Vis à vis

…Vicinanza fisica, oggi …

Oltre alla nostalgia, emerge sullo sfondo la consapevolezza, ancora indefinita, della propria posizione nella sequenza delle generazioni, la preoccupazione ancora inesprimibile per le tappe della sua vita …

Quanto appena succitato è il succo estremo ed intenso del volto del disagio, così come scaturisce, piccolo esempio, da un incontro tra persone. Non importa se in uno studio professionale o in altra situazione.

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Non possiamo, o, almeno, io non posso sottrarmi alla vicinanza fisica. Intendo il partecipare a meeting face to face, incontri in person, ovvero incontri umani autentici.
Certo ci sono elementi di protocollo da osservare, regole legate alle note restrizioni, il giallo, l’arancione e il rosso. Ci sono la cautela e il buon senso da mettere in campo. Ok! Occorre osservare il tutto, nel rispetto di se stessi e degli altri.
Ma mi è ben chiaro che, in caso di necessità, di importante necessità, se mi viene richiesto l’incontro personale in presenza io non mi tiro indietro.
Non riuscirò a tirare in ballo decreti o il nome di personaggi pubblici di turno per trovarmi a fare – pretestuosamente – un passo indietro. Come fanno in molti.
Attenzione, anche io sto bene a casa, ritirato e in riposo inatteso, una volta tanto fuori dalla mischia. Magari in opera casalinga su incombenze da anni rinviate.
Ma non è ciò che, soprattutto, desidero.

Io desidero vivere e conto sia un desiderio collettivo.
È così che non va esclusa la possibilità di incontri umani veri, ravvicinati anche se con le dovute precauzioni. Incontri a viso aperto, vis à vis.
Soltanto in questo modo potrà avvenire l’incontro con l’anima dell’altro.

Solo così si potrà elevare la sua parte migliore, grazie allo stimolo di crescita che l’altro riceverà.
Ma questo non potrà che avvenire in un incontro autentico e completo, necessariamente in presenza.

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Citazione by Rosella De Leonibus

Ispirazioni by Rosella De Leonibus (da I volti del disagio – Cittadella 2020) e Vincenzo Vitillo ( da L’arte dell’incontro umano)

Immagine by Pixabay: A viso aperto


Bric à brac

Ho sempre amato gli oggetti fin dall’infanzia. Mi capita oggi di vedermi passare sotto gli occhi oggetti che mi sono appartenuti …

Ritorno volentieri, chissà come mai, sull’argomento di lasciare andare, buttare via, fare ordine.

Credo sia qualcosa di potenzialmente rivoluzionario nella vita delle persone.

Si tratta di saper staccarsi, chiudere un ciclo, dare aria nuova alla stanza della nostra interiorità. Ma anche aprire la mente, essere migliori verso la vita e il mondo, inevitabilmente più attraenti verso gli altri per essere nei loro confronti soprattutto migliori, più accessibili, inclusivi, non indifferenti

Prendere distanza quindi dalle cose e dagli oggetti anche storici, che ci hanno accompagnato per una vita.

Torno su questo perché rileggendo il pezzo di qualche giorno fa (Il miracolo dell’ordine del 18 gennaio) mi sono accorto che avrei potuto dare più enfasi all’attività del “fare repulisti” inerente agli armadi pieni di roba o agli scaffali pieni di cose.

Lo faccio per confermare, e mi riferisco alla mia attualità, che fare questa attività verso armadi e scaffali è altamente consigliato, essendo altamente benefico.

Vedo più difficile, almeno come inizio, eliminare messaggi, app, profili social, per quanto potrebbe essere ancor più interessante.

Veniamo agli armadi e agli oggetti.

Ho sempre amato il bric à brac. Quando ebbi l’occasione di visitare il mercato delle pulci a Parigi, del quale avevo sentito tanto parlare da mia moglie Angela, mi sentii bene, e capii da una parte quanto mi sentivo legato agli oggetti, ad alcuni in particolare; e dall’altra quanto mi riflettevo in quelle situazioni e dinamiche di conservazione e raccolta che ostentavano aspetti di rarità, pregio, legame, memoria, vicende antiche, collegamenti intimi.

La stessa cosa, ma in minor misura, mi è capitata percorrendo zone storiche della capitale francese, come la place des artistes, il Quartier latin o altre parti all’interno della nota rive gauche. La percezione alla fine era quella di sentirmi molto a mio agio, “a casa”.

Ed è proprio a casa, dove abito, che ho nel tempo ricostruito il mio personale “quartiere latino”, fatto di oggetti, cose, appunti, foto, libri e libriccini.

Possiedo ancora, e ne vado fiero, dei libri della serie Oscar Mondadori di autori importanti (Steinbeck, Hemingway, Pavese, Calvino, Cassola, per dirne alcuni di quelli a cui mi abbeveravo) che sono stati stampati nel 1970-1971 – io avevo 14 anni – e che riportano un prezzo che fa rabbrividire (lire 650).

Non riesco a non conservarli mantenendoli in buono stato. I ricordi del tempo passato assieme a quei libri è forte, più delle storie in essi contenute.

Ci sono poi oggetti e cose depositate negli armadi o sugli scaffali che sono riuscito a selezionare e a eliminare.

E non è ancora finita.

Ho preso consapevolezza che il presunto legame esistente era – come sospettato in precedenza – inconsistente o comunque si era completamente sgonfiato dentro di me.

L’eliminazione di questi oggetti e di queste cose ha sgomberato ampi spazi in me e accresciuto la soddisfazione per essere riuscito in questo passaggio, sicuramente di coraggiosa crescita.

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Citazione: Claude Lévi-Strauss ( Tropici più tristi – Nottetempo)

Immagini by Pixabay: in evidenza La rive gauche – sotto Quartier Latin


Vicini globali, distanti locali

Distanza buona

La distanza può aiutare a scegliere che cosa sia giusto tenere per sé e che cosa sia giusto lasciar scivolare via.

Una definizione, tra le molte di recente nuova adozione, è “distanziamento sociale”.

Si tratta di un fenomeno che perdura da un anno ormai e che, purtroppo, produrrà conseguenze inimmaginabili in tutti. Moltissimi sono gli esempi, li vediamo ormai incessantemente grazie ai “social”, non serve più ricorrere ai media tradizionali.

Il fenomeno non è limitato, ed è glocal, come si diceva già in passato con riferimento ad altre questioni, come per esempio – nel sociale – l’agire in sede periferica per la propria comunità, ma con uno sguardo che parte e si allarga ad un riferimento globale.

E in effetti noi facciamo i conti con il distanziamento fisico e sociale qui dove viviamo, ma lo stesso fenomeno si verifica in diretta a migliaia di chilometri da dove ci troviamo noi, e non perché c’è un regime dittatoriale, ma perché c’è un virus quasi sconosciuto.

Doveva essere distanziamento fisico, ma in realtà, per rispetto delle regole imposte mese per mese e, spesso, settimana per settimana è divenuto “sociale”, determinando nuove abitudini, in seguito allo sviluppo di nuovi modi di pensare, di nuovi approcci e di nuovi comportamenti o stili di vita.

E tutto perché una nota metafora si è avverata, soltanto che non si è trattato del battito d’ali di una farfalla, ma dell’esodo di un pipistrello dal suo habitat naturale.

Che fare?

Forse scegliere un nuovo inizio, oltre gli slogan che si sprecano, non sarebbe male. Dare a questo tempo un valore nuovo e cominciare a fare pulizia di ogni sovrastruttura inutile o dannosa che ci portiamo appresso.

Insomma dare a questo tempo la funzione di darci spazio adeguato per riassegnare il giusto valore alle cose, per esempio partendo dagli affetti.

Si può fare? Sì, si può.

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Citazione by Gianni Faccin

Immagine by Pixabay: Ali di farfalla