era il 1907 e, prima della guerra abitava in Contra’ Canale. È sempre stato buono, generoso, gioviale, dotato di grande equilibrio e per noi del “Generale” considerato come un fratello. Era rimasto orfano ancora piccolo e quando frequentava le elementari era stato preso in simpatia dalla maestra che aveva un fratello, dirigente delle Ferrovie dello Stato, sposato e senza figli che abitava a Roma. Subito dopo la guerra la maestra convinse il fratello ad adottare Emo e nella primavera del 1919 mise il ragazzino sul treno e lo spedì a Roma dove il fratello lo avrebbe accolto. Durante il viaggio però, Emo fece amicizia con un gruppo di operai che si recava in Piemonte per lavoro. Probabilmente poco propenso per l’adozione, fu facilmente convinto a seguirli e, stracciata la lettera con cui doveva presentarsi a Roma, andò a fare il “bocia” in un cantiere. Da qui poi rientrò a Tonezza.

In quel tempo, aveva cominciato a frequentare la nostra famiglia, facendo il garzone nella falegnameria che nostro padre aveva allestito nel piano sotto strada. Era diventato presto un artigiano provetto ed un aiuto indispensabile per nostro padre che invece era continuamente impegnato in altre attività quali la conduzione dell’albergo, il commercio del legnale, la vita familiare con i numerosi figli che stavano animando la nostra casa. Proprio per questi impegni nostro padre non aveva il tempo, ma forse nemmeno l’interesse e la simpatia verso i doveri politici. Quando doveva presenziare a qualche riunione ad Arsiero, mandava Emo al proprio posto …

Storia di un uomo speciale

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Come gran parte dei Tonezzani cominciò ad emigrare per lavoro e fu per molti anni in Francia e in Germania. Partivano in primavera e ritornavano in autunno. Emo ottenne sempre validi riconoscimenti per la serietà del comportamento e per le grandi capacità professionali. Sposatosi con la compaesana Maria crebbe una famiglia felice finché non fu toccata da una grave malattia dell’unico figlio maschio. Nonostante il dolore e le difficoltà, Emo riusciva a dimostrare serenità senza far pesare sugli altri la sua preoccupazione. Seguiva il figlio in ogni sua esigenza senza lamentarsi. Con i risparmi che faticosamente aveva accantonato si era costruito la casa in via Duca d’Aosta sul terreno che nostro padre gli aveva venduto.

Alla morte di mio padre, Emo ci rivelò che non era stato steso alcun documento circa la proprietà del terreno perché tutto era affidato alla parola e ad una stretta di mano; accordo che è stato poi onorato anche da noi fratelli davanti ad un notaio.

Emo negli ultimi anni della sua vita ci raccontava le vicende della gioventù; ne aveva una grande nostalgia. Rideva fino alle lacrime quando raccontava l’episodio di cui fu protagonista il futuro presidente del consiglio Mariano Rumor. Allora, Mariano, era un bambino vivace che spesso veniva in falegnameria e metteva le mani dappertutto interrompendo il lavoro di nostro padre. Che alle volte si arrabbiava. Un giorno, in cui nostro padre era particolarmente nervoso, il piccolo Mariano, armeggiava vicino alla stufa dove c’era il pentolino della colla. Ad un certo punto, nonostante gli avvertimenti, il pentolino cadde riversando la colla sul pavimento: mio padre allora, perso il controllo, prese con una mano il pennello e con l’altra sollevò il baschetto del bambino e gli diede una pennellata di colla sui capelli mandandolo a casa piangente. Il commendator Giuseppe Rumor, suo padre, non si adirò: il giorno dopo si scusò con nostro padre per le interferenze del figliolo e tutto finì lì.

Emo è stato una figura importante per noi, e lo vogliano ricordare con tutta la simpatia che lo circondava quando era con noi.

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Citazioni e brano inserito: tratto da Tonezza – Pubblicazione socio-religiosa a cura di don Giuseppe Marcazzan – n. 265 (345) agosto 2003 cip;

Immagine in evidenza: Disegno progettuale by Pxabay;

Immagine nel testo: Emo con un amico – foto originale da repertorio fotografico di Emo Canale.


Si stava meglio quando …

Alla fine, ci pare fossero più favorevoli situazioni apparentemente molto peggiori di quelle presenti, di cui pure ci lamentavamo. 

Mah, non lo so. Certo è che il citato modo dire, proverbio o luogo comune che sia, mi sembra molto attuale. E non incide tanto il cambiamento che è intervenuto nei decenni, nonostante i dichiarati progressi umani e scientifici.

Siamo molto progrediti, su certi fronti, ma siamo tornati molto indietro per esempio per il cattivo uso della scienza e del progresso tecnico. E chi ci dovrebbe guidare fa a gara per arrivare per primo all’autodistruzione. L’io viene esaltato e il noi viene svalutato.

Di recente, nei miei raccoglitori ho rintracciato un piccolo trafiletto scritto in uno dei giornali italiani più importanti negli anni ottanta.

L’avevo tenuto perché, come tanti altri pezzi, mi aveva colpito, l’avevo lasciato lì e dimenticato, per poi essere … ritrovato dopo quarant’anni.

Il breve articolo evidenzia la proposta, accompagnata da un volantino, inviata al giornale da un americano, certo Charles G.

Oggi riprendo la cosa perché trovo sia utile alla nostra riflessione. In verità, alla mia riflessione, ma anche a quella di chiunque.

Il trafiletto spiega che il volantino inviato riporta la preghiera che ad ogni inizio di legislatura i rappresentanti del popolo del Wisconsin innalzano solennemente, e in coro, a Dio. Preghiera che dice: Dio onnipotente, salvaci dalla tentazione di guardare più alle prossime elezioni che alla generazione futura; di farci guidare più dagli interessi personali che dai principi, e di sacrificare i fatti, ancorché piccoli, alle parole, ancorché grandi. Guardaci dal fare del nostro partito più un fine che un mezzo per raggiungere il fine. E aiutaci a mantenerci indipendenti sia dalla tirannia delle maggioranze che dal terrorismo delle minoranze; e soprattutto a resistere agli adescamenti della più infame di tutte le prostitute: la demagogia.

Invece, la proposta conseguente è che i rappresentanti del popolo italiano adottino questo testo e ad ogni inizio di legislatura s’impegnino anche essi, con giuramento, a rispettarlo.

Ricordo che siamo negli anni ’80.

L’editorialista del giornale aggiunge lapidariamente quanto segue, e non solo in risposta a Charles, il lettore: “Crediamo che i rappresentanti del popolo italiano non farebbero difficoltà. Ma perché santo dio, dovremmo fornir loro l’occasione di aggiungere altre bugie a quelle che già dicono, altri spergiuri a quelli che già fanno?

Trovo che, circa quarant’anni dopo, questa contraddizione tra orientamento ai principi e allineamento agli ideali fondamentali da una parte, e pragmatismo dichiarato e ricercato dall’altra, sia stata portata agli estremi e forse oltre.

Di certo, quanto è espresso nella preghiera viene tutti i giorni pesantemente calpestato in primis da tantissimi dei cosiddetti rappresentanti del popolo, quali esaltati cacciatori di consenso.

Una riflessione utile è che non ci possiamo adattare a questo stato di cose.

Infine, ricordo e sottolineo che la parola succitata, demagogia, ha da tempo sostituito l’altra più alta, grazie alla quale abbiamo festeggiato il 2 giugno, ossia democrazia.

Demagogia, deriva anch’essa dal greco e nello sviluppo della Treccani, è la pratica politica tendente a ottenere il consenso delle masse lusingando le loro aspirazioni, specialmente economiche, con promesse difficilmente realizzabili. Il regime politico basato su tale metodo rappresenta la forma corrotta della democrazia o una simulazione di questa.

Teniamo conto di questo. Restiamo vigili, meglio ancora non adattiamoci come fa la rana bollita.

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Citazione: da Virgilio Sapere

Immagine: da Pixabay: Clker-Free-Vector-Images

Riferimenti nel testo: Treccani .it


Figli …

il compito primo – il più alto e il più difficile – dei genitori è quello di avere fede nel segreto incomprensibile del figlio e nel suo splendore.

Scrive De Giovanni nel suo ultimo libro: “… la vita è fatta di genitori e di figli, così come di amanti e di mogli, di mariti e di amici, ma in primo luogo di genitori e di figli, perché se gli altri si possono unire e separare, possono avvicinarsi o allontanarsi, i figli e i genitori no, non si possono separare, perché sono un obbligo e un impegno, perché sono indissolubili e irreversibili, perché sono inevitabili”.

È di questi giorni la notizia, ovviamente di larga diffusione sui media, e, come di consueto, di ampia discussione con varietà di giudizi, della madre che non riesce più a far fronte al grande dolore per la perdita dell’unico figlio. Dice di averle provate tutte, non è fisicamente malata ma lo è spiritualmente e vuole raggiungerlo non riuscendo a lasciarlo andare, chiedendo in Svizzera il suicidio assistito. Pare che ci siano stati personali tentativi di togliersi la vita e che non abbiano avuto l’esito cercato. Per questo ora chiede l’eutanasia.

Ed è probabile che, nel momento in cui scrivo, il procedimento di fine vita sia in svolgimento o sia già stato eseguito.

Al di là delle necessarie considerazioni morali ed etiche, nonché normative sul caso che fa tanto clamore e su cui è arduo inserirsi anche con almeno un minimo di certezze e un minimo di serenità, io sono colpito fortemente, come che sia, dal legame indissolubile che esiste tra genitori e figli.

Un legame che per sua natura considero “indissolubile e senza tempo” nel momento in cui diviene sigillo di messa al mondo, accoglienza, crescita, autonomia, rispetto e libertà. In pratica uno speciale “passaggio di testimone”.

Certo, rimane un vincolo, ma che è fatto di amore e non necessariamente di sangue e cellule. Un vincolo spirituale che possa favorire una reciprocità: da parte del figlio di dire e pensare “Bene, sono grato, ma ora tocca a me” e da parte del genitore di dire e pensare: “Ecco, ti lascio andare perché ora tocca anche a te”.

È un cammino non facile, senz’altro ad ostacoli, ma è “il cammino”. Credo che un diverso procedere non apra alla vita e, anzi, sia nefasto.

Concordo con lo scrittore, figli e genitori non si possono separare, semmai si possono solo distinguere, inevitabilmente.

Struggenti quanto illuminanti, gli altri passi di De Giovanni nel capitolo di chiusura (XXXVII pag. 232 e seguenti) del libro citato. Eccone alcuni.

“Ah, i figli. Quanto sarebbe facile, senza di loro. Uno potrebbe pensare solo a sé stesso, fronteggiare un problema con coraggio, all’occorrenza perfino con superficialità, chi se ne frega, tanto le conserguenze ricadono solo su di me. Invece i figli amplificano i problemi, perché gli effetti si riversano per forza su di loro, allora attenzione, per carità, attenzione a non sbagliare. Almeno si capisse che cosa accidenti vogliono, almeno si capisse da che parte è meglio andare. Sono incomprensibili, i figli”…

“Questi figli. Sembrano semplici da gestire, come marionette di cui si tengono i fili. Come fossero ancora uguali a quando erano piccoli, e si nascondevano loro le cose per vederli correre in cerca, per poi fargliele trovare in un punto dove avevano già controllato … Questi figli, che crescono e non ti avvisano” …

“I figli, i figli. È proprio vero: quando non li hai, non ti mancano. Ti sembra di poter vivere con leggerezza, avendo l’unica responsabilità di te stesso. Anzi, finché non li hai ti senti giovane, puoi continuare ad essere figlio a tua volta, a farti coccolare dai genitori, se hai la fortuna di averli ancora” …

“Questi figli. Sono un pezzo di futuro, i figli. Per carità, uno che i figli non li ha non è che sia passato per il mondo invano. … Mica sono inutili, le vite senza i figli. Se ci metti dentro il giusto quantitativo di amore, sono comunque meravigliose. Ma i figli sono un’eredità lasciata al mondo. Sono un viaggio nel tempo, i figli” …

“I figli, diciamocelo, sono un guaio. Perché quando ti arrivano tra capo e collo non ne puoi prevedere il carattere, la maniera d’agire, l’istinto. Puoi educarli, certo. E puoi controllarne le amicizie, le frequentazioni. Puoi provare a tenerli sotto controllo, a sorvegliarli e a indagare quello che fanno. Puoi cercare di orientarne gusti e tendenze, e puoi perfino illuderti di esserci riuscito. Ma loro ti stupiranno. E faranno a modo loro, e a te non rimarrà che lamentarti, e adattarti. Perché i figli fanno sempre come gli pare” …

“Ah, i figli. Non li puoi scegliere, non li puoi orientare, non li puoi cambiare. I figli , come ti capitano, così te li devi tenere. Non ci puoi fare niente, coi figli. Proprio niente”.

Nota a margine = L’ultimo lavoro crime di De Giovanni (scrittore e sceneggiatore) è una lode alla genitorialità, pertanto il romanzo come viene definito è sempre meno crime e sempre più prossimo ai temi dell’empatia e del vissuto emotivo. Ecco che diventa sempre più emotiva anche la penna dell’autore che scava nelle ombre che si allungano sulla vita privata dei suoi personaggi: i figli, i genitori e il rapporto tra figli, ovvero quell’amore devastante che riesce a mettere tutto il resto in secondo piano.

Citazione: da Il segreto del figlio – Da Edipo al figlio ritrovato di Massimo Recalcati (Feltrinelli 2017)

Immagine: foto bay Diego Villacob of Pixabay

Testi riportati: da Figli – Per i bastardi di Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni (Einaudi 2026)


Bellezza di un volatile della famiglia dei fagiani

Tec, tec, tec …

Il gallo cedrone e il suo cantare segreto

Proposta riguardante la natura, le emozioni, l’esistenza, la bellezza … e l’ascoltare.

Nel mio soggiornare in montagna, divenuto ormai consuetudine, trovo molte occasioni per rivisitare ricordi e racconti di un passato più o meno recente.

In effetti, posso contare anche su parecchio carteggio che è soggetto inevitabilmente – di volta in volta – al rischio di eliminazione oltre che di rimanere accantonato.

Tra i vari manoscritti e testi di un tempo lontano ho trovato questo racconto del 1977 scritto dal noto maestro di San Pietro Valdastico che essendo un caro parente ha ripetuto più volte anche a noi nipoti e pro-nipoti la storia dell’urogallo.

Il pezzo, pubblicato su una rivista locale, porta il titolo Il canto segreto del gallo cedrone. Mi piace molto questo breve racconto che, essendo io amante dell’ascoltare non solo della natura, mi riporta al mio/nostro bisogno di tendere l’orecchio, fare silenzio, accorgersi della bellezza, stare nel presente, essere grati …

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Il gallo cedrone, massimo rappresentante di tetraonidi (nota 1) viventi sui nostri monti, è un volatile di tutto rispetto. Sentirlo partire in volo quasi spaventa. Il frullo fa tremare l’aria e il cuore. Vederlo lanciarsi, volare ad ali aperte per solcare le valli, è pure un’altra visione, che non si dimentica. La sua aerodinamica è perfetta; la velocità, quella del fulmine.

Anche il gallo cedrone canta, ma solo in primavera e fino a stagione avanzata. Ascoltare questo canto sarò dato solamente ad un ristrettissimo numero di appassionati, dotati di sensibilità particolare e di genuino amore per la montagna e le sue bellezze. Perché, il gallo cedrone canta di notte.

Non è facile individuare il luogo dove canta. La partenza sarà prevista per dopo mezzanotte, verso l’una. Ed eccoci al bosco di Costa del vento, a quota 1500. Giunti allo spiazzo, il motore tace, i fari si spengono. Subito ti investe e ti avvolge un silenzio opprimente, pauroso e la notte ti serra nel suo tetro mantello. Solo in cielo brillano le stelle. Si procede sul terreno accidentato sotto gli alberi sempre più fitti, sempre più alti. Il passo è incerto, sospeso, ora trova un rialzo, ora una cavità, ora un tappeto di muschio o un ramo marcio, quando non calpesta ancora un metro di neve gelata. La tenebra è nera come l’inchiostro.

Tec, tec, tec.

Alt. L’orecchio è teso. Senti? Niente. Avanti ancora a tentoni. Fermo. Eccolo. Dopo mezz’ora, la guida, che ha l’orecchio addestrato, ti annuncia che il gallo è là a 50 metri. Ma io non lo sento.

Sottovoce dice: – Ascolta bene … Sì, ecco, sento … come una goccia di acqua che cade ad intervalli su pietra liscia; come il rumore che fa il televisore appena spento dopo essere stato acceso a lungo. Tec, tec, tec, leggero, leggero, alle tre dopo la mezzanotte nel silenzio del bosco.

Questo è il canto del gallo che noi avviciniamo approfittando dei momenti in cui emette le ultime note che sembrano un gorgogliare spasmodico. Siamo sotto il grande abete e la massa nera è là contro il cielo su un ramo secco. Non bisogna guardarlo direttamente, perché per un flebilissimo gioco di luci proveniente dalle stelle, i nostri occhi diventerebbero minutissime lampadine immediatamente viste dagli occhi del tetraonide.

Il gallo cedrone continua il canto fino all’alba, per chiamare le femmine, perché presto è il tempo di rinnovellare la vita attraverso le nuove covate. Un nostro movimento falso, e le grandi ali si aprono. Con una falcata e una virata improvvisa, sparisce inghiottito di nuovo dal bosco. Fra poco sarà l’aurora e le mille voci e i canti rincorrentisi annunceranno il sorgere del nuovo giorno.

Ma non fu un’altra notte, anni fa.

Il mio solito accompagnatore, quella volta, venne con un’altra persona armata di fucile, ai piedi di un alto abete. Un lampo, uno schianto e il cantore notturno crollò con un tonfo privo di vita. Gli furono accanto, lo raccolsero, mentre si dimenava nell’estrema agonia e soppesarono e tastarono in silenzio quel corpo inerte.

Era nero, bello, grande come l’aquila, il collo e la testa penzoloni. Dopo pochi attimi di perdurante silenzio, ecco uscire dalla bocca del cacciatore delle tenebre alcune parole angosciose: “Ades che l’ho copà nol canta più!”.

Avesse potuto ridargli la vita!

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Quando la bellezza e l'amore gratuito ci aiutano ad essere autentici

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Citazione ed introduzione: a cura dell’autore

Immagini: in evidenza Night bird by https://www.xn--diversit-forestale-mrb.ch/esperienza-nella-foresta/gallo-cedrone – a chiusura del testo Bird by Pixabay

Nota 1: da Wikipedia, I Tetraoni (Tetraoninae) sono una sottofamiglia di uccelli appartenenti ai Fasianidi. Secondo alcune versioni il nome tetraonidi deriva da tetra, che significa quattro, e rappresenta le zampe degli stessi formata da 4 artigli. Inoltre un’altra caratteristica fondamentale sono i tarsi piumati. I tetraoni abitano le regioni temperate e subartiche dell’emisfero boreale. Costituiscono un’ottima preda e spesso vengono cacciati per le loro carni. In alcune specie i maschi sono poligami e compiono elaborate parate di corteggiamento. La maggior parte delle specie sono stanziali e non migrano. Questi uccelli si nutrono soprattutto di vegetali, ma possono nutrirsi anche di insetti, specialmente in età giovanile.

Testo riportato: Il canto segreto del gallo cedrone di Carlo Pesavento tratto da Il Cimone – giugno 1977 e ripreso nel manoscritto Lastebasse Pedemonte Tonezza del Cimone Valdastico Terra di confine di Antonio Brazzale ed. La Serenissima