Quale pace?

Vedere un sorriso di chi è laggiù tocca profonda la mia umanità
Chi fa la guerra non ha mai ragione il dialogo è sempre la strada migliore

Quando diciamo o sentiamo dire “pace”, di cosa stiamo parlando e a cosa pensiamo? A quale concetto ci riferiamo?

Quando diciamo “auguriamo ci sia la pace”, che cosa auguriamo?

Quando siamo invitati a sperare per la pace, o a pregare per la pace, o a invocare la pace, di che cosa ci stiamo occupando?

Ho l’impressione che la cosa non sia così semplice e neanche chiara.

Oppure ognuno intende la sua pace, quella personale o quella più conveniente. Per lui conveniente.

Si punti ad una pace giusta! In tanti si stanno riempiendo la bocca con un invito che pare abbia più risvolti promozionali di consenso e che punti a marcare la propria presenza sul palcoscenico, anziché andare dritti al sodo. E il sodo, l’accordo di pace non può che avvenire dopo un compromesso che non sarà mai giusto in assoluto perché determinerà dei vincoli o degli abusi diretti o indiretti. E perché si arrivi al compromesso serve un confronto un percorso che siano rispettosi e non ostili da tutte le parti in gioco.

Eppoi, occorre sapere che significa pace. Quella che partendo dall’etimologia (*) potremmo sintetizzare con il famoso detto: Patti chiari, amicizia lunga.

La parola in questione viene da una famiglia terminologica molto variegata, come scrive l’esperto (**). È la famiglia pàngere che significa conficcare. Quindi la parola pace è centrale infatti dal “palo” al “patto”, dalla “pagina” al “paese”. Dice sempre la fonte citata: Il paese è un derivato di pagus, il villaggio (da cui il ‘pagano’), di cui sono fissati i termini, i confini. Il palo non è solo un grosso bastone, non è una trave: il suo scopo è essere conficcato. La pagina è, meravigliosamente, il pergolato di vite piantato a terra nel campo. Il patto risulta dalla la pace — pactus deriva da pax. Il latino pax viene dalla stessa pianta del pàngere col senso di ‘cosa fissata’, significato che per noi è più vicino al patto, un accordo fissato fra più parti.

Dopotutto la pace la troviamo anche presso la pozza d’acqua cristallina nella radura; in un silenzio in cui non cerchiamo e non siamo cercati; nel lasciare andare, alla fine e misteriosamente, un peso che ci portavamo in cuore. Non roba pattizia, si direbbe, anzi non di rado ha un respiro unilaterale.

La pace non è quiete — o meglio, non solo. È assenza di conflitto, di agitazione; è concordia fuori e tranquillità dentro. Ha una dimensione profonda e capillare e schietta, esiste male in apparenza.

La saggezza antica che ha messo a punto, accordato questo concetto — una saggezza con idee molto chiare sulla pace e più che capace alla guerra — è che la pace (calma, benevolenza, concordia) si batte come una pietra di confine …

Quindi, speriamo nell’applicazione del proverbio latino “Clara pacta, amicitia longa”.

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Citazione: strofa dalla canzone Voglio la Pace dei bambini delle scuole di Fano

Immagine: Team da https://cittadeibambini.comune.fano.pu.it/consigliobambini/consiglio-dei-bambini/attivita-2017-2018/attivita-speciali/canzone-della-pace/

Note: * Sign.  Assenza di lotte; concordia; tranquillità interiore / **da https://unaparolaalgiorno.it/


Taccuino, taccuini

Fonti non scontate

Qual’è il significato della parola “taccuino”?

Secondo la Treccani: derivazione dall’arabo taquīm, lat. mediev. tacuinum. –  Libriccino con fogli bianchi per appunti. Estensioni: In letteratura, titolo di opere formate da pezzi varî, quasi frammentarî e inorganici come le note di un taccuino (per es., Taccuino di Arno Borghi di A. Soffici, 1933; Il t. del vecchio, raccolta di poesie di G. Ungaretti, 1960). Nel tardo medioevo, titolo (per lo più nella forma lat. mediev.) di raccolte di prescrizioni mediche e igieniche, o anche di piccole enciclopedie di medicina (per es., Tacuinum sanitatis). Piccolo album per disegni, schizzi, abbozzi: i t. di disegni del fronte della guerra 1915-18, di L. Viani. Calendario, lunario, almanacco, con previsioni astrologiche sugli avvenimenti dell’anno. Portamonete. Io preferisco rimanere nella accezione iniziale, quella letteraria e – senza farla lunga – dichiaro che mi piace ispirarmi, nel metodo, ai Taccuini di Fitzgerald e di Camus.

Già. Anche io ho i miei “taccuini”, non uno, ma più taccuini, in cui sono raccolti pensieri, frasi, spunti da libri che mi hanno dato motivazione, spinta, senso, scoperta di significati e di differenti punti di vista. Si tratta di raccolte talvolta disordinate o estemporanee, brevi o articolate, in ogni caso importanti per me, per confrontarmi con me stesso. Infatti, ci sono anche lettere, messaggi, riflessioni, riassunti, resoconti …

In molti casi, i brani su cui mi sono soffermato dopo o durante una lettura di un libro o di un pezzo giornalistico, non mi è chiaro fin da subito come collocarli dentro o fuori di me, in altri casi mi possiedono immediatamente e devo fermare l’elaborazione con uno scritto o riportando il testo originale. Dal prossimo anno (2026), inizierò ad alimentare questo “blog” nel sotto-elemento dal titolo su riportato.

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Immagini: Alcuni miei taccuini foto GiFa 2025

Riferimenti nel testo: Treccani.it e Wikipedia


Invecchiare …

Già, è così … sta succedendo!

Non passa giorno che non me ne accorga. Incontri, letture, ascolto di persone, annunci e avvisi, anche battute.

E non rifuggo la realtà, l’accompagno, perché va bene così, cerco di riempire di valore il tempo e lo spazio che ogni giorno mi sono dati di vivere.

E, aiutandomi, penso, rifletto e prego. E agisco …

Di recente lo faccio spesso recuperando le parole di un noto operatore sociale (*) che non è più tra noi, che ho fatto mie perché, guardando bene, la vita ci prepara al “distacco” e lo fa aiutando a distaccarci in varie occasioni, anche le meno immaginabili.

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Signore, insegnami a invecchiare!

Convincimi che la comunità non compie alcun torto verso di me, se mi va esonerando da responsabilità, se non mi chiede più pareri, se ha indicato altri a subentrare al mio posto.

Togli da me l’orgoglio dell’esperienza fatta, il senso della mia indispensabilità.

Che io colga, in questo graduale distacco dalle cose, unicamente la legge del tempo, e avverta in questo avvicendamento di compiti una delle espressioni più interessanti della vita che si rinnova sotto l’impulso della tua Provvidenza.

Fa’, o Signore, che io riesca ancora utile al mondo, contribuendo con l’ottimismo, e la preghiera, alla gioia e al coraggio di chi è di turno nella responsabilità, senza rimpianti sul passato, facendo delle sofferenze umane un dono di riparazione sociale.

Che la mia uscita dal campo di azione sia semplice e naturale come un felice tramonto di sole . (**)

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Immagine: Sunset by Pixabay

Note: (*) Livio Labor, figura centrale nella storia del Paese e in quella delle Acli, di cui fu presidente dal 1961 al 1969. È stato un politico, giornalista e sindacalista italiano. Membro della Compagnia di San Paolo e della Democrazia Cristiana, divenne in seguito senatore della Repubblica per il Partito Socialista Italiano.

(**) Preghiera scritta da Livio Labor.


Taicun

Detto anche “magnate” …

Considero difficile tacere, fingere non sia successo nulla. Impensabile è per me tenere una distanza che dovrebbe essere eccessiva per mandare agevolmente giù l’amaro boccone. Eppure osservando il mondo, vicino e lontano, pare sia tutto come prima o quasi.

Ma andiamo con ordine.

Nel titolo ho riportato una delle traduzioni originali di “tycoon “, il termine molto usato, tra i tanti, per definire un ricco imprenditore o possidente. Mentre nel sotto titolo una delle traduzioni italiane. E viene subito alla mente a chi ci si può riferire, visto che negli ultimi anni il termine inglese è stato assegnato ad un ricchissimo quanto discusso uomo americano. Un personaggio che in questi giorni novembrini fa già parlare oltremodo di sé. Un politicante che non conosce la sconfitta e non conosce la vittoria (altrui). Se c’è vittoria che conta è solamente la sua personale.

Un uomo come chiunque di noi, se non fosse altro che, ricchissimo appunto, è divenuto dominatore, influenzatore e manipolatore di persone, popoli e governi. Ottenendo un potere di fatto quasi assoluto. E il suo “successo”, ma credo che la parola sia posta malamente, è da tempo divenuto ed è tuttora riferimento, modello, esempio e stile da copiare per molti altri “ominicchi” che puntano, e si illudono a mio parere, di bissare i suoi risultati.

Ma torniamo alla definizione.

Il termine citato pare derivare dal giapponese taicun, a sua volta dal cinese, indicava in origine un titolo onorifico assegnato a governanti privi di discendenza imperiale, con il significato di “grande signore” o “comandante supremo”.

Nel nostro caso, escluderei il primo, mentre non avrei dubbi, purtroppo, sul secondo.

Perché?

Perché è troppo facile vincere con i soldi e cavalcando smisuratamente il malcontento di turno. E mi basta questo.

La stampa ha dato varie letture sullo strapotere dichiarato del personaggio in modo prevalentemente autoreferenziale:

… Privo di mezze misure, spietato come un nababbo del primo Novecento la cui ricchezza smisurata si accompagnava allo spregiudicato sfruttamento di ogni risorsa possibile (naturale, finanziaria, umana), aggressivo e irrispettoso nei confronti delle donne, dei disabili, dei meno fortunati, dei poveri, degli emarginati come di chiunque gli fosse avversario, …

Stiamo vivendo il tempo della non politica o, meglio della fine della politica. Viviamo gli anni, inevitabili, del più forte che schiaccia il più debole.

Osserviamo l’enfasi del trasformismo sfacciato, c’è la fila di tanti che si inchinano al comandante supremo.

E l’Italia? Beh, siamo tra i migliori.

Una cosa è certa. Sentiamo la mancanza sempre più evidente non di un comandante supremo ma di una “grande signore”, che ci sappia guidare veramente, da vero uomo politico e non da politicante, che punti all’interesse comune non a parole (al riguardo non ci sono più neanche quelle) ma a fatti concreti. Più vera politica – che manca – e molto meno propaganda – che sovrabbonda.

Mi piace riportare uno scritto di un uomo che fu presidente degli Usa, nel bene e nel male, ma che seppe guidare una grande comunità in tempi difficili, osando e ispirando (T. Roosevelt):

Non è colui che critica a contare, né colui che indica quando gli altri inciampano o che commenta come una certa azione si sarebbe dovuta compiere meglio. L’onore spetta all’uomo nell’arena. L’uomo il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore e dal sangue. L’uomo che lotta con coraggio, che sbaglia ripetutamente, sapendo che non c’è impresa degna di questo nome che sia priva di errori e mancanze. L’uomo che dedica tutto sé stesso al raggiungimento di un obiettivo, che sa entusiasmarsi e impegnarsi fino in fondo e che si spende per una causa giusta. L’uomo che, quando le cose vanno bene, conosce finalmente il trionfo delle grandi conquiste e che, quando le cose vanno male, cade sapendo di aver osato. Quest’uomo non avrà mai un posto accanto a quelle anime mediocri che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta.

Meditiamo, meditiamo e non solo.

Ma quale tycoon?

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Immagini: in evidenza Rooster by Pixabay – Teddy Roosevelt by Fondazione Italia Usa

Riferimenti nel testo: Wikipedia – https://italiausa.org/lamerica-e-gli-americani-secondo-teddy-roosevelt/ – Avvenire.it


Sognare, immaginare, navigare …

… capire che ciò che conta di fronte a tanta libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno, che valga tutta quell’acqua da attraversare.

Può capitare che il sogno, l’immaginazione, la fantasia, si colleghino alla realtà. A me succede quasi sempre nei passaggi di stagione o, almeno e soprattutto, con l’arrivo della primavera e poi dell’estate.

E quando leggo brani come questo mi ci ritrovo dentro, immerso come in un oceano. E amo stare in navigazione.

Erano giunti nella dimora dell’Estate, donde essa ogni anno si parte per le terre australi. Durante il giorno il sole era un abbagliante disco di bronzo, col cielo livido e polito tutto intorno, e di notte i grandi pesci nuotavano in tondo attorno alla nave, seguiti da una scia di sinuosi fiumi di fuoco pallido. La prua tagliente scagliava lontano miriadi di diamanti in volo. Il mare era un lago rotondo dalle molli ondulazioni, teso in una epidermide di seta. Lenta, lentissima l’acqua nel fluire verso poppa e oltre imprigionava il cervello in una piacevole ipnosi. Era come guardare entro un gran fuoco. Non si vedeva nulla, e tuttavia solo con un grande sforzo si riusciva a distoglierne lo sguardo; e infine la mente scivolava nel sogno, benché si rimanesse desti.

C’è una pace negli oceani caldi che trascende il desiderio di comprendere. La meta non è più uno scopo, e il fine è solo di navigare, navigare, fuor del regno del tempo.

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Citazione: da scritti di Alessandro D’Avenia (adattamento a cura dell’autore)

Immagine: Sunrise by Syaibatulhamdi of Pixabay

Testo riportato: da La santa Rossa di John Steinbeck (pag. 74) Oscar Mondadori 1975


Sassi-passi perduti e agavi

La forza dell’indifferenza! − È quella che ha permesso alle pietre di durare immutate per milioni di anni.

Il minimo movimento interessa tutta la natura: il mare intero cambia per una pietra.

Alzi la mano chi di voi non ha avuto complicazioni con i propri sassi-passi. Sassi che simboleggiano immagini positive, belle, reali ed irreali della propria esistenza, nonché momenti travagliati o momenti esperienziali che hanno lasciato il segno o meglio il peso. Del resto ci sono sassi piccoli e non pesanti, ma che danno fastidio a tenerli in mano o a camminarci sopra. E ci sono sassi grossi e pesanti, difficili da tenere in mano e da utilizzare, per esempio da collocare semplicemente in giardino, tra le piante o a sostegno di muretti consolidati ma in fase di iniziale sgretolamento.

A proposito di giardino, ci sono anche i passi cosiddetti “perduti”, perché sembrano perdersi uno dopo l’altro nel verde dei prati erbosi, anche se a tutta prima pare crescano dall’erba stessa quando questa diventa fiorente e ben verdeggiante.

Mi collego ai passi perché sono dei sassi squadrati, lastre bianchissime che ornano i giardini ma che simboleggiano un percorso sul terreno al fine di non calpestare l’erba, oppure di avviare ad una direzione precisa, per fare prima o per raggiungere direttamente un posto utile, specialmente in caso di cattivo tempo.

Proprio in vista della primavera, qualche giorno fa, ho dato inizio ai lavori di sistemazione del mio giardino, cogliendo i suoi primi segnali di rinascita, nei fiori selvatici che crescono un po’ qua un po’ là, più o meno nascosti, nelle piante alte, nelle siepi di edera o di gelsomino, ciascuno con i suoi modi e i suoi tempi.

Il mio giardino è mobile, nel senso che ha assunto forme diverse negli anni, subendo anche rivoluzioni quando i gusti e le necessità stavano cambiando. Ma pur nei cambiamenti i sassi ci sono sempre stati, quasi inamovibili. Lo stesso per le bianche piastre che ho sempre inquadrato come passi perduti, e su di esse ho sempre trovato una direzione, la stessa. Di recente, in particolare in questi giorni, i passi sono diventati meno scontati, le piastre non sono più candide per effetto delle intemperie, i miei passi oltrepassano gli ornamentali camminamenti. Mi sento diverso. La mia attenzione è rivolta ad altro.

Infatti, ho riscoperto la bellezza delle agavi che hanno, poco per volta, invaso l’ambiente esterno familiare. Sono numerose, piccole, medie e alcune più grandi. Aver cura di esse mi impone quasi quotidianamente di dirigere i miei movimenti al di fuori di strutture, sassi-passi più o meno perduti, e di gustare la libertà assoluta nel calpestare il prato, respirando l’aria frizzante delle prime ore mattutine e gustare il tiepido raggio del sole nella sua fase dedicata a dare buongiorno al mondo.

Sono decisamente delicate queste piante, anche se si presentano già da cucciole come robuste e in carne. Sono ben strutturate e sanno difendersi con spine terminali affilate e margini dentati talvolta spinosi ben distribuiti lungo tutte le foglie. Le schede botaniche le definiscono piante succulente perenni con portamento a rosetta e con fusto breve generalmente non visibile.

Perché questo mio spiccato interesse per le agavi?

Me lo chiedono spesso i miei familiari e i passanti.  Soprattutto me lo chiedo io.

In realtà non lo so ancora. Ma alcuni indizi li ho trovati. Nell’agave c’è tanto mistero, ma anche tanta sacralità.

Se da un lato il fiore dell’agave sembra fiorisca una sola volta nella vita della pianta, ogni 20 – 30 anni pare, annunciando così la sua “fine”, secondo quanto raccontano le relative leggende, dall’altro la pianta, nella mia consolidata esperienza, produce “piccole agavi” in continuazione e questo mi ha sempre offerto e mi consegna un forte senso simbolico, ossia un senso di rigenerazione, di trasformazione e di apertura amorevole verso l’universo e la natura.

Hanno scritto che “oltre alla sua bellezza, la fioritura dell’agave ha anche un significato culturale. Nelle culture indigene del Messico, per esempio, l’agave è considerata una pianta sacra, e la sua fioritura è vista come un segno di rinascita e rigenerazione”.

Ed è così, per me.

Andando finalmente oltre l’attaccamento ai miei onnipresenti sassi-passi ed ad ogni tentazione di indifferenza.

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Citazione: Cesare Pavese da Il mestiere di vivere ed. Einaudi e Blaise Pascal da Pensieri Oscar Mondadori

Immagine: Succulent bu Pixabay


Specchi

… E anche se mi sposto quello segue il gesto. Evito lo sguardo perché so che pensa che …

Sono sempre stato attratto anche dagli specchi. Sia per la loro struttura e per il problema, come spesso l’ho vissuto, di trovare la giusta collocazione, sia per la possibilità di specchiarsi in momenti diversi e in luoghi diversi facendomi credere di essere la stessa persona con sempre nuove caratterizzazioni.

Ho anche provato la paura di esagerare nello specchiarmi, per non dare corda ad una presunta vanità.

In realtà, non si può scappare dinnanzi allo sguardo irriverente e corrosivo (1) della persona nello specchio, che ci chiama ogni volta e quotidianamente a fare comunque i conti con noi stessi.

Ed è pur vero che nello specchiarsi c’è un sano controllo per esempio della nostra espressione e del nostro viso che di sicuro ci rappresentano nel profondo e nel momento o periodo, non soltanto esteticamente o fisicamente: stanchezza, pallore, svogliatezza, depressione, disinteresse, demotivazione, preoccupazione, rincoglionimento, ecc.; oppure al contrario: vigore, bel colorito, vitalità, esuberanza, interesse, motivazione, determinazione, ecc.

L’importante è che non succeda sempre, come raccontatomi da una persona, di non riconoscersi allo specchio o di aver quella sensazione di estraneità. Un po’ come dice la canzone” L’uomo nello specchio” (2): L’uomo nello specchio io non so chi sia, però ha la faccia mia …”.

Mastrodonato (3) ha scritto: In una società narcisistica e ossessionata dal mito dell’apparenza come quella in cui viviamo, il gesto abituale e quotidiano di guardarsi allo specchio diventa a volte problematico, metafora dell’aspirazione ad un modello irraggiungibile di bellezza e di ricerca inesauribile di perfezione che spesso finiscono con rendere schiave le persone di un’immagine che non appartiene loro. Non è altro che una prigione che promana da un perenne bisogno di riconoscimento che gioca con l’incapacità di accettare quelli che si ritengono difetti inammissibili che vanno messi al bando.

Ma nello specchiarci c’è ben altro. Guardarsi allo specchio è una modalità fantastica per guardarci veramente e andare oltre quello che vediamo. È una possibilità di entrare dentro di noi, ma occorre il coraggio di non fermarsi all’immagine riflessa favorendo l’attività del pensare, del farsi domande, del dialogo interiore.

Occorre anche un altro coraggio. È infatti importante rimanere davanti all’immagine riflessa e fermarsi, senza cercare pretestuose vie di fuga, senza scappare.

Solo così riusciremo a trovare o dare conferme a certi atteggiamenti o a certe scelte di vita, oppure a orientarci a cambiare certe decisioni.

Solo in questo modo riusciremo a riappropriarci di noi stessi, del dialogo pensato con noi stessi ed essere finalmente autentici.

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...
Ciò di cui mi pento è l'ipocrisia
Parlo della mia, parlo della mia
L'uomo nеllo specchio io non so chi sia
Però ha la faccia mia, ha la faccia mia
Conosce la mia stanza e fa come se fosse casa sua
Quest'esistenza conosce la pazienza
Chissà se è lì che aspetta, che cerca compagnia
Quando vado via, quando vado via
Oggi sono perso, non mi riconosco
Cerco nel riflesso una certezza che non c'è
E anche se mi sposto quello segue il gesto
Evito lo sguardo perché so che pensa che
Ho sbagliato tutto e poi come mi vesto?
Ma io sono lo stesso, però non capisco mai
E da che parte sto, e da che parte stai?

...
(4)

Citazione: da L’uomo nello specchio da Fulminacci di Daniele Silvestri – 2023

Foto: Infante di Traumland da Pixabay

Note: (1) (3) Alessandra Mastrodonato scrittrice, insegnante e ricercatrice presso Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Parma; (2) (4) idem Citazione


Calendari

Ce ne sono per tutti i gusti e per tutte le attività. In ogni caso sono l’elencazione, la predisposizione dell’ordine in cui determinati avvenimenti si succedono nel corso di un anno e, in senso più concreto, il prospetto, l’elenco che illustra tale successione.


Già. Nè più, nè meno. Ma guardando bene, siamo soffocati da calendari, calendarietti, calendariucci. Agende, almanacchi. Ogni anno, a partire da ogni fine estate. Ovvio che è uno dei tanti business. Ma quello che ne deriva, se non stiamo accorti, è una gestione subita del tempo . O no?

Sono sempre stato attratto dai calendari, lo stesso dagli almanacchi che, in realtà, ho sempre trovato abbastanza presuntuosi. Anche le agende mi hanno sempre stimolato. A periodi.
Pensandoci su, ho realizzato che non mi attirano più le pianificazioni spinte, le previsioni e l’elencazione di eventi che di sicuro capiteranno grazie all’illuminazione di qualche indovino.
Sono le agende che mi attirano, perché trovo in esse spazi da riempire e quello che capiterà dipenderà dal “lavoro in corso” che io stesso metterò in cantiere. Un lavoro che, giorno per giorno, si fonderà con il senso di ignoto che tutti coinvolge.
Ogni anno ci sono oltre 360 giorni da vivere, nella consapevolezza che ogni mattino, potrei scriverlo in agenda, è un giorno di meno rispetto ad un conteggio che, mai e poi mai, nessun indovino potrà indicare.
Preferisco ai calendari e a tutte le agende possibili, metodi particolari che mi permettano di guardarmi dentro e fuori e mi aiutino veramente al cambiamento necessario.
Un esempio degli ultimi tempi è il metodo cosiddetto “rampa di lancio” di Carmen Laval (1), secondo il quale l’inizio di ogni anno può essere il gran giorno in cui possiamo iniziare a praticare qualcuno dei tanti propositi che sono rimasti nel cassetto, quel cassetto divenuto “deposito” fatto di “dovrei o vorrei”.
Ecco questo è uno degli approcci di cui mi rallegro con me stesso, perché mi è veramente utile e mi aiuta periodicamente a dare nuova prospettiva alla mia vita. E le agende diventano un ottimo supporto per annotare, appuntare, correggere, ampliare, girare pagina …

Quest’anno mi sono appuntato, secondo il metodo suddetto, nuove abitudini e nuovi atteggiamenti guidati non tanto dal dovrei ma dal desiderio e quindi dal vorrei, secondo il noto Progetto felicità di Gretchen Rubin (2). In esso, l’autrice, ha distribuito in dodici mesi le buone intenzioni per il nuovo anno.
Le propongo di seguito, anche se mi sta stretto attendere l’estate per alcuni propositi importanti o fine anno per altri. Ma siccome non c’è limite, cercherò di destreggiarmi e di dare flessibilità al piano. Al di là della suddivisione è un piano che “mi piace”.

Gennaio: sistemare, buttare via, eliminare (riflessione sugli accumuli). Febbraio: fare memoria della relazione familiare (amore autentico). Marzo: investire in empatia e riconoscere quello che provano gli altri (uscita dall’indifferenza). Aprile: investire nel sorridere divenendo scrigno di ricordi felici e pensieri positivi (lasciare un buon segno). Maggio: investire in meditazione (calma). Giugno: trovare tempo per gli amici (relazioni disinteressate). Luglio: ordinare le finanze personali e/o familiari (ricerca dell’equilibrio). Agosto: ascoltare veramente (significa amare). Settembre: dare attenzione a come ci si alimenta e a mettere in moto il proprio fisico. Ottobre: diventare curiosi e dare arricchimento alla propria mente. Novembre: dare spazio all’anima e ricordarsi che esiste Dio. Dicembre: valorizzare “casa” e dare spazio ai riti familiari.

Se tutto ciò mi è utile, e lo è, potrebbe essere altrettanto per chiunque …

Nota bene: da parte mia non aspetterò i mesi prossimi per attivarmi su alcune buone abitudini, e non aspetterò fine anno per attivarmi su importanti propositi che prevedono anche di disattivarmi su ciò che è decisamente nocivo o superfluo. Ah! A questo proposito ho trovato utile non eliminare subito le vecchie agende con propositi passati, ma mi è risultato utile verificare quanti e quali propositi io sia riuscito a concretizzare e come.

Tanto per dire …

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Citazione: Calendario da Treccani.it

Immagine: Calendar di  CikerFreeVectorImages by Pixabay

Note: (1) editorialista Bollettino Salesiano; (2) scrittrice, blogger e ricercatrice statunitense, Ha pubblicato diversi bestseller, tra cui Progetto felicità  – Sonzogno 2010 – da sono stati presi spunti da questo pezzo


Visione

Avere una visione significa intravedere il proprio futuro focalizzandosi sul presente, forti dell’esperienza trascorsa.

Il bello delle feste di fine anno e di inizio anno nuovo è che, se si vuole, c’è spazio per pensieri e propositi per l’anno nuovo che inizia. Nel mio caso, la fase di riflessione si sviluppa a partire dagli ultimi giorni che precedono il capodanno e si muove nei giorni successivi. E si muove molto. A me così capita.

E ogni anno sempre di più. Infatti, col passare del tempo, sono finiti gli sforzi di festeggiamento a tutti i costi, mentre sono aumentate le ricerche di ripensamento, un laboratorio personale, intimo e spontaneo fatto di sguardi, verso il passato, non soltanto quello recente, il presente e le prospettive di futuro.

Il finale d’anno, in genere, è veramente accattivante ma di fatto effimero. Tutto sommato, è sempre stato così nella mia esperienza. Considero l’inizio d’anno nuovo meno labile e più utile, essendo più prospettico.  Finita la baldoria, finiti i fumi nella loro varietà, finite le illusioni dell’ipotetico no-problem o dell’ipocrita andrà tutto bene, si metabolizza che il tempo è lo stesso, è un continuum, e si deve affrontare la vita, bella o problematica che sia.

È interessante come in questa occasione, che segue difilato le sante festività, ci si impegni nel ritrovarsi sempre più virtualmente con auguri e frasi di buon auspicio tra persone che si frequentano abitualmente, tra persone lontane geograficamente, tra parenti stretti o che non si incontrano mai e tra persone con le quali ci si inviano messaggi una o due volte l’anno. Pare che partecipare a questa “recita” a scadenza fissa faccia comunque bene all’anima di qualcuno, pertanto stiamo pure al gioco, dico io. Anche se spesso mi pesa e mi è pesato farlo … non sentendolo autentico.

Di lampante c’è un fatto, e quest’anno mi è stato molto più chiaro che in passato. Il fatto è che sento profondamente il senso di gratitudine per quanto ricevuto in questa vita. Non è sempre andato tutto bene, ma alla fine tutto è stato importante per mettermi in discussione e per farmi crescere. Alla fine sono stati importanti fatti ed eventi della vita, ma quello che appare come determinante è sempre stato l’incontro con persone, nelle relazioni, in famiglia e nella società. Guardo spesso al futuro vicino e lontano. L’ho sempre fatto e sempre l’ho vissuto intensamente grazie a progetti nati da visioni della vita reale. Visioni che ancora ci sono, magari rinnovate, ma ben presenti.

Avere una visione della vita è importante perché ci guida nella lunga camminata che spesso si presenta accidentata.

Oltre a questo, è importante sentire dentro quella “pace” di cui tanto si parla ma che pare non esserci più.

Questo senso di serenità interiore accompagnato dalla forza che promana dal credere in qualcosa di superiore non fa che aggiungere ancora senso di gratitudine per quanto è stato, è e sarà.

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Citazione: da Si fa presto a dire … vado volontario! di Gianni Faccin Gedi ed.

Immagine in evidenza: cartolina augurale 2024 by GiFa2024

Immagine di chiusura: dal web, preghiera indianoi nativi