Dobbiamo?

Mi sento come quel bimbo cui regalano un pacchetto di dolci: i primi li mangia con piacere, ma quando si accorge che gliene rimangono pochi, comincia a gustarli intensamente.

Da qualche anno a questa parte, forse per i cambiamenti importanti che ho incontrato e vissuto, ho ripreso a farmi le domande della vita. Certe domande in particolare, della vita e della morte.

Mi chiedo spesso come sarà e cosa sarà. Non è una novità, mi sono sempre interrogato, ma sono sempre andato di fretta (*) per un motivo o per l’altro, fermandomi poco a stare con me su questi interrogativi.

Forse sono anche fuggito dai dubbi conseguenti, oppure avevo altre domande a cui cercare di dare presto una risposta.

Oggi più che mai ho la sensazione di aver vissuto intensamente, di aver affrontato e anche superato tante prove, di aver fatto una marea di errori accompagnati sempre anche da tante cose belle. Sento intensamente come il tempo sia letteralmente volato e che tanti sogni si siano pienamente realizzati. Sogni e desideri personali, progetti e traguardi cercati e condivisi con altre persone.

Ho anche una sensazione, in genere sgradevole, di “fretta” vissuta eccessivamente. Fretta di partire, di arrivare, di cogliere, di offrire, di esserci, di non mancare, di realizzare, di non perdermi cose importanti, di valore. Nei momenti di pausa mi è sempre arrivata puntuale la consapevolezza che quanto era stato non interessava più a nessuno, perché … acqua che passa non macina più (**), per dirla con una ripetutissima frase di un vecchio collega di lavoro.

Del resto durante la mia vita professionale datata mi affascinava e al tempo stesso mi infastidiva un dirigente che dichiarava spesso a gran voce, e in quest’ambito gli slogan si sprecano, un’altra frase assai significativa: dobbiamo correre fermandoci e dobbiamo fermarci correndo!

Ebbene, l’ho fatto spesso. Nel lavoro e nella vita. Nell’ambito sociale e nell’ambito personale e familiare.

Ho avuto per tanto tempo questa impressione, di fare pausa in piena corsa, pausa perché indispensabile, fisicamente e mentalmente. Ma anche di fare corse sfrenate, con poca pausa, perché le pause interrompono qualcosa di ritenuto priorità assoluta e fermarsi è vergognoso, colpevole …

Ed ecco una prima domanda: ma chi l’ha detto che “dobbiamo”?

Chi l’ha deciso che dobbiamo essere sempre di corsa, e per arrivare dove? Anzi accelerare perché sembrerebbe che non ci fosse più tempo.

E’ proprio il verbo “dovere” che rompe le scatole. E’ un verbo che richiama immediatamente sensi di costrizione, di obbligo, talora l’anticipazione di conseguenze negative nel caso in cui non si riuscisse a svolgere un compito.

Anche da questo deriva l’atteggiamento di “fretta”, almeno per me. Ed è stato così da sempre.

Fin da bambino “dovevo” rispondere alle aspettative altrui. Poi adolescente e giovane adulto “dovevo” comportarmi secondo le giuste regole, a casa, con gli amici, a scuola e negli studi. Poi con la ragazza. Sono sempre stato abbastanza diligente, ma, lo riconosco, sempre un po’ ribelle. Ho avuto la fortuna di riflettere molto su tutto quello che mi capitava, sulle esperienze che andavo facendo, ma ho avuto una fortuna grandissima se penso a quanto mi hanno testimoniato i miei genitori e alla libertà che mi hanno permesso di avere, a quanto mi hanno donato amici veri che ancora oggi ricordo con affetto, a quanto mi hanno maturato le esperienze variegate che ho vissuto. L’incontro con la donna che oggi è ancora mia moglie, è stato alla fine determinante. La relazione con Angela mi ha permesso di crescere e diventare veramente e pienamente uomo. Mi ha aiutato ad esorcizzare la “fretta” distruttiva e a trasformarla, passo dopo passo, in cura per il momento presente.

E’ vero, il tempo finirà per ognuno di noi. Ma se vogliamo possiamo averne cura, qui adesso, e gustarlo intensamente.


Citazione: da “La mia anima ha fretta” di Mario de Andrade

Foto: By Angela Canale – Valle delle Lanze 1 marzo 2021

Note:

(*) fretta: Necessità o desiderio di fare presto: ho fd’arrivaredi finirenon posso trattenermi perché ho una gran f.; … Include spesso l’idea di rapidità eccessiva; s’accompagna perciò spesso all’agg. o avv. troppoparli troppo in f.; giudichi con troppa fretta (https://www.treccani.it/vocabolario)

(**) Aghe passade no masàne plui – Friuli Venezia Giulia; Acqua passata non macina mulinu – Calabria. Cosa vuol dire? L’acqua che è già passata sotto la ruota del mulino, non può far muovere la mola per macinare ancora una volta. Si dice per azioni, atteggiamenti, sentimenti che ebbero valore un tempo ma non ne hanno più (da https://dettieproverbi.it/)


Sogno incompleto

… o completo?

Mi scopro essere in un ambiente indefinito e al tempo stesso familiare. Non riconosco persone e oggetti presenti ma ne distinguo fattezze e caratteristiche che comunque mi sembrano non estranee.

C’è una bella luce e mi muovo con agilità come fossi a casa mia.

M’imbatto in un adulto che accompagna un bambino, dapprima assai piccolo, poi nel proseguo un po’ più grande. Parla inizialmente con suoni e parole non ben pronunciate e non chiare nel loro significato. Il bambino ha un bell’aspetto, una bella espressione del viso e sorride. Ha i capelli biondi, corti e solo più avanti intuisco essere una bambina.

Non so quale sia il suo nome e ha inizio un dialogo al quale l’adulto non partecipa, se non a tratti. Più avanti l’adulto, non sono più sicuro sia uomo o donna, sparisce. Forse, essendo impegnato, affida a me la custodia.

Succede che la bambina inizia a rivolgermi domande una dopo l’altra. Non faccio a tempo a pensare alle risposte.

E’ energica, mi spinge ad accompagnarla nei locali in cui ci troviamo. Le chiedo se ha bisogno di me, lei gingilla un po’ e poi mi chiede di aiutarla.

Pare non finire mai, c’è una forte sintonia tra noi. Mi sento quasi paterno, ma che vuol dire paterno?

Protettivo? Sostitutivo di un vero genitore? Ma cos’è “vero genitore”? Supplente? Quasi amico? Custode? Guardiano? Osservatore?

Domande e sensazioni che mi vengono tutte dannatamente assieme come solo in un sogno può capitare. Una magia che sembra realizzarsi in un millesimo di secondo.

E ho la percezione di svegliarmi …

Da svegli è assai difficile avere coscienza di una serie di concetti-stato d’animo, tutti concentrati e uniti in una sola confezione, non per questo oscuri, sacrificati e inutilizzabili, e fruibili in frazioni minuscole di tempo.

Mi ricaccio forsennatamente, almeno così mi sembra, nella situazione.

Riprendo da lì, come un film sospeso, e la bambina, che non pare disposta a darmi spiegazioni leggendomi in anticipo nel pensiero, è ciò che arguisco, mi prende per mano perché ha fretta di uscire all’aperto, dove c’è forse qualcuno ad attendere.

E’ una piacevole situazione questo essere preso per mano. La manina si perde dentro la mia, che non è una manona, eppure è una manina determinata la sua, che sa quel che vuole, che mi dirige.

Mi chiedo: dove andremo? Chi ci aspetta?

Stiamo uscendo dai locali, ma tutto pare evaporare, ci sono persone, un bel po’, irriconoscibili e che si decompongono velocemente, si annullano. La scena, d’improvviso, si frantuma in tantissimi piccole schegge, dalle sembianze di vetro e cristallo.

Sento una voce, e non è nel sogno: prendiamo il caffè?

Sono sveglio, non del tutto. Non vedo più lo scenario precedente, ma percepisco le persone incontrate e la loro presenza invisibile.

Tenendo gli occhi ben chiusi, non ricordo più i tratti delle persone e della bambina. Ricercandola nelle immagini mentali sento una piacevole sensazione, una carezza.

Provo a ricreare le scene vissute, ma sento che è molto diverso, anche se c’è l’illusione di riprendere la storia, da dove è finita. Provo a ripassare dall’inizio, cerco i particolari, i presunti significati,  ma non è più come prima.

Apro gli occhi e decido di aprirmi al nuovo giorno.

Mi alzo e, pur intontito, sensazione che mi è molto familiare, assaporo un buon caffè e … buona giornata!

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Immagini: by Pixabay (Bambina per mano e Buon risveglio)

Momento: Schio, venerdì 19 marzo 2021


Shabbat

Giorno di Vita

Per moltissime persone la parola del titolo richiama quello che è anche per noi occidentali, ossia il Sabato. Con l’iniziale maiuscola in quanto vuole essere un momento sacro, oltre che di riposo, in altre parole di pausa.

Di solito pensiamo ad una pausa dal lavoro, dallo studio o altro. Insomma ad una vacanza che altro non è che una sospensione di un’attività, di lavoro o di studio, spesso in corrispondenza di particolari ricorrenze o festività (*).

In realtà è una parola che richiama il prendersi cura di sé. Ecco perché “Giorno di Vita”. Giorno sacro.

Il web, quasi sempre ben informato e documentato, la descrive così:

Sebbene lo Shabbat non sia considerata una festività da molte altre culture e religioni, l’ebraismo gli riconosce lo status di gioiosa festività. La halakhah (**) conosce lo Shabbat come la festività più importante del calendario ebraico. Tra l’altro essa:

  • è la prima festività menzionata nella Bibbia e Dio è stato il primo ad osservarlo;
  • nella Liturgia lo Shabbat viene paragonata ad una sposa, una regina o un re, come riporta il Mishnenh Torah (***) …

Sappiamo come Shabat o la sua versione anglicizzata Sabbath siano universalmente tradotti come “riposo” o “tempo del riposo … da qui si arguisce che una traduzione più letterale sarebbe “lo smettere” con l’induzione a “smettere di lavorare”. Poiché Shabat è il giorno della cessazione del lavoro, sebbene il riposo ne sia un’implicazione, non è necessariamente una connotazione della parola stessa... Da questa e altre argomentazioni capiamo anche la questione teologica sul perché, nel settimo giorno della creazione, così come riportato nel libro della Genesi, Dio abbia avuto bisogno di riposare. Una volta compreso che Dio ha smesso di lavorare piuttosto che si sia riposato, l’ottica cambia e diventa biblicamente più aderente alla figura di un Dio onnipotente che non ha necessità del riposo.

Quindi, ferma restando questa doverosa chiarificazione, questa voce seguirà la traduzione più comunemente accettata di Shabat con “riposo sabbatico”, da cui pausa di riflessione o periodo sabbatico, comunemente usati.

Bene, e se rivalutassimo il nostro Sabato anche riposandoci di più, ma destinandolo soprattutto ad una vera “pausa”? Se riuscissimo a smettere di fare alcune cose e ne facessimo altre di maggior valore?

Nella mia vita, dal punto di vista dello smettere potrei elencare molte cose: verificare le email, dedicarmi ai media e ai social, rispondere a tutto e a tutti, pianificare le cose da fare nel mese e nella settimana, visionare le ultime notizie verificandone la veridicità, curiosare, giudicare, invadere il terreno altrui, parlare troppo, andare di corsa, ecc.

Dal punto di vista del fare, basterebbe dedicassi maggior spazio al “fare silenzio” intorno a me e dentro la mente, all’essere disponibile all’ascolto di me stesso e degli altri, chiunque essi siano.

Mi è chiaro che quest’ultime cose riescono meglio se si riesce a smettere tutto ciò che riempie e spesso rischia di inquinare il proprio spazio personale.

Mi sto impegnando a provarci, nella prospettiva di riuscire in tutti i Sabati dell’anno a fare ” vera pausa” e a costruire “Giorni di Vita”.


Fonti e riferimenti:

  • Wikipedia: ogni passo in corsivo e asteriscato
  • in particolare: (*) https://it.wikipedia.org/wiki/Shabbat – (**) Halakhah (in ebraico הלכה) è la tradizione “normativa” religiosa dell’Ebraismo – (***) La Mishneh Torah (in ebraico מִשְׁנֶה תּוֹרָה  o “Ripetizione della Torah”) sottotitolato Sefer Yad HaHazaka (ספר יד החזקה “Libro della Mano Forte,”) è un codice ebraico scritto da Maimonide che è uno dei rabbini più importanti della storia ebraica. Il Mishneh Torah fu compilato tra l’anno 1170 e il 1180. .. Mishneh Torah consiste di quattordici libri suddivisi in sezioni, capitoli e paragrafi. È l’unica opera medievale che riporti nei particolari tutte le osservanze e pratiche ebraiche, incluse quelle leggi che furono applicabili solo durante l’esistenza del Tempio di Gerusalemme, e un’opera molto importante nell’Ebraismo.

Foto: in evidenza by Wikipedia photo – Rituale havdalah di chiusura (Spagna XIV secolo)

Galleria immagini: Il riposo dello Shabbat (Samuel Hirszenberg) – Le candele dello Shabbat (entrambe by Wikipedia photo) – The Torah (Pixabay) – Hanukkah (Pixabay)

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Pesah

Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato. […] La fede, proprio perché è atto della libertà, esige anche la responsabilità sociale di ciò che si crede.

Premetto due cose: siamo nella settimana santa che per i Cristiani dovrebbe avere un senso molto speciale, da oltre 2000 anni; e la citazione su riportata è un po’ il mio credo, da sempre.

Pesah o Pèsach, come spiega bene una fonte web, è la cosiddetta Pasqua ebraica, che dura otto giorni e che ricorda la liberazione degli Ebrei dall’Egitto e il loro esodo verso la Terra Promessa.

Pesah, nei testi sacri dell’Ebraismo, indica particolarmente la cena rituale celebrata di notte in ricordo di quella che aveva preceduto la liberazione dalla schiavitù in Egitto. I sette giorni successivi vengono chiamati “Festa dei Pani non lievitati” o azzimi. Questa settimana trae origine da un’antica festa per il raccolto delle prime spighe d’orzo e il loro utilizzo per preparare focacce senza lasciare il tempo necessario per il formarsi di nuovo lievito e così ottenere la fermentazione della nuova farina. Pesach, quindi, segna il principio della primavera ed è anche chiamata “festa della primavera”.

Mi piace ricordare questi aspetti della Pasqua perché non è indifferente per me viverla intensamente ogni anno, come è avvenuto da sempre nella mia vita. Anche se il ricordo vivido riguarda l’infanzia, almeno dai sette anni d’età. Era il periodo in cui avevo iniziato a fare il chierichetto nella parrocchia di origine, e venivo molto coinvolto.

Sto quindi parlando di oltre mezzo secolo fa.

Venivo molto coinvolto perché ripetutamente richiesto, e se da un lato è probabile che non ci fossero grandi disponibilità a servire le varie funzioni religiose, dall’altro mi piaceva pensare che ci tenessero a contare su di me, mi sentivo utile più che usato.

Partecipavo a molte celebrazioni e riti fin da piccolo, anche a raffica, uno dopo l’altro nella stessa giornata. Del resto in quegli anni c’era molta domanda di “religiosità”.

Come che sia, la Pasqua nella mia vita ha sempre voluto significare, grazie agli stimoli materni e paterni, ma soprattutto dalle “spinte” motivazionali di mia madre, un momento di revisione a cominciare dalle piccole cose quotidiane. Mi faceva andare in crisi questa cosa, ma poi c’era qualcosa che mi attraeva.

Una crisi pilotata che voleva dire dare un bel calcio convinto ad abitudini e comportamenti non giustificabili o superflui. Non solo attenzione alle spese e ad evitare eccessi alimentari, ma anche al modo di comportarsi, di parlare, di ascoltare.

Sono sincero, mal sopportavo certe esortazioni domestiche coerenti con le “direttive” dei preti della parrocchia, allora molto numerosi e assai presenti nelle famiglie del luogo.

E’ chiaro che non trovavo naturale applicare un protocollo che sentivo imposto e non sano, essendo previsto per un periodo di tempo limitato e spesso troppo concentrato. E questo mi sollecitava pensieri di incoerenza.

Come a dire: abbiamo assolto al nostro dovere, ora siamo liberi … Oppure per essere migliori occorre essere perfezionisti in certe modalità celebrative.

Questo percepivo, non tanto in famiglia, ma nel contesto esterno, negli ambienti ecclesiali, in qualche rapporto parentale, a scuola e tra i compagni.

Balzando rapidamente all’oggi, trovo invece che quelle esperienze mi siano servite. Mi hanno aperto scenari importanti, all’epoca sottovalutati. Non solo. Utili ad interpretare l’epoca in cui viviamo, il cui contesto è cambiato.

Oggi non ci sono più esortazioni, direttive, preti presenti come un tempo. Siamo veramente in un altro mondo …

E quindi è interessante fare dei confronti per essere consapevoli di quanto è avvenuto, provando ad andare oltre.

Sui temi di fede perdurano i miei tanti e continui dubbi, ma mi sento molto in sintonia con una parte degli insegnamenti cristiani, che spesso confronto con le scritture autentiche dell’Ebraismo.

La sintonia cui faccio riferimento parte dalla riscoperta, comunque non recente, dell’essenzialità.

Intendo dire che per me è sempre più essenziale ispirarsi agli insegnamenti dei Vangeli come dei Libri del ricchissimo Antico Testamento, cercando di viverli nel concreto.

E soprattutto senza fare di questa testimonianza un “murales” … Cosa assai impegnativa, essendo divenuta la visibilità un elemento quasi irrinunciabile per chiunque.

Su questa cosa sto riflettendo molto, ma al momento sono felice di poggiare la mia esistenza su di un primo importante pilastro: la responsabilità sociale di ciò che si crede.

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Citazione: dalla apostolica di Papa Benedetto XVI (by Porta Fidei L.A. n. 10)

Fonte web: https://it.wikipedia.org/wiki/Pesach

Immagine: by Pixabay (La Terra)

Testo by Gianni Faccin


Settimana Maggiore

Ἁγία καὶ Μεγάλη Ἑβδομάς

La Settimana Santa è la settimana principe per il Cristianesimo. Vengono celebrati gli eventi di fede correlati agli ultimi giorni di vita di Gesù, che comprendono in particolare la sua passione, morte per cocifissione e resurrezione nel terzo giorno successivo.
In tutto il mondo, la maggior parte dei cristiani chiama Settimana Santa il periodo che volge dalla Domenica delle Palme al Sabato Santo, che precede la Pasqua, cioè la domenica in cui si celebra solennemente la resurrezione di Gesù dalla morte di croce. La Pasqua è la massima solennità della fede cristiana e in occidente si celebra ogni anno la domenica che segue la prima luna piena di primavera (tra fine marzo e aprile).

Ogni anno, mi ritrovo ad interrogarmi su questo appuntamento, che fin da bambino ho vissuto in maniera intensa per partecipazione agli eventi ecclesiastici, per desiderio crescente di cambiamento, per condivisione con familiari e con cari amici, per adesione di fede.

Adesione tutt’altro che “tranquilla”. Direi fatta di tanti dubbi e tante speranze, allo stesso tempo.

Ma adesione basata sull’affidarsi a qualcosa che mi è stato trasmesso con solida intenzionalità e che sostengo ogni giorno grazie al mio affidarmi a qualcuno o qualcosa che è più grande di me e di noi ed in quanto tale decisamente misterioso.

In questi giorni che compongono la cosiddetta “Settimana Santa”, mi va di considerarla come la “settimana maggiore” perché è proprio in questi giorni che abbiamo una nuova possibilità. Quella di ripartire dalle cose che contano, e di farlo con maggiore forza e determinazione.

A tal riguardo mi aiutano alcuni spunti tratti da un testo di Papa Francesco, in cui apparentemente fuori dai canoni strettamente religiosi, si valorizza questa possibilità ulteriore offerta all’essere umano, tenendo bene in conto quanto stiamo vivendo qui e adesso.

Per me si tratta di guardare con maggior attenzione dentro di me e intorno a me, cercando di lasciare indietro ogni peso inutile o nocivo, con la necessaria gradualità

Ecco gli spunti di questa “settimana maggiore”.

La pandemia è un segnale di allarme su cui l’uomo è costretto a riflettere. Questo tempo di prova può così diventare tempo di scelte sagge e lungimiranti per il bene dell’umanità.

Siamo a uno snodo cruciale per l’umanità, messa in pericolo anche da un altro terribile virus che può essere più letale del Covid-19: quello dell’egoismo, che si trasmette con la convinzione che la vita migliora, se le cose vanno meglio per me; che tutto andrà bene, se andrà bene per me […] Ed ecco l’ingiustizia sociale, la diseguaglianza di opportunità, la mancanza di protezione dei più deboli.

Questa epoca insidiosa solleciti e scuota le nostre coscienze assopite e distratte e ci incoraggi a creare una conversione umana ed ecologica che metta fine all’idolatria del denaro.

Le priorità sono la vita e la dignità.

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Descrizioni e significati:

Settimana Santa – Hebdomas Sancta or Hebdomas Maior, “Settimana Maggiore”, dal latino e Ἁγία καὶ Μεγάλη Ἑβδομάς, Hagia kai Megale Hebdomas, Santa e Grande Settimana, dal greco antico e moderno

Fonti e riferimenti:

. Wikipedia per citazione e intoduzione

. Dio e il mondo che verrà – Jorge Mario Bergoglio, ed. Piemme

Foto: Pixabay – Palma


Gigante sdraiato

La leggenda dell’uomo che dorme sopra il paese

Io lo conobbi quando avevo da poco compiuto i diciotto anni ed avevo appena preso la patente. La circostanza mi permetteva, contro il parere dei miei genitori, di salire in un paesino di montagna, a tre quarti d’ora da dove abitavo, per cercare di vedere una ragazza mia coetanea di cui ero innamorato.

Lei era arrivata dall’estero, e dopo essersi trasferita nella mia città, passava l’estate e molti fine settimana nel paesino natìo, a mille metri di altitudine.

Tutt’altro che alta montagna, a me pareva una località posta comunque in alto, ma soprattutto lontana da dove vivevo. In effetti non ne avevo sentito parlare granché.

Fino a d allora, il paese in questione non rientrava nei miei interessi. Ma all’improvviso tutto cambiò.

Nelle pochissime scorribande in montagna, un po’ in sordina per non ingannare troppo i miei cari, arrivai a conoscere i genitori della mia preferita e altri coetanei e amici della sua famiglia.

Fui colpito da una delle prime cose che mi vennero dette, ripetutamente da varie persone, e replicate poi nei tempi successivi.

Quello che per molti, i “forestieri” in testa, è una montagna caratteristica del paese, una occasione per ammirare il panorama, una opportunità per scatti fotografici suggestivi, un soggetto anticipatore di perturbazioni, se coperto da scure nubi, una stupenda palestra per camminatori e un laboratorio naturalistico visto la presenza di specie animali tipiche, per alcune persone, soprattutto residenti, altro non è che il “gigante sdraiato”.

La montagna, che spesso si presenta in veste di panettone con una spruzzatina di zucchero a velo, tanto da sembrare ad un pandoro, a ben guardare, ha le sembianze di un viso umano che è rivolto verso il cielo.

E’ proprio il viso di un grande uomo che sta dormendo: occhi chiusi, grande naso aquilino e bocca aperta, probabilmente sta russando da centinaia di anni.

Il suo russare non pare disturbare nessuno, e, al tempo stesso, il suo dormire prosegue senza soluzioni di continuità. Non c’è niente che lo possa interrompere. Neanche la presenza, e capita ogni tanto, di turisti poco avvezzi alle leggi di montagna, che con schiamazzi o urla si accompagnano in curiose escursioni.

Lui dorme. E quando scendono le tenebre il suo riposo diventa profondo, periodicamente, illuminato dalla luna, che aiuta a intravvedere nell’oscurità la croce che s’innalza verso il cielo.

In questi giorni mi sono recato dalla parte opposta della montagna, sfidando la grande neve che ancora rimane nell’altro versante.

C’è ancora un po’ di zucchero sulla cima. Ma confermo che il panettone non è quello che si vede normalmente.

E’ proprio quello che dice la leggenda. Si tratta del viso di un gigante che ha trovato il posto più adatto per riposare.

Pare, anche se non esistono conferme al riguardo, che il gigante voglia trasmettere a chiunque pace e serenità.

Sopra il paesino c’è lui a donare protezione. Lo fa in continuazione anche se a prima vista sembra non se ne interessi visto che dorme profondamente.


Citazione e testo: by Gianni Faccin

Foto in evidenza: by Angela Canale – Tramonto sullo Spitz Tonezza del Cimone ago2020

Foto qui sotto: by GiFa – Spitz Tonezza del Cimone feb2021


Melo ferito

… possiamo finalmente scegliere di andare oltre e decidere di ritornare a fiorire…

Quando ti misero a dimora, poco meno di dieci anni fa, eri già pronto. Grandicello, mostravi tutta la tua voglia di esprimerti. Non avevi vicini, eri solo in un bell’appezzamento protetto che guardava verso la montagna. Ma tu, con le tue belle foglie, guardavi preferibilmente verso levante prendendone nutrimento.

In solitaria e in poco tempo ti facesti notare con uno sviluppo repentino e con un bellissimo fogliame verde scuro. Non facesti mancare poi i frutti. Mele come quelle non se ne vedevano in zona da tanto tempo.

Anche la prima produzione fu lusinghiera ed abbondante.

Mele grandi, rotonde, rosse, dolci e succose, che piegavano i rami ancora giovani.

Il primo anno di attività ti vide prosperoso e anche preso di mira da qualcuno che non riuscì a resisterti, e si prese una buona parte dei frutti ancora pendenti.

Negli anni successivi ci fu ancora produzione, ma meno abbondante e meno florida rispetto agli inizi, segno che la solitudine estrema, la cura non particolarmente presente, gli eventi e chissà cos’altro ti avevano un po’ bloccato. In poche parole, l’entusiasmo era scemato.

Un po’ come quando c’è l’innamoramento: all’inizio si parte in quarta e poi pian piano si rallenta.

I tuoi custodi si sono chiesti: c’è da fare qualcosa? Ma poi la difficoltà a frequentarti per le note vicende della pandemia e altre questioni personali, hanno impedito ogni intervento.

Fino a quando ti sei lasciato andare …

E’ successo di recente, tra dicembre e gennaio, con la grande nevicata che con i suoi 110 centimetri ha coperto tutto, anche gli alberi di piccolo fusto. Come nel tuo caso.

Per settimane i tuoi rami, non più acerbi, hanno sostenuto non le mele coperte di fogliame ma l’abbondante neve, di giorno fresca e di notte ghiacciata dalle rigide temperature.

Poi con i giorni soleggiati e l’inevitabile disgelo il candido strato ha cominciato a dileguarsi.

E’ stato così che sei riapparso. Ti sei ripresentato come fosse la prima volta.

Ma qualcosa era cambiato. La tua struttura è apparsa spezzata, senza più l’originale e fresca eleganza. Non più integra ma divisa, sezionata.

Un albero decisamente bizzarro sembri oggi: insediato nel bianco terreno gelato con una ramificazione folta e decisa verso levante e una ampia vegetazione – futura ramaglia – pendente verso ponente, tenute insieme da una lingua di fusto che pare non arrendersi.

Certo che, caro il mio melo, i tuoi due rami principali che partivano dal fusto hanno subito una forte lacerazione. Il grande peso della neve ha aperto una grossa ferita fin nel tuo fusto, dividendoti quasi in due.

C’è quella lingua che è un sottile attaccamento e che non sarà in grado di ricollegarti.

I tuoi custodi si sono chiesti ancora, che fare? Lasciarti andare del tutto? Provare a riattaccare le due parti? O lasciare andare la parte più staccata e provare a salvare la rimanente?

Si tratta di decidere in fretta.

Fuor di metafora, è così anche nella nostra vita. Solo che, caro melo, in tal caso i custodi siamo noi stessi.

Spesso c’è necessità di uscire da una storia.

Può capitare per tante situazioni, per eventi dolorosi o perché una relazione finisce. Si tratta di cambiare noi e di lasciare andare qualcuno o qualcosa. Queste cose sono molto diffuse e ci riguardano più di quanto crediamo.

Perdita di una persona cara, della salute per una malattia inaspettata, della casa, del lavoro, della relazione con la compagna o col compagno che scelgono altre strade. E si potrebbe continuare.

La buona notizia è che ci sono il tempo per rendersi conto e il tempo per scegliere.

Il primo tempo ha bisogno di realizzarsi, non c’è un tempo uguale per tutti.

Il secondo tempo viene dopo, ma in tal caso serve una scelta e questa non può essere procrastinata.

In pratica possiamo finalmente scegliere di andare oltre e decidere di ritornare a fiorire. Non restando bloccati.

Sì, caro melo, proprio come sarà per te.

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Citazione e testo by Gianni Faccin

Immagini: foto by Angela Canale (Tonezza del Cimone – febbraio 2021)


Amici

“E’ bello rimirare oltre le foglie l’imminente”.

Quando si dice amicizia!

Succede che non ti vedi per lungo tempo, e che quando avviene inaspettatamente di incontrarsi tutto si risolva in breve e con scambi superficiali.

Ma non è sempre così.

Talvolta infatti riesci a fermarti veramente e trovi nell’altro quello che pareva non esserci più e che invece c’è sempre stato, solo che era come sopito.

E così avviene un risveglio reciproco e tutto pare magico.

Ti fermi con lui e il tempo si ferma.

E quel che c’è sempre stato ci sarà sempre.

Poi ognuno riprende la propria strada.

E’ l’amicizia, quella cosa che supera ogni limite e che non si aspetta in cambio alcun profitto.

Si mette in gioco continuamente e ti aiuta a credere che ci sia qualcosa di più.

Anche quando guardi verso l’ignoto e non sai quel che sarà.

Guardi avanti e ti senti forte perché insieme si guarda nella stessa direzione.

Ma l’amico non lo vedi, eppure è lì e ti guarda le spalle.

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Citazione e foto by Bruno Zattara (Excalibur Tonezza del Cimone 2019)

Testo by Gianni Faccin


La panchina

a piccoli passi …

E’ vecchia quella panchina e apparteneva alla nostra famiglia.

Noi, ultimi arrivati, non l’abbiamo considerata. Anzi l’abbiamo emarginata.

Alla fine non sapevamo che farci e in più si sarebbe dovuto ormai risanarla e riverniciarla.

Finalmente l’abbiamo posizionata vicino alla nostra recinzione. Quasi a prepararne un addio.

Improvvisamente l’abbiamo vista oltre il cancello, anch’esso in rovina.

Qualcuno l’aveva scelta, perché giudicata utile.

Eccola a sostenere corpi di tifosi stanchi e distratti

E corpi giovani, muscolosi o smunti da terre lontane.

Ben presto dal terreno di gioco vicino l’abbiamo vista spostata più in là, oltre la strada che delimita il terreno di gioco, anch’esso ormai abbandonato.

Sono passati anni e la panchina, che si era spostata lentamente ancora di dieci, venti metri più su, ha trovato una prima collocazione di fianco ad un nuovo campo da gioco.

Sport diverso, ma sempre accompagnato da osservatori distratti e stanchi.

Poi, non soddisfatta, si è spostata ancora appresso al sentiero che dalla strada sale verso la collina.

Il tutto in pochi metri.

Non più sport o giochi, ma semplice servizio per i camminatori di tutte le età.

E il tempo è passato. Oggi la nostra panca pare si sia sistemata.

La possiamo vedere da dove abitiamo, come un sito sicuro, in mezzo al verde o al bianco, non lontano dalla casa di origine, dal terreno che l’ha avuta per molti anni, dal primo terreno di gioco, dalla strada e dal sentiero che sale verso su.

E’ bella da lontano e da vicino. Anche se non è risanata.

E’ spesso meta di persone anziane che trovano un momento di pausa prima di arrampicarsi sul sentiero impegnativo. Di coppie che trovano un momento di romanticismo. Di solitari che si fermano a guardare il paradiso naturalistico circostante. Di chiunque passi di là.

E’ divenuta un simbolo di riposo, quiete e serenità. Un traguardo, un premio, un balsamo.

Noi la guardiamo sempre.

Spesso ci avviciniamo per toccarla, osservarla, verificare se resiste alle intemperie.

Anche se desiderassimo riportarla a casa, sarebbe veramente un peccato sprecare questa storia, anche se si tratta solo di una panchina.

Distruggeremmo in un attimo quanto quella panchina si è costruita in pochi metri ma in tanti anni.

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Citazione e testo by Gianni Faccin

Foto by GiFa – La panchina di famiglia 2021