Quale pace?

Vedere un sorriso di chi è laggiù tocca profonda la mia umanità
Chi fa la guerra non ha mai ragione il dialogo è sempre la strada migliore

Quando diciamo o sentiamo dire “pace”, di cosa stiamo parlando e a cosa pensiamo? A quale concetto ci riferiamo?

Quando diciamo “auguriamo ci sia la pace”, che cosa auguriamo?

Quando siamo invitati a sperare per la pace, o a pregare per la pace, o a invocare la pace, di che cosa ci stiamo occupando?

Ho l’impressione che la cosa non sia così semplice e neanche chiara.

Oppure ognuno intende la sua pace, quella personale o quella più conveniente. Per lui conveniente.

Si punti ad una pace giusta! In tanti si stanno riempiendo la bocca con un invito che pare abbia più risvolti promozionali di consenso e che punti a marcare la propria presenza sul palcoscenico, anziché andare dritti al sodo. E il sodo, l’accordo di pace non può che avvenire dopo un compromesso che non sarà mai giusto in assoluto perché determinerà dei vincoli o degli abusi diretti o indiretti. E perché si arrivi al compromesso serve un confronto un percorso che siano rispettosi e non ostili da tutte le parti in gioco.

Eppoi, occorre sapere che significa pace. Quella che partendo dall’etimologia (*) potremmo sintetizzare con il famoso detto: Patti chiari, amicizia lunga.

La parola in questione viene da una famiglia terminologica molto variegata, come scrive l’esperto (**). È la famiglia pàngere che significa conficcare. Quindi la parola pace è centrale infatti dal “palo” al “patto”, dalla “pagina” al “paese”. Dice sempre la fonte citata: Il paese è un derivato di pagus, il villaggio (da cui il ‘pagano’), di cui sono fissati i termini, i confini. Il palo non è solo un grosso bastone, non è una trave: il suo scopo è essere conficcato. La pagina è, meravigliosamente, il pergolato di vite piantato a terra nel campo. Il patto risulta dalla la pace — pactus deriva da pax. Il latino pax viene dalla stessa pianta del pàngere col senso di ‘cosa fissata’, significato che per noi è più vicino al patto, un accordo fissato fra più parti.

Dopotutto la pace la troviamo anche presso la pozza d’acqua cristallina nella radura; in un silenzio in cui non cerchiamo e non siamo cercati; nel lasciare andare, alla fine e misteriosamente, un peso che ci portavamo in cuore. Non roba pattizia, si direbbe, anzi non di rado ha un respiro unilaterale.

La pace non è quiete — o meglio, non solo. È assenza di conflitto, di agitazione; è concordia fuori e tranquillità dentro. Ha una dimensione profonda e capillare e schietta, esiste male in apparenza.

La saggezza antica che ha messo a punto, accordato questo concetto — una saggezza con idee molto chiare sulla pace e più che capace alla guerra — è che la pace (calma, benevolenza, concordia) si batte come una pietra di confine …

Quindi, speriamo nell’applicazione del proverbio latino “Clara pacta, amicitia longa”.

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Citazione: strofa dalla canzone Voglio la Pace dei bambini delle scuole di Fano

Immagine: Team da https://cittadeibambini.comune.fano.pu.it/consigliobambini/consiglio-dei-bambini/attivita-2017-2018/attivita-speciali/canzone-della-pace/

Note: * Sign.  Assenza di lotte; concordia; tranquillità interiore / **da https://unaparolaalgiorno.it/


2026

Buon Anno Nuovo! Ecco ancora …

Già.

Tanti propositi per un nuovo anno e ci sta. Un nuovo anno è sempre motivo di cercare un cambiamento nelle piccole e grandi cose.

Tanti auguri scambiati con autenticità. Ma anche tanti dovuti, per abitudine. Ed è così, si sa.

Come che sia, tanto e condiviso desiderio di novità e di speranze non tradite.

Tanta voglia diffusa, sovente condita di noia, di festeggiare quale antidoto a non si sa bene cosa …

Anche tanto cinismo spesso pretesto che giustifica i disastri che accadono nel mondo ancora oggi.

Tragedie inimmaginabili. Sofferenze. Incidenti improbabili e morti assurde.

Ma non c’è solo questo, ci sono anche molte cose belle che non conquistano i titoli a caratteri cubitali, perché fa più audience il titolo macabro o scandalosamente crudo.

Periodo contrastatissimo in ogni pagina della vita quotidiana, ad ogni latitudine.

Nero e bianco, buio e luce. Dolore e gioia. Falso e vero. Odio e amore. Nemico e amico. Guerra e pace. Morte e vita.

Ma …

Chi è il regista? Chi sta sopra a tutto ciò? Chi lo dirige? Chi lo permette?

Chi, senza far nulla, sospinge e fa andare avanti il tutto?

Forse si tratta di porci queste domande e di metterci in atteggiamento di ricerca. C’è da recuperare il valore dell’individuo e della sua singolarità, prendendo la distanza dall’attuale stato di cose che conferma le persone nel loro insieme come un aggregato variegato e informe, anonimo e pusillanime.

Non ci è utile e non ci fa bene andare avanti alla cieca, come una folla massificata.

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Immagine: Festa di Capodanno 2026 – scatto preso dai social


Auguri anomali

… verso comportamenti virtuosi

Ho trovato tra i miei taccuini uno scritto a firma di un certo “Ghert”.

Non so e non ricordo chi sia. Di sicuro lo scritto fu pubblicato diversi anni or sono tra le pagine “motivanti” e “provocatorie” di una pubblicazione di matrice parrocchiale.

In vista di un nuovo anno, ormai in itinere, lo riporto qui perché buoni sentimenti e umorismo delicato aiutano. Oh sì, aiutano molto o, almeno, danno il modo. Poi, come sempre, sta a noi.

Eccolo. È un elenco di “se”, troppi a mio avviso, ma quale che sia la proposta sottesa e scherzosa è pur sempre una proposta verso un modo di vedere, di essere.

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Se puoi cominciare la tua giornata senza caffeina,

se puoi andare avanti senza pillole stimolanti,

Se riesci ad essere festoso ignorando dolori e sofferenze,

se eviti di lamentarti, annoiando la gente con i tuoi problemi,

se puoi mangiare lo stesso cibo ogni giorno ed essere grato,

se riesci a capire quando le persone che ami sono troppo occupate per darti retta,

se passi sopra il fatto che chi ami ti dà erroneamente la colpa se qualcosa va storto,

se accetti critiche e rimproveri senza risentirti,

se ignori la cattiva educazione di un amico ed eviti di correggerlo,

se tratti i ricchi come i poveri,

se affronti il mondo senza bugie e inganni,

se sai vincere la tensione senza l’aiuto di un medico,

se sei capace di rilassarti senza uso di liquori,

se riesci a dormire senza l’aiuto di farmaci,

se puoi affermare in tutta onestà che, al fondo del tuo cuore sei privo di qualsiasi pregiudizio su religione, colore, credo politico, …

Allora, sei buono quasi quanto il tuo cane!

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Immagine: Pug by Pexels


Non si può fermare il Vento

E non si può vivere di slogan

I giorni sono proprio questi, anche questi.

Ci hanno detto tante cose nel tempo, tanti slogan, tante parole … E ce ne diranno molte altre, cercando di distrarci o intortarci.

Ora ci hanno detto e ci stanno dicendo che non si può fermare il vento, quasi che sia una cosa ineluttabile, scontata, fatta, quasi messianica …

Ed è vero, il vento non si può fermare, fa la sua parte, pulisce via il secco e l’umido, spazza via le polveri sottili e ogni cosa leggera che si faccia sorprendere, toglie di mezzo ciò che è superato e anche le distrazioni di turno. Ma non tutti i venti sono salubri, anzi, spesso sono insalubri. E non tutti hanno una durata, anzi, sono sempre temporanei.

Non si può fermare il Vento, ma ci si può riparare dal vento e dalle sue conseguenze. Meglio, si può canalizzarlo verso un cambiamento, una nuova rotta che non è detto sia quella che ci si aspetta e che ci vogliono somministrare.

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Citazione e testo: a cura dell’autore

Immagine: Fog by Pixabay


Taccuino, taccuini

Fonti non scontate

Qual’è il significato della parola “taccuino”?

Secondo la Treccani: derivazione dall’arabo taquīm, lat. mediev. tacuinum. –  Libriccino con fogli bianchi per appunti. Estensioni: In letteratura, titolo di opere formate da pezzi varî, quasi frammentarî e inorganici come le note di un taccuino (per es., Taccuino di Arno Borghi di A. Soffici, 1933; Il t. del vecchio, raccolta di poesie di G. Ungaretti, 1960). Nel tardo medioevo, titolo (per lo più nella forma lat. mediev.) di raccolte di prescrizioni mediche e igieniche, o anche di piccole enciclopedie di medicina (per es., Tacuinum sanitatis). Piccolo album per disegni, schizzi, abbozzi: i t. di disegni del fronte della guerra 1915-18, di L. Viani. Calendario, lunario, almanacco, con previsioni astrologiche sugli avvenimenti dell’anno. Portamonete. Io preferisco rimanere nella accezione iniziale, quella letteraria e – senza farla lunga – dichiaro che mi piace ispirarmi, nel metodo, ai Taccuini di Fitzgerald e di Camus.

Già. Anche io ho i miei “taccuini”, non uno, ma più taccuini, in cui sono raccolti pensieri, frasi, spunti da libri che mi hanno dato motivazione, spinta, senso, scoperta di significati e di differenti punti di vista. Si tratta di raccolte talvolta disordinate o estemporanee, brevi o articolate, in ogni caso importanti per me, per confrontarmi con me stesso. Infatti, ci sono anche lettere, messaggi, riflessioni, riassunti, resoconti …

In molti casi, i brani su cui mi sono soffermato dopo o durante una lettura di un libro o di un pezzo giornalistico, non mi è chiaro fin da subito come collocarli dentro o fuori di me, in altri casi mi possiedono immediatamente e devo fermare l’elaborazione con uno scritto o riportando il testo originale. Dal prossimo anno (2026), inizierò ad alimentare questo “blog” nel sotto-elemento dal titolo su riportato.

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Immagini: Alcuni miei taccuini foto GiFa 2025

Riferimenti nel testo: Treccani.it e Wikipedia


Tra le mie braccia

Into my arms, O Lord

Non credo in un Dio interventista

Ma so, tesoro, che tu ci credi

Ma se ci credessi mi inginocchierei e gli chiederei

di non intervenire quando si tratta di te

Di non torcerti un capello

Di lasciarti così come sei

E se sentisse di doverti guidare

Allora ti diriga tra le mie braccia …

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Citazione e traduzione con adattamento da Into mu arms di Nick Cave

Immagine: Man by Pexels of Pixabay


All’ombra del campanile

L’ombra del mio campanile si staglia nello spazio-tempo …

È vero, siamo cresciuti all’ombra del campanile, e siamo in tanti. Oggi abbiamo quasi tutti superato – o ci stiamo avvicinando – il confine statistico che dà inizio alla cosiddetta terza età. La nuova terza età, quella che qualcuno ha fissato dai 65 agli 80.

Senz’altro anche altre generazioni hanno avuto questa occasione, di crescere all’ombra del campanile, ma noi, le nostre generazioni, abbiamo avuto una grande possibilità. Possibilità tendenzialmente rigida e strutturata, per niente liquida.

Ma di che cosa stiamo parlando?

Il detto assai diffuso “all’ombra del campanile”, che pare derivi da un proverbio medievale toscano, assumerebbe vari significati a seconda dell’epoca, delle storie e delle credenze, con molte distinzioni da regione a regione. Per esempio uno dei significati secondo il citato proverbio (1) è che “si vive meglio quando si abita in un luogo noto e familiare”. Ma anche che “si vive bene a spese della Chiesa”. Detto anche per indicare chi è tutelato da un potere superiore. In questo senso “All’ombra del campanile” è diventata una locuzione di uso comune.

Interessanti i molti altri significati o usi. Ma nel mio (nostro) caso mi rifaccio all’infanzia fino all’adolescenza (5 – 17 anni) e a tutta una serie di esperienze vissute in ambito parrocchiale e quindi, giocoforza, all’interno e in prossimità delle strutture parrocchiali compresa la chiesa e anche il campanile, che in verità nel mio personale caso non c’era, essendo la chiesa una struttura che si diceva moderna (in realtà lo è ancora oggi) e al posto del campanile, esternamente, presenta un bel “battistero”. (2)

Da qui una particolare curiosità a stampo ironico: sono cresciuto (siamo) all’ombra del campanile vicino ad una chiesa senza campanile. Avremmo potuto dire “all’ombra del battistero”, ma francamente non mi sono mai posto il problema. E non ho mai sentito nessuno che ne parlasse.

Era la metafora che mi (ci) faceva pensare e dire all’ombra del campanile. E ancor oggi con qualcuno la metafora viene replicata agevolmente e tra noi ci capiamo.

In quegli anni (dal 1962 fino a tutto il 1974), principalmente verso l’adolescenza, prima di cercare di fidanzarsi e cercare lavoro, l’obiettivo era socializzare e trovarsi in gruppo, sia per giocare e divertirsi, sia per impegnarsi in qualcosa di più grande che aveva spesso a che fare con ideali alti e condivisi.

Si facevano feste in gruppo. Si facevano raccolte carta e ferro vecchio per le missioni, si partecipava a gruppi parrocchiali di varia natura, si aiutavano i preti che già allora dicevano di essere pochi … Ci si impegnava nel catechismo cattolico, si andava a messa tutti insieme, si incontravano gruppi di altre parrocchie, si organizzava la sagra parrocchiale, si facevano mostre e recital, si organizzavano campeggi o campi-scuola, si partecipava (solo alcuni) a corsi di formazione o a dibattiti, si andava insieme al cinema, si diventava per un po’, qualcuno per tutta la vita, animatori sociali, alcuni anche seminaristi, pochi impegnati in politica. Come che sia, si discuteva moltissimo (troppo) di come le cose dovevano andare nella nostra comunità, spesso senza sapere i dettagli che riguardavano questioni serie, ma che oggi farebbero, anzi fanno sorridere rispetto ai problemi del mondo attuale che sta cadendo a pezzi.

Personalmente, ho vissuto difficoltà – sempre all’ombra – per le modalità con cui venivano proposti (imposti) temi esistenziali, sociali e soprattutto religiosi.

Per esempio, quando ho cominciato a ragionare mi sono accorto di confondere religione e fede, ma al contempo detta confusione mi ha portato a farmi tutta una serie di domande e ho capito che avere fede non significa non avere dubbi, anzi sono proprio i dubbi che mi possono aiutare a muovermi nella nebbia.

È un fatto di ricerca interessata. Un moto interno che mi spinge a ricercare, sapendo già che non conoscerò fino in fondo …

Oggi, pare essere meno gettonata questa ombra del campanile. Del resto negli anni citati non esistevano tante altre possibilità: o facevi gruppo in parrocchia oppure lo facevi al bar nella migliore delle ipotesi. Soltanto, agli inizi degli anni ’80 hanno cominciato a svilupparsi: strutture di quartiere, strutture di volontariato, associazionismo, strutture culturali e sportive.

E guardando all’attualità basta un breve sguardo all’indietro per accorgersi dei cambiamenti avvenuti: ad ogni epoca le sue espressioni e manifestazioni, per esempio oggi lo stesso volontariato si rivolge ad altri lidi come l’ambiente, la natura, il ben essere. Sono alcune tra le dimensioni che hanno preso il sopravvento e che presentano una miriade di proposte ed iniziative.

Forse viviamo tempi, oggi, in cui l’offerta indistinta di attività è talmente elevata da creare molteplici occasioni di ritrovo e di socializzazione, ma anche molta confusione che non aiuta la persona a fare scelte consapevoli e ben mirate.

In ogni caso, ricordo, anche con un pochino di nostalgia, quando si poteva crescere all’ombra del campanile, pur nella rigidità e chiusura di certe visioni di chi ci guidava, riuscendo a scoprire la forza del gruppo e a sognare nella realizzazione di un mondo migliore senza restare fermi o indifferenti. Un po’ più uomini autentici … lo siamo diventati.

Forse, è stato fondamentale il riferimento al campanile, che nel mio caso non esisteva, con la sua ombra, che a mio avviso era ben presente. Del resto, come ha scritto un giornalista 10 anni fa (3), nel paesaggio urbano il campanile è sicuro punto di orientamento. Spesso è anche indicatore del centro del borgo o della città, nel caso di una cattedrale. Ma il campanile non è solo un termine visivo, è anche profondamente simbolico nella sua capacità di accentrare valore topografico, religioso e civico. (4)

Per farla semplice, e chiudo, ecco per me un altro simbolo importante che può essere ancor oggi riferimento per i propri comportamenti, pensieri e scelte di vita, sia come individui, sia come comunità.

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Citazione e immagine: a cura dell’autore

Note: (1) da www.sapere.virgilio/proverbi/; (2) è l’edificio separato da una chiesa in cui si svolge il rito del battesimo. La separazione dei due luoghi ha origine nei primi secoli dell’era cristiana, quando i non ancora battezzati non erano ammessi alle celebrazioni eucaristiche che si svolgevano all’interno dei luoghi di culto consacrati (https://it.wikipedia.org/wiki/Battistero); (3) Alessandro Beltrami in https://www.avvenire.it/agora/pagine/campanile-; (4) idem in (3).


Simbolo d’amore

Hibiscus: pianta perenne come l’Amore

Non so voi, ma a me capita spesso di osservare qualcuno o qualcosa e provare un sentimento profondo. Non solo osservando. Anche ascoltando o leggendo. Mi capita anche di cercarne la causa e di non trovarla. Almeno nell’immediato. Poi, con un po’ di buona volontà mi convinco di averla trovata o quasi.

Non mi piace fermarmi ai ragionamenti, se mi accorgo di essere troppo nel razionale sospendo tutto e attendo momenti migliori.

Diversamente, se riesco ad ascoltarmi in profondità non lascio scappare l’opportunità.

Non so se lo fate anche voi, ma io ricorro spesso alle immagini mentali, a volte a veri e propri video mentali. In pratica, mi faccio aiutare dai simboli. Provateci!

Sappiamo tutti, almeno spero sia così, che si definisce “simbologia” la disciplina che studia i simboli e i loro valori. I loro valori e significati, appunto.

Esiste poi il cosiddetto “pensiero simbolico”, se non lo sapete. Ed è una cosa che sa di psicologia e sembrerà strana, ma in realtà è qualcosa di molto utile oltreché reale.

Questo speciale pensiero è la capacità di figurarsi mentalmente qualcosa attraverso qualcos’altro. È un’abilità che porta a usare simboli, immagini e parole per pensare a concetti, idee o situazioni che non sono presenti realmente nell’immediato. Io lo scoprii quando studiai Jean Piaget che a sua volta studiò il gioco simbolico, nel sogno e nel linguaggio.

Orbene, mi sono trovato spesso – anche recentemente – a soffermarmi a osservare, senza che lo facessi di proposito, gli ibischi che si trovano nel mio giardino e in altri spazi di famiglia che frequento abitualmente.

Da mo’ sapevo del significato dell’ibisco, nel linguaggio floreale. Si tratta di un fiore che, soprattutto nel mondo orientale, viene spesso coltivato in giardino. È un fiore che è simbolo di benvenuto per chi viene a visitare la casa ed è spesso associato al buon augurio.

I miei ibischi presentano fiori bianchi, rosa e di un viola molto raro. Sono soprattutto quelli bianchi che mi attraggono.

Nell’osservarli mi fanno sentire qualcosa di particolare, di non sempre ben definito. Qualche cosa che ha che vedere con un senso di tenerezza e di sicurezza al contempo.

Che diamine avranno questi fiori per colpirmi in questo modo? – mi chiedo.

Mi dicono i soliti bene informati che un significato molto diffuso per esempio quando si regala un fiore di ibisco è quello legato all’amore.

Ma sì, dai! – come se regalare altri fiori belli non richiamasse qualcosa di amorevole. Approfondendo qua e là, in effetti, l’ibisco pare essere spesso considerato simbolo di armonia e di eleganza, ma anche simbolo di fragilità e di bellezza fugace, questo perché la pianta fiorisce di mattina e la sua fioritura dura solo un giorno.

Ecco, che per me, se vi interessa saperlo, l’ibisco, quello bianco in particolare, richiama in profondità significati intuiti a tratti, non sempre ben individuati, ma comunque oggi più prossimi alla consapevolezza. Mi sento portato alla autenticità e all’armonia che sviluppa bellezza, pur consapevole delle personali debolezze e della fugacità della vita.

A na certa, succede che l’ibisco, sì anche lui, continua a farmi da ponte tra ciò che è inconscio e ciò che viene finalmente a galla nella coscienza.

È sì un simbolo, d’amore.

Fantastico!

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Citazione e riferimenti testo: a cura dell’autore;

Detti: detti riportati in corsivo, correnti vari dialetti italiani o di nuovi usi di lingua italiana;

Immagine: Ibisco bianco by GiFa2025:

Modalità scrittura: adattamento sperimentale a forma colloquiale di J.D. Salinger (Il giovane Holden e Nove racconti – Einaudi ed.)


Il principino del bosco

Cosa hai fatto oggi?
Ho visto un ciclamino, ho catturato un frammento di cielo e ho sorriso di me stesso mentre tentavo di scappare dalle mie paure.

Essere al centro dell’attenzione penso sia un desiderio diffuso, salvo, molto spesso, temerne gli esiti e quindi rientrare ai margini della scena.

C’è chi è disposto a tutto per trovarsi al centro o per mantenere la posizione. In tal caso gioca l’ossessione o l’ego smisurato che punta a fare di quella posizione lo scopo della vita.

C’è chi farebbe di tutto per non trovarsi coinvolto. Forse per mancanza di autostima o per pura modestia. O anche per scelta, trovando in altre dimensioni il valore di sé.

Eppure, spesso è la situazione a guidare gli eventi, spesso sono le circostanze che ti portano, obtorto collo, ad essere al centro.

È un po’ come essere soli sopra un palcoscenico, recitare un copione – non sempre studiato – e assorbire gli sguardi di tutti, sapendo che quegli sguardi sono anche giudizi, e non necessariamente favorevoli.

Ho amato anche io vivere l’esperienza di essere al centro, e anche io ho sentito la tensione emotiva di rischiare il giudizio altrui. Ho avuto quasi sempre la tentazione di rifuggire l’occasione e posso dire oggi di non essere mai scappato anche se restare mi è costato molto.

Nelle mie passeggiate, guarda caso nei boschi che amo ove trovo pace, tranquillità e centratura personale, mi agganciano dettagli naturali che si aggiungono al silenzio o ai rumori graditi dell’aria tra le foglie, dei cicalii sconosciuti, del gracchiare di qualche cornacchia, dei rami secchi che stridono nell’essere calpestati, dei canti di uccelli sconosciuti che riposano momentaneamente sui rami degli abeti, mi capita di agganciare io (o di essere agganciato?) speciali simboli naturali che nel loro essere e stare dicono molto a noi umani, se solo sappiamo riconoscerne il messaggio.

Mi sanno tanto di psicologia queste riflessioni. È vero, ma resta il fatto che la bellezza è sempre davanti i nostri occhi e mi pare che talvolta facciamo di tutto per non vederla e per non goderne.

Per esempio è il caso dei ciclamini che nel bosco si dovrebbero trovare in grande quantità e che si sono diradati negli ultimi anni.

Proprio per questo il ciclamino si trova spesso anche da solo e in luoghi tutt’altro che accessibili. Nel linguaggio dei fiori esso rappresenterebbe forza, rinascita, ma anche rinuncia e resilienza, per la sua capacità di vivere anche in condizioni proibitive o in spazi improbabili.

Mi è capitato spesso di incontrarlo quest’anno, e ogni volta mi ha suggerito elementi di bellezza. Utili alle relazioni, ai comportamenti e al vivere sociale.

Per esempio: si può anche essere al centro dell’attenzione, ma si può vivere la circostanza con umiltà e serenità, con misura e provvisorietà, lasciando andare le spinte egocentriche e dando spazio all’autenticità e al rispetto.

Anche questo fiore rappresenta un simbolo assai significativo, nel suo esserci ma con delicatezza, senza mai imporsi a tutti i costi, adattandosi al terreno esistente, facendo gruppo con altri simili, oppure crescendo in solitudine, magari in terreno accidentato.

Come che sia, si parla del ciclamino che è una specie protetta e che sarà perennemente il principino del bosco.

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Citazione: Frase di Fabrizio Caramagna;

Immagini: Ciclamini by GiFa2025


La casetta nel bosco

Ricordiamo il nostro posto sicuro … e con esso ciò che è, grazie a ciò che è stato.

Erano anni bellissimi. Tutti presenti dai neonati alle nonne. Generazioni non a confronto ma insieme per voglia di farlo, di condividere, di esserci, di fare famiglia.

Non lo facevamo spesso, ma quelle poche volte che c’incontravamo, solitamente in montagna nei pressi del bosco e d’estate, fuori da ogni inquinamento sonoro e d’aria, ci sentivamo uniti, sereni e inseriti in un vero angolo di pace, quello che oggi qualcuno chiamerebbe “borgo del respiro”.

Gli abeti ci facevano da contorno e ci riparavamo nelle ore di sole, quando cominciavamo a predisporre la “cucina da campo”.

Da seduti, ma anche stando in piedi, i fili d’erba più cresciuti ci solleticavano le gambe nude. Qualche gruppo di ciclamini ci ricordava che eravamo in un posto speciale, ma non ci impediva di predisporre tutti insieme un mega tavolo da dedicare all’arte della cucina alla boscaiola.

Quest’ultima era fatta di vari tipi di cibarie perché in questi casi non si faceva qualcosa stile l’apericena, ma si gustava qualche biscotto salato e si brindava con un buon bianco secco o con un analcolico e con tante risate, in modo da ben disporci ai numerosi assaggi successivi e in particolare al piatto forte: la carne ai ferri che alcuni di noi, pochi per la verità, si candidavano a grigliare su imponenti barbecue disponibili a tutti e per chi desiderava vivere un pic-nic in libertà. C’era anche chi arrivava sul posto due ore prima dell’ora fissata per il ritrovo, per non rischiare il trovare gli spazi già occupati. Ed era il caso nostro.

Eravamo tutti molto in confidenza, ma nel ritrovarci c’era sempre quella fase in cui si capiva bene quando cominciavano i convenevoli, ma non era mai chiaro quando sarebbero finiti. Se ci avessero filmato ne sarebbe scaturito un ottimo lungometraggio da far invidia agli sceneggiatori della Disney. E rimanendo nella cinematografia, certe scene avrebbero ricordato per la bizzarria le interpretazioni della Bruni Tedeschi.

La scelta delle cibarie non seguiva un preciso filo conduttore. Infatti, nonostante gli accordi preliminari, aventi lo scopo di facilitare il convegno, alla fine ognuno si organizzava secondo le proprie ispirazioni e questo ci portava a rendere la fase “mangiatoia” come la chiamavamo, complicata, intensa, variegata e tutt’altro che leggera.

Non mi è mai stato chiaro come siamo sempre riusciti a finire tutte le riserve alimentari.

La parte più esilarante riguardava la preparazione dei tavolini su cui appoggiarsi e le seggioline tutte diverse una dall’altra. Non mancava nulla. Mai che succedesse che si dimenticasse una forchetta o un altro attrezzo utile, tanto era l’entusiasmo che portava ad una meticolosa preparazione tecnica dei nostri convegni.

A ben vedere non eravamo tantissimi, ma il numero era secondario rispetto al “momento famiglia” che vivevamo. Un momento che significava tante cose, soprattutto il clima di intimità, condivisione, desiderio di raccontarci fatti antichi o recenti, ognuno con la sua carica interna di mettere in mezzo al gruppo storie importanti o anche semplicemente divertenti.

Si finiva con il caffè, scrupolosamente preparato a casa e custodito in comodi térmos per darci la sensazione di gustarlo come fosse appena fatto. Per qualcuno c’era anche la correzione a parte, come si usava dire.

Ad un certo punto i discorsi rallentavano coerentemente con l’aumentare dell’incapacità a restare svegli, anche se c’era chi proseguiva nei suoi racconti e pareva non esaurire mai la benzina.

Alcuni facevano subito a gara per mettere su lettini improvvisati i bimbi che “dovevano” fare il sonnellino pomeridiano.

Momenti e contesto decisamente fondamentali che davano ai bambini il loro spazio di riposo, alle madri il respiro dalle incombenze impegnative, come a tutti è noto, ai nonni e zii di proseguire nelle discussioni e alle nonne di riordinare quello che non serviva riordinare visto che eravamo tutti all’aperto, quasi dentro nel bosco. Ma a quel punto bisognava rendersi utili e quindi c’era da riordinare …

Diversamente dai nonni e dagli zii che insistevano nelle discussioni, noi, che eravamo padri moderni …, desideravamo appoggiarci nei materassini di fortuna, vicino ai bambini quasi dormienti per far loro una silenziosa custodia protettiva.

Era una sfida, ma si sapeva che il sonno avrebbe presto conquistato i nostri pargoli e questo ci avrebbe permesso, zitti zitti, di seguirli nel mondo boschivo di Morfeo.

Ci fu un anno, in cui praticammo il convegno familiare un po’ più su, più addentro nel bosco, nei pressi di una vecchia casetta fatta di pietre, a relativamente poca distanza dalla zona barbecue. Era uno spazio che ricordava favole, vicende magiche, ma anche storie di vecchie feste e tradizionali ritrovi. Anche un noto scrittore ne scrisse in un suo famoso romanzo. (*)

Allora l’erba sfoltita, gli abeti intorno, i faggi, i ciclamini e i gruppi di lamponi ci facevano da cornice. Ci rilassammo un mondo. Era un piccolo paradiso di pace e serenità. I bimbi al loro risveglio correvano avanti indietro dalla nostra postazione alla casetta così come è oggi, anche se tutto intorno la natura ha preso ampi spazi, mentre sono state tagliate molte piante storiche e l’erba cresce disordinata.

E la casetta comincia a celarsi anche se ancora si riesce ad intravederla tra i cespugli e le altre piante selvatiche che hanno preso piede negli ultimi anni.

Passeggiando, in questi giorni, vicino alla casetta nel bosco, sono riandato a tanti ricordi come quelli descritti e a molti altri momenti.

C’è stata vita in quei posti, che sono cambiati, si sono trasformati, in parte modificati per il tempo che passa – come successo anche a noi -, per l’abbandono o per le intemperie spesso sconvolgenti, ma che si sono anche rigenerati, perché tutto rinasce. Il bello è che ci siamo stati anche noi, e che siamo stati bene insieme in quella natura.

Purtroppo, tante delle persone che si univano a noi per stare insieme in alcuni angoli del borgo del respiro, per partecipare a convegni familiari, ai barbecue e a quei momenti di pura felicità, non sono più tra noi.

È anche per questo che passare vicino alla casetta nel bosco è ogni volta come tornare a casa.

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Immagini: Il chiosco nel bosco – by GiFa2025

Note: (*) Rif. a Piccolo mondo moderno di Antonio Fogazzaro


I girasoli

Un inno alla vitalità della natura –

Guarda sempre il lato positivo della vita, proprio come un girasole guarda il sole, non le nuvole.

Tutti gli anni, in estate, tornando verso casa, mi capita spesso di osservare lungo il tragitto, nel mese di luglio, a dispetto di un territorio invaso dall’edilizia, alcuni bei campi coltivati e tra questi alcuni campi di girasole.

È sempre un beneficio per la vista, non solo per il panorama, soprattutto per la bellezza che viene espressa. Lo disse bene un grande della pittura, che dipinse i girasoli, che quanto esprimono è un inno alla vitalità della natura. (1)

Per me è sempre una nuova scoperta. Non so perché, ma la presenza di questi bellissimi fiori nella zona in cui sono coltivati mi pare straordinaria, sorprendente.

Quest’anno, probabilmente a seguito del caldissimo giugno, mese anche molto secco, un primo grande campo si è presentato “bruciato”. La mancanza d’acqua ha sicuramente fatto soccombere le tantissime piante e vederle così a testa in giù o distese a terra, moribonde se non già senza vita, è stato veramente triste.

Dalla tristezza alla gioia nel vedere un campo successivo pieno, più contenuto ma circondato da uno scenario di verdi variegati, posto appena un po’ più in alto perché ai piedi di una collina, pieno e ricco di girasoli con la testolina giallissima che ti guarda ma che è già pronta a girare.

E oltre all’aspetto particolare ed originale, è proprio questa prontezza a girarsi che fa del girasole una pianta speciale. La Treccani dice che si tratta di Erba annua, originaria del Perù, oggi coltivata in tutte le regioni tropicali e temperate: ha fusti robusti, semplici o ramificati, alti anche più di tre metri, foglie grandi, cuoriformi, ruvide, capolini del diametro da 15 a 30 cm con fiori gialli e achenî commestibili; da questi si estrae per pressione a caldo l’olio, liquido inodoro, incolore o giallino, insipido che contiene soprattutto gliceridi, usato per l’alimentazione e per usi industriali (vernici, saponi). Caratteristica di questa pianta è il continuo disporsi, nei primordi della fioritura, dei peduncoli dell’infiorescenza verso la maggiore illuminazione, da cui il nome. (2)

Come che sia, il girasole ci dà un messaggio ben preciso e sta a noi coglierlo e prenderlo in considerazione: è meglio guardare sempre il lato positivo delle cose, proprio come il fiore guarda sempre il sole, non le nuvole.

La sua simbologia viene da lontano. Il girasole è anche conosciuto col nome scientifico di helianthus che significa mi rivolgo al sole perché già nell’antichità questo fiore era associato al sole e si era notato che il girasole segue il sole durante tutto il correre del giorno fino al tramonto. (3)

In effetti, nel girasole, avviene il fenomeno suddetto che si chiama eliotropismo: il girasole muove sempre il suo capolino – la corolla del fiore stesso – in direzione del sole durante i vari momenti del giorno.

Insomma, in questa circostanza, con la visione di due scenari differenti, dopo la tristezza per il campo devastato dalla siccità e dopo la gioia per il campo florido di fiori, che dire?

Beh! È proprio vero, forse i girasoli sono anche come i nostri progetti, alcuni non vanno avanti, restano sulla carta o vengono accantonati; altri invece progrediscono e si sviluppano bene quando meno ce lo aspettiamo.

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Citazioni: detti di Vincent W. Van Gogh e di Helen Keller;

Immagini: campo di girasoli by GiFa2025;

Note: (1) detto di Vincent W. Van Gogh; (2) da https://www.treccani.it/vocabolario/girasole/; (3) da https://www.interflora.it/linguaggiodelgirasole.


Lampo di memoria

E oggi non chiedo altro!

Sentiero nascosto, conosciuto.
Immerso nel silenzio e che parla di un bosco tagliato da poco.
Evidenti dalle parti grossi tronchi amputati.
Raccolti in disordine.
Ben visibili anche grossi cespugli di more potati a dare importanza al passaggio.
Ecco un profumo ricco e dolce che allieta le narici.
Aroma di resina fresca che si dona ovunque.
Silenzio imponente di cui si sente il rumore.
Neanche un piccolo passero a fare i versi.
Neanche una foglia mossa dall’aria.
Neanche un lontano scricchiolio di passi.
Neanche un vicino respiro viandante.
Vuoto pieno.
Passi lenti, misurati.
Giochi indescrivili di chiaroscuri.
Ed ecco un lampo di memoria, un ricordo lontano.

Che si fa prossimo.
Ricordo di sentieri muti alle pendici di un monte umbro.
E io sento una bella apparente solitudine.
Quella di allora.

Il tempo pare sospeso come non ci fosse più tempo.
E oggi non chiedo altro.

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Citazione: dal teasto in versi;

Immagini: da sentiero Boscati Tonezza del Cimone (Vi) by GiFa2025.


Profit non profit

Consapevolezza!

Con uno sguardo qui, vicino, tra noi, ma anche con uno sguardo aperto al mondo, a terre lontane e al mare aperto.

Lo sappiamo tutti, l’abbiamo capito e ce lo ripetiamo in continuazione.

Le nostre vite ruotano quasi sempre attorno al profitto.

Uno scopo che “provoca in alternanza avarizia e distacco verso l’uomo”, verso l’umanità.

“Per ironia, questo inseguirsi ci fa credere che saremo più felici, ricchi, famosi, appagati, mentre invece ci fa infelici, soli e alienati”.

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Immagine: Businessman by Geralt of Pixabay

Spunto: da scritti di Steve DeMasco raccolti in Risvegli a cura di Danielle e Olivier Follmi – L’Ippocampo


Chiamala solitudine

Basterebbe un semplice sorriso, la magia di un istante di benessere per far svanire la solitudine.

Certi momenti arrivano per tutti e si è soli.
Veramente soli.
Chiamala solitudine, ma lei non ti ascolta.

Sensazione di vuoto tutt’intorno.
Voglia di scappare, verso dove e verso chi?
Chiamala solitudine, ma lei non ti lascia.

Ci si sente soli anche se siamo in compagnia.
È un po’ come in natura, certe creature.
Chiamala solitudine, ma lei non ti parla.

Si sta …
E si sta insieme da soli, sugli alberi come certi uccelli.
Chiamala solitudine, ma lei non ti vuole.

Certi momenti ti invadono e si è soli.
Oltre a sentirsi soli.
Chiamala solitudine, ma lei non risponde e non se ne va.

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Immagine: Uccelli by GiFa 2025

Citazione: tratta dal commento in https://libreriamo.it/poesie/desiderio-damore-alda-merini-poesia/


Il profumo delle piante di pomodoro

Profumi e fragranze d’orto

Oggi mi dedico ad una piccola evidenza naturalistica, meglio ortofruttifera.

Anticipo che quanto da me ben apprezzato per molti altri non lo sarà altrettanto. Lo so.

Se c’è una cosa che mi piace, nel grande miscuglio di odori, aromi e profumi estivi, è il profumo inebriante delle piante di pomodoro. Ancor di più il profumo delle piante di pomodorini che qualcuno si ostina a chiamare ciliegini.

Si dice venga emanato dalle foglie delle piante, ma in realtà, ho le prove anche quest’anno, il profumo arriva soprattutto dai gambi delle piante.

Durante gli usuali esperimenti ortofruttiferi di famiglia, abbiamo coltivato delle piante di pomodoro classico (neanche classico va bene …) a fianco a piante di pomodorini a grappolo (neanche a grappolo mi pare appropriato …).

Finora si sono ben sviluppati i gambi e le foglie, mentre i frutti arriveranno tra breve, speriamo in abbondanza.

Ed è percettibile da vicino l’aroma stupendo inviato dalle piante. Provo a descriverlo, nel mio sentire, anche se lo ritengo difficile. È una miscela di erbe e altro che risulta assai stimolante e che mi attrae. Forse è anche un misto di fiori e di frutti. Mi richiama ruvidezza con tratti, a ben sentire, di incenso e di ribes rosso. Infatti sento il pungente e l’aspro. In ogni caso è un’esperienza che mi provoca gioia, allegria ed entusiasmo.

Nel web (*) spiegano che il profumo non proviene dal frutto della pianta di pomodoro, ma viene rilasciato dai gambi e dalle loro ramificazioni. Infatti, sui gambi ci sono dei piccoli peli che, per difendere la pianta dai parassiti, producono degli oli essenziali. È per tale motivo che i pomodorini a grappolo o ciliegini, che vengono venduti con i loro gambi, profumano molto di più rispetto ai pomodori classici che vengono venduti generalmente senza gambo.

Una cosa è certa, l’attesa è per la micro-produzione di pomodori e pomodorini che fa sempre piacere, ma per me conta di più godere quotidianamente di questi aromi. Specialmente il mattino, anche per notare come varia il profumo se la notte è stata piovosa oppure no.

Un altro motivo per essere grati.

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Citazione: spunti da https://beautyscenario.com/fragrances/

Immagine: Tomato by Urszula of Pixabay

Note: (*) da https://www.consumer.bz.it/it/da-dove-viene-laroma-dei-pomodori


Silenzio sonoro

Il pettirosso annuncia l’arrivo della stagione fredda e della neve. Simbolo della vita che resiste all’inverno, di rinascita e di rinnovamento, il pettirosso porta con sè speranza, ottimismo, buoni auspici per l’anno nuovo …

In molte località montane, anche nelle nostre zone (1), è possibile incontrare o osservare il pettirosso, un piccolo uccello noto per il suo caratteristico piumaggio rosso-arancio su petto. Anche il suo canto è particolare. È fatto di un tic sonoro o di una serie di tic-ic-ic-ic e può essere udito ormai durante tutto l’arco dell’anno. Non più soltanto d’inverno. Qui, in montagna, permane una ricca biodiversità, compresa la presenza di questa specie di uccello. Il pettirosso (2) è un uccello piccolo e tondo, con grandi occhi espressivi, lungo fino a circa 14 cm. Il suo dorso è solitamente bruno-oliva, il ventre bianco, e le zampe sottili e rossicce. Il pettirosso è facilmente riconoscibile per la sua macchia rosso-arancio su petto e faccia, presente sia nei maschi che nelle femmine. Il suo canto è caratterizzato da note malinconiche e frizzanti (3). 

Boh! Sarà così. Resta il fatto che il suo svolazzare mai incerto, mai lento e mai casuale, si presenta come una costante di tutto rispetto. I suoi voli ti colgono di sorpresa, passandoti all’improvviso a 50 cm dal viso ad una velocità che supera i limiti di centro abitato. I suoi giochi amorosi, così sembrano, attirano l’attenzione e dimostrano le sue capacità atletiche nel volo creativo di coppia. I suoi trasferimenti da una pianta all’altra evidenziano la sua grande adattabilità e la sua sicurezza ambientale. Senso di libertà?

Quel che mi sorprende oltre ogni misura è la sua capacità canora. Un canto che invade ogni spazio e al contempo consacra il significato e il valore della calma e del silenzio.

In tempi in cui – specialmente durante le vacanze – si fatica a stare fermi e zitti, in silenzio mantenendosi calmi, l’ascolto di questi veri e propri concerti aiuta molto. È qualcosa di miracoloso che ti permette di fare il vuoto dentro di te, di mollare le menate (4) e di fare deserto intorno e dentro di te.

L’amico pettirosso non è più l’amico d’inverno, ma è un esserino che promette bel tempo ogni giorno dell’anno, che ci sia sole oppure no, alla faccia di chi si lamenta sempre e di chi vede solo il bicchiere mezzo vuoto. E il suo canto, se ben ascoltato, invita alla speranza e all’ottimismo.

Sì, è l’emblema di rinascita e di rinnovamento, in quanto simbolo della vita che resiste alle avversità.

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Citazione: da intitolazione alla scultura Il pettirosso, presso Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi)

Immagini: Robin by Jon Pauling of Pixabay (in evidenza) e Il pettirosso – foto GiFa2025: due dei punti di vista da Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi) (a piè di pagina)

Note: (1) Alto Vicentino – Vicenza (Veneto); (2) Passeriforme Erithacus rubecula; (3) Dettagli da Wikipedia e dal web; (4) Espressione che è un invito a smettere di preoccuparsi eccessivamente e a dedicarsi a qualcosa di più leggero e piacevole, come il canto. L’espressione “menate” in questo contesto si riferisce a pensieri negativi, ansie o problemi che occupano la mente e impediscono di godersi il momento presente. Il canto, invece, è visto come un’attività liberatoria, che può portare gioia e benessere. Espressione presa da Musica ribelle di Eugenio Finardi.


Natura morta?

Ritorniamo

Giorni di vento e d'intemperie quasi inaspettate.
Poi, erba calda troppo cresciuta che si raffredda, invadente e fastidiosa.
Macerata e odorosa di qualche fiore ormai appassito ma riconoscibile.
Ecco, è ormai raccolta l’erbaccia con un po’ di fieno e di steli che fan paglia.
Rimanenze inutili che infestano anche quando non servono più.
È finito questo giro, ma il ciclo riparte, come per ogni cosa.
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Immagine: Natura morta? by GiFa2025


Invecchiare …

Già, è così … sta succedendo!

Non passa giorno che non me ne accorga. Incontri, letture, ascolto di persone, annunci e avvisi, anche battute.

E non rifuggo la realtà, l’accompagno, perché va bene così, cerco di riempire di valore il tempo e lo spazio che ogni giorno mi sono dati di vivere.

E, aiutandomi, penso, rifletto e prego. E agisco …

Di recente lo faccio spesso recuperando le parole di un noto operatore sociale (*) che non è più tra noi, che ho fatto mie perché, guardando bene, la vita ci prepara al “distacco” e lo fa aiutando a distaccarci in varie occasioni, anche le meno immaginabili.

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Signore, insegnami a invecchiare!

Convincimi che la comunità non compie alcun torto verso di me, se mi va esonerando da responsabilità, se non mi chiede più pareri, se ha indicato altri a subentrare al mio posto.

Togli da me l’orgoglio dell’esperienza fatta, il senso della mia indispensabilità.

Che io colga, in questo graduale distacco dalle cose, unicamente la legge del tempo, e avverta in questo avvicendamento di compiti una delle espressioni più interessanti della vita che si rinnova sotto l’impulso della tua Provvidenza.

Fa’, o Signore, che io riesca ancora utile al mondo, contribuendo con l’ottimismo, e la preghiera, alla gioia e al coraggio di chi è di turno nella responsabilità, senza rimpianti sul passato, facendo delle sofferenze umane un dono di riparazione sociale.

Che la mia uscita dal campo di azione sia semplice e naturale come un felice tramonto di sole . (**)

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Immagine: Sunset by Pixabay

Note: (*) Livio Labor, figura centrale nella storia del Paese e in quella delle Acli, di cui fu presidente dal 1961 al 1969. È stato un politico, giornalista e sindacalista italiano. Membro della Compagnia di San Paolo e della Democrazia Cristiana, divenne in seguito senatore della Repubblica per il Partito Socialista Italiano.

(**) Preghiera scritta da Livio Labor.


Ricordo di Rinetta

Rinetta

Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano ma sono dovunque noi siamo

Ci siamo. Te ne sei andata, sei partita oggi in punta di piedi.

Solo poche ore fa eri già in procinto di farlo, e noi qui vicino a te ad accompagnarti nell’unico modo possibile. Attesa strana di congiunti che ti hanno amato e ti amano, consapevoli che il distacco fisico si stava manifestando.

Il tuo respiro era sempre più lento e diradato. Sembrava che tu stessi dormendo, ma in realtà eri qui presente in modalità “non cosciente” per effetto dei farmaci e il tuo fisico richiedeva aria, anche se avevamo capito che sarebbero state le ultime tue necessità.

Caterina, per tutti Rina, ma per me Rinetta!

Sì, perché il tuo viaggio nella vita è stato intenso e prolungato, toccando ben oltre quota 96. Non più raro ma non così per tanti.

Hai avuto una vita in cui hai provato sofferenze, non tutte note, ma in cui hai provato anche gioie, tante gioie, quelle a noi ben note.

Non hai potuto avere figli e ti sei dedicata con Carlo, il maestro tuo marito, agli altri lasciando sempre la tua porta di casa aperta a chiunque chiedesse di entrare anche solo per un caffè o un breve dialogo.

Sei stata circondata sempre da molte persone e lo sei anche ora nella evidente e sempre triste modalità del distacco e dell’addio.

I sentimenti tristi si possono diradare se pensiamo che hai avuto una vita piena, intensa e anche felice pur con le inevitabili difficoltà sopraggiunte soprattutto con la morte di Carlo, i distacchi successivi e gli inevitabili problemi di salute.

Del resto è privilegio dell’età avanzata poter arrischiarsi su pendii ripidi e scivolosi che non garantiscono di affrancarsi da acciacchi e malanni nonché dalla probabile perché inevitabile solitudine.

A far data da oggi, non ci sarà più la Rina ad aprirci la porta con il suo consueto sorriso di benvenuto.

Io ricorderò sempre Rinetta che, ancorché “forte come una roccia” o “punto di riferimento” della sua famiglia allargata, donna d’altri tempi, moderna e al contempo tradizionale, sensibile e al contempo orgogliosa, aperta e al contempo ferma nelle proprie convinzioni, ha sempre ricercato affetto, tenerezza e amore, non nascondendo la propria umana fragilità in ogni caloroso abbraccio.

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Citazione: da Frasi sulla morte di S. Agostino

Immagine: con Rinetta in località Laghi – 2018 – repertorio GiFa


Caro Gesù …

…  complicato immaginare quali auguri sperare di fare o ricevere quest’anno, visto che da mesi accadono cose un po’ fuori dalla “grazia di Dio” …

Concordo appieno su quanto scrivono, provocatoriamente, i redattori di Edizioni La Meridiana nel pezzo “augurale” della “vigilia”. Sono riflessioni ormai diffuse che ci trovano sempre più nell’incertezza della storica domanda: che fare? – ma al contempo nella certezza del reiterato senso di prospettiva: sentirsi portati verso un presente migliore. Ecco il testo come pubblicato.

Caro Gesù Bambino, c’è una questione di una gravità mostruosa per la quale verrebbe da dire che la grotta in cui sei nato puoi rapportarla a una Spa dei nostri giorni. Lì, almeno, il calore e l’ospitalità di chi venne a trovarti l’hai ricevuta. Per quelli per cui oggi non c’è posto, ci siamo inventati un sistema di accoglienza che esporta le persone. Qualcuno per difenderlo parla di ‘modello che tutti ci invidiano’ e, rispetto ai costi elevatissimi di una operazione disumana, si attarda in giustificazioni che chiedono le attenuanti per questa ‘fase sperimentale’, promettendo un futuro non ben precisato in cui questo sistema ‘funzionerà’. Di certo la cosa non era nei tuoi desiderata quando hai pensato di imbarcarti nell’avventura dell’incarnazione per insegnarci i due comandamenti più grandi. Quindi, in tema di accoglienza, a te è andata meglio. 

Anche a Maria e Giuseppe è andata tutto sommato bene: mettendoti al mondo, infatti, non si sono macchiati di un reato universale. Allora non si parlava di maternità surrogata. Ma in fondo tuo Padre, che poi sei anche tu, non aveva forse preso, senza nemmeno chiedere il permesso, l’utero di Maria per farti venire al mondo? 

C’è poi la questione della guerra, che non è una novità. Anche chi aspettava te immaginava saresti stato il più grande tra tutti i re, capace di spazzare via i nemici. Un Dio guerriero è sempre preferibile a un principe della pace. Ma questa cosa della guerra ci è proprio sfuggita di mano. Gli interessi economici sono alti, come anche altissimi sono i numeri dei bambini che stanno morendo: pezzi di futuro che stiamo perdendo uno dopo l’altro. A confronto, i numeri della strage degli innocenti di Erode sono quisquiglie. 

A guardarci intorno, verrebbe da dire che potevi risparmiarti la tua venuta e quei trentatré anni a dirci e a mostrarci che la vera forza sta nell’accogliere l’altro, nel rimettere la spada nel fodero, nell’implorarci di farci come bambini e non di ammazzare i bambini.

Non ci siamo. Ci siamo persi e ti abbiamo perso. 

Fai così: quest’anno metti a riposo gli angeli, i pastori, le pecorelle, i magi. Prenditi una pausa. Perché se qualcosa è andato storto di certo a sbagliare per primi siamo stati noi, tuoi discepoli, riducendo il Vangelo alla favola bella per mandare a letto i bambini che attendono Babbo Natale e i suoi ricchi doni.

Aspettaci …

Aspettaci dopo le Feste per accompagnarci, da pellegrini di Speranza, in un anno giubilare nel quale magari qualche metanoia alla luce del tuo Vangelo riusciamo a compierla.

Riposati, e poi torna a incalzarci. Ecco l’unico augurio che, questo Natale, sentiamo di fare e farci.

Redazione edizioni la meridiana
elvira, norina, isidoro, antonio, marilena, donatella, linda, cinzia, paola, eleonora, isa

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Citazione e testo riprodotto: da https://lameridiana.us3.list-manage.com/track/click?u=6e318395b22e5ee134cd9ab06&id=6a8def4ef4&e=ac3e4a7504

Immagine: Natività dal web


Parole per Natale

Je te donne des mots …

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Immagine: Abbracci da Milanotoday.it

Testo: versi adattati dall’autore presi dal brano Je te lasserai des mots di Patrick Watson


Occhi+

Hai gli occhi più grandi della bocca …

La citazione è nota, ma per me l’autrice è mia madre, visto quanto me lo ripeteva.

E sul concetto c’è anche molto da dire.

Se fosse un nuovo prodotto o una nuova app, per effetto di una revisione anche soltanto estetica, si chiamerebbe occhiplus, meglio occhi+. Se fosse un nuovo software o programma televisivo occhipremium.

Invece si tratta di un fenomeno illustrato da un vecchio detto popolare, a me molto familiare anche oggi. Altro che gioco di immaginazione. E’ una frase che racchiude in sé integralmente situazione-immagine-desiderio, in una interpretazione, sia da parte di chi la pronuncia sia di chi se la sente rivolgere, che va oltre le battute, le definizioni e le denunce o i semplici aspetti descrittivi.

Non ci sono un titolo o un’esclamazione, c’è ben di più: proviamo a ripeterla ad occhi chiusi … Hai gli occhi più grandi della bocca.

A me non accade più tanto spesso, ma accade.

Mi ritrovo in situazioni nelle quali mi sento a mio agio, ma che mi riportano alla mente quella frase detta spesso un tempo da mia mamma, alla quale seguiva sempre un grandissimo sorriso, quasi a giustificare il misfatto.

E quale era il misfatto? Anzi quale è ancora oggi il misfatto?

Si tratta di situazioni in cui, trovandomi dinnanzi ad un piatto particolarmente appetibile, assalito da un certo languore, ma diciamolo non è veramente tale, e soprattutto da una certa spinta interiore che è più una pulsione, una voglia, mi ritrovo a aggredire il piatto e a mangiarne il contenuto con un approccio non stop.

Di solito la frase in evidenza è rivolta ad una persona che ritiene di avere un grande appetito e poi lascia nel piatto buona parte del cibo che ha voluto. 

Non è il mio caso, perché in alcune situazioni non abbandono assolutamente il cibo, anzi non disdegnerei per talune pietanze di accogliere bis e tris.

Qualche volta questo comportamento, se da un lato mi ha dato grandi soddisfazioni, dall’altro mi ha creato qualche malessere fisico.

Un po’ tale circostanza e un po’ l’essermi reso conto che si può esaltare la qualità a scapito della quantità, mi hanno reso più equilibrato nella gestione dei desideri personali.

Non ho ancora raggiunto un equilibrio perfetto, ma posso dire che il ricordo di quella frase mi aiuta a ricercarlo con il sorriso, immaginando i miei occhi di bambino che sono più grandi della mia bocca.

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Immagine: adattamento di foto di repertorio dell’autore


Taicun

Detto anche “magnate” …

Considero difficile tacere, fingere non sia successo nulla. Impensabile è per me tenere una distanza che dovrebbe essere eccessiva per mandare agevolmente giù l’amaro boccone. Eppure osservando il mondo, vicino e lontano, pare sia tutto come prima o quasi.

Ma andiamo con ordine.

Nel titolo ho riportato una delle traduzioni originali di “tycoon “, il termine molto usato, tra i tanti, per definire un ricco imprenditore o possidente. Mentre nel sotto titolo una delle traduzioni italiane. E viene subito alla mente a chi ci si può riferire, visto che negli ultimi anni il termine inglese è stato assegnato ad un ricchissimo quanto discusso uomo americano. Un personaggio che in questi giorni novembrini fa già parlare oltremodo di sé. Un politicante che non conosce la sconfitta e non conosce la vittoria (altrui). Se c’è vittoria che conta è solamente la sua personale.

Un uomo come chiunque di noi, se non fosse altro che, ricchissimo appunto, è divenuto dominatore, influenzatore e manipolatore di persone, popoli e governi. Ottenendo un potere di fatto quasi assoluto. E il suo “successo”, ma credo che la parola sia posta malamente, è da tempo divenuto ed è tuttora riferimento, modello, esempio e stile da copiare per molti altri “ominicchi” che puntano, e si illudono a mio parere, di bissare i suoi risultati.

Ma torniamo alla definizione.

Il termine citato pare derivare dal giapponese taicun, a sua volta dal cinese, indicava in origine un titolo onorifico assegnato a governanti privi di discendenza imperiale, con il significato di “grande signore” o “comandante supremo”.

Nel nostro caso, escluderei il primo, mentre non avrei dubbi, purtroppo, sul secondo.

Perché?

Perché è troppo facile vincere con i soldi e cavalcando smisuratamente il malcontento di turno. E mi basta questo.

La stampa ha dato varie letture sullo strapotere dichiarato del personaggio in modo prevalentemente autoreferenziale:

… Privo di mezze misure, spietato come un nababbo del primo Novecento la cui ricchezza smisurata si accompagnava allo spregiudicato sfruttamento di ogni risorsa possibile (naturale, finanziaria, umana), aggressivo e irrispettoso nei confronti delle donne, dei disabili, dei meno fortunati, dei poveri, degli emarginati come di chiunque gli fosse avversario, …

Stiamo vivendo il tempo della non politica o, meglio della fine della politica. Viviamo gli anni, inevitabili, del più forte che schiaccia il più debole.

Osserviamo l’enfasi del trasformismo sfacciato, c’è la fila di tanti che si inchinano al comandante supremo.

E l’Italia? Beh, siamo tra i migliori.

Una cosa è certa. Sentiamo la mancanza sempre più evidente non di un comandante supremo ma di una “grande signore”, che ci sappia guidare veramente, da vero uomo politico e non da politicante, che punti all’interesse comune non a parole (al riguardo non ci sono più neanche quelle) ma a fatti concreti. Più vera politica – che manca – e molto meno propaganda – che sovrabbonda.

Mi piace riportare uno scritto di un uomo che fu presidente degli Usa, nel bene e nel male, ma che seppe guidare una grande comunità in tempi difficili, osando e ispirando (T. Roosevelt):

Non è colui che critica a contare, né colui che indica quando gli altri inciampano o che commenta come una certa azione si sarebbe dovuta compiere meglio. L’onore spetta all’uomo nell’arena. L’uomo il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore e dal sangue. L’uomo che lotta con coraggio, che sbaglia ripetutamente, sapendo che non c’è impresa degna di questo nome che sia priva di errori e mancanze. L’uomo che dedica tutto sé stesso al raggiungimento di un obiettivo, che sa entusiasmarsi e impegnarsi fino in fondo e che si spende per una causa giusta. L’uomo che, quando le cose vanno bene, conosce finalmente il trionfo delle grandi conquiste e che, quando le cose vanno male, cade sapendo di aver osato. Quest’uomo non avrà mai un posto accanto a quelle anime mediocri che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta.

Meditiamo, meditiamo e non solo.

Ma quale tycoon?

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Immagini: in evidenza Rooster by Pixabay – Teddy Roosevelt by Fondazione Italia Usa

Riferimenti nel testo: Wikipedia – https://italiausa.org/lamerica-e-gli-americani-secondo-teddy-roosevelt/ – Avvenire.it


Orrido ma bello …

Si dice orrido di una cosa o situazione come anche di un posto che sarebbe bruttissimo, orribile, orrendo, orripilante, raccapricciante, terrificante, spaventoso, terribile, macabro … Può essere invece tale “orrido” un posto bellissimo, avvenente, meraviglioso, ammirevole, stupendo, affascinante? La mia risposta è sì!

Orrido? No, grazie.

Dalle mie parti di montagna esiste un sito naturalistico di particolare interesse. Da anni lo frequento perché rappresenta un po’ uno dei miei posti preferiti per la bellezza e la tranquillità che vi si possono incontrare.

Esso è sia il punto di arrivo di un sentiero boschivo, sia il punto di partenza di un percorso storico naturalistico che conduce verso altri siti incontaminati, attraversando dapprima una zona detta delle antiche cave e poi una vasta area di faggi e abeti dal terreno quasi sempre ricoperto da un folto tappeto di foglie secche. Il paesaggio si caratterizza per la presenza di numerosi muretti a secco e di vecchie cave appunto che ormai sono quasi completamente interrate, e tutto questo sta a testimoniare come, un tempo, tale luogo rappresentasse un ricco centro di lavoro. Oggi stesso, quel sito è punto di arrivo per passeggiate quanto mai rigeneranti.

Proprio dove momentaneamente il sentiero si allarga, si apre un ampio palcoscenico in parte surreale. Esiste da qualche tempo una bellissima palizzata che fa da davanzale ad un panorama mozzafiato che propende subito verso la vallata sottostante detta di Riofreddo. Qualcuno ha scritto che è una valle quasi dimenticata nel bacino del Posina, piuttosto selvaggia, dove il bosco avanza tra gli antichi coltivi e le contrade abbandonate, arroccate su aspri pendii. Val di Riofreddo, appunto. Il nome richiama il clima fresco che si trova in questo angolo di Prealpi vicentine, dove d’inverno il sole si fa vedere soltanto poche ore durante il giorno.

Da sopra lo spettacolo è unico: la valle che si stringe sul torrente omonimo viene chiusa da ripidi versanti tra i quali primeggia alla vista lo scoglio del Monte Tormeno, che a sua volta la separa in due piccole valli disegnando una y.

A fronte di tutto ciò, anche il nostro punto panoramico, come molti altri, viene denominato diffusamente come l’”orrido”. Non viene assegnato un altro nome o un altro aggettivo. Soltanto l’”orrido”.

Ci hanno provato in epoca recente gli autori del cosiddetto “sentiero Fogazzariano”, che hanno giustamente assegnato al sito il nome di “Belvedere”, in quanto punto panoramico d’eccellenza.

E così sono evidenti i diversi punti di vista.

Dunque, tornando all’”orrido”, sappiamo che il significato secondo i dizionari è luogo dirupato, per lo più là dove un torrente è costretto a superare con una forra rocce resistenti, tra le quali le acque precipitano con fragore (Wikipedia) – Oppure che mette nell’animo un senso di orrore, di ribrezzo, di spavento, perché brutto, selvaggio, squallido, pauroso (Treccani).

Penso sia il caso che impariamo a usare meglio le parole, i nomi e le descrizioni. E che cerchiamo e troviamo miglior adattamento alle nuove condizioni che si vengono a creare.

Nel nostro caso si tratta di un dirupo. Un dirupo che in passato forse incuteva paura alle persone, e che è stato reso sicuro con una adeguata barriera in legno ben inserita nel contesto naturale e che permette una sosta proprio dove inizia il gran vuoto. Oggi prevale il senso di tranquillità, il gusto del silenzio, il rumore a tratti dell’aria che scuote rami e foglie. Prevalgono il gioco dei pensieri vaganti e lo sguardo che si perde nella bellezza della natura. Come detto all’inizio ci vado spesso in questo posto, da anni. Per me non è un “orrido” e mi piace l’enfasi Fogazzariana che lo ha battezzato “Belvedere”, ma a me piace di più, nonostante il salto nel vuoto che è lì davanti e ben presente, pensarlo con il nome che gli spetta da quando l’ho conosciuto: il mio “posto sicuro”.

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Citazione: da

Ora ti ascolto… e poi?. Storie e pensieri sull’arte dell’ascoltare di Gianni Faccin – Gedi 2022

Immagine: Belvedere by AnCa2021


I Giù

… quando il tempo non esiste

I Giù erano spesso insieme. Coniugi d’altri tempi si erano sposati giovani per quegli anni arroventati dalle guerre mondiali, e poi contrassegnati dai tristi e poverissimi dopoguerra. I Giù, Giuseppe e Giustina, si erano conosciuti alle feste di paese durante il primo dopoguerra. Erano gli anni venti, i cosiddetti “anni ruggenti” in America, ma in realtà, da noi, erano “anni bruciati”.

Lui amava festeggiare e andare al ballo di paese, alle sagre, che erano momenti di amara socializzazione che in tanti ricercavano per dimenticare le tragedie passate e quelle in corso. Festa, ballo e buon vino. Vi si recava con il suo primo amore, la sua Gilera, compagna di tante scorribande anche oltre il Vicentino. Giuseppe veniva da un comune oggi inesistente perché incorporato in un altro più grande: Magrè Vicentino. Giustina invece abitava con la famiglia a Lugo Vicentino. Entrambi nati negli ultimi anni del 1900, si conobbero e iniziarono a frequentarsi presto. Lei non ballava perché aveva un impedimento fisico ad una gamba, pare dalla nascita. Ma era partecipe di feste e sagre. Il loro incontrarsi divenne presto un amore intenso.

Qualche volta si racconta tra i familiari che un giorno Giuseppe, forse troppo allegro alla guida della moto, non si accorse di aver perso Giustina che stava seduta sul sedile posteriore. Per fortuna senza danni. Ad un certo punto se ne accorse e la recuperò.

Fu così che si sposarono e si stabilirono nella casa di lui, a Magrè, in quella che ancora oggi si chiama via Parafitta. Lui lavorava da meccanico ed era molto bravo. Lei si occupava della casa e della famiglia che subito si era capito sarebbe ben cresciuta. Infatti tra gli anni venti e trenta arrivarono quattro figli, solo il primo maschio. Poi tre femmine. Lei era brava nel cucito e nel cucinare.

Fu grande amore, e i nipoti ne fanno ancora tesoro.

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Immagine in evidenza: I Giù da repertorio fotografico di famiglia


Bellezza di un volatile della famiglia dei fagiani

Tec, tec, tec …

Il gallo cedrone e il suo cantare segreto

Proposta riguardante la natura, le emozioni, l’esistenza, la bellezza … e l’ascoltare.

Nel mio soggiornare in montagna, divenuto ormai consuetudine, trovo molte occasioni per rivisitare ricordi e racconti di un passato più o meno recente.

In effetti, posso contare anche su parecchio carteggio che è soggetto inevitabilmente – di volta in volta – al rischio di eliminazione oltre che di rimanere accantonato.

Tra i vari manoscritti e testi di un tempo lontano ho trovato questo racconto del 1977 scritto dal noto maestro di San Pietro Valdastico che essendo un caro parente ha ripetuto più volte anche a noi nipoti e pro-nipoti la storia dell’urogallo.

Il pezzo, pubblicato su una rivista locale, porta il titolo Il canto segreto del gallo cedrone. Mi piace molto questo breve racconto che, essendo io amante dell’ascoltare non solo della natura, mi riporta al mio/nostro bisogno di tendere l’orecchio, fare silenzio, accorgersi della bellezza, stare nel presente, essere grati …

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Il gallo cedrone, massimo rappresentante di tetraonidi (nota 1) viventi sui nostri monti, è un volatile di tutto rispetto. Sentirlo partire in volo quasi spaventa. Il frullo fa tremare l’aria e il cuore. Vederlo lanciarsi, volare ad ali aperte per solcare le valli, è pure un’altra visione, che non si dimentica. La sua aerodinamica è perfetta; la velocità, quella del fulmine.

Anche il gallo cedrone canta, ma solo in primavera e fino a stagione avanzata. Ascoltare questo canto sarò dato solamente ad un ristrettissimo numero di appassionati, dotati di sensibilità particolare e di genuino amore per la montagna e le sue bellezze. Perché, il gallo cedrone canta di notte.

Non è facile individuare il luogo dove canta. La partenza sarà prevista per dopo mezzanotte, verso l’una. Ed eccoci al bosco di Costa del vento, a quota 1500. Giunti allo spiazzo, il motore tace, i fari si spengono. Subito ti investe e ti avvolge un silenzio opprimente, pauroso e la notte ti serra nel suo tetro mantello. Solo in cielo brillano le stelle. Si procede sul terreno accidentato sotto gli alberi sempre più fitti, sempre più alti. Il passo è incerto, sospeso, ora trova un rialzo, ora una cavità, ora un tappeto di muschio o un ramo marcio, quando non calpesta ancora un metro di neve gelata. La tenebra è nera come l’inchiostro.

Tec, tec, tec.

Alt. L’orecchio è teso. Senti? Niente. Avanti ancora a tentoni. Fermo. Eccolo. Dopo mezz’ora, la guida, che ha l’orecchio addestrato, ti annuncia che il gallo è là a 50 metri. Ma io non lo sento.

Sottovoce dice: – Ascolta bene … Sì, ecco, sento … come una goccia di acqua che cade ad intervalli su pietra liscia; come il rumore che fa il televisore appena spento dopo essere stato acceso a lungo. Tec, tec, tec, leggero, leggero, alle tre dopo la mezzanotte nel silenzio del bosco.

Questo è il canto del gallo che noi avviciniamo approfittando dei momenti in cui emette le ultime note che sembrano un gorgogliare spasmodico. Siamo sotto il grande abete e la massa nera è là contro il cielo su un ramo secco. Non bisogna guardarlo direttamente, perché per un flebilissimo gioco di luci proveniente dalle stelle, i nostri occhi diventerebbero minutissime lampadine immediatamente viste dagli occhi del tetraonide.

Il gallo cedrone continua il canto fino all’alba, per chiamare le femmine, perché presto è il tempo di rinnovellare la vita attraverso le nuove covate. Un nostro movimento falso, e le grandi ali si aprono. Con una falcata e una virata improvvisa, sparisce inghiottito di nuovo dal bosco. Fra poco sarà l’aurora e le mille voci e i canti rincorrentisi annunceranno il sorgere del nuovo giorno.

Ma non fu un’altra notte, anni fa.

Il mio solito accompagnatore, quella volta, venne con un’altra persona armata di fucile, ai piedi di un alto abete. Un lampo, uno schianto e il cantore notturno crollò con un tonfo privo di vita. Gli furono accanto, lo raccolsero, mentre si dimenava nell’estrema agonia e soppesarono e tastarono in silenzio quel corpo inerte.

Era nero, bello, grande come l’aquila, il collo e la testa penzoloni. Dopo pochi attimi di perdurante silenzio, ecco uscire dalla bocca del cacciatore delle tenebre alcune parole angosciose: “Ades che l’ho copà nol canta più!”.

Avesse potuto ridargli la vita!

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Quando la bellezza e l'amore gratuito ci aiutano ad essere autentici

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Citazione ed introduzione: a cura dell’autore

Immagini: in evidenza Night bird by https://www.xn--diversit-forestale-mrb.ch/esperienza-nella-foresta/gallo-cedrone – a chiusura del testo Bird by Pixabay

Nota 1: da Wikipedia, I Tetraoni (Tetraoninae) sono una sottofamiglia di uccelli appartenenti ai Fasianidi. Secondo alcune versioni il nome tetraonidi deriva da tetra, che significa quattro, e rappresenta le zampe degli stessi formata da 4 artigli. Inoltre un’altra caratteristica fondamentale sono i tarsi piumati. I tetraoni abitano le regioni temperate e subartiche dell’emisfero boreale. Costituiscono un’ottima preda e spesso vengono cacciati per le loro carni. In alcune specie i maschi sono poligami e compiono elaborate parate di corteggiamento. La maggior parte delle specie sono stanziali e non migrano. Questi uccelli si nutrono soprattutto di vegetali, ma possono nutrirsi anche di insetti, specialmente in età giovanile.

Testo riportato: Il canto segreto del gallo cedrone di Carlo Pesavento tratto da Il Cimone – giugno 1977 e ripreso nel manoscritto Lastebasse Pedemonte Tonezza del Cimone Valdastico Terra di confine di Antonio Brazzale ed. La Serenissima


Giorno perfetto

È qui e ora che riusciamo ad essere noi fino in fondo …

Siamo nel “borgo del respiro”, circondato da spazi verdi e celesti che fanno vivere fuori del tempo. Ogni tanto ci sono sparsi scrosci d’acqua che offrono meritato rinfresco alla natura troppo provata dalla interminabile calura pomeridiana di un caliente mese di luglio. Sono brevi ma intense precipitazioni che fanno aprire insistentemente la “porta” a dibattiti e lamentazioni su come è cambiato il clima. Ma il respiro prosegue incessantemente. Si fa beffe delle lamentazioni e conduce a brani di giornata in cui le diverse manifestazioni naturalistiche si esprimono apertamente e senza vincoli.

E oggi è un giorno di quelli, in cui la perfezione fa capolino, fa vedere che esiste. La natura è. Non si nasconde, si espone con la massima apertura. Si pavoneggia, almeno per chi la vuol ammirare e per chi se ne accorge.

Dopo un breve tragitto siamo arrivati a piedi in quota, verso i 1600 metri, i percorsi sono ordinati e ben tenuti da dove la carrabile diventa sentiero bianco, per niente polveroso.

Calma impressionante, quasi irreale.

Siamo circondati da cielo e famiglie di conifere che fanno gli onori di casa dapprima con larici, abeti e pini, e ben presto, con diffusissimi cespugli di mughi che ci affiancano generosamente. Si percepisce da vicino l’aroma meraviglioso che viene rilasciato dalle resine delle loro minuscole pigne in parte non ancora dischiuse

Siamo finalmente contornati da fiori di mille colori che tutti assieme offrono all’occhio attento pezzi di arcobaleno che, non tanto velatamente, cercano di allungarsi verso l’alto.

Ci si sente privilegiati a far parte, seppur momentaneamente, di questo stupendo habitat.

In lontananza si notano benissimo molteplici picchi, alcuni più in evidenza e altri talmente distanti da apparire grazie alle loro sfumature biancheggianti o grigie come artificiali. Sono le nostre montagne delle quali spesso non ci accorgiamo. Eppure ci sono da tempo immemore, delimitano la nostra vista e ci danno un piccolo assaggio del “grande mistero”.

Dalla corona circolare di picchi ora bianchi o dorati di roccia, ora grigio-verdi si muovono verso di noi ampi boschi di conifere in genere d’un verde scuro che lasciano frequentemente partire enormi pascoli verdeggianti che accarezzano la vista nonostante i diffusi pendii adatti a mucche esperte.

Ora siamo arrivati in cima.

La croce solitaria è ben visibile senza mania di protagonismo. È un legno nero che parla pur senza profferire parola.

Qui non esiste tempo.

Il silenzio sovrasta tutto con qualche leggera pausa per lasciare passare aria che arriva a colpi irregolari. Poi riprende posizione. È l’attore principale della scena.

L’aria è comunque tiepida perché il sole incombe e abbronza senza chiedere permesso. Solo a tratti arriva addosso e in pieno viso qualcosa di freschissimo e refrigerante che sa di buono e puro e che ci ricorda dove siamo.

Il panorama è bellissimo. Le montagne lontane appartengono a moltissimi nomi improbabili eppure hanno visto tutte quanto è successo solo qualche decennio fa proprio qui, dove ora poggiamo i nostri piedi.

Sono i testimoni più fedeli del nostro destino.

Vediamo due pianure giù, in lontananza, una più grande che scivola dietro ad una nota cima. Entrambe le strisce ci ricordano una terra promessa. Eppure veniamo da là.

Rimaniamo quassù per un po’, ma vorremmo restarci.

Ci pare sia proprio un giorno perfetto, questo, fatto di autenticità, semplicità, naturalezza e consapevolezza.

Sì, consapevolezza. È qui e ora che riusciamo ad essere noi fino in fondo, ad accettare e amare come siamo e come sono gli altri, a dare importanza alle cose che contano veramente, a lasciar andare … ed a esser grati per tutto.

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Citazione e immagini: a cura di GiFa2024 e AnCa2024

Testo: GiFa 22 luglio c.a.


Amore non basta?

Forse l’amore è il processo con il quale ti riconduco dolcemente a te stesso. Non a ciò che
io voglio che tu sia, ma a ciò che sei …

L’amore non mi basta più... L’amore non esiste … L’amore, l’amore … l’amore. Sono alcuni esempi noti e attuali di contraltare rispetto ad altri pure noti come per esempio Amare non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione. L’amore è come la pioggia fine che cade in silenzio quasi senza farsi notare ma che è in grado di far traboccare fiumi e ancora Non conosco altra ragione di amarti che amarti

Mamma mia, eppure se guardiamo alla derivazione latina della parola amore scopriamo che significa semplicemente e scandalosamente “senza morte” (dal latino a-mors). Dico scandalosamente perché ne sottolinea la potenza accostandolo al suo contrario e confinante, la morte. Il che farebbe immaginare uno stato senza fine.

Ma siamo nel 2024, ed chiaro che le cose, tutte le cose siano divenute … fluide rispetto ad un tempo passato (basta riferirsi agli autori delle citazioni nel testo non tutti del passato remoto). Insomma pare che l’amore non basti …

Lo dicono vari artisti musicisti, scrittori e registi di cinema.

Forse si sono messi tutti d’accordo, oppure, più semplicemente, sono i tempi che sono appunto cambiati e noi con essi.

Ma di quale amore stiamo parlando?

I testi o le trame di canzoni e film sono spesso vicini alla realtà di noi tutti. Quindi, possiamo crederci alla possibilità che l’amore non basti.

Con le motivazioni più diverse.

In realtà possiamo anche credere che se vissuto appieno possa bastare, anche se apparentemente non all’infinito, giacché l’uomo e la donna sono liberi di costruire e vivere una relazione a vita, oppure no. Possono scegliere di stare soli o di vivere più relazioni. Del resto lo sappiamo già che siamo venuti al mondo per essere in relazione e non per stare isolati.

Dunque, l’amore vissuto fino in fondo può anche finire, ad una prima narrazione e così pare non essere necessariamente una scelta definitiva. Ma questo amore così profondo, così coinvolgente, così assoluto, nel momento della sua massima espressione è totalizzante, assoluto, indeterminato nel tempo, potrebbe protrarsi all’infinito. È così, ed è qualcosa difficile da spiegare a parole.

È proprio così, altrimenti non è amore, ma è qualcosa di diverso, per esempio un pretesto, un passatempo, un’illusione, uno strumento, un mezzo di trasporto, un film che uno si proietta, un calesse … come diceva Troisi (Pensavo fosse amore … e invece era un calesse – 1991). Il titolo, molto curioso, di quel film lo spiegò proprio Troisi dicendo che “Riguarda la delusione di qualcosa le cui aspettative non sono state mantenute. Si sarebbe potuto usare un qualsiasi altro oggetto, una sedia o un tavolo, che si contrappone come oggetto materiale all’amore spirituale che non c’è più”.

La tesi è che se è vero amore, allora non può non bastare. Oppure … non bastare mai …

E il testo di una canzone piuttosto nota lo dimostra. Mi riferisco a L’amore non mi basta più.  Accade spesso che i testi di canzoni siano, come è il caso di altre opere artistiche, introspettivi. La canzone citata, infatti, è introspettiva e dedicata ai sentimenti, ed in particolare alla fine contrastata di una relazione di passione, una grande passione tra i due amanti che non riesce più a supplire ad altre mancanze importanti. Da qui lo spegnimento del rapporto o la sua troncatura . E dell’amore, ma era amore o passione fatta di forte attrazione?

Sembrerebbe, sempre di più nell’attuale immaginario collettivo, che amore fosse soltanto o prevalentemente una relazione di sesso o di scambi e aiuti materiali. L’impossibilità di un progetto comune, anche di coppia, pare essere una dimensione aliena, lo stesso il camminare mano nella mano nella vita. Questa difficoltà sembrerebbe sempre più diffusa, cosicché il sentimento amoroso va via via assumendo il significato di soddisfazione sessuale, di ricerca di forti emozioni e di avventura.

E condurre una vita mano nella mano può non essere per sempre, ma non esclude neanche una vita insieme.

Amore vero, allora … L’amore vero è quello semplice e autentico, che non giudica e che non pretende feedback. Non risponde ad aspettative rigide. Non solo razionalizzato, non solo emotivo. 

Del resto, non ci si deve mettere con una persona per la paura di rimanere da soli, oppure per comodità, o per compiacimento, l’amore è amore e basta e non soccombe davanti ai pregiudizi.

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Citazione: da Vivere, amare, capirsi di Leo Buscaglia – Oscar Mondadori

Citazioni e riferimenti nel testo: L’amore non mi basta più canzone di Emma – L’amore non esiste di M.Gazzè, N. Fabi, D. Silvestri – Tre citazioni nell’ordine: da Cittadella di A. de Saint-Exupéry – Frasi di Paulo Coelho e di Fernado Pessoa

Immagine: Flowers of ninikvaratskhelia by Pixabay

Ispirazione: L’amore non basta – pezzo musicale di Piernicola Di Muro inserito nell’omonimo film di Stefano Chiantini (2008)


Papaver

Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi.

Detto rhoeas, noto come papavero comune o rosolaccio … Strano e al contempo stupendo fiore il papavero.

Da tutti ammirato, ma non sempre abbastanza apprezzato, a mio avviso. Se ne parla spesso per gli usi derivati che, al di là delle facili battute, ci sono e sono importanti. Infatti, il papavero rosso contiene ingredienti utili all’uomo, anche se i meccanismi alla base dei suoi presunti benefici non sono ben noti. Ciononostante questo fiore rappresenta nella realtà un rimedio naturale che viene proposto per trattare diversi problemi di salute, da quelli respiratori al dolore, alla tosse e ai disturbi del sonno.

Ma il papavero, oggi, è oggetto di citazioni perché ha un valore molto importante a livello simbolico, checché se ne dica e pensi.

In occidente, dicono le enciclopedie, il papavero è spesso associato alla pace, al sonno e alla morte. Questo legame deriva in parte dalla mitologia greca, dove il papavero era sacro a Demetra, la dea dell’agricoltura e dei raccolti, e a Hypnos, il dio del sonno. Il papavero era anche un simbolo di Morfeo, il dio dei sogni.

Andando oltre le culture tradizionali, e venendo all’oggi, a cui arriviamo grazie all’ieri, il papavero è divenuto da una certa data sempre più simbolo di pace.

E Dio sa se ce n’è bisogno …

Perfino una rivista come VanityFair celebra il papavero e la realtà dettata dal memoriale.

Ecco quanto scrive proprio qualche giorno fa.

Il papavero è diventato negli anni a seguire il simbolo della Resistenza e del sacrificio di migliaia di partigiani e partigiane in Italia. Così il 25 aprile lo ritroviamo ovunque, nelle piazze e nei cortei, nei cartelloni e nelle immagini che festeggiano il giorno della Liberazione d’Italia dal nazifascismo. 25 aprile giorno di festa e ricordo. Data simbolo perché nel 1945 ha inizio in quelle ore la ritirata da parte dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò dalle città di Torino e di Milano. Il papavero che cresce libero e forte, senza bisogno di niente, anche in mezzo al cemento lungo i marciapiedi e tra i binari roventi dei treni. È infestante, come il desiderio di libertà e amore. Di rispetto dei diritti e salvaguardia della memoria. È infestante come dovrebbe esserlo la pace. Ogni giorno e in ogni parte del mondo.

Ecco, appunto. Ogni giorno!

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Memoria

Citazione: da La guerra di Piero, canzone di Fabrizio De André (1966, Tutto Fabrizio De André)

Immagine in evidenza e brano nel testo: da VanityFair del 25 aprile 2024, 25 aprile: perché il papavero è il fiore della Resistenza? articolo di Alessia Arcolacci

Immagine di chiusura: Flowers di Manfred Nimbs by Pixabay

Riferimenti nel testo: Wikipedia


Il giorno della ginestra

… Un viaggio sinestetico di pura evasione verso mete lontane, fino a quel momento solo immaginate, la sensazione di concedersi un momento di astratta spensieratezza a fissar il cielo costellato di stelle, dove i desideri si rincorrono e diventano realtà.

Il tempo speciale anche quest’anno è arrivato. C’è di nuovo, questa volta, che i giorni si susseguono tutti con un ritmo elevato ma al contempo tale da non escludere momenti di pausa riflessiva e di riposo. Pause caratterizzate da nuovi profumi, fortemente in anticipo sui tempi, come quelli dell’osmanto odoroso che ricorda la fresca fragranza del verde boschivo unito all’effetto morbido dell’albicocca. E che colori floreali si fondono con i nostri occhi desiderosi di novità!

Sì, mi piacciono i fiori e li ammiro spesso. Mi fanno stare bene. Anche se non mi sento prevalentemente attratto dal floreale. Mi attraggono invece i profumi e i colori che i fiori sanno esaltare.

Nella consapevolezza che i gusti cambiano, oggi amo il verde, il blu e l’arancio. Un po’ meno il viola e il rosso. Amo moltissimo, storia recentissima, il giallo. Sento bisogno di avere giallo intorno. Molto giallo.

Ed è arrivato il giorno della ginestra, arbusto che ospitammo in giardino molti anni fa e che oggi mi ricorda la bellezza di quei tempi passati.

Chi mi è vicino sa perché.

La ginestra rappresenta un fiore-simbolo. Essa è un fiore giallo, umile, resistente, che cresce in terreni difficili ed espande “un profumo che il deserto consola”, come il Poeta scrisse vedendola inerpicarsi solitaria sulle rupi scoscese del Vesuvio. Ancora, è simbolo di unità, solidarietà, determinazione, coraggio nel resistere alle avversità della natura. Questo perché non è di tutti sopravvivere in un terreno arido e surriscaldato perché imperversato da flussi di lava.

Certo, mi colpisce simbolicamente, anche per il profumo e per il colore.

Mi piace pensare che dopo tanti anni siamo ancora qui, a curare questo giardino, uno spazio in continuo cambiamento che attornia la nostra casa fatta di mattoni in cui ci sentiamo serenamente “a casa”.

Mi piace pensare che ci sono state e ci sono unità e solidarietà, determinazione e coraggio, non mancando mai le complicazioni della vita.

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Citazione: Home fragrance by https://www.aquaflor.it/blogs/

Immagine: Gorse-blossom by Thoiams of Pixabay

Riferimenti nel testo: La Ginestra o Il fiore del deserto, lirica di Giacomo Leopardi (1836 – 1845)


Sognare, immaginare, navigare …

… capire che ciò che conta di fronte a tanta libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno, che valga tutta quell’acqua da attraversare.

Può capitare che il sogno, l’immaginazione, la fantasia, si colleghino alla realtà. A me succede quasi sempre nei passaggi di stagione o, almeno e soprattutto, con l’arrivo della primavera e poi dell’estate.

E quando leggo brani come questo mi ci ritrovo dentro, immerso come in un oceano. E amo stare in navigazione.

Erano giunti nella dimora dell’Estate, donde essa ogni anno si parte per le terre australi. Durante il giorno il sole era un abbagliante disco di bronzo, col cielo livido e polito tutto intorno, e di notte i grandi pesci nuotavano in tondo attorno alla nave, seguiti da una scia di sinuosi fiumi di fuoco pallido. La prua tagliente scagliava lontano miriadi di diamanti in volo. Il mare era un lago rotondo dalle molli ondulazioni, teso in una epidermide di seta. Lenta, lentissima l’acqua nel fluire verso poppa e oltre imprigionava il cervello in una piacevole ipnosi. Era come guardare entro un gran fuoco. Non si vedeva nulla, e tuttavia solo con un grande sforzo si riusciva a distoglierne lo sguardo; e infine la mente scivolava nel sogno, benché si rimanesse desti.

C’è una pace negli oceani caldi che trascende il desiderio di comprendere. La meta non è più uno scopo, e il fine è solo di navigare, navigare, fuor del regno del tempo.

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Citazione: da scritti di Alessandro D’Avenia (adattamento a cura dell’autore)

Immagine: Sunrise by Syaibatulhamdi of Pixabay

Testo riportato: da La santa Rossa di John Steinbeck (pag. 74) Oscar Mondadori 1975


Ancora una nuova possibilità …

Pasqua 2024, è “passare oltre” …

Sarà un caso, ma dicono che il caso non esiste, e tutto sommato lo penso anche io.

Non è la prima volta che in tempi di riflessione profonda, che non significa certo stare ore a pensare, ma riscoprirsi in pace a tratti e poi, come mi succede, anche nella bufera, scoprirsi a farsi domande con successivi immediati tentativi di risposta, di spiegazione, di giustificazione, alla fine di riuscire ad accettare aspetti pesanti e aspetti leggeri, pensieri oscuri e, fortunatamente, immagini di tanti ricordi belli.

In realtà non è un caso.

Non è un caso che tutto inizi con un vecchio ricordo, molto vecchio, che improvvisamente ti torni alla memoria come fosse ieri e che ti metta in uno stato di confusione magari momentaneo ma sicuramente molto intenso. Un po’ come un forte vento che ti colpisce all’improvviso e che ti faccia provare per alcuni lunghi istanti tutta la tua inadeguatezza, la tua esilità e la tua essenza apparentemente “sbagliata” o semplicemente “fuori luogo”.  Pare uno stato di congelamento, perché quel vento è talmente forte e gelido che non riesci a fare un passo, anzi devi resistere per non dover indietreggiare, quando indietro assolutamente non vuoi andare.

In quei momenti sento di dovermi aggrappare a qualcosa di importante per me, qualcosa che mi aiuti a “tener botta” e a proseguire pur guardando in faccia la realtà.

Troppo facile sarebbe scappare, cambiare sentiero, nascondersi. Comodo lo è stato e troppo in passato.

Oggi, ancora, riesco a trovare sostegni che altro non sono che punti fermi sempre conosciuti e non sempre portati alla piena personale consapevolezza.  Pur con tanti dubbi.

Senso della vita, fede in qualcosa di grande e misterioso, Dio …

Riflettere su questo mi è sempre più congeniale, proprio nei momenti di fragilità. E che senso ha oggi per me dire … Buona Pasqua!  … a qualcuno?

Il senso della vita non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, ma una tensione costante, che offre la direzione al nostro andare.  Bene o male, ognuno di noi ha un progetto di vita (al limite anche inconsapevole). Se il nostro progetto esistenziale può danneggiare qualcuno, è meglio pensarci bene prima di attuarlo.  Ci vuole fede in qualcosa di grande, e al di là della fede ognuno di noi può attingere a una personale risorsa potentissima, la speranza. Per esempio per me “aver fede” significa proprio questo: avere speranza, che è uno sguardo che pensa al domani.

E come scrisse un noto biblista, la “ricerca di Dio non è un puro cammino culturale, né una ricerca teorica, intellettuale e speculativa, né una ricerca mistica, chiusa nell’intimo, bensì una ricerca pratica, nell’amore concreto …”.

In definitiva, Pasqua è veramente una nuova possibilità, offerta a me e a tutti.

Lo è anche quest’anno.

Sì, perché il messaggio della croce e della risurrezione è una buona novella. Mi dice: non c’è niente nella mia vita che non possa essere cambiato. Quando persino il modo più tremendo di morire viene trasformato in risurrezione da Dio, allora in me non c’è oscurità che non venga illuminata dalla luce.

Buona Pasqua, buona possibilità a tutti!

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Citazione: elaborazione dell’a. con riferimenti da Wikipedia [Riprende il nome della festività di Pasqua (alla quale fa riferimento anche il nome Pasquale), durante la quale i cristiani celebrano la resurrezione di Cristo; deriva dal latino ecclesiastico Pascha, “passaggio”, “transito”, a sua volta dal greco πάσχα (pascha), in ultimo dall’aramaico פסח (pesach), “passare oltre”, ” …]

Immagine: springawakening by Myriams Foto of Pixabay

Spunti nel testo: da scritti di Serena Banzato, Bruno Maggioni, Anselm Grün (parte finale in corsivo), Luciano Masi e Luca Vitali


Sassi-passi perduti e agavi

La forza dell’indifferenza! − È quella che ha permesso alle pietre di durare immutate per milioni di anni.

Il minimo movimento interessa tutta la natura: il mare intero cambia per una pietra.

Alzi la mano chi di voi non ha avuto complicazioni con i propri sassi-passi. Sassi che simboleggiano immagini positive, belle, reali ed irreali della propria esistenza, nonché momenti travagliati o momenti esperienziali che hanno lasciato il segno o meglio il peso. Del resto ci sono sassi piccoli e non pesanti, ma che danno fastidio a tenerli in mano o a camminarci sopra. E ci sono sassi grossi e pesanti, difficili da tenere in mano e da utilizzare, per esempio da collocare semplicemente in giardino, tra le piante o a sostegno di muretti consolidati ma in fase di iniziale sgretolamento.

A proposito di giardino, ci sono anche i passi cosiddetti “perduti”, perché sembrano perdersi uno dopo l’altro nel verde dei prati erbosi, anche se a tutta prima pare crescano dall’erba stessa quando questa diventa fiorente e ben verdeggiante.

Mi collego ai passi perché sono dei sassi squadrati, lastre bianchissime che ornano i giardini ma che simboleggiano un percorso sul terreno al fine di non calpestare l’erba, oppure di avviare ad una direzione precisa, per fare prima o per raggiungere direttamente un posto utile, specialmente in caso di cattivo tempo.

Proprio in vista della primavera, qualche giorno fa, ho dato inizio ai lavori di sistemazione del mio giardino, cogliendo i suoi primi segnali di rinascita, nei fiori selvatici che crescono un po’ qua un po’ là, più o meno nascosti, nelle piante alte, nelle siepi di edera o di gelsomino, ciascuno con i suoi modi e i suoi tempi.

Il mio giardino è mobile, nel senso che ha assunto forme diverse negli anni, subendo anche rivoluzioni quando i gusti e le necessità stavano cambiando. Ma pur nei cambiamenti i sassi ci sono sempre stati, quasi inamovibili. Lo stesso per le bianche piastre che ho sempre inquadrato come passi perduti, e su di esse ho sempre trovato una direzione, la stessa. Di recente, in particolare in questi giorni, i passi sono diventati meno scontati, le piastre non sono più candide per effetto delle intemperie, i miei passi oltrepassano gli ornamentali camminamenti. Mi sento diverso. La mia attenzione è rivolta ad altro.

Infatti, ho riscoperto la bellezza delle agavi che hanno, poco per volta, invaso l’ambiente esterno familiare. Sono numerose, piccole, medie e alcune più grandi. Aver cura di esse mi impone quasi quotidianamente di dirigere i miei movimenti al di fuori di strutture, sassi-passi più o meno perduti, e di gustare la libertà assoluta nel calpestare il prato, respirando l’aria frizzante delle prime ore mattutine e gustare il tiepido raggio del sole nella sua fase dedicata a dare buongiorno al mondo.

Sono decisamente delicate queste piante, anche se si presentano già da cucciole come robuste e in carne. Sono ben strutturate e sanno difendersi con spine terminali affilate e margini dentati talvolta spinosi ben distribuiti lungo tutte le foglie. Le schede botaniche le definiscono piante succulente perenni con portamento a rosetta e con fusto breve generalmente non visibile.

Perché questo mio spiccato interesse per le agavi?

Me lo chiedono spesso i miei familiari e i passanti.  Soprattutto me lo chiedo io.

In realtà non lo so ancora. Ma alcuni indizi li ho trovati. Nell’agave c’è tanto mistero, ma anche tanta sacralità.

Se da un lato il fiore dell’agave sembra fiorisca una sola volta nella vita della pianta, ogni 20 – 30 anni pare, annunciando così la sua “fine”, secondo quanto raccontano le relative leggende, dall’altro la pianta, nella mia consolidata esperienza, produce “piccole agavi” in continuazione e questo mi ha sempre offerto e mi consegna un forte senso simbolico, ossia un senso di rigenerazione, di trasformazione e di apertura amorevole verso l’universo e la natura.

Hanno scritto che “oltre alla sua bellezza, la fioritura dell’agave ha anche un significato culturale. Nelle culture indigene del Messico, per esempio, l’agave è considerata una pianta sacra, e la sua fioritura è vista come un segno di rinascita e rigenerazione”.

Ed è così, per me.

Andando finalmente oltre l’attaccamento ai miei onnipresenti sassi-passi ed ad ogni tentazione di indifferenza.

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Citazione: Cesare Pavese da Il mestiere di vivere ed. Einaudi e Blaise Pascal da Pensieri Oscar Mondadori

Immagine: Succulent bu Pixabay


Tu con me io con te …

Il dono più alto della genitorialità sta nel riconoscere la differenza del figlio, la sua incomprensibilità, il suo segreto.

Come oggi ci hai lasciati, diciassette anni fa, all’inizio di un nuovo anno che era il tuo 95°. E noi, grazie a Dio, siamo ancora qui a vivere e a ricordarti. A vivere, intensamente come è stato nella tua lunga vita; a ricordarti, sicuri che sei ancora tra noi, a indicarci la via. Quella via, che in realtà, potrebbe essere, perché no, di tutti.

Ed è una “distanza” quella che viviamo, inevitabile: fisicamente non sei più qui e da tempo. Ma è una distanza speciale, da abitare perché sei ancora tra noi, nei ricordi (tantissimi), nei nostri pensieri (desiderati) e nei nostri cuori (colmi d’amore).

Mi piace e mi fa sentire bene questa foto del 1962. Tu avevi 50 anni. Eri nel pieno del tuo vigore fisico ed eri felice, nonostante la tua vita fosse stata piena di esperienze terribili e di angosce. Ti ha sempre sorretto la speranza e credere in un avvenire migliore. Hai agito sempre di conseguenza. Ti ha spinto lo scopo di costruirti una famiglia felice a cui tramandare la tua felicità.

In un modo speciale, tutto tuo e personale, ci hai guidato e indicato le possibilità. Ci hai incoraggiato a vederle e ad amare quelle possibilità. Che con difficoltà mista a curiosità e stupore abbiamo colto.

Da parte mia, ho riconosciuto e riconosco sempre di più il dono che mi(ci) hai fatto, tra i tanti: riconoscermi nel mio essere ribelle e incomprensibile nei miei segreti, nella mia tenacia per voler distinguermi e voler ricercare la “mia strada”, quella strada di cui mi chiedevi spesso quale fosse e che, per te indecifrabile, comunque mi prospettavi per il futuro.

Grazie, papà.

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Citazione: da Il segreto del figlio di Massimo Recalcati ed. Feltrinelli

Immagine: foto di repertorio da archivio di famiglia (Pamato 1962)


Specchi

… E anche se mi sposto quello segue il gesto. Evito lo sguardo perché so che pensa che …

Sono sempre stato attratto anche dagli specchi. Sia per la loro struttura e per il problema, come spesso l’ho vissuto, di trovare la giusta collocazione, sia per la possibilità di specchiarsi in momenti diversi e in luoghi diversi facendomi credere di essere la stessa persona con sempre nuove caratterizzazioni.

Ho anche provato la paura di esagerare nello specchiarmi, per non dare corda ad una presunta vanità.

In realtà, non si può scappare dinnanzi allo sguardo irriverente e corrosivo (1) della persona nello specchio, che ci chiama ogni volta e quotidianamente a fare comunque i conti con noi stessi.

Ed è pur vero che nello specchiarsi c’è un sano controllo per esempio della nostra espressione e del nostro viso che di sicuro ci rappresentano nel profondo e nel momento o periodo, non soltanto esteticamente o fisicamente: stanchezza, pallore, svogliatezza, depressione, disinteresse, demotivazione, preoccupazione, rincoglionimento, ecc.; oppure al contrario: vigore, bel colorito, vitalità, esuberanza, interesse, motivazione, determinazione, ecc.

L’importante è che non succeda sempre, come raccontatomi da una persona, di non riconoscersi allo specchio o di aver quella sensazione di estraneità. Un po’ come dice la canzone” L’uomo nello specchio” (2): L’uomo nello specchio io non so chi sia, però ha la faccia mia …”.

Mastrodonato (3) ha scritto: In una società narcisistica e ossessionata dal mito dell’apparenza come quella in cui viviamo, il gesto abituale e quotidiano di guardarsi allo specchio diventa a volte problematico, metafora dell’aspirazione ad un modello irraggiungibile di bellezza e di ricerca inesauribile di perfezione che spesso finiscono con rendere schiave le persone di un’immagine che non appartiene loro. Non è altro che una prigione che promana da un perenne bisogno di riconoscimento che gioca con l’incapacità di accettare quelli che si ritengono difetti inammissibili che vanno messi al bando.

Ma nello specchiarci c’è ben altro. Guardarsi allo specchio è una modalità fantastica per guardarci veramente e andare oltre quello che vediamo. È una possibilità di entrare dentro di noi, ma occorre il coraggio di non fermarsi all’immagine riflessa favorendo l’attività del pensare, del farsi domande, del dialogo interiore.

Occorre anche un altro coraggio. È infatti importante rimanere davanti all’immagine riflessa e fermarsi, senza cercare pretestuose vie di fuga, senza scappare.

Solo così riusciremo a trovare o dare conferme a certi atteggiamenti o a certe scelte di vita, oppure a orientarci a cambiare certe decisioni.

Solo in questo modo riusciremo a riappropriarci di noi stessi, del dialogo pensato con noi stessi ed essere finalmente autentici.

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...
Ciò di cui mi pento è l'ipocrisia
Parlo della mia, parlo della mia
L'uomo nеllo specchio io non so chi sia
Però ha la faccia mia, ha la faccia mia
Conosce la mia stanza e fa come se fosse casa sua
Quest'esistenza conosce la pazienza
Chissà se è lì che aspetta, che cerca compagnia
Quando vado via, quando vado via
Oggi sono perso, non mi riconosco
Cerco nel riflesso una certezza che non c'è
E anche se mi sposto quello segue il gesto
Evito lo sguardo perché so che pensa che
Ho sbagliato tutto e poi come mi vesto?
Ma io sono lo stesso, però non capisco mai
E da che parte sto, e da che parte stai?

...
(4)

Citazione: da L’uomo nello specchio da Fulminacci di Daniele Silvestri – 2023

Foto: Infante di Traumland da Pixabay

Note: (1) (3) Alessandra Mastrodonato scrittrice, insegnante e ricercatrice presso Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Parma; (2) (4) idem Citazione


Calendari

Ce ne sono per tutti i gusti e per tutte le attività. In ogni caso sono l’elencazione, la predisposizione dell’ordine in cui determinati avvenimenti si succedono nel corso di un anno e, in senso più concreto, il prospetto, l’elenco che illustra tale successione.


Già. Nè più, nè meno. Ma guardando bene, siamo soffocati da calendari, calendarietti, calendariucci. Agende, almanacchi. Ogni anno, a partire da ogni fine estate. Ovvio che è uno dei tanti business. Ma quello che ne deriva, se non stiamo accorti, è una gestione subita del tempo . O no?

Sono sempre stato attratto dai calendari, lo stesso dagli almanacchi che, in realtà, ho sempre trovato abbastanza presuntuosi. Anche le agende mi hanno sempre stimolato. A periodi.
Pensandoci su, ho realizzato che non mi attirano più le pianificazioni spinte, le previsioni e l’elencazione di eventi che di sicuro capiteranno grazie all’illuminazione di qualche indovino.
Sono le agende che mi attirano, perché trovo in esse spazi da riempire e quello che capiterà dipenderà dal “lavoro in corso” che io stesso metterò in cantiere. Un lavoro che, giorno per giorno, si fonderà con il senso di ignoto che tutti coinvolge.
Ogni anno ci sono oltre 360 giorni da vivere, nella consapevolezza che ogni mattino, potrei scriverlo in agenda, è un giorno di meno rispetto ad un conteggio che, mai e poi mai, nessun indovino potrà indicare.
Preferisco ai calendari e a tutte le agende possibili, metodi particolari che mi permettano di guardarmi dentro e fuori e mi aiutino veramente al cambiamento necessario.
Un esempio degli ultimi tempi è il metodo cosiddetto “rampa di lancio” di Carmen Laval (1), secondo il quale l’inizio di ogni anno può essere il gran giorno in cui possiamo iniziare a praticare qualcuno dei tanti propositi che sono rimasti nel cassetto, quel cassetto divenuto “deposito” fatto di “dovrei o vorrei”.
Ecco questo è uno degli approcci di cui mi rallegro con me stesso, perché mi è veramente utile e mi aiuta periodicamente a dare nuova prospettiva alla mia vita. E le agende diventano un ottimo supporto per annotare, appuntare, correggere, ampliare, girare pagina …

Quest’anno mi sono appuntato, secondo il metodo suddetto, nuove abitudini e nuovi atteggiamenti guidati non tanto dal dovrei ma dal desiderio e quindi dal vorrei, secondo il noto Progetto felicità di Gretchen Rubin (2). In esso, l’autrice, ha distribuito in dodici mesi le buone intenzioni per il nuovo anno.
Le propongo di seguito, anche se mi sta stretto attendere l’estate per alcuni propositi importanti o fine anno per altri. Ma siccome non c’è limite, cercherò di destreggiarmi e di dare flessibilità al piano. Al di là della suddivisione è un piano che “mi piace”.

Gennaio: sistemare, buttare via, eliminare (riflessione sugli accumuli). Febbraio: fare memoria della relazione familiare (amore autentico). Marzo: investire in empatia e riconoscere quello che provano gli altri (uscita dall’indifferenza). Aprile: investire nel sorridere divenendo scrigno di ricordi felici e pensieri positivi (lasciare un buon segno). Maggio: investire in meditazione (calma). Giugno: trovare tempo per gli amici (relazioni disinteressate). Luglio: ordinare le finanze personali e/o familiari (ricerca dell’equilibrio). Agosto: ascoltare veramente (significa amare). Settembre: dare attenzione a come ci si alimenta e a mettere in moto il proprio fisico. Ottobre: diventare curiosi e dare arricchimento alla propria mente. Novembre: dare spazio all’anima e ricordarsi che esiste Dio. Dicembre: valorizzare “casa” e dare spazio ai riti familiari.

Se tutto ciò mi è utile, e lo è, potrebbe essere altrettanto per chiunque …

Nota bene: da parte mia non aspetterò i mesi prossimi per attivarmi su alcune buone abitudini, e non aspetterò fine anno per attivarmi su importanti propositi che prevedono anche di disattivarmi su ciò che è decisamente nocivo o superfluo. Ah! A questo proposito ho trovato utile non eliminare subito le vecchie agende con propositi passati, ma mi è risultato utile verificare quanti e quali propositi io sia riuscito a concretizzare e come.

Tanto per dire …

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Citazione: Calendario da Treccani.it

Immagine: Calendar di  CikerFreeVectorImages by Pixabay

Note: (1) editorialista Bollettino Salesiano; (2) scrittrice, blogger e ricercatrice statunitense, Ha pubblicato diversi bestseller, tra cui Progetto felicità  – Sonzogno 2010 – da sono stati presi spunti da questo pezzo


Visione

Avere una visione significa intravedere il proprio futuro focalizzandosi sul presente, forti dell’esperienza trascorsa.

Il bello delle feste di fine anno e di inizio anno nuovo è che, se si vuole, c’è spazio per pensieri e propositi per l’anno nuovo che inizia. Nel mio caso, la fase di riflessione si sviluppa a partire dagli ultimi giorni che precedono il capodanno e si muove nei giorni successivi. E si muove molto. A me così capita.

E ogni anno sempre di più. Infatti, col passare del tempo, sono finiti gli sforzi di festeggiamento a tutti i costi, mentre sono aumentate le ricerche di ripensamento, un laboratorio personale, intimo e spontaneo fatto di sguardi, verso il passato, non soltanto quello recente, il presente e le prospettive di futuro.

Il finale d’anno, in genere, è veramente accattivante ma di fatto effimero. Tutto sommato, è sempre stato così nella mia esperienza. Considero l’inizio d’anno nuovo meno labile e più utile, essendo più prospettico.  Finita la baldoria, finiti i fumi nella loro varietà, finite le illusioni dell’ipotetico no-problem o dell’ipocrita andrà tutto bene, si metabolizza che il tempo è lo stesso, è un continuum, e si deve affrontare la vita, bella o problematica che sia.

È interessante come in questa occasione, che segue difilato le sante festività, ci si impegni nel ritrovarsi sempre più virtualmente con auguri e frasi di buon auspicio tra persone che si frequentano abitualmente, tra persone lontane geograficamente, tra parenti stretti o che non si incontrano mai e tra persone con le quali ci si inviano messaggi una o due volte l’anno. Pare che partecipare a questa “recita” a scadenza fissa faccia comunque bene all’anima di qualcuno, pertanto stiamo pure al gioco, dico io. Anche se spesso mi pesa e mi è pesato farlo … non sentendolo autentico.

Di lampante c’è un fatto, e quest’anno mi è stato molto più chiaro che in passato. Il fatto è che sento profondamente il senso di gratitudine per quanto ricevuto in questa vita. Non è sempre andato tutto bene, ma alla fine tutto è stato importante per mettermi in discussione e per farmi crescere. Alla fine sono stati importanti fatti ed eventi della vita, ma quello che appare come determinante è sempre stato l’incontro con persone, nelle relazioni, in famiglia e nella società. Guardo spesso al futuro vicino e lontano. L’ho sempre fatto e sempre l’ho vissuto intensamente grazie a progetti nati da visioni della vita reale. Visioni che ancora ci sono, magari rinnovate, ma ben presenti.

Avere una visione della vita è importante perché ci guida nella lunga camminata che spesso si presenta accidentata.

Oltre a questo, è importante sentire dentro quella “pace” di cui tanto si parla ma che pare non esserci più.

Questo senso di serenità interiore accompagnato dalla forza che promana dal credere in qualcosa di superiore non fa che aggiungere ancora senso di gratitudine per quanto è stato, è e sarà.

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Citazione: da Si fa presto a dire … vado volontario! di Gianni Faccin Gedi ed.

Immagine in evidenza: cartolina augurale 2024 by GiFa2024

Immagine di chiusura: dal web, preghiera indianoi nativi


Abitando la Pace

 La guerra non è la soluzione per nessun problema. Dobbiamo, dunque […] cercare un nuovo paradigma, se non vogliamo distruggerci a vicenda: la pace non solo come meta, ma anche come metodo.
 

Infatti, occorre abitare la pace. Significa praticarla, vivendola poco a parole e molto con atti concreti. Se tanto si parla di pace, se tanto la si invoca, se tanto viene nominata, significa che viviamo in guerra, anche se le esplosioni sono lontane da noi e se non vediamo passare i carri armati sotto casa nostra. Vorrei non si parlasse più di pace, se non per apprezzarne gli effetti.

[segue]

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Sciagurata guerra che entri nelle case della gente senza preavviso

gli porti via tutto, anche la vita.

Sciagurata guerra che distruggi ogni cosa che uccidi senza pietà.

Sciagurata guerra che fai dei morti una statistica

mentre sono donne, uomini, anime, affetti, sentimenti.

Sciagurata guerra che appartieni a pochi potenti

mentre tutti, dai vecchi ai bambini ti vorrebbero fermare.

Sciagurata guerra fatta per dividerci fatta per farci nemici

chi sta per uno chi sta per l'altro.

Sciagurata guerra hai già fatto la tua parte

ora torna nel nulla che sei.

Sciagurata guerra presenza di male in mezzo a noi

che solo Dio può fermare.

Ti prego Dio della Pace Tu che non chiedi sacrifici ma misericordia

Tu che non cerchi scambi di favori ma ami chi si rivolge a te con fiducia.

Se piccolo come sono posso fare qualcosa qualsiasi cosa

perché questa sciagurata guerra si fermi,

eccomi mio Dio piccolo come sono

sono pronto a seguirti per fermare con te

questa sciagurata guerra.

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Citazione: by Leonardo Boff da Forse la terra si salverà, Ed. Terrasanta 2022

Immagine: War by Pixabay

Versi: Sciagurata guerra di Ernesto Olivero da Sermig Fraternità della Speranza 12 aprile 2022


Abitando il Natale

In viaggio verso il S. Natale: L’amore che si dona torna sempre indietro

Ormai ci siamo: “Black friday” e Natale coincidono …  Nel timing, non soltanto nella valenza. Infatti, sono sempre più accelerate ed intensificate le manipolazioni commerciali che giocano senza pudore alcuno sui sentimenti, sui valori e sui principi e che ti dicono come comportarti già subito dopo la festa di Ognissanti, anzi no, in realtà il fenomeno inizia la sera prima, una volta assorbiti i fasti di Halloween.

E noi? Che facciamo? Ci adeguiamo in tutta tranquillità. Come le stelle di un famoso romanzo di Cronin … stiamo a guardare. E stando così le cose, sembra ci vada bene.

Forse, allorquando il S. Natale ed altre ricorrenze importanti nella nostra tradizione diventeranno un retaggio per pochi, solo allora le manipolazioni commerciali e mediatiche cambieranno destinazione. Ma a quale prezzo?

Anche quest’anno, come già in passato mi sono soffermato e mi soffermo, anche io in anticipo, sul senso del S. Natale. Questa felice ricorrenza rimane per me e penso per tutti o per tanti un’occasione, una nuova opportunità, dono di un tempo scelto per riflettere, per guardarsi attorno e dentro di noi stessi. Uno spazio per trovare un nuovo inizio, per migliorare nella relazione che conta veramente e che giustifica il nostro passaggio in questo mondo: con noi stessi, con gli altri e con l’Alto.

Quest’anno, in modo più marcato, vorrei fuggire lontano da ogni tentazione di ipocrisia, dall’esteriorità, dalle abitudini consolidate che non siano quelle che hanno il sapore dell’autenticità e non del “pandoro”, della “cioccolata calda” o degli addobbi a tutti i costi. Vorrei agire lontano dalla pianificazione di feste e di regali.

Semmai, vorrei riscoprire ancora e ancora il senso della relazione sia in famiglia, sia nella società.

Infine vorrei ridare slancio, nuovo e rinnovato, al mio bambino interiore e alla sua originalità, proprio ricordando il significato del “bambino di Natale”. Il desiderio è di essere estremamente autentico nel dire a chiunque Buon Natale! Chiudo queste righe con una frase recentemente ascoltata durante un serial tv basata proprio sulle varie sfumature della festa del Natale che mi ha molto colpito e che voglio far mia reinterpretandola: L’Amore che si dona torna sempre indietro, infatti l’Amore che dai non va mai perduto … E ancora: … Siamo tutti alla ricerca dell’Amore, ma l’unico modo per riceverlo è donarlo …”.

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Immagine: Jesusretrouvé – momento tratto da serial tv Odio in Natale (st 1 ep 6)

Riferimento nel testo e citazione: frasi riprese da serial tv Odio in Natale (st 1 ep 6) e dal film Love actually – l’amore davvero di Richard Curtis – 2003

Riferimenti: cit. romanzo di A.J. Cronin, E le stelle stanno a guardare – 1935 – edito da Bompiani


Luce che ci dà vita

Abbiamo assolutamente bisogno di luce …

Stiamo vivendo tempi complicati, difficili, in cui tutti noi tendiamo a vedere nero, buio e null’altro. Anche se spesso il tutto è ottenebrato, come nascosto e reso non presente, da eventi inimmaginabili oppure da azioni umane che neanche gli animali avrebbero il coraggio di pianificare.

C’è assolutamente bisogno di luce, quella luce che c’è comunque, al di là di ogni nostro misfatto, che come il sole è presente anche sopra le nuvole, allorquando noi vediamo il cielo oscurato e percepiamo l’assenza dei suoi raggi, quasi che non fosse più presente, che non determinasse più l’inizio e la fine di ogni giorno.

Invece la luce c’è ed occorre crederci ancora di più a questa luce, cercarla e impegnarsi ad afferrarla perché solo in questo modo potremo dare un senso ad ogni evento.

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Citazione: by GiFa

Immagine: Luce di vita by AnCa2023

Testo: GiFa2023

Versi: 6e38 tratto da Versi librati di Gianni Faccin 2023 ( Gedi – in fase di pubblicazione)


Foglie che scrocchiano

Abbiamo bisogno di suoni che sanno di vita …

Citazione: by GiFa

Immagine: by Germana dal Madagascar novembre 2023

Versi: Foglie di vita da Versi liberi di Germana Boschetti, sorella salesiana in Madagascar


Violenza

Versi di Fiorella Fiorenzoni

Sembravan sinceri quei tuoi occhi, scuri, neri, profondi

quei tuoi gesti tipici, particolari, quasi unici

quella tua voce forte, dal timbro vigoroso e dall’accento marcato

ma quel tuo aspetto imponente, superbo e presuntuoso non mi convinceva né mi persuadeva

e quindi, titubante, esitante e diffidente non accettai il tuo invito, tornai sui miei passi, me ne andai via.

Ma tu, codardo, infame, ignobile, obbrobrioso, spregevole, turpe, mi corresti dietro e, con una violenza immane, furiosa, aggressiva, brutale abusasti di me, inerme, indifesa, vittima.

Passarono, giorni, mesi, anni, la tua colpa fu detta attenuante, scusante la tua condanna fu affievolita, 

abbreviata, ridotta ma, al di là dell’ingiusto, iniquo, indebito verdetto, nella mia mente, che niente 

cancella né abrade né dimentica né scorda, tu resterai sempre un lurido, schifoso, abominevole verme,

vigliacco, miserabile, un piccolo essere e un giorno arriverà anche per te una sentenza,

da una fonte più alta, più giusta e più vera.

Quel giorno, forse, uscirò dall’ombra della vita, dal buio che mi circonda, dal sentirmi morta dentro

e forse riattaccherò quei brandelli del mio essere, riaffiorerò alla vita, rivedrò la luce, forse.

Dolcetti, scherzetti o … altro?

Silenzio, intorno: solo, alle ventate, odi lontano, da giardini ed orti, di foglie un cader fragile. È l’estate, fredda, dei morti.

Ma quali dolcetti! Ma quali scherzetti! Ma quale festa di fantasmi e zombie!

In verità, nella giornata del 2 novembre si celebra in Italia ogni anno la commemorazione dei defunti. Una ricorrenza che ha paralleli in molte culture ed epoche, ad evidenziare la speciale attenzione richiesta per relazionarsi con la perdita di una persona cara. Il processo di lutto è stato ampiamente studiato e analizzato e il modello più noto è quello delle cosìddette “cinque fasi del dolore”, non uno schema qualsiasi, ma uno strumento utile a sviluppare consapevolezza delle emozioni, che in generale è una dimensione che ci manca tantissimo anche come collettività, visto le tragedie che ci accompagnano giornalmente.

Tornando al titolo e all’incipit d’inizio, non ce l’ho con le feste tipiche di altri paesi e da noi acquisite senza alcun spirito critico, ma sta di fatto che per me il mese di novembre rappresenta sempre di più, e ben prima che inizi il relativo calendario, un periodo di riflessione (introspezione mi verrebbe da dire). E i versi di Cioran qui pubblicati il giorno di Ognissanti, per quanto ermetici ad una prima lettura, mi hanno profondamente colpito. Mi hanno accompagnato il giorno stesso e i giorni successivi nella visita al Camposanto ove i miei cari che non ci sono più sono ospitati in una piccola città di defunti con le loro storie vicine e lontane. Tantissime storie solo in minuscola parte a me note.

Torno volentieri all’appuntamento d’inizio novembre, oggi più di un tempo. E in questo periodo penso a tante persone, non soltanto a quelle che conosco direttamente, che ai primi giorni del mese di novembre ricordano e ricordano, pensano e ripensano, si nascondono, si ritirano dalle relazioni, con i pensieri che si accavallano, accompagnati da sentimenti di mancanza, voglia di fuggire, inconsistenza di relazioni, assenze, sensi di abbandono, inutilità della vita, senso di solitudine.

E la solitudine, in queste persone, non è mai un piacere desiderato, ma un ulteriore stato di sofferenza.

Finché non si è dentro a questa bolla di dolore, finché non si è passati attraverso questo malessere, è difficile capire, ed è difficile comprendere quanto gli altri hanno provato o stanno provando.

Per me è stato difficile, fino a poco tempo fa, riconciliarmi con questa ricorrenza, spesso vissuta con distacco voluto per non farmi poi domande delicate …, quelle domande che mi rivolgo sempre più spesso e che mi portano a dare significato ad ogni evento, anche piccolo o di ordinaria quotidianità. Domande che mi spingono ad essere migliore, a rispettare la realtà altrui, iniziando dall’accettazione della mia realtà.

Sono cresciuto con i miei genitori che mi portavano spessissimo al cimitero per salutare nonni, cugini prematuramente scomparsi, zii, amici. Mia madre ci teneva a far visita in questo luogo ove da tempo aveva voluto preparare urne di famiglia, anche in modo particolarmente anticipato. Non riuscivo a capirla bene questa sua voglia di anticipare …

Oggi, che è ancora qui ben presente, la questione appare quantomai attuale e al contempo “normale”. Il posto c’è, ci sarà, ma conta vivere il momento attuale nel modo più autentico possibile. Ho capito, sto capendo in verità, finalmente …

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Citazione: Novembre da Mirycae di Giovanni Pascoli – Ed. Sansoni

Immagine: Occhichepiangonosbavando da idea di https://lamenteemeravigliosa.it/6-tipi-lutto/

Immagine a chiusura: Giallo nudo by ANCA 2023

Riferimenti nel testo: https://www.aiutoallapersona.it/blog/tipi-di-lutto e pezzi precedenti sul medesimo argomento


L’Asinello

Versi non miei

Muto ciò che pervenne alla vita, muto. Travasa le urne.

Urna di terra, cui la mano del vasaio crebbe tenace.

Urna di terra, che la mano di un’ombra chiuse per sempre.

Urna di terra col sigillo dell’ombra.

Pietra, ovunque guardi, pietra.

Fa entrare l’Asinello. Trotterellante.

Trotterellante nella neve sparsa da nudissima mano.

Trotterellante davanti alla parola che si richiuse da sé.

Trotterellante Asinello, che bruca il sonno dalla mano.

Splendore, che non sa confortare.

I morti implorano ancora, Francesco …

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Citazione e titolo: a cura GiFa

Fonte: da Assisi, poesia di Paul Celan (dal testo Di soglia in soglia, Einaudi ed.)

Immagine: zionp by GiFa2023


Tran Tran

Chiedono “Come va?”, “Come va?”, “Come va?”. Ma noi non cambiamo mai no, mai no, mai …

Non so voi, ma a me capita periodicamente di rendermi conto, ogni volta come fosse la prima volta, che “tutto quello che è non è mai come appare”.

Eppoi, come non bastasse, abbiamo sotto il naso la realtà oggettiva, ma non è che non la vediamo o che non ci arriviamo, è che non la vogliamo vedere, perché è scomoda, decidiamo che va contro di noi, o almeno così pensiamo sia. Spesso c’è anche l’orgoglio oppure c’è un po’ di superbia … Figurarsi se mi affido ad un professionista oppure – al limite – ad un valido dispositivo che mi faccia essere veramente attore protagonista della mia scena di vita …

C’è un vero rifiuto che pare quasi sia una sorta di “lesa maestà … Figurarsi se mi adatto …

Insomma il passaggio dal problema alla soluzione non è mai agevole. Anche se la strada è tracciata, indicata, intravista chiaramente. Ma non è mai scontata, automatica.

Ho verificato personalmente come in più di una situazione ci affidiamo molto a soluzioni pianificate sostenute da modalità valide e concrete. Talmente valide da essere prese seriamente in considerazione per tante eventualità, non soltanto per le finalità specifiche. Mi riferisco per esempio alle nuove tecnologie e ai numerosissimi dispositivi che permettono cose inaudite se immaginate solo dieci anni fa: geolocalizzazione, relazioni on line di qualsiasi tipo, contatti con reciproca visualizzazione tramite telefono cellulare, lettura di libri e riviste su dispositivi portatili, lo stesso per le agenzie giornalistiche, meteo aggiornatissimo che permette di sapere a che ora arriverà la tempesta e altro tramite radar, acquisti di prodotti diversissimi on line e recapito diretto a casa, salvavita, controllo del territorio tramite droni e l’elencazione potrebbe essere interminabile.

Ormai tutti abbiamo le soluzioni in casa, in ufficio o addosso. Dispositivi con applicazioni per ogni esigenza. Chiedi e hai una risposta anche vocale.

Stando alle abitudini che abbiamo oggi quasi tutti, ogni problema parrebbe che avesse una facile soluzione, e in effetti spesso ce l’ha.

Se attendo una telefonata importante posso stare tranquillo perché ho sempre il cellulare con me, anche quando sono sotto la doccia (!), ma è chiaro che se lo tengo silenzioso non mi accorgerò della chiamata entrante e magari così succederà che il problema serio si trasforma in questione ancora più seria se non grave.

Dico un esempio semplice (perché mi riguarda) per spiegare che a fronte di una situazione problematica o d’interesse primario la risposta concreta c’è, è alla portata di chiunque sia come mezzo, sia come soluzione. Ma questa viene disattesa altrettanto agevolmente se non applichiamo delle semplici regole di comportamento note a chiunque.

Ora mi chiedo perché succede questo? Anche nelle situazioni più complesse, gravi, di grande rilevanza per esempio in tema di salute e sicurezza?

Tra problemi e soluzioni ci sta la persona con le sue caratteristiche personali, che possono favorire o anche ostacolare il processo. Indichiamo alcuni esempi:

– voglio sentire quando mi chiamano, perché è importante che io risponda, ma preferisco tener silenzioso il telefono o me lo dimentico che è silenzioso perché relativizzo il problema valutato in origine oppure perché ho cambiato idea o scala di priorità;

– voglio attivare ad un familiare il salvavita per ovvi motivi di sicurezza, ma il familiare pure capendone l’importanza lo tollera senza usarlo concretamente secondo le istruzioni. In effetti alla fine lo tiene sempre in carica ma se lo dimentica facilmente in cucina rischiando seriamente in termini di sicurezza, questo perché vuole seguire i propri schemi mentali o non accetta cambiamenti al suo tran tran;

– voglio arrivare puntuale ad un incontro fuori città e per sicurezza attivo il GPS dell’auto. Inserito l’indirizzo esatto seguo le indicazioni per un po’, ma poi esco dal tragitto proposto perché in verità non mi fido molto del GPS. In effetti alla fine arrivo intuitivamente alla sede dell’incontro ma in ritardo. Mi arrabbio pure e me la prendo con il GPS perché non gode della mia fiducia, mentre dovrei prendermela con me stesso …

Potrebbero esserci tanti esempi da richiamare, ma è sempre la stessa storia: per un motivo o per l’altro vogliamo essere noi gli artefici di scelte, azioni, comportamenti, anche quando non ne abbiamo la capacità o quando qualcuno o qualcosa ci indica un diverso approccio.

In certi casi abbiamo bisogno di farci aiutare, non soltanto dal professionista, anche dal dispositivo. Solo in certi casi serve l’esperienza spiacevole o addirittura traumatica.

 Spesso ci intestardiamo che va bene la nostra impostazione. Forse c’è bisogno che facciamo un passo in avanti, con maggior umiltà riducendo invece l’arroganza da parte nostra e soprattutto inserendo quel coraggio che ci aiuta a vedere l’essenziale nonostante le apparenze.

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Citazione: da Tran tran canzone di Sfera Ebbasta

Immagine: Float by Clker F V I per Pixanbay