Silenzio sonoro

Il pettirosso annuncia l’arrivo della stagione fredda e della neve. Simbolo della vita che resiste all’inverno, di rinascita e di rinnovamento, il pettirosso porta con sè speranza, ottimismo, buoni auspici per l’anno nuovo …

In molte località montane, anche nelle nostre zone (1), è possibile incontrare o osservare il pettirosso, un piccolo uccello noto per il suo caratteristico piumaggio rosso-arancio su petto. Anche il suo canto è particolare. È fatto di un tic sonoro o di una serie di tic-ic-ic-ic e può essere udito ormai durante tutto l’arco dell’anno. Non più soltanto d’inverno. Qui, in montagna, permane una ricca biodiversità, compresa la presenza di questa specie di uccello. Il pettirosso (2) è un uccello piccolo e tondo, con grandi occhi espressivi, lungo fino a circa 14 cm. Il suo dorso è solitamente bruno-oliva, il ventre bianco, e le zampe sottili e rossicce. Il pettirosso è facilmente riconoscibile per la sua macchia rosso-arancio su petto e faccia, presente sia nei maschi che nelle femmine. Il suo canto è caratterizzato da note malinconiche e frizzanti (3). 

Boh! Sarà così. Resta il fatto che il suo svolazzare mai incerto, mai lento e mai casuale, si presenta come una costante di tutto rispetto. I suoi voli ti colgono di sorpresa, passandoti all’improvviso a 50 cm dal viso ad una velocità che supera i limiti di centro abitato. I suoi giochi amorosi, così sembrano, attirano l’attenzione e dimostrano le sue capacità atletiche nel volo creativo di coppia. I suoi trasferimenti da una pianta all’altra evidenziano la sua grande adattabilità e la sua sicurezza ambientale. Senso di libertà?

Quel che mi sorprende oltre ogni misura è la sua capacità canora. Un canto che invade ogni spazio e al contempo consacra il significato e il valore della calma e del silenzio.

In tempi in cui – specialmente durante le vacanze – si fatica a stare fermi e zitti, in silenzio mantenendosi calmi, l’ascolto di questi veri e propri concerti aiuta molto. È qualcosa di miracoloso che ti permette di fare il vuoto dentro di te, di mollare le menate (4) e di fare deserto intorno e dentro di te.

L’amico pettirosso non è più l’amico d’inverno, ma è un esserino che promette bel tempo ogni giorno dell’anno, che ci sia sole oppure no, alla faccia di chi si lamenta sempre e di chi vede solo il bicchiere mezzo vuoto. E il suo canto, se ben ascoltato, invita alla speranza e all’ottimismo.

Sì, è l’emblema di rinascita e di rinnovamento, in quanto simbolo della vita che resiste alle avversità.

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Citazione: da intitolazione alla scultura Il pettirosso, presso Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi)

Immagini: Robin by Jon Pauling of Pixabay (in evidenza) e Il pettirosso – foto GiFa2025: due dei punti di vista da Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi) (a piè di pagina)

Note: (1) Alto Vicentino – Vicenza (Veneto); (2) Passeriforme Erithacus rubecula; (3) Dettagli da Wikipedia e dal web; (4) Espressione che è un invito a smettere di preoccuparsi eccessivamente e a dedicarsi a qualcosa di più leggero e piacevole, come il canto. L’espressione “menate” in questo contesto si riferisce a pensieri negativi, ansie o problemi che occupano la mente e impediscono di godersi il momento presente. Il canto, invece, è visto come un’attività liberatoria, che può portare gioia e benessere. Espressione presa da Musica ribelle di Eugenio Finardi.


Occhi+

Hai gli occhi più grandi della bocca …

La citazione è nota, ma per me l’autrice è mia madre, visto quanto me lo ripeteva.

E sul concetto c’è anche molto da dire.

Se fosse un nuovo prodotto o una nuova app, per effetto di una revisione anche soltanto estetica, si chiamerebbe occhiplus, meglio occhi+. Se fosse un nuovo software o programma televisivo occhipremium.

Invece si tratta di un fenomeno illustrato da un vecchio detto popolare, a me molto familiare anche oggi. Altro che gioco di immaginazione. E’ una frase che racchiude in sé integralmente situazione-immagine-desiderio, in una interpretazione, sia da parte di chi la pronuncia sia di chi se la sente rivolgere, che va oltre le battute, le definizioni e le denunce o i semplici aspetti descrittivi.

Non ci sono un titolo o un’esclamazione, c’è ben di più: proviamo a ripeterla ad occhi chiusi … Hai gli occhi più grandi della bocca.

A me non accade più tanto spesso, ma accade.

Mi ritrovo in situazioni nelle quali mi sento a mio agio, ma che mi riportano alla mente quella frase detta spesso un tempo da mia mamma, alla quale seguiva sempre un grandissimo sorriso, quasi a giustificare il misfatto.

E quale era il misfatto? Anzi quale è ancora oggi il misfatto?

Si tratta di situazioni in cui, trovandomi dinnanzi ad un piatto particolarmente appetibile, assalito da un certo languore, ma diciamolo non è veramente tale, e soprattutto da una certa spinta interiore che è più una pulsione, una voglia, mi ritrovo a aggredire il piatto e a mangiarne il contenuto con un approccio non stop.

Di solito la frase in evidenza è rivolta ad una persona che ritiene di avere un grande appetito e poi lascia nel piatto buona parte del cibo che ha voluto. 

Non è il mio caso, perché in alcune situazioni non abbandono assolutamente il cibo, anzi non disdegnerei per talune pietanze di accogliere bis e tris.

Qualche volta questo comportamento, se da un lato mi ha dato grandi soddisfazioni, dall’altro mi ha creato qualche malessere fisico.

Un po’ tale circostanza e un po’ l’essermi reso conto che si può esaltare la qualità a scapito della quantità, mi hanno reso più equilibrato nella gestione dei desideri personali.

Non ho ancora raggiunto un equilibrio perfetto, ma posso dire che il ricordo di quella frase mi aiuta a ricercarlo con il sorriso, immaginando i miei occhi di bambino che sono più grandi della mia bocca.

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Immagine: adattamento di foto di repertorio dell’autore


Orrido ma bello …

Si dice orrido di una cosa o situazione come anche di un posto che sarebbe bruttissimo, orribile, orrendo, orripilante, raccapricciante, terrificante, spaventoso, terribile, macabro … Può essere invece tale “orrido” un posto bellissimo, avvenente, meraviglioso, ammirevole, stupendo, affascinante? La mia risposta è sì!

Orrido? No, grazie.

Dalle mie parti di montagna esiste un sito naturalistico di particolare interesse. Da anni lo frequento perché rappresenta un po’ uno dei miei posti preferiti per la bellezza e la tranquillità che vi si possono incontrare.

Esso è sia il punto di arrivo di un sentiero boschivo, sia il punto di partenza di un percorso storico naturalistico che conduce verso altri siti incontaminati, attraversando dapprima una zona detta delle antiche cave e poi una vasta area di faggi e abeti dal terreno quasi sempre ricoperto da un folto tappeto di foglie secche. Il paesaggio si caratterizza per la presenza di numerosi muretti a secco e di vecchie cave appunto che ormai sono quasi completamente interrate, e tutto questo sta a testimoniare come, un tempo, tale luogo rappresentasse un ricco centro di lavoro. Oggi stesso, quel sito è punto di arrivo per passeggiate quanto mai rigeneranti.

Proprio dove momentaneamente il sentiero si allarga, si apre un ampio palcoscenico in parte surreale. Esiste da qualche tempo una bellissima palizzata che fa da davanzale ad un panorama mozzafiato che propende subito verso la vallata sottostante detta di Riofreddo. Qualcuno ha scritto che è una valle quasi dimenticata nel bacino del Posina, piuttosto selvaggia, dove il bosco avanza tra gli antichi coltivi e le contrade abbandonate, arroccate su aspri pendii. Val di Riofreddo, appunto. Il nome richiama il clima fresco che si trova in questo angolo di Prealpi vicentine, dove d’inverno il sole si fa vedere soltanto poche ore durante il giorno.

Da sopra lo spettacolo è unico: la valle che si stringe sul torrente omonimo viene chiusa da ripidi versanti tra i quali primeggia alla vista lo scoglio del Monte Tormeno, che a sua volta la separa in due piccole valli disegnando una y.

A fronte di tutto ciò, anche il nostro punto panoramico, come molti altri, viene denominato diffusamente come l’”orrido”. Non viene assegnato un altro nome o un altro aggettivo. Soltanto l’”orrido”.

Ci hanno provato in epoca recente gli autori del cosiddetto “sentiero Fogazzariano”, che hanno giustamente assegnato al sito il nome di “Belvedere”, in quanto punto panoramico d’eccellenza.

E così sono evidenti i diversi punti di vista.

Dunque, tornando all’”orrido”, sappiamo che il significato secondo i dizionari è luogo dirupato, per lo più là dove un torrente è costretto a superare con una forra rocce resistenti, tra le quali le acque precipitano con fragore (Wikipedia) – Oppure che mette nell’animo un senso di orrore, di ribrezzo, di spavento, perché brutto, selvaggio, squallido, pauroso (Treccani).

Penso sia il caso che impariamo a usare meglio le parole, i nomi e le descrizioni. E che cerchiamo e troviamo miglior adattamento alle nuove condizioni che si vengono a creare.

Nel nostro caso si tratta di un dirupo. Un dirupo che in passato forse incuteva paura alle persone, e che è stato reso sicuro con una adeguata barriera in legno ben inserita nel contesto naturale e che permette una sosta proprio dove inizia il gran vuoto. Oggi prevale il senso di tranquillità, il gusto del silenzio, il rumore a tratti dell’aria che scuote rami e foglie. Prevalgono il gioco dei pensieri vaganti e lo sguardo che si perde nella bellezza della natura. Come detto all’inizio ci vado spesso in questo posto, da anni. Per me non è un “orrido” e mi piace l’enfasi Fogazzariana che lo ha battezzato “Belvedere”, ma a me piace di più, nonostante il salto nel vuoto che è lì davanti e ben presente, pensarlo con il nome che gli spetta da quando l’ho conosciuto: il mio “posto sicuro”.

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Citazione: da

Ora ti ascolto… e poi?. Storie e pensieri sull’arte dell’ascoltare di Gianni Faccin – Gedi 2022

Immagine: Belvedere by AnCa2021


I Giù

… quando il tempo non esiste

I Giù erano spesso insieme. Coniugi d’altri tempi si erano sposati giovani per quegli anni arroventati dalle guerre mondiali, e poi contrassegnati dai tristi e poverissimi dopoguerra. I Giù, Giuseppe e Giustina, si erano conosciuti alle feste di paese durante il primo dopoguerra. Erano gli anni venti, i cosiddetti “anni ruggenti” in America, ma in realtà, da noi, erano “anni bruciati”.

Lui amava festeggiare e andare al ballo di paese, alle sagre, che erano momenti di amara socializzazione che in tanti ricercavano per dimenticare le tragedie passate e quelle in corso. Festa, ballo e buon vino. Vi si recava con il suo primo amore, la sua Gilera, compagna di tante scorribande anche oltre il Vicentino. Giuseppe veniva da un comune oggi inesistente perché incorporato in un altro più grande: Magrè Vicentino. Giustina invece abitava con la famiglia a Lugo Vicentino. Entrambi nati negli ultimi anni del 1900, si conobbero e iniziarono a frequentarsi presto. Lei non ballava perché aveva un impedimento fisico ad una gamba, pare dalla nascita. Ma era partecipe di feste e sagre. Il loro incontrarsi divenne presto un amore intenso.

Qualche volta si racconta tra i familiari che un giorno Giuseppe, forse troppo allegro alla guida della moto, non si accorse di aver perso Giustina che stava seduta sul sedile posteriore. Per fortuna senza danni. Ad un certo punto se ne accorse e la recuperò.

Fu così che si sposarono e si stabilirono nella casa di lui, a Magrè, in quella che ancora oggi si chiama via Parafitta. Lui lavorava da meccanico ed era molto bravo. Lei si occupava della casa e della famiglia che subito si era capito sarebbe ben cresciuta. Infatti tra gli anni venti e trenta arrivarono quattro figli, solo il primo maschio. Poi tre femmine. Lei era brava nel cucito e nel cucinare.

Fu grande amore, e i nipoti ne fanno ancora tesoro.

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Immagine in evidenza: I Giù da repertorio fotografico di famiglia


Bellezza di un volatile della famiglia dei fagiani

Tec, tec, tec …

Il gallo cedrone e il suo cantare segreto

Proposta riguardante la natura, le emozioni, l’esistenza, la bellezza … e l’ascoltare.

Nel mio soggiornare in montagna, divenuto ormai consuetudine, trovo molte occasioni per rivisitare ricordi e racconti di un passato più o meno recente.

In effetti, posso contare anche su parecchio carteggio che è soggetto inevitabilmente – di volta in volta – al rischio di eliminazione oltre che di rimanere accantonato.

Tra i vari manoscritti e testi di un tempo lontano ho trovato questo racconto del 1977 scritto dal noto maestro di San Pietro Valdastico che essendo un caro parente ha ripetuto più volte anche a noi nipoti e pro-nipoti la storia dell’urogallo.

Il pezzo, pubblicato su una rivista locale, porta il titolo Il canto segreto del gallo cedrone. Mi piace molto questo breve racconto che, essendo io amante dell’ascoltare non solo della natura, mi riporta al mio/nostro bisogno di tendere l’orecchio, fare silenzio, accorgersi della bellezza, stare nel presente, essere grati …

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Il gallo cedrone, massimo rappresentante di tetraonidi (nota 1) viventi sui nostri monti, è un volatile di tutto rispetto. Sentirlo partire in volo quasi spaventa. Il frullo fa tremare l’aria e il cuore. Vederlo lanciarsi, volare ad ali aperte per solcare le valli, è pure un’altra visione, che non si dimentica. La sua aerodinamica è perfetta; la velocità, quella del fulmine.

Anche il gallo cedrone canta, ma solo in primavera e fino a stagione avanzata. Ascoltare questo canto sarò dato solamente ad un ristrettissimo numero di appassionati, dotati di sensibilità particolare e di genuino amore per la montagna e le sue bellezze. Perché, il gallo cedrone canta di notte.

Non è facile individuare il luogo dove canta. La partenza sarà prevista per dopo mezzanotte, verso l’una. Ed eccoci al bosco di Costa del vento, a quota 1500. Giunti allo spiazzo, il motore tace, i fari si spengono. Subito ti investe e ti avvolge un silenzio opprimente, pauroso e la notte ti serra nel suo tetro mantello. Solo in cielo brillano le stelle. Si procede sul terreno accidentato sotto gli alberi sempre più fitti, sempre più alti. Il passo è incerto, sospeso, ora trova un rialzo, ora una cavità, ora un tappeto di muschio o un ramo marcio, quando non calpesta ancora un metro di neve gelata. La tenebra è nera come l’inchiostro.

Tec, tec, tec.

Alt. L’orecchio è teso. Senti? Niente. Avanti ancora a tentoni. Fermo. Eccolo. Dopo mezz’ora, la guida, che ha l’orecchio addestrato, ti annuncia che il gallo è là a 50 metri. Ma io non lo sento.

Sottovoce dice: – Ascolta bene … Sì, ecco, sento … come una goccia di acqua che cade ad intervalli su pietra liscia; come il rumore che fa il televisore appena spento dopo essere stato acceso a lungo. Tec, tec, tec, leggero, leggero, alle tre dopo la mezzanotte nel silenzio del bosco.

Questo è il canto del gallo che noi avviciniamo approfittando dei momenti in cui emette le ultime note che sembrano un gorgogliare spasmodico. Siamo sotto il grande abete e la massa nera è là contro il cielo su un ramo secco. Non bisogna guardarlo direttamente, perché per un flebilissimo gioco di luci proveniente dalle stelle, i nostri occhi diventerebbero minutissime lampadine immediatamente viste dagli occhi del tetraonide.

Il gallo cedrone continua il canto fino all’alba, per chiamare le femmine, perché presto è il tempo di rinnovellare la vita attraverso le nuove covate. Un nostro movimento falso, e le grandi ali si aprono. Con una falcata e una virata improvvisa, sparisce inghiottito di nuovo dal bosco. Fra poco sarà l’aurora e le mille voci e i canti rincorrentisi annunceranno il sorgere del nuovo giorno.

Ma non fu un’altra notte, anni fa.

Il mio solito accompagnatore, quella volta, venne con un’altra persona armata di fucile, ai piedi di un alto abete. Un lampo, uno schianto e il cantore notturno crollò con un tonfo privo di vita. Gli furono accanto, lo raccolsero, mentre si dimenava nell’estrema agonia e soppesarono e tastarono in silenzio quel corpo inerte.

Era nero, bello, grande come l’aquila, il collo e la testa penzoloni. Dopo pochi attimi di perdurante silenzio, ecco uscire dalla bocca del cacciatore delle tenebre alcune parole angosciose: “Ades che l’ho copà nol canta più!”.

Avesse potuto ridargli la vita!

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Quando la bellezza e l'amore gratuito ci aiutano ad essere autentici

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Citazione ed introduzione: a cura dell’autore

Immagini: in evidenza Night bird by https://www.xn--diversit-forestale-mrb.ch/esperienza-nella-foresta/gallo-cedrone – a chiusura del testo Bird by Pixabay

Nota 1: da Wikipedia, I Tetraoni (Tetraoninae) sono una sottofamiglia di uccelli appartenenti ai Fasianidi. Secondo alcune versioni il nome tetraonidi deriva da tetra, che significa quattro, e rappresenta le zampe degli stessi formata da 4 artigli. Inoltre un’altra caratteristica fondamentale sono i tarsi piumati. I tetraoni abitano le regioni temperate e subartiche dell’emisfero boreale. Costituiscono un’ottima preda e spesso vengono cacciati per le loro carni. In alcune specie i maschi sono poligami e compiono elaborate parate di corteggiamento. La maggior parte delle specie sono stanziali e non migrano. Questi uccelli si nutrono soprattutto di vegetali, ma possono nutrirsi anche di insetti, specialmente in età giovanile.

Testo riportato: Il canto segreto del gallo cedrone di Carlo Pesavento tratto da Il Cimone – giugno 1977 e ripreso nel manoscritto Lastebasse Pedemonte Tonezza del Cimone Valdastico Terra di confine di Antonio Brazzale ed. La Serenissima


Giorno perfetto

È qui e ora che riusciamo ad essere noi fino in fondo …

Siamo nel “borgo del respiro”, circondato da spazi verdi e celesti che fanno vivere fuori del tempo. Ogni tanto ci sono sparsi scrosci d’acqua che offrono meritato rinfresco alla natura troppo provata dalla interminabile calura pomeridiana di un caliente mese di luglio. Sono brevi ma intense precipitazioni che fanno aprire insistentemente la “porta” a dibattiti e lamentazioni su come è cambiato il clima. Ma il respiro prosegue incessantemente. Si fa beffe delle lamentazioni e conduce a brani di giornata in cui le diverse manifestazioni naturalistiche si esprimono apertamente e senza vincoli.

E oggi è un giorno di quelli, in cui la perfezione fa capolino, fa vedere che esiste. La natura è. Non si nasconde, si espone con la massima apertura. Si pavoneggia, almeno per chi la vuol ammirare e per chi se ne accorge.

Dopo un breve tragitto siamo arrivati a piedi in quota, verso i 1600 metri, i percorsi sono ordinati e ben tenuti da dove la carrabile diventa sentiero bianco, per niente polveroso.

Calma impressionante, quasi irreale.

Siamo circondati da cielo e famiglie di conifere che fanno gli onori di casa dapprima con larici, abeti e pini, e ben presto, con diffusissimi cespugli di mughi che ci affiancano generosamente. Si percepisce da vicino l’aroma meraviglioso che viene rilasciato dalle resine delle loro minuscole pigne in parte non ancora dischiuse

Siamo finalmente contornati da fiori di mille colori che tutti assieme offrono all’occhio attento pezzi di arcobaleno che, non tanto velatamente, cercano di allungarsi verso l’alto.

Ci si sente privilegiati a far parte, seppur momentaneamente, di questo stupendo habitat.

In lontananza si notano benissimo molteplici picchi, alcuni più in evidenza e altri talmente distanti da apparire grazie alle loro sfumature biancheggianti o grigie come artificiali. Sono le nostre montagne delle quali spesso non ci accorgiamo. Eppure ci sono da tempo immemore, delimitano la nostra vista e ci danno un piccolo assaggio del “grande mistero”.

Dalla corona circolare di picchi ora bianchi o dorati di roccia, ora grigio-verdi si muovono verso di noi ampi boschi di conifere in genere d’un verde scuro che lasciano frequentemente partire enormi pascoli verdeggianti che accarezzano la vista nonostante i diffusi pendii adatti a mucche esperte.

Ora siamo arrivati in cima.

La croce solitaria è ben visibile senza mania di protagonismo. È un legno nero che parla pur senza profferire parola.

Qui non esiste tempo.

Il silenzio sovrasta tutto con qualche leggera pausa per lasciare passare aria che arriva a colpi irregolari. Poi riprende posizione. È l’attore principale della scena.

L’aria è comunque tiepida perché il sole incombe e abbronza senza chiedere permesso. Solo a tratti arriva addosso e in pieno viso qualcosa di freschissimo e refrigerante che sa di buono e puro e che ci ricorda dove siamo.

Il panorama è bellissimo. Le montagne lontane appartengono a moltissimi nomi improbabili eppure hanno visto tutte quanto è successo solo qualche decennio fa proprio qui, dove ora poggiamo i nostri piedi.

Sono i testimoni più fedeli del nostro destino.

Vediamo due pianure giù, in lontananza, una più grande che scivola dietro ad una nota cima. Entrambe le strisce ci ricordano una terra promessa. Eppure veniamo da là.

Rimaniamo quassù per un po’, ma vorremmo restarci.

Ci pare sia proprio un giorno perfetto, questo, fatto di autenticità, semplicità, naturalezza e consapevolezza.

Sì, consapevolezza. È qui e ora che riusciamo ad essere noi fino in fondo, ad accettare e amare come siamo e come sono gli altri, a dare importanza alle cose che contano veramente, a lasciar andare … ed a esser grati per tutto.

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Citazione e immagini: a cura di GiFa2024 e AnCa2024

Testo: GiFa 22 luglio c.a.


Il giorno della ginestra

… Un viaggio sinestetico di pura evasione verso mete lontane, fino a quel momento solo immaginate, la sensazione di concedersi un momento di astratta spensieratezza a fissar il cielo costellato di stelle, dove i desideri si rincorrono e diventano realtà.

Il tempo speciale anche quest’anno è arrivato. C’è di nuovo, questa volta, che i giorni si susseguono tutti con un ritmo elevato ma al contempo tale da non escludere momenti di pausa riflessiva e di riposo. Pause caratterizzate da nuovi profumi, fortemente in anticipo sui tempi, come quelli dell’osmanto odoroso che ricorda la fresca fragranza del verde boschivo unito all’effetto morbido dell’albicocca. E che colori floreali si fondono con i nostri occhi desiderosi di novità!

Sì, mi piacciono i fiori e li ammiro spesso. Mi fanno stare bene. Anche se non mi sento prevalentemente attratto dal floreale. Mi attraggono invece i profumi e i colori che i fiori sanno esaltare.

Nella consapevolezza che i gusti cambiano, oggi amo il verde, il blu e l’arancio. Un po’ meno il viola e il rosso. Amo moltissimo, storia recentissima, il giallo. Sento bisogno di avere giallo intorno. Molto giallo.

Ed è arrivato il giorno della ginestra, arbusto che ospitammo in giardino molti anni fa e che oggi mi ricorda la bellezza di quei tempi passati.

Chi mi è vicino sa perché.

La ginestra rappresenta un fiore-simbolo. Essa è un fiore giallo, umile, resistente, che cresce in terreni difficili ed espande “un profumo che il deserto consola”, come il Poeta scrisse vedendola inerpicarsi solitaria sulle rupi scoscese del Vesuvio. Ancora, è simbolo di unità, solidarietà, determinazione, coraggio nel resistere alle avversità della natura. Questo perché non è di tutti sopravvivere in un terreno arido e surriscaldato perché imperversato da flussi di lava.

Certo, mi colpisce simbolicamente, anche per il profumo e per il colore.

Mi piace pensare che dopo tanti anni siamo ancora qui, a curare questo giardino, uno spazio in continuo cambiamento che attornia la nostra casa fatta di mattoni in cui ci sentiamo serenamente “a casa”.

Mi piace pensare che ci sono state e ci sono unità e solidarietà, determinazione e coraggio, non mancando mai le complicazioni della vita.

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Citazione: Home fragrance by https://www.aquaflor.it/blogs/

Immagine: Gorse-blossom by Thoiams of Pixabay

Riferimenti nel testo: La Ginestra o Il fiore del deserto, lirica di Giacomo Leopardi (1836 – 1845)


Manifestazione

La befana vien di notte …

Il 6 gennaio di ogni anno: … Triciclo (già in uso al cugino più grande e rimesso a nuovo dallo zio meccanico), mandorlato, mandarini, uva passa, noci, arachidi (i noti bagigi che piacevano tanto a papà), guanti di lana e calze (tutto fatto a mano dalla nonna materna con grande enfasi casuale di mamma), pallone o scarpette da calcio (che non entravano per le dimensioni nella “calzetta” predisposta per la befana), arance (poche anche se piacevano tanto a papà ma erano troppo care), ecc.

Insomma, è sempre stata un’occasione di festa, fin da piccolissimo. E di doni. Utili e molto semplici, ma immancabili. Insomma, la befana veniva di notte e, pare, con le scarpe tutte rotte … Ma come facevano i genitori a saperlo dal momento che nella realtà, così mi veniva assicurato, nessuno la incontrava e nessuno l’aveva potuta vedere? E come faceva ad entrare dal camino? Tanto più che a casa nostra non c’era un vero camino … E dove c’era il camino, magari acceso o spento ma ancora fumante, come faceva a non bruciarsi? Le sue scarpe erano rotte o bruciate?

Eccole le vecchie grandi domande che sono rimaste ancora oggi senza risposta!

Pur tuttavia, viaggiando indietro nel tempo permangono in me tanti bei ricordi, perché l’attesa della befana veniva sapientemente miscelata con i significati religiosi e in particolare con l’arrivo dei (t)re magi. Non capivo bene che c’entrasse la befana con il presepio, ma i miei genitori parevano molto autorevoli nel sostenerne la sacra relazione.

La presente è una premessa che anticipa un pensiero di questi giorni e che coincide con la festa dell’Epifania (Manifestazione) dal punto di vista religioso e con la l’arrivo della befana, dal punto di vista folcloristico e delle usanze polari.

È stato qualcosa di tanto semplice quanto pregiato. Un dono grandissimo.

In pratica, ieri, 6 gennaio 2024, mi sono tornati alla mente tanti ricordi e in un lampo ho capito. Ho ricevuto un dono. Un dono arrivato tramite uno scambio telefonico.

Mi ha chiamato la mia persona speciale, ultranovantenne, che mi ha chiesto come va e poi mi ha raccontato della salute, del tempo, dei suoi programmi e delle sue preoccupazioni. Dopo alcune altre parole, come faccio spesso, le ho chiesto come sta vivendo questo momento. Questa stupenda vecchina mi ha detto pressappoco così: Sono contenta di come sono nonostante la stanchezza per l’età avanzata e nonostante gli acciacchi. Sono contenta perché vedo tante cose belle e sono fortunata di quanto ho ricevuto e ricevo ancora dalla vita. Quindi, vivo questo momento con gratitudine. Bisogna rendersi conto di quello che si ha e di tutto quello che ci circonda che non è fatto solo di problemi. Bisogna anche accettare quello che non è in linea con le nostre aspettative. Il mondo è cambiato tanto rispetto a com’era ai miei tempi. Anzi, mi pare che cambi fortemente almeno ogni decina d’anni. Quello che per me era impensabile un tempo, oggi rientra nella normalità. È difficile, ma accorre cercare di capire le novità e i cambiamenti e, ove possibile, accettarli per vivere meglio e sentirsi utili. Eppoi non bisognamai perdere speranza e fiducia.

Come non essere d’accordo e come non essere grati di questo dono?

Grazie, mia cara vecchina!

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Citazione: da La befana viene di notte filstrocca popolare (varie versioni)

Immagine: vecchia che rischia di bruciare by GiFa2024

Riferimento nel testo: riflessione telefonica by AnPa2024


Le mezze stagioni e non solo …

… non esistono più le mezze stagioni!

Pare sia così, ma siccome se ne continua a parlare mi viene qualche dubbio.

L’estate pare fatta apposta per le grandi citazioni, o per esprimere secolari affermazioni. Sì, perché le persone, specialmente se sono in vacanza, si incontrano, si fermano, si prendono pausa dal dolce far niente, magari con il pretesto che il proprio cane vuole annusare quello che gli arriva di fronte, si guardano e salutandosi iniziano il gioco delle citazioni. All’aperto, in mezzo alle piazze, ma anche in mezzo alla strada, non sempre pedonalizzata. Questo comunicare pare preconfezionato, anche perché dopo i convenevoli non sempre si trova subito il comune filo rosso che ci collega in qualche modo e che ci mette a proprio agio.

Mi è capitato ancora di ascoltare, en passant, frasi, detti celebri, citazioni, luoghi comuni, e la cosa francamente mi diverte moltissimo. Non la giudico, ma sta di fatto che mi fa sorridere. Del resto capita anche a me da farlo in varie situazioni, e me n’accorgo, e accorgendomene sorrido e mi faccio delle domande …

Per esempio, in agosto stavo camminando velocemente nel centro del paesello di montagna, cercando di evitare diversi drappelli di persone che in questi casi si pongono sempre sulla linea di mezzeria, mai da una parte, e senza una logica che non sia quella di pensare solo ai casi personali.

Passandoci accanto non potevo non recepire pezzi di discorso, frasi lasciate in sospeso, battute, ma soprattutto quel detto che si rifà a schemi ben collaudati.

Per dare seguito al divertimento, ecco un paio di esempi.

Il primo, riguarda Veneti in Veneto. Siamo in mezzo alla strada, il tema riguarda ovviamente il tempo, quello atmosferico:

– Fa un caldo terribile!

– Già si fa fatica a respirare.

– Tranquilli, pare che cambi il tempo nel fine settimana … l’ha detto il meteo!

– Beh, speriamo che cambi dopo domenica …

– Le stagioni non sono più quelle di una volta!

– No, è vero, ormai il tempo è imprevedibile …

– Ma lo è sempre stato, infatti non si è mai sposato …

– Ah ah! Comunque il meteo dice che cambierà …

– E speriamo che non diventi troppo freddo!

Ecco, ci sono degli scambi che farebbero concorrenza a quelli del Trio (*). Il bello è che si ripetono di drappello in drappello, quasi che ci fosse un comune accordo tacito.

Altro esempio, riguarda Veneti fuori del Veneto, in questo caso il tema è la lingua.

Al bar …

– 2 coffees, please!

– Zwei kaffee?

– No, ho chiesto due caffè

– ah ok, due caffè, facciamo subito …

Bevuto e pagato …

– Alla prossima, graxie.

– Graxie, xe vedemo!

Insomma, è divertentissimo quando chiedi una cosa in inglese, ti rispondono in tedesco e poi si prosegue entrambi in italiano. Infine, ci si saluta in dialetto veneto …

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Citazione: nota citazione riportata sui media dal Trio Solenghi-Lopez-Marchesini in La parodia del funerale (*)

Immagine: The loudspeaker by Pixabay


Deux Chevaux

“Due Cavalli “oppure “2CV”, ma non parlo di un’auto francese, senz’altro più nota … ma di qualcosa di vivo e che ha a che fare con la bellezza …

Il bello è che non ci saremmo mai aspettati di essere in compagnia, pur a debita distanza, di quelle due meravigliose creature. Le abbiamo battezzate Cherso e Pago. Già, nessuno ci aveva detto i loro nomi né avevamo noi avuto occasione di sentirli dire. In ogni caso, fino a quel momento, avevamo visto di tutto ed eravamo anche rassegnati e al contempo incuriositi di avvicinare inaspettatamente qualche lupo o qualche orso. Ormai non arrivano soltanto i cinghiali nei centri abitati, ma sempre più spesso si avvistano lupi e orsi. Soprattutto in altura.

Fu all’inizio dell’estate che ci ritrovammo, proprio vicino a casa, con questa strana coppia, decisamente diversa, quella che non ti aspetti, appunto.

Erano due esemplari molto eleganti, quasi raffinati, assai tranquilli, placidi, taciturni, a parte qualche segno di vita espresso attraverso strani sbadigli che non erano sbadigli ma versi tipici della categoria, ma a me davano la sensazione di sbadigli gridati.

I due erano sempre vicini. Si spostavano all’unisono. Era evidente che si parlavano, a modo loro. Ogni spostamento era concordato.

Per il resto, Cherso e Pago, i nostri nuovi vicini, facevano serenamente la loro parte, mangiando in continuazione ogni tipo di erba commestibile. Ma quale tosaerba …

Spesso si recavano oltre la rete di un vicino campo da gioco e da lontano pareva ci volessero entrare per giocare in qualche modo.

Del resto, il terreno a loro riservato, adeguatamente recintato con fili elettrificati, non bastava. Venne così predisposto un nuovo spazio al di là della strada che diveniva in tal caso confine tra distinte basse vegetazioni, delle quali una sembrava tosata e l’altra da tosare.

Entrambi presentavano un bellissimo mantello che pareva fatto su misura da quanto era attillato. Quello di Cherso era nero pece, quello di Pago era di un colore caffè tostato chiaro. Gli esperti, probabilmente, distinguerebbero il morello il primo, dal sauro il secondo.

Ci siamo spesso preoccupati per loro, dal momento che erano nei loro recinti, ma esposti ad ogni evento atmosferico, compresi il caldo intenso e le grandinate estreme. La notte, poi, un buio pesto li avvolgeva e in tal caso il silenzio era da brividi. Ma erano loro che interrompevano la cortina oscura e misteriosa con i loro versi. Credo che si facessero coraggio a vicenda. Oppure che facessero coraggio a qualche passante solitario. In verità, più che coraggio può essere pensassero di fare degli scherzi ad ignari camminatori notturni. Chissà quale era l’effetto …

Come che sia, il territorio andava difeso e anche su questo facevano la loro parte, camminando costantemente H24 su ogni metro di terra.

Non abbiamo mai capito come dormissero in quegli accomodamenti.

Ben presto venne reso fruibile un nuovo spazio, il terzo, questa volta in pendenza verso l’alto bosco, in modo che altra erba potesse rifornire l’affiatata e affamata coppia.

Nei mesi turistici, luglio e agosto, molte persone si avvicinavano ai recinti nella speranza di scattare qualche foto particolare oppure di parlare con queste creature o addirittura di toccarle.

I bambini erano quelli che più si entusiasmavano e che più si approssimavano alla coppia.

Ed è così, l’animo dei bambini è autentico, puro, disponibile, e di solito ben si integra con altri animi sinceri e gentili. C’è qualcosa di istintivo nella reciprocità di accostamento, quasi vi fosse uno stesso linguaggio non costruito sulle parole e affrancato da pregiudizi.

Passarono così due mesi interi durante i quali la coppia non era più strana, ma era divenuta ormai per tutti occasione di attenta osservazione, di ammirazione, di riflessione naturalistica.

Era bello alzarsi il mattino e fuor di casa intravvedere i movimenti lenti e mirati che sapevano di colazione all’aperto, di pace e serenità. Soprattutto, era rassicurante verificare che i nostri fossero ancora là, negli spazi assegnati. E che stessero bene.

Ma un giorno qualcosa cambiò.

Agli inizi di settembre la coppia venne dapprima divisa e successivamente trasferita, uno alla volta. Pago l’aveva intuito qualche giorno prima. Infatti una mattina, come abbia fatto non è ancora chiaro, decise di protestare uscendo dai recinti e portandosi pericolosamente verso la strada. Lo stesso avrebbe voluto fare Cherso che probabilmente non riusciva a trovare la via di fuga.

La cosa finì con il recupero di Pago e nella sua messa in custodia, nell’imminenza del trasferimento.

Anche per loro vacanza stava finendo, come del resto per tantissimi turisti e viaggiatori.

È ancora bello alzarsi il mattino e guardare la natura. Immaginare la strana coppia che si sta muovendo su e giù per il grande prato, con qualche passo di piccolo trotto, a volte rotolandosi a turno per terra, di sicuro per aver momentaneamente la meglio sui tanti insetti invasivi. È bello ricordare le imponenti presenze color caffè tostato chiaro o nero pece che hanno tenuto costantemente la scena senza mai volerlo e attraendo tutti nel loro mondo d’ingenua tranquillità e di pacifica convivenza.

Ora anche per noi la vacanza estiva volge al termine.

Permane una buona dose di dolce malinconia.

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Citazione: dell’autore

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