L’arbre et le vieux banc

Uno sguardo attento e amorevole sulle persone e le cose della nostra vita ci dischiude la possibilità di scoprire l’oro nell’esistenza quotidiana.

Prefazione brevissima

Chi segue questo blog e mi legge potrebbe essere tentato di pensare che io sia fissato con panche e panchine. Non è così. Dico soltanto che ne noto alcune ogni mattina quando guardo fuori per ammirare la vista, prima di vòlgere lo sguardo altrove.

Ne osservo una in particolare, la osservo a lungo, non ho capito ancora perché, e mi accorgo di sfumature e situazioni mai percepite prima. Mi succede a qualsiasi ora del giorno, ma specialmente di presto mattino e la sera, verso l’imbrunire.

Invece sono sicuramente fissato con altre cose, per esempio con la lingua francese. In tal caso so perché.

Come che sia, se si impara ad osservare quanto ci circonda, a partire dalle cose più semplici, nascono sensazioni e immagini inaspettate.

Bene veniamo alla storia. E’ giusto ch’io dica che quanto scritto è in parte veritiero e in parte frutto di fantasia. Non distinguerò le due versioni.

L’albero e la vecchia panchina

Accadde nel mese di agosto. Fu uno strano mese solitamente caratterizzato da grande calura, anche in alta montagna. Quella volta sembrò autunno. Un autunno quasi invernale.

Prima faceva caldo, caldo, caldo. Poi agli inizi del mese noto per le ferie e le vacanze estive, d’improvviso, fece freddo, freddo, freddo.

I turisti furono presi di sorpresa, non avendo sempre con sé l’abbigliamento adeguato. Gli stessi paesani, abituati agli sbalzi di temperatura ma impreparati, furono spiazzati.

Chi aveva appena iniziato un breve periodo di ferie appariva sconsolato, a dir poco.

Qualcuno se ne tornò a casa, in pianura. Qualcun altro accese la stufa. Ci fu senz’altro chi sopportò mentre il piagnisteo collettivo si diffondeva anche sui social, anzi specialmente sui social. Molti si preoccuparono, altri ancora fecero finta di niente.

Presso la macelleria, uno dei più frequentati luoghi d’incontro, meglio che la posta o la farmacia, si potevano ascoltare le consuete lagnanze, tra una domanda e l’altra del macellaio: un tempo così non capitava da decenni… un tempo così variabile non è mai capitato… speriamo arrivino il sole e più caldo… la televisione dice che il bello deve ancora venire… il tempo non si può controllare… e ancora… si sa il tempo fa quello che vuole, non si è mai sposato

Eravamo allo sbando stagionale…

Non c’erano segnalazioni di presenza di funghi, cosicché i soliti cercatori – sempre assatanati al riguardo – si arresero. L’attività ludica all’aperto dei bambini, con i loro tradizionali vocii e schiamazzi si arrestò.

Le inizitive sportive, solitamente ben programmate e coinvolgenti, che riguardavano sia tennisti sia calciatori, sembrarono sparire.

Perfino le attività al coperto, hochey su pista, smisero di colpo.

I mercatini di prodotti locali, solito appuntamento annuale per gli amanti della gastronomia di montagna, non si presentarono alle date usuali.

Anche le iniziative indoor di tipo culturale fecero fatica a trovare partecipanti.

Colpì l’attenzione di alcuni osservatori la situazione delle tre istituzioni storiche: la messa in parrocchia fu celebrata solo nei giorni festivi (ma qui anche per altri motivi dovuti alla curia, non essendoci più un prete di stanza), il consiglio comunale venne sospeso dal sindaco che nel frattempo si trasferì in una vicina località balneare alla ricerca del sole e di tranquillità e l’associazione consumatori, molto presente tra i paesani, venne sciolta, ad majora.

Scherzi del freddo agostano? Non penso sia stato solo quello. Ma una cosa era sicura: faceva freddo assai.

Passarono i primi giorni di agosto e ancora faceva freddo, freddo, freddo.

Il cielo si schiariva, poi si annuvolava, poi si vedeva uno squarcio di sereno, poi tornava il nuvoloso, con colorazioni grigio scuro, cielo plumbeo.

In certi momenti, pur consapevoli che sopra le nuvole stava il sole a campeggiare, si temeva il peggio. Quando si alzava l’aria fredda e aggressiva, capitava di sentirsi sferzati in viso da qualcosa che poteva essere una frasca gelida e a tratti bagnata.

Ecco che si correva rapidi, rapidi, rapidi in casa al sicuro.

Si abbassavano saracinesche, persiane e si chiudevano i battenti.

Pioveva, pioveva, pioveva. I vecchi pluviali traboccavano e mettevano in luce tutti i loro punti deboli. Sui tetti, la presenza di erba e foglie, vicino ai lucernari, ostacolava il fluire dell’abbondante acqua, formando piccoli acquitrini aerei, premessa per inevitabili e costosi interventi di manutenzione.
L’andirivieni anomalo di topi dalle piccole dimensioni, già era un dato che incuriosiva non poco i paesani. I piccoli roditori si comportavano come fosse in arrivo l’inverno e andavano e venivano per procacciarsi minuscoli gusci o noci selvatiche. Lo facevano anche di giorno, poi si nascondevano negli anfratti.

Insomma vivevamo un robusto anticipo di stagione fredda, fuori stagione.

Innanzi a noi si vedevano meno le scorribande di caprioli, di solito ben presenti per nutrirsi di erba fresca.

Il tormentone più in uso era: Ma quando torna il bel tempo? Ma quando potremo riprendere le passeggiate?

Ed in effetti, era evidente come anche le tipiche passeggiate nei boschi avevano subito una decisa battuta d’arresto.

Dai vicini sentieri che portavano verso gli alti boschi cedui, partivano di rado escursionisti o semplici amanti delle passeggiate nel bosco.

E fu proprio questo pensiero che ci accompagnava che ad un certo punto ci fece scorgere un cambiamento all’inizio di uno dei sentieri più noti.

Riguardava la panchina ben visibile da lontano. Essa pur autoreferenziale per molte ore al giorno, occasionalmente era sostegno per il viandante ignaro di tanta disponibilità. Era là per lui.

Era la storica panca che stava di solito sola in mezzo al prato e che era un simbolo di beata solitudine, di benefico isolamento, di riposo incontrastato, di rifugio pacifico in mezzo alla natura, silenzionsa e profumata.

Ebbene, non era più così. Si era mossa.

Difficile immaginare uno spostamento tattico disposto da qualche passante.

Difficile credere si fosse spostata autonomamente.

Di sicuro non si era spostato l’albero, che si trova in quel posto da decenni.

Fatto sta che, una mattina di agosto, tra il feddo e la pioggia, la panca è stata vista in compagnia di un vecchio albero. Sodalizio definitivo a quanto sembrava.

Fun senz’altro una sorpresa, almeno per noi.

Il vecchio albero, non altissimo, era stato avvicinato dalla panca, pure in età avanzata.

Ecco che i due, non più curati dai passanti, peraltro spesso distratti da altre cose, avevano deciso di farsi compagnia e di stringere un patto.

Si è senza dubbio trattato di un compromesso: entrambi soli e emarginati, l’albero era stufo di non essere guardato, ammirato, fotografato; mentre la panca, solitamente supporto per chiunque, era stanca di non poter essere utile, di non riuscire ad essere ristoro per qualcuno, occasione di pausa per chi volesse trovare rifugio nel “momento presente”.

Per comune necessità era nata una collaborazione: offrire al passante un momento di pace all’ombra di un vecchio albero, proprio in un periodo in cui, visto il meteo incombente, l’ombra e la pace non erano le cose principali ricercate dalle persone.

E passarono i giorni e le settimane.

Alla fine tornò timidamente il bel tempo, quasi inaspettato. Non fu più caldo, caldo, caldo, ma nemmemo freddo, freddo, freddo. Seguirono giornate di estate, ma con aspetti che facevano pensare all’autunno imminente.

Successivamente albero e panca rimasero insieme, non più in solitudine e distanza, ma accoppiate e unite in un unico scopo: offrire accoglienza e ristoro. Dare un’opportunità, a chiunque.

Siamo al vero autunno. Il tempo rimane variabile, ma il sole insiste nel voler uscire tra le nuvole, se non altro a ricordare chi effettivamente governa.

Agli occhi attenti di chiunque osservi, ancor oggi, appare una tenera abbinata di legno, tra il legno vivo di un vecchio albero e il legno usato, intagliato e verniciato di una vecchia panchina. Entrambi più vigili di qualunque passante e più accoglienti di moltissimi umani.

Lo dimostra la loro attuale immagine: distanti quanto basta, vicini il necessario, anzi, vicini,vicini, vicini.

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Citazione: da L’oro interiore di Anselm Grün – Ed. Saint Pauls

Immagini: foto e galleria by GiFa 2021


Gatto RiGatto

…il gatto vuole essere solo gatto ed ogni gatto è gatto dai baffi alla coda…

Gli animali furono imperfetti,
lunghi di coda,
plumbei di testa.
Piano piano si misero in ordine,
divennero paesaggio,
acquistarono nèi, grazia, volo.
Il gatto,
soltanto il gatto
apparve completo
e orgoglioso: nacque completamente rifinito,
cammina solo e sa quello che vuole.
...

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Oggi scrivo ancora di gatti. Certe volte mi chiedo se – senza saperlo – io non sia un potenziale “gattaro”. In realtà mi piacciono i gatti, come anche altri animali, ma tendo sempre a mantenere con loro una rispettosa distanza, che sento “giusta”.

Orbene, sono molti i gatti e gattini che sono stati e sono ospiti a casa nostra. Abbiamo perso il conto. Ora c’é Gatto RiGatto, quello delle foto.

Lui è implacabile, sempre in movimento e in agguato. Ama giocare con i piccoli rettili, le lucertole in particolare. Ne troviamo tante alla fine dei giochi, immobili nel prato, perché già prive di vita.

Il gattone, ormai è grande e vaccinato (questa cosa non credo), fa di tutto per entrare in casa. Noi lo invitiamo a stare fuori, ma ciò non toglie che riusciamo ad avere con lui un buon rapporto anche se occasionale. E poi gli abbiamo dato un nome, Gatto RiGatto perchè viene – sparisce – torna – se ne va – ritorna.

Spesso è solo di passaggio, passa con agili balzi da una famiglia all’altra, guardandoci mentre attraversa il nostro ampio prato. Ci è capitato di vederlo girovagare nei campi davanti alla nostra abitazione, attraversare la strada e guardarsi attorno, sempre con grande calma.

Invece capita sempre più spesso, sarà l’età, che venga da noi a dormire sotto la pergola, all’ombra.

Non è il nostro gatto, ma è come lo fosse. E lui lo sa.

Quello che forse non sa è che sappiamo anche del suo orgoglio e della sua anima libera. Per questo lo intratteniamo, gli offriamo qualche coccola, gli parliamo. Ma lo lasciamo nella sua libertà.

Lui sa quello che vuole. Lui sì.

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Citazione e versi da Ode al Gatto di Pablo Neruda

Foto: by GiFa Schio estate 2021 – Gatto RiGatto

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2007, 14 luglio

La vita non si misura attraverso il numero di respiri che facciamo, ma attraverso i momenti che ci lasciano senza fiato.

Fu un anno molto particolare. Per gioie e dolori. Un anno di quelli che difficilmente si dimenticano e che ancor oggi fanno emozionare.

E il 14 luglio è una data importante per me, per noi.

In quell’anno, tra tanti sentimenti ed emozioni ci fu anche spazio per un soggiorno all’estero che ci emozionò in modo speciale.

Otto giorni, non di riposo, ma vissuti anch’essi intensamente, questa volta in una delle capitali più note, frequentate, nominate, spesso a sproposito, eppure così stimolanti ed intimistiche.

Era di luglio e faceva caldo.

Non era la prima volta che ci andavamo e non fu l’ultima. Ma in quell’occasione ci abbandonammo, anche senza renderci conto, alla vita sociale, sotto tutti i punti di vista.

Vorrei dire in maniera quasi compulsiva: volevamo vedere tutto, vivere ogni momento tipico della città. Esserci anche a scapito delle ore di riposo.

All’aperto si respirava un’aria frizzante di grande libertà. Le persone che incrociavamo erano estranee ma ci parevano conosciute. Specialmente nei café o nei bistrot, seduti vicini, vicini, pur provenendo da mondi lontani e diversi. Parlare e parlare, mangiare, bere e sorseggiare. E ancora parlare e osservare. Poi improvvisamente andare, per fermarsi altrove ad ammirare, osservare e chiacchierare. O semplicemente lasciarsi andare a pensare in leggerezza.

Tutti uguali e fratelli? Perché no? Certo non ci ponevamo questa domanda, né cercavamo risposte, desideravamo soltanto tuffarci nella mischia ed esserci.

Eravamo molto ben accompagnati, con Chiara e Nicola che erano in vacanza.

C’era affollamento, un grande affollamento che oggi ci sogneremmo.

Continuo a tutte le ore, a terra, in aria e sottoterra. Anzi sotto di noi percepivamo un altro mondo fatto di moltissime persone che andavano e venivano, senza sosta. Era la città sotterranea comune a molte capitali, ma che a Parigi è senz’altro tutta particolare. Una città sotto terra, viva, in movimento inesauribile, pullulante di persone dalle più svariate origini. Esempio, questo, della presenza di chiari contesti multiculturali.

Se ci fossimo, come è poi successo, elevati sulla cima della Tour Eiffel, avremmo visto, guardando giù nelle profondità – dentro alla Metro – una specie di grandissimo formicaio … Credo questo rendi l’idea.

Furono otto giorni di festa.

Fu specialmente festoso il 14 luglio, noto per la festa nazionale che si svolge in Francia dal 1880, in seguito alla “presa della Bastiglia”. Cadde di sabato, e già il venerdì sera, complice la pausa lavorativa, iniziarono i festeggiamenti in tutte le case e per le strade. Non fu solo l’alcol a fare la parte del protagonista, ma molti giovani e adulti, uomini e donne, ci dettero dentro a festeggiare senza limiti. Quasi ci fosse da perderci qualcosa.

Era una festa di tutta la collettività.

Facemmo da cornice a questi festeggiamenti, ma fummo dentro anche noi, a modo nostro. Camminammo molto.

Ci piacque moltissimo – durante il giorno – partecipare alle parate militari al gran concerto del 14 luglio al Champ de Mars, davanti alla Torre Eiffel.

Ma fu stupendo, la sera, dopo il concertone, sotto le zampe metalliche e giganti della torre, immergerci nel fiume umano che faceva concorrenza alla Senna. Ascoltammo, in super amplificazione, Chopin, Mozart, Bizet, Beethoven, poi Morricone e molti altri. Alla fine ci furono dei grandiosi ed interminabili fuochi d’artificio.

Ogni scia di fuoco nell’innalzarsi accompagnava meravigliose melodie musicali le cui note parevano scaturire dalla folla sottostante in movimento.

Era una scenografia fantastica dalla quale ci si sarebbe staccati con difficoltà. Anche la torre più famosa del mondo, che pareva di fuoco con i suoi 20.000 flash, vibrava con la musica.

La notte pareva non aver fine. Le luci non mancavano mai. Fu bellissimo perderci e ritrovarci in mezzo alla folla festante. Non c’erano differenze di genere, d’età, di cultura o di altro.

Fu in quegli attimi che perdemmo nuovamente contatto tra noi, ma ci ritrovammo subito dopo.

In quegli istanti non eravamo soli o smarriti. Eravamo con la nostra gioia, che la faceva da padrone. Eravamo in sintonia col mondo.

Alla fine decidemmo di rientrare seguendo il tragitto della Senna che – grande serpentone nero – si intravedeva di fianco a noi.

Momenti memorabili.

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Citazione: Maya Angelou, poetessa

Foto by GiFa luglio 2007:

.in evidenza “Ai piedi della T. Eiffel 1” –

.sotto: “Ai piedi della T. Eiffel 2” e “Momento di ristoro aspettando il concertone con Chiara – Rosella – Nicola”

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OLYMPUS DIGITAL CAMERA: “Ai piedi della T. Eiffel 2”
OLYMPUS DIGITAL CAMERA: “Momento di ristoro aspettando il concertone con Chiara – Rosella – Nicola”

Dormiente ma vigile

La leggenda dell’uomo che dorme sopra il paese (seguito)

Saranno punti di vista, ma che ci sia questa supervisione è un fatto.

Ed è un fatto, che diviene punto di vista altro, che il gigante stia sempre dormendo, ma che sia sempre vigile, quali che siano le posizioni che prende.

Infatti molte sono ormai le posizioni che l’uomo dormiente assume, girandosi e rigirandosi nel costante riposo. Anche la montagna deve muoversi di tanto in tanto.

Lassù, a cospetto di una moltitudine di persone, non sempre attente, anzi spesso distratte da ben altro, l’uomo si muove e offre all’osservatorte attento prospettive sempre nuove.

All’apparire di nuovoloni neri provenienti dal vicino lago di Garda, come all’apparire improvviso di un elicottero militare o del Suem, come al variare dei colori della vegetazione.

Con i colori del tramonto poi la visione è meravigliosa.

Tutto ciò dipende molto anche dalle stagioni e dal meteo in corso. Ma dipende tantissimo da chi osserva e ammira, dalla sua sensibilità.

In ogni caso il gigante disteso ci osserva con gli occhi socchiusi e ci dà un senso di protezione.

Questo è.

Anche mettendosi dritto, per dare un inevitabile cambio alla postura, ci propone serenità.

E’ capitato di coglierlo sul fatto durante l’ultimo tardo inverno, con la neve a farla da padrone.

Eccolo, immortalato da una turista, che si drizza a confermare il suo ruolo di grande protagonista, per quanto silenzioso e riservato.

Eccolo innevato e infreddolito, ma presente.

Eccolo il gigante buono, che a sua volta osserva il cielo e rimane sbigottito da tanta bellezza da rimanere a bocca aperta.

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Immagine by Gruppo fb “Tonezzadel Cimone” di G. Dellai


Rifiorito

Vieni usciamo, è tempo di rifiorire!

Un poeta scrisse: “Ogni fiore è un’anima che sboccia nella natura”. Ed è proprio con questi pensieri che abbiamo atteso la rinascita del nostro melo, fortemente ferito dopo la grande nevicata.

Praticamente spezzato in due, tolta la parte non recuperabile, sanificato il tronco e potati i rami qualche mese fa, è finalmente tornato a fiorire.

E’ un nuovo inizio che ci insegna come dopo ogni ferita si possa rinascere, si può ripartire.

Tutti.

E non è escluso che i frutti possano esserci, abbondanti e squisiti.

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Citazione: dalle poesie di Gabriele D’Annunzio

Foto by GiFa – Tonezza del Cimone giugno 2021

Riferimento nel testo dalle poesie di Gérard de Nerval

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Melo ferito rifiorito

Animale gentile

Chi sa se il soffio vitale dell’uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra?

Erano mesi che non si vedeva nella parte bassa del paese, quella più prossima al centro.

Ora la meraviglia è tornata, è scesa dai suoi misteriosi rifugi in quota, per nutrirsi dell’erba appena cresciuta dopo l’imponente taglio stagionale. Essa predilige i grandi spazi dove poter fare incetta in piena libertà di erba fresca, verde e squisita.

Eravamo preoccupati del ritardo, ma ora abbiamo cominciato a rivedere le solite scene.

A coppie o in solitaria, approfittando dei giorni più tranquilli, senza rumori, chiasso e presenze di auto e folla, queste meraviglie si spingono fin quaggiù, nei pressi della strada principale, e, famelici, mangiano avidamente.

Solo a tratti si fermano e si guardano intorno, sicuramente a controllare se ci sono cambiamenti che li possano preoccupare. In realtà si concentrano nell’accaparrarsi cibo anche per coprire le riserve necessarie.

Come che sia, la loro presenza non incute timori, non disturba, non invade e non si nota facilmente. Al contrario è una presenza silenziosa, tanto vorace quanto delicata, impercettibile.

Appare solamente ad un occhio attento, disponibile, aperto e pronto a stupirsi.

Avviene qualcosa di meraviglioso, è un incontro d’anime: chi ammira da lontano e chi si lascia osservare, non ignaro, mentre dà soddisfazione alle proprie esigenze vitali.

E’ un animale gentile che ci prospetta una nuova possibilità, ovvero la scoperta di un dialogo possibile nel reciproco rispetto e nella benevolenza, fuori dal voluto-inevitabile conflitto tra “umani” e animali”.

Lo stesso rapporto che vorremmo vedere tra umani, e che spesso, troppo spesso, è carente.

In quanto umani, dobbiamo anche ricordarci che noi stessi siamo animali e che possiamo fare scelte etiche verso tutto il pianeta-esseri viventi, razionali e non.

Come scaturisce dalle parole di un noto monaco del sud-tirolo (*): “… Dal momento in cui pensiamo a noi stessi come animali, dobbiamo chiederci criticamente come li trattiamo e se rispettiamo i loro bisogni. Allo stesso tempo, dobbiamo stare attenti a non “umanizzarli”, senza proiettare in loro delle aspettative alle quali non possono rispondere”.

L’animale gentile è là e mantiene la giusta distanza. Si avvicina quando è il momento e poi si allontana. C’è rispetto verso di noi e le nostre cose.

Riusciamo noi a fare lo stesso?

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Citazione: da Qohelet (3, 19-21)

Foto by GiFa: Tonezza del Cimone giugno 2021

Riferimento nel testo (*): intervista a Martin M. Lintner

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Aver cura

Perché sei un essere speciale

Ed io, avrò cura di te

E’ successo anche questa volta, e ci sta . Ci sta che tantissime persone commemorino – ognuno a modo suo – qualcuno che se ne è andato, qualcuno che è stato “insegnante” nel mondo. Nel senso di aver lasciato un segno, e un segno importante. Non solo un segno artistico, di bravura e genio musicali. Ma un segno umano di sacralità.

E’ successo una quantità di volte, di recente con Milva, Bertoli, Dalla, Morricone, Bosso. Più in là con De André. In un lontano passato con Gaber e molti altri.

L’elencazione potrebbe essere difficoltosa.

Certo è che con Franco Battiato se ne è andato un artista che ci ha insegnato moltissimo, correndo costantemente il rischio di non essere compreso. Dicono che una delle sue canzoni più belle e significative sia “La cura”.

Da parte mia lo posso confermare, anche se molti altri brani possono essere richiamati per la loro bellezza, il loro significato e la sensibilità che sanno stimolare.

Credo sia molto interessante ascoltare e riascoltare questo pezzo, ma anche gli altri del suo repertorio, e fare ascolto profondo di quanto emerge in noi stessi in tema di sentimenti, emozioni e ricordi.

C’è nel web un’intervista che vede l’autore spiegare il significato spirituale di “La cura”. Perché, in effetti, questa canzone ci porta alla dimensione più importante di noi umani, la pura spiritualità.

Una spiritualità non distaccata dal terreno, dal concreto, e in particolare dal nostro essere persone in relazione.

Una spiritualità universale che ci riguarda tutti e tutte le creature viventi.

A partire dalle nostre “radici”.

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Citazione: Franco Battiato da “La Cura”

Foto by GiFa 2021 (in occasione 94° compleanno di Annamaria Pamato)


Cintura d’amore

Lontano, eppure così vicino

L’anno scorso, qualche giorno prima di Natale, mia madre ha accusato i sintomi del Covid-19.

E’ stata dura, soprattutto per lei, ma anche per i familiari che si sono trovati, preoccupatissimi, a gestire una situazione temuta, ma anche in ogni modo contrastata, grazie a tante precauzioni ed attenzioni.

Poi è arrivato il contagio. E solo alcuni di noi, pur esposti, sono rimasti esclusi dal malanno.

Mia madre a 93 anni ha affrontato anche questa esperienza e, grazie al cielo, l’ha potuta superare.

Dopo il periodo di isolamento e di cura, questa donna meravigliosa ha ripreso la sua vita fatta di cose semplici ed importanti allo stesso tempo.

Gli acciacchi degli ultimi anni pesano oggi di più, ma lei a dispetto dell’età e dei guai fisici rimane battagliera nel voler essere informata, organizzata, presente nei rapporti con gli altri, puntuale in qualche ricorrenza.

Mantiene il più possibile la casa in ordine, tiene agenda di alcuni impegni e appuntamenti, gestisce la posta in arrivo, legge le riviste preferite che le arrivano in abbonamento.

Si tiene su, è sempre pronta a sorridere. Anche nei momenti difficili è lei a prendere l’iniziativa per incoraggiare, ascoltare, esprimere parole di fiducia.

Ovviamente, ed è ovvio per chi la conosce bene, fa continua manutenzione dei propri pensieri e del proprio credo. Infatti giornalmente mantiene stabili alcuni appuntamenti televisivi con la Messa, la recita del Rosario e quando è possibile con le interviste o gli interventi di Papa Francesco.

Beh in televisione non segue soltanto programmi religiosi, essendo molto interessata ad alcune rubriche di attualità e di temi sociali.

Ci tiene a mantenere i contatti almeno telefonici, talvolta quasi giornalieri, con alcune persone care, le sorelle per esempio, per le quali si sente di essere la “maggiore”.

Posso affermare che è socialmente impegnata, anche se il suo impegno si esprime costantemente con il suo interessarsi, confrontarsi ed essere presente sulle vicende piccole e grandi che ci riguardano tutti.

E anche in questo dà a noi tutti di famiglia una continua testimonianza.

Ma come fa? Come le è nata questa forza?

Posso dire qualcosa soltanto in risposta alla prima domanda.

Oggi sono stato seduto vicino a lei per quasi quattro ore e le ho parlato, ma di più guardata e ascoltata. Posso dire che l’ho ascoltata a lungo. E ho avuto con lei momenti di condivisione e commozione.

La sua forza è misteriosa da una parte perché di primo impatto è tutta naturale, spontanea, diretta e per niente teatrale.

Dall’altra parte, ad ascoltarla bene, mia madre ha in sé un’essenza che è senza dubbio genuina, autentica ed è travolgente in quanto ti trascina facilmente dentro a quella cintura di fuoco che, a suo dire, è alimentata d’amore vero.

E’ un sentire profondo che si stacca da ogni regola o dogma di cui siamo stati a lungo informati. Un sentire alto, raffinato, apparentemente irraggiungibile. Lontano, eppure così vicino.

Oggi lei mi ha raccontato del suo rapporto con Dio e le sue parole semplici mi hanno fatto sentire immerso in quella cintura d’amore come fosse una cosa normalissima.

Fede sì, ma basata sull’amore concreto, ossia attenzione e cura dell’altro, benevolenza, rispetto, tolleranza e benedizione.

Benedizione anche, non ricordo in tanti anni di aver sentito da lei dire male di qualcuno.

Per me è chiaro che è stata ed è questa la sua forza. Quella forza che ha contribuito non poco a condurla fuori dal Covid-19, continuando a vivere con fiducia e speranza, come ha sempre fatto.

E guardando avanti.

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Foto: by Lucia Faccin (nostra madre dopo la recente vaccinazione anti-Covid

Immagine in evidenza: by Pixabay – Cuore di fuoco

Memoria: incontro del 4 aprile 2021

Il sorriso sotto la mascherina!

Bambino, io

Un vecchio e un bambino si presero per mano e andarono insieme incontro alla sera …

Quando si dice il tuo “bambino interiore”.

Mi è sempre piaciuto approfondire questo argomento, ho letto libri, testi di poesie e di canzoni, pezzi e articoli specifici, tutti interessanti.

E’ un mondo che mi attrae e che mi spinge ad approfondire, capire, trovare senso.

Solo di recente ho avuto dei contatti più robusti e decisamente consapevoli.

E’ capitato dopo aver provato momenti di forte tristezza, di distacco, di distanziamento anche fisico.

Non sempre la distanza, o meglio, in tal caso la lontananza, è facilmente gestibile. Se non si accetta pienamente la situazione la sofferenza derivante è grande.

Non ci sono consolazioni, nessuna giustificazione che ti venga illustrata che divenga “balsamo”.

Mi è ben chiaro come nella prima infanzia si sia veramente genuini, autentici, puri, non ancora inquinati e compromessi con la “dura realtà”.

E nessuno te l’ha detto, anzi può essere che ti sia dovuto sentire sbagliato, nella tua ingenuità praticata, a casa, a scuola, con i compagni, con i parenti, con chiunque ti abbia avvicinato.

In gioventù non si è ancora coscienti di quale sia la realtà.

Ad un certo punto comincia il cammino verso l’esperienza, che comporta un risveglio e accorgersi che non sono tutte rose e viole, come diceva mio padre.

E’ un viaggio che inizia, senza ritorno prevedibile. Un viaggio che non promette nulla di buono se non divenire più coscienti di se stessi, di come si è e di come si potrebbe essere. Nell’accorgersi di questa distanza, gap si direbbe oggi, è come cadere dal letto ancora in preda al sonno e capire solo in quel momento che si è sul duro pavimento.

Tutto capita a tappe, finché un giorno, all’improvviso, cominci a cogliere l’attimo, quasi inavvertitamente, ma te ne accorgi che accade qualcosa di nuovo. E inizi a ripeterti spesso: ma perché non mi è successo prima?

Puoi avere vent’anni, trenta o cinquanta, ma è un risveglio. E da lì comincia il potenziale cambiamento personale. Ed è proprio in questa circostanza che può avvenire un contatto profondo con il sé bambino. Quasi fosse la scoperta di un nuovo mondo.

Io non ho ben presente quando è accaduto. Mi pare sia avvenuto intorno ai 40, nel partecipare ad un corso di cambiamento personale, in ambito professionale.

Di sicuro, oggi ho chiaro ogni momento in cui avviene. E succede di continuo. Ed è fantastico.

In ogni occasione mi ritrovo a vedermi e sentirmi bambino.

Non me ne vergogno e riesco anche ad esternare a chi mi è vicino queste esperienze che considero sacre. Sono felice in quei momenti, non rari, di superare ogni paura di giudizio esterno e ogni pregiudizio verso la mia persona.

Spesso, corro allo specchio e cerco di intravvedere i miei caratteri e tratti bambini. Quasi a riunire le mie parti essenziali.

E’ così che ritrovo il mio mezzo sorriso, il mio sguardo, la mia fisionomia, un po’ la postura e soprattutto i miei occhioni innocenti, curiosi e colmi di stupore e ricerca.

Sì, mi rendo conto che il tempo è passato, ma gioisco nel realizzare che quei tratti sono tutt’oggi gli stessi.

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Citazione: Da Il Vecchio e il bambino – Francesco Guccini (Album Radici, 1972)

Foto: storica foto Codiferro – Gianni a 1 anno (1958)


Sub

Dalla nascita l’uomo porta il peso della gravità sulle spalle. Ma sotto la superficie dell’acqua siamo liberi.

In quegli anni si andava tutti insieme al mare. Qualche volta con la famiglia allargata e qualche volta solo noi tre, meno frequentemente.

Coppia affiatata con un figlio che cresceva a vista d’occhio.

Si riusciva ogni tanto a fare le vacanze senza presenze di altri, amici o parenti, trovando una dimensione intima e decisamente calda tra noi, perché andavamo d’accordo, anche se non su tutto.

Ma il mare non era più quello di un tempo, era un mare speciale, non vicino alla nostra laguna, anzi lontano, e famoso per le acque cristalline e la bandiera blu.

Era un mare che lambiva le coste di centro Italia o meridionali. Coste di regioni a noi poco note.

Fu in una di quelle volte, che imparammo una cosa inaspettata e decisamente straordinaria.

Partecipammo ad un corso breve di immersione subacquea.

Ci trovavamo in Puglia, alle Isole Tremiti, e i timori ci inchiodavano nell’aderire al corso.

Eravamo entusiasti ma assai intimoriti. D’accordo sapevamo nuotare, ma non eravamo dei provetti. E poi immergersi così non era da tutti i giorni.

La follia di fare una cosa fuori dagli schemi, un po’ estrema per noi, essendo neofiti, ci ha spinto a non escludere l’invito che gli organizzatori avevano rivolto ai turisti di turno. E successivamente ad aderirvi, perché non si può sapere ed apprezzare se non si prova.

Mia moglie decise di non partecipare, accontentandosi di fare nuoto di superfice usando maschera e boccaglio, con l’unico scopo di osservare il fondale marino e la rispettiva fauna.

Noi due invece andammo avanti, incoraggiandoci l’un l’altro. Dopo le lezioni di teoria, molto dettagliate ed interessanti, ci immergemmo guidati da una tutor molto brava e gentile.

Ricordo che, stando tra noi, ci teneva per mano perché voleva essere sicura della buona riuscita della prima esperienza in profondità.

Le bombole pesavano e facilmente ci accompagnarono a circa 20 metri sotto.

Fu bello e difficoltoso stare in equilibrio a quella profondità e contemporaneamente gustare quanto ci circondava e ci passava davanti agli occhi.

Fu anche triste ritornare in superficie, e nel contempo stupendo poter fare questa esperienza insieme. Non la dimenticheremo mai.

Fin qui la descrizione della circostanza.

In me rimane molto chiaro il ricordo di aver vissuto, per circa un’ora, quella sensazione di stare in una bolla quasi silenziosa in cui si potevano udire solo i nostri respiri collegati al respiratore e le bolle d’aria che venivano espulse. Era una bolla che sembrava un altro mondo, il cosiddetto mondo silenzioso (*) descritto da noti esploratori subacquei.

Che emozioni!

Ricordo la gioia di far parte di quella piccola spedizione, di poterlo fare insieme a mio figlio. Ricordo la paura che ci potesse succedere qualcosa e, nello stesso tempo, il senso di calma al pensiero che eravamo scortati da una brava sub.

A parte tutto ciò, il ricordo oggi più forte, molto gradevole, è quella sensazione di libertà per essere in profondità sotto la superficie d’acqua, poter vedere dei fondali bellissimi e sentire una piacevole distanza da tutto il mondo noto.

Non perché uno specifico allontanamento fosse necessario, ma per la possibilità di una pausa speciale, condita da aspetti di novità e di scoperta in un contesto naturalistico di prim’ordine.

Oggi non so ancora se provai soltanto io quelle emozioni e quelle sensazioni. Quello che so è che ritornando a fare “snorkeling” tutti e tre riprendemmo ad immergerci con una nuova consapevolezza.

Non soltanto nuotare, ammirare, esplorare, spingersi giù a scrutare da vicino, ma anche ricercare quella “bolla silenziosa” che può meglio contenerci, mettendoci in una situazione di calma in cui contattare le nostre emozioni primordiali, e ritrovare noi stessi.

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Auspicio: “possiamo presto tornare al mare e vivere le stesse emozioni”

Citazione: Jacques Yves Cousteau

Immagini: Pixabay – Immersioni subacquee I e II

Riferimenti: Il mondo silenzioso, J.Y. Cousteau – Frédéric Dumas – Oscar Mondadori (*)

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