Tec, tec, tec …
Il gallo cedrone e il suo cantare segreto
Proposta riguardante la natura, le emozioni, l’esistenza, la bellezza … e l’ascoltare.
Nel mio soggiornare in montagna, divenuto ormai consuetudine, trovo molte occasioni per rivisitare ricordi e racconti di un passato più o meno recente.
In effetti, posso contare anche su parecchio carteggio che è soggetto inevitabilmente – di volta in volta – al rischio di eliminazione oltre che di rimanere accantonato.
Tra i vari manoscritti e testi di un tempo lontano ho trovato questo racconto del 1977 scritto dal noto maestro di San Pietro Valdastico che essendo un caro parente ha ripetuto più volte anche a noi nipoti e pro-nipoti la storia dell’urogallo.
Il pezzo, pubblicato su una rivista locale, porta il titolo Il canto segreto del gallo cedrone. Mi piace molto questo breve racconto che, essendo io amante dell’ascoltare non solo della natura, mi riporta al mio/nostro bisogno di tendere l’orecchio, fare silenzio, accorgersi della bellezza, stare nel presente, essere grati …
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Il gallo cedrone, massimo rappresentante di tetraonidi (nota 1) viventi sui nostri monti, è un volatile di tutto rispetto. Sentirlo partire in volo quasi spaventa. Il frullo fa tremare l’aria e il cuore. Vederlo lanciarsi, volare ad ali aperte per solcare le valli, è pure un’altra visione, che non si dimentica. La sua aerodinamica è perfetta; la velocità, quella del fulmine.
Anche il gallo cedrone canta, ma solo in primavera e fino a stagione avanzata. Ascoltare questo canto sarò dato solamente ad un ristrettissimo numero di appassionati, dotati di sensibilità particolare e di genuino amore per la montagna e le sue bellezze. Perché, il gallo cedrone canta di notte.
Non è facile individuare il luogo dove canta. La partenza sarà prevista per dopo mezzanotte, verso l’una. Ed eccoci al bosco di Costa del vento, a quota 1500. Giunti allo spiazzo, il motore tace, i fari si spengono. Subito ti investe e ti avvolge un silenzio opprimente, pauroso e la notte ti serra nel suo tetro mantello. Solo in cielo brillano le stelle. Si procede sul terreno accidentato sotto gli alberi sempre più fitti, sempre più alti. Il passo è incerto, sospeso, ora trova un rialzo, ora una cavità, ora un tappeto di muschio o un ramo marcio, quando non calpesta ancora un metro di neve gelata. La tenebra è nera come l’inchiostro.
Tec, tec, tec.
Alt. L’orecchio è teso. Senti? Niente. Avanti ancora a tentoni. Fermo. Eccolo. Dopo mezz’ora, la guida, che ha l’orecchio addestrato, ti annuncia che il gallo è là a 50 metri. Ma io non lo sento.
Sottovoce dice: – Ascolta bene … Sì, ecco, sento … come una goccia di acqua che cade ad intervalli su pietra liscia; come il rumore che fa il televisore appena spento dopo essere stato acceso a lungo. Tec, tec, tec, leggero, leggero, alle tre dopo la mezzanotte nel silenzio del bosco.
Questo è il canto del gallo che noi avviciniamo approfittando dei momenti in cui emette le ultime note che sembrano un gorgogliare spasmodico. Siamo sotto il grande abete e la massa nera è là contro il cielo su un ramo secco. Non bisogna guardarlo direttamente, perché per un flebilissimo gioco di luci proveniente dalle stelle, i nostri occhi diventerebbero minutissime lampadine immediatamente viste dagli occhi del tetraonide.
Il gallo cedrone continua il canto fino all’alba, per chiamare le femmine, perché presto è il tempo di rinnovellare la vita attraverso le nuove covate. Un nostro movimento falso, e le grandi ali si aprono. Con una falcata e una virata improvvisa, sparisce inghiottito di nuovo dal bosco. Fra poco sarà l’aurora e le mille voci e i canti rincorrentisi annunceranno il sorgere del nuovo giorno.
Ma non fu un’altra notte, anni fa.
Il mio solito accompagnatore, quella volta, venne con un’altra persona armata di fucile, ai piedi di un alto abete. Un lampo, uno schianto e il cantore notturno crollò con un tonfo privo di vita. Gli furono accanto, lo raccolsero, mentre si dimenava nell’estrema agonia e soppesarono e tastarono in silenzio quel corpo inerte.
Era nero, bello, grande come l’aquila, il collo e la testa penzoloni. Dopo pochi attimi di perdurante silenzio, ecco uscire dalla bocca del cacciatore delle tenebre alcune parole angosciose: “Ades che l’ho copà nol canta più!”.
Avesse potuto ridargli la vita!
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Citazione ed introduzione: a cura dell’autore
Immagini: in evidenza Night bird by https://www.xn--diversit-forestale-mrb.ch/esperienza-nella-foresta/gallo-cedrone – a chiusura del testo Bird by Pixabay
Nota 1: da Wikipedia, I Tetraoni (Tetraoninae) sono una sottofamiglia di uccelli appartenenti ai Fasianidi. Secondo alcune versioni il nome tetraonidi deriva da tetra, che significa quattro, e rappresenta le zampe degli stessi formata da 4 artigli. Inoltre un’altra caratteristica fondamentale sono i tarsi piumati. I tetraoni abitano le regioni temperate e subartiche dell’emisfero boreale. Costituiscono un’ottima preda e spesso vengono cacciati per le loro carni. In alcune specie i maschi sono poligami e compiono elaborate parate di corteggiamento. La maggior parte delle specie sono stanziali e non migrano. Questi uccelli si nutrono soprattutto di vegetali, ma possono nutrirsi anche di insetti, specialmente in età giovanile.
Testo riportato: Il canto segreto del gallo cedrone di Carlo Pesavento tratto da Il Cimone – giugno 1977 e ripreso nel manoscritto Lastebasse Pedemonte Tonezza del Cimone Valdastico Terra di confine di Antonio Brazzale ed. La Serenissima




