Specchi

… E anche se mi sposto quello segue il gesto. Evito lo sguardo perché so che pensa che …

Sono sempre stato attratto anche dagli specchi. Sia per la loro struttura e per il problema, come spesso l’ho vissuto, di trovare la giusta collocazione, sia per la possibilità di specchiarsi in momenti diversi e in luoghi diversi facendomi credere di essere la stessa persona con sempre nuove caratterizzazioni.

Ho anche provato la paura di esagerare nello specchiarmi, per non dare corda ad una presunta vanità.

In realtà, non si può scappare dinnanzi allo sguardo irriverente e corrosivo (1) della persona nello specchio, che ci chiama ogni volta e quotidianamente a fare comunque i conti con noi stessi.

Ed è pur vero che nello specchiarsi c’è un sano controllo per esempio della nostra espressione e del nostro viso che di sicuro ci rappresentano nel profondo e nel momento o periodo, non soltanto esteticamente o fisicamente: stanchezza, pallore, svogliatezza, depressione, disinteresse, demotivazione, preoccupazione, rincoglionimento, ecc.; oppure al contrario: vigore, bel colorito, vitalità, esuberanza, interesse, motivazione, determinazione, ecc.

L’importante è che non succeda sempre, come raccontatomi da una persona, di non riconoscersi allo specchio o di aver quella sensazione di estraneità. Un po’ come dice la canzone” L’uomo nello specchio” (2): L’uomo nello specchio io non so chi sia, però ha la faccia mia …”.

Mastrodonato (3) ha scritto: In una società narcisistica e ossessionata dal mito dell’apparenza come quella in cui viviamo, il gesto abituale e quotidiano di guardarsi allo specchio diventa a volte problematico, metafora dell’aspirazione ad un modello irraggiungibile di bellezza e di ricerca inesauribile di perfezione che spesso finiscono con rendere schiave le persone di un’immagine che non appartiene loro. Non è altro che una prigione che promana da un perenne bisogno di riconoscimento che gioca con l’incapacità di accettare quelli che si ritengono difetti inammissibili che vanno messi al bando.

Ma nello specchiarci c’è ben altro. Guardarsi allo specchio è una modalità fantastica per guardarci veramente e andare oltre quello che vediamo. È una possibilità di entrare dentro di noi, ma occorre il coraggio di non fermarsi all’immagine riflessa favorendo l’attività del pensare, del farsi domande, del dialogo interiore.

Occorre anche un altro coraggio. È infatti importante rimanere davanti all’immagine riflessa e fermarsi, senza cercare pretestuose vie di fuga, senza scappare.

Solo così riusciremo a trovare o dare conferme a certi atteggiamenti o a certe scelte di vita, oppure a orientarci a cambiare certe decisioni.

Solo in questo modo riusciremo a riappropriarci di noi stessi, del dialogo pensato con noi stessi ed essere finalmente autentici.

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Ciò di cui mi pento è l'ipocrisia
Parlo della mia, parlo della mia
L'uomo nеllo specchio io non so chi sia
Però ha la faccia mia, ha la faccia mia
Conosce la mia stanza e fa come se fosse casa sua
Quest'esistenza conosce la pazienza
Chissà se è lì che aspetta, che cerca compagnia
Quando vado via, quando vado via
Oggi sono perso, non mi riconosco
Cerco nel riflesso una certezza che non c'è
E anche se mi sposto quello segue il gesto
Evito lo sguardo perché so che pensa che
Ho sbagliato tutto e poi come mi vesto?
Ma io sono lo stesso, però non capisco mai
E da che parte sto, e da che parte stai?

...
(4)

Citazione: da L’uomo nello specchio da Fulminacci di Daniele Silvestri – 2023

Foto: Infante di Traumland da Pixabay

Note: (1) (3) Alessandra Mastrodonato scrittrice, insegnante e ricercatrice presso Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Parma; (2) (4) idem Citazione


Calendari

Ce ne sono per tutti i gusti e per tutte le attività. In ogni caso sono l’elencazione, la predisposizione dell’ordine in cui determinati avvenimenti si succedono nel corso di un anno e, in senso più concreto, il prospetto, l’elenco che illustra tale successione.


Già. Nè più, nè meno. Ma guardando bene, siamo soffocati da calendari, calendarietti, calendariucci. Agende, almanacchi. Ogni anno, a partire da ogni fine estate. Ovvio che è uno dei tanti business. Ma quello che ne deriva, se non stiamo accorti, è una gestione subita del tempo . O no?

Sono sempre stato attratto dai calendari, lo stesso dagli almanacchi che, in realtà, ho sempre trovato abbastanza presuntuosi. Anche le agende mi hanno sempre stimolato. A periodi.
Pensandoci su, ho realizzato che non mi attirano più le pianificazioni spinte, le previsioni e l’elencazione di eventi che di sicuro capiteranno grazie all’illuminazione di qualche indovino.
Sono le agende che mi attirano, perché trovo in esse spazi da riempire e quello che capiterà dipenderà dal “lavoro in corso” che io stesso metterò in cantiere. Un lavoro che, giorno per giorno, si fonderà con il senso di ignoto che tutti coinvolge.
Ogni anno ci sono oltre 360 giorni da vivere, nella consapevolezza che ogni mattino, potrei scriverlo in agenda, è un giorno di meno rispetto ad un conteggio che, mai e poi mai, nessun indovino potrà indicare.
Preferisco ai calendari e a tutte le agende possibili, metodi particolari che mi permettano di guardarmi dentro e fuori e mi aiutino veramente al cambiamento necessario.
Un esempio degli ultimi tempi è il metodo cosiddetto “rampa di lancio” di Carmen Laval (1), secondo il quale l’inizio di ogni anno può essere il gran giorno in cui possiamo iniziare a praticare qualcuno dei tanti propositi che sono rimasti nel cassetto, quel cassetto divenuto “deposito” fatto di “dovrei o vorrei”.
Ecco questo è uno degli approcci di cui mi rallegro con me stesso, perché mi è veramente utile e mi aiuta periodicamente a dare nuova prospettiva alla mia vita. E le agende diventano un ottimo supporto per annotare, appuntare, correggere, ampliare, girare pagina …

Quest’anno mi sono appuntato, secondo il metodo suddetto, nuove abitudini e nuovi atteggiamenti guidati non tanto dal dovrei ma dal desiderio e quindi dal vorrei, secondo il noto Progetto felicità di Gretchen Rubin (2). In esso, l’autrice, ha distribuito in dodici mesi le buone intenzioni per il nuovo anno.
Le propongo di seguito, anche se mi sta stretto attendere l’estate per alcuni propositi importanti o fine anno per altri. Ma siccome non c’è limite, cercherò di destreggiarmi e di dare flessibilità al piano. Al di là della suddivisione è un piano che “mi piace”.

Gennaio: sistemare, buttare via, eliminare (riflessione sugli accumuli). Febbraio: fare memoria della relazione familiare (amore autentico). Marzo: investire in empatia e riconoscere quello che provano gli altri (uscita dall’indifferenza). Aprile: investire nel sorridere divenendo scrigno di ricordi felici e pensieri positivi (lasciare un buon segno). Maggio: investire in meditazione (calma). Giugno: trovare tempo per gli amici (relazioni disinteressate). Luglio: ordinare le finanze personali e/o familiari (ricerca dell’equilibrio). Agosto: ascoltare veramente (significa amare). Settembre: dare attenzione a come ci si alimenta e a mettere in moto il proprio fisico. Ottobre: diventare curiosi e dare arricchimento alla propria mente. Novembre: dare spazio all’anima e ricordarsi che esiste Dio. Dicembre: valorizzare “casa” e dare spazio ai riti familiari.

Se tutto ciò mi è utile, e lo è, potrebbe essere altrettanto per chiunque …

Nota bene: da parte mia non aspetterò i mesi prossimi per attivarmi su alcune buone abitudini, e non aspetterò fine anno per attivarmi su importanti propositi che prevedono anche di disattivarmi su ciò che è decisamente nocivo o superfluo. Ah! A questo proposito ho trovato utile non eliminare subito le vecchie agende con propositi passati, ma mi è risultato utile verificare quanti e quali propositi io sia riuscito a concretizzare e come.

Tanto per dire …

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Citazione: Calendario da Treccani.it

Immagine: Calendar di  CikerFreeVectorImages by Pixabay

Note: (1) editorialista Bollettino Salesiano; (2) scrittrice, blogger e ricercatrice statunitense, Ha pubblicato diversi bestseller, tra cui Progetto felicità  – Sonzogno 2010 – da sono stati presi spunti da questo pezzo


Visione

Avere una visione significa intravedere il proprio futuro focalizzandosi sul presente, forti dell’esperienza trascorsa.

Il bello delle feste di fine anno e di inizio anno nuovo è che, se si vuole, c’è spazio per pensieri e propositi per l’anno nuovo che inizia. Nel mio caso, la fase di riflessione si sviluppa a partire dagli ultimi giorni che precedono il capodanno e si muove nei giorni successivi. E si muove molto. A me così capita.

E ogni anno sempre di più. Infatti, col passare del tempo, sono finiti gli sforzi di festeggiamento a tutti i costi, mentre sono aumentate le ricerche di ripensamento, un laboratorio personale, intimo e spontaneo fatto di sguardi, verso il passato, non soltanto quello recente, il presente e le prospettive di futuro.

Il finale d’anno, in genere, è veramente accattivante ma di fatto effimero. Tutto sommato, è sempre stato così nella mia esperienza. Considero l’inizio d’anno nuovo meno labile e più utile, essendo più prospettico.  Finita la baldoria, finiti i fumi nella loro varietà, finite le illusioni dell’ipotetico no-problem o dell’ipocrita andrà tutto bene, si metabolizza che il tempo è lo stesso, è un continuum, e si deve affrontare la vita, bella o problematica che sia.

È interessante come in questa occasione, che segue difilato le sante festività, ci si impegni nel ritrovarsi sempre più virtualmente con auguri e frasi di buon auspicio tra persone che si frequentano abitualmente, tra persone lontane geograficamente, tra parenti stretti o che non si incontrano mai e tra persone con le quali ci si inviano messaggi una o due volte l’anno. Pare che partecipare a questa “recita” a scadenza fissa faccia comunque bene all’anima di qualcuno, pertanto stiamo pure al gioco, dico io. Anche se spesso mi pesa e mi è pesato farlo … non sentendolo autentico.

Di lampante c’è un fatto, e quest’anno mi è stato molto più chiaro che in passato. Il fatto è che sento profondamente il senso di gratitudine per quanto ricevuto in questa vita. Non è sempre andato tutto bene, ma alla fine tutto è stato importante per mettermi in discussione e per farmi crescere. Alla fine sono stati importanti fatti ed eventi della vita, ma quello che appare come determinante è sempre stato l’incontro con persone, nelle relazioni, in famiglia e nella società. Guardo spesso al futuro vicino e lontano. L’ho sempre fatto e sempre l’ho vissuto intensamente grazie a progetti nati da visioni della vita reale. Visioni che ancora ci sono, magari rinnovate, ma ben presenti.

Avere una visione della vita è importante perché ci guida nella lunga camminata che spesso si presenta accidentata.

Oltre a questo, è importante sentire dentro quella “pace” di cui tanto si parla ma che pare non esserci più.

Questo senso di serenità interiore accompagnato dalla forza che promana dal credere in qualcosa di superiore non fa che aggiungere ancora senso di gratitudine per quanto è stato, è e sarà.

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Citazione: da Si fa presto a dire … vado volontario! di Gianni Faccin Gedi ed.

Immagine in evidenza: cartolina augurale 2024 by GiFa2024

Immagine di chiusura: dal web, preghiera indianoi nativi


Luce che ci dà vita

Abbiamo assolutamente bisogno di luce …

Stiamo vivendo tempi complicati, difficili, in cui tutti noi tendiamo a vedere nero, buio e null’altro. Anche se spesso il tutto è ottenebrato, come nascosto e reso non presente, da eventi inimmaginabili oppure da azioni umane che neanche gli animali avrebbero il coraggio di pianificare.

C’è assolutamente bisogno di luce, quella luce che c’è comunque, al di là di ogni nostro misfatto, che come il sole è presente anche sopra le nuvole, allorquando noi vediamo il cielo oscurato e percepiamo l’assenza dei suoi raggi, quasi che non fosse più presente, che non determinasse più l’inizio e la fine di ogni giorno.

Invece la luce c’è ed occorre crederci ancora di più a questa luce, cercarla e impegnarsi ad afferrarla perché solo in questo modo potremo dare un senso ad ogni evento.

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Citazione: by GiFa

Immagine: Luce di vita by AnCa2023

Testo: GiFa2023

Versi: 6e38 tratto da Versi librati di Gianni Faccin 2023 ( Gedi – in fase di pubblicazione)


Foglie che scrocchiano

Abbiamo bisogno di suoni che sanno di vita …

Citazione: by GiFa

Immagine: by Germana dal Madagascar novembre 2023

Versi: Foglie di vita da Versi liberi di Germana Boschetti, sorella salesiana in Madagascar


Dolcetti, scherzetti o … altro?

Silenzio, intorno: solo, alle ventate, odi lontano, da giardini ed orti, di foglie un cader fragile. È l’estate, fredda, dei morti.

Ma quali dolcetti! Ma quali scherzetti! Ma quale festa di fantasmi e zombie!

In verità, nella giornata del 2 novembre si celebra in Italia ogni anno la commemorazione dei defunti. Una ricorrenza che ha paralleli in molte culture ed epoche, ad evidenziare la speciale attenzione richiesta per relazionarsi con la perdita di una persona cara. Il processo di lutto è stato ampiamente studiato e analizzato e il modello più noto è quello delle cosìddette “cinque fasi del dolore”, non uno schema qualsiasi, ma uno strumento utile a sviluppare consapevolezza delle emozioni, che in generale è una dimensione che ci manca tantissimo anche come collettività, visto le tragedie che ci accompagnano giornalmente.

Tornando al titolo e all’incipit d’inizio, non ce l’ho con le feste tipiche di altri paesi e da noi acquisite senza alcun spirito critico, ma sta di fatto che per me il mese di novembre rappresenta sempre di più, e ben prima che inizi il relativo calendario, un periodo di riflessione (introspezione mi verrebbe da dire). E i versi di Cioran qui pubblicati il giorno di Ognissanti, per quanto ermetici ad una prima lettura, mi hanno profondamente colpito. Mi hanno accompagnato il giorno stesso e i giorni successivi nella visita al Camposanto ove i miei cari che non ci sono più sono ospitati in una piccola città di defunti con le loro storie vicine e lontane. Tantissime storie solo in minuscola parte a me note.

Torno volentieri all’appuntamento d’inizio novembre, oggi più di un tempo. E in questo periodo penso a tante persone, non soltanto a quelle che conosco direttamente, che ai primi giorni del mese di novembre ricordano e ricordano, pensano e ripensano, si nascondono, si ritirano dalle relazioni, con i pensieri che si accavallano, accompagnati da sentimenti di mancanza, voglia di fuggire, inconsistenza di relazioni, assenze, sensi di abbandono, inutilità della vita, senso di solitudine.

E la solitudine, in queste persone, non è mai un piacere desiderato, ma un ulteriore stato di sofferenza.

Finché non si è dentro a questa bolla di dolore, finché non si è passati attraverso questo malessere, è difficile capire, ed è difficile comprendere quanto gli altri hanno provato o stanno provando.

Per me è stato difficile, fino a poco tempo fa, riconciliarmi con questa ricorrenza, spesso vissuta con distacco voluto per non farmi poi domande delicate …, quelle domande che mi rivolgo sempre più spesso e che mi portano a dare significato ad ogni evento, anche piccolo o di ordinaria quotidianità. Domande che mi spingono ad essere migliore, a rispettare la realtà altrui, iniziando dall’accettazione della mia realtà.

Sono cresciuto con i miei genitori che mi portavano spessissimo al cimitero per salutare nonni, cugini prematuramente scomparsi, zii, amici. Mia madre ci teneva a far visita in questo luogo ove da tempo aveva voluto preparare urne di famiglia, anche in modo particolarmente anticipato. Non riuscivo a capirla bene questa sua voglia di anticipare …

Oggi, che è ancora qui ben presente, la questione appare quantomai attuale e al contempo “normale”. Il posto c’è, ci sarà, ma conta vivere il momento attuale nel modo più autentico possibile. Ho capito, sto capendo in verità, finalmente …

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Citazione: Novembre da Mirycae di Giovanni Pascoli – Ed. Sansoni

Immagine: Occhichepiangonosbavando da idea di https://lamenteemeravigliosa.it/6-tipi-lutto/

Immagine a chiusura: Giallo nudo by ANCA 2023

Riferimenti nel testo: https://www.aiutoallapersona.it/blog/tipi-di-lutto e pezzi precedenti sul medesimo argomento


MyBamboo

… ciò che accade è determinato soprattutto da noi stessi …

Non è il nome di una nuova app che riguarda l’utilizzo dei germogli di bambù. Lo so, secondo la cucina asiatica, i germogli di bambù sono ingredienti dalle interessanti proprietà benefiche da sperimentare anche per dare un tocco orientale ai propri piatti. Lo so. Qualcuno ne va pazzo.

Io, in verità, sono incuriosito da questa pietanza, ma quanto sto scrivendo ha a che vedere con la curiosità per la pianta in quanto tale, che dopo anni ha iniziato a svilupparsi, come speravo, vicino all’orto.

Molti si preoccupano che non diventi invasiva, creando problemi di gestione.

Invece per me ha un significato di bellezza e di libertà. E perché no, di selvatichezza. In verità non so se posso definire questo bambù selvatico, ossia appartenente ad un ambiente non contaminato dalla presenza o da strutture umane, in quanto se è lì e sta crescendo dipende da noi che l’abbiamo inserito volontariamente in quella posizione. In ogni caso mettiamola così: vorrebbe essere anche selvatico. Per questo mi richiama libertà e bellezza, questo grazie al suo aspetto vigoroso e al suo puntare dritto verso il cielo, anche in pochi giorni.

MyBamboo è rimasto riflessivo per qualche anno. Poi improvvisamente, in pochi mesi, si è come svegliato, si è moltiplicato e ha iniziato a farsi notare spiccando il volo tra le erbe sgradite. Credo che in poco tempo si formerà un bell’angolo caratteristico con diverse alte canne verdi, prima che il tempo le consolidi nei fusti che ben conosciamo.

Mi è subito parso che la crescita fosse ben augurante e carica di significati. Cercando, ne ho trovato conferma in alcuni cenni storici di questa pianta, che merita un attento ascolto.  Infatti la lunga vita del bambù lo rende per i cinesi un simbolo di lunga vita, mentre in India è un simbolo di amicizia. Eppoi, diverse culture asiatiche credono che l’umanità discenda da uno stelo di bambù. Nel mito filippino della creazione, la leggenda narra che il primo uomo e la prima donna vennero liberati per l’apertura di un germoglio di bambù che emerse su un’isola creata dopo la battaglia tra le forze elementari (Cielo e Oceano). Nelle leggende della Malesia una storia simile include un uomo che sogna una bellissima donna mentre dorme sotto una pianta di bambù; si sveglia e rompe lo stelo di bambù, scoprendo la donna all’interno di esso. In Giappone, molto spesso una piccola foresta di bambù circonda un monastero scintoista come parte della barriera sacra contro il male. Si potrebbe continuare.

Nel mio caso, la pianta del bambù è un mio aggancio, in quanto depositaria non soltanto di bellezza e di libertà, ma anche di resilienza, quella parolina magica che definisce la capacità di una persona o di una collettività di affrontare e superare eventi complicati o traumatici o un periodo di indubbia difficoltà. Tener duro, essere perseveranti e affrontare le fasi della vita.

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Citazione: da Le sette regole per aver successo di Stephen R. Covey – Franco Angeli

Fonti: Wikipedia, parquet.disegnarecasa.com e Greenme.it

Immagini: foto MyBamboo1 e 2 by GiFa2023


Quando qualcosa finisce

… uno scopo più grande e una soddisfazione maggiore nel tempo che ci rimane …

Quando qualcosa d’importante finisce, nel ripensarci mi succede di abbinare quanto è avvenuto ad un distacco esistenziale di rilevante portata. È automatico. Il pensiero mi torna immancabilmente a quel fenomeno che ci riguarda tutti, ma proprio tutti. Nessuno ne è esente: persone semplici e normali, poveri e ricchi, fragili e potenti, persone sconosciute e persone note, che sono sulla bocca di tutti oppure sui media, quasi che questo servisse loro ad esorcizzare pene e destini. Alla fine sui media succede anche che questo fenomeno venga spettacolarizzato, quasi che il processo mediatico ne impedisse l’amara realizzazione. Mi riferisco alla morte, quella parola che i più non amano pronunciare e dalla quale si tende tutti a fuggire.

Sembra sia una cosa dell’altro mondo, invece è di questo mondo e fa parte della nostra vita.

Mi torna in mente sempre più spesso questa “cosa” che, non trovo comunque agevole trattare. Forse dipende molto dal tempo che passa e che in occasione degli ultimi miei anniversari mi rende consapevole che la famosa piramide della vita anagrafica si sta avvicinando al vertice. Un vertice non noto, che nessun GPS è in grado di localizzare, ma che – lo spero ardentemente – mantenga la posizione preventivata, almeno quella stabilita statisticamente. Ed è questa una concausa della mia situazione attuale in cui sento chiaramente che la mia anima ha fretta. Una fretta che sento però di dover arginare. Probabilmente devo a questa fretta il desiderio di trovare chiarezza ed equilibrio nel mio vivere il presente che si costruisce giorno per giorno. Consapevolmente.

Ma alla fine (appunto, alla fine) è il tema della morte che condiziona, in positivo e in negativo, la vita. Sia che ne siamo coscienti, sia che non lo siamo. La differenza la facciamo veramente se affrontiamo il fenomeno.

Per esempio si tratta forse di dare più spazio a quanto ci può essere di positivo. Ma come fare?

Ecco, io credo che si possa fare, ma non è scontato, infatti occorre prepararsi a questo, lavorarci, non subire in passività, con vittimismo o qualunquismo …

La testimonianza più grande è quella di persone che hanno affrontato la morte consapevoli di stare per andare via, per motivi d’età, appunto, o perché persone molto malate o malate terminali.

Tra quanto ho letto di recente mi è piaciuto molto un racconto (storia vissuta) che parla di una relazione tra una badante e una vecchia signora malata, ormai in fase di fine vita.

È interessante questo discorso perché, magari non ci rendiamo conto, siamo circondati da una “cura della persona”, soprattutto anziana, diffusissima sul territorio. Tra le altre cose siamo sempre prevenuti quando si parla di stranieri, ma sono soprattutto le donne straniere a fare le badanti e ad occuparsi di chi sta male, spesso prendendosi cura dei nostri cari.

Ecco un brano tra i tanti toccanti presenti nel famoso libro Vorrei averlo fatto (*): “Essendo cresciuta prima in una fattoria per l’allevamento del bestiame e poi delle pecore, avevo visto tanti animali morti o in fin di vita. Non era una novità per me, sebbene fossi sempre terribilmente sensibile alla cosa. Ma la società in cui vivevo, la società moderna della cultura occidentale, non esponeva la sua popolazione al contatto con i corpi morenti. Non era come in certe culture dove la morte umana avviene allo scoperto ed è una parte evidente della vita quotidiana. La nostra società ha tagliato fuori la morte, negandone quasi l’esistenza. Questo rifiuto lascia sia la persona morente che la famiglia, o gli amici, del tutto impreparati a qualcosa di inevitabile. Siamo tutti destinati a morire. Ma invece di riconoscere l’esistenza della morte, cerchiamo di nasconderla. È come se cercassimo di convincerci che ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’ funzioni davvero. Ma non è così, perché ci ostiniamo nel tentativo di affermarci attraverso la vita materiale e i comportamenti dettati dalla paura che ne conseguono”.

Fin qui il presupposto. E ora ecco il passo decisivo: “Se riuscissimo a rapportarci in anticipo e con sincera accettazione alla nostra inevitabile dipartita, allora cambieremmo le nostre priorità prima che sia troppo tardi. In questo modo avremmo la possibilità di volgere le nostre energie verso i veri valori e verremmo guidati da ciò che vuole veramente il nostro cuore. Una volta riconosciuto che ci resta un tempo limitato, sebbene non sappiamo di quanto si tratti, siamo mossi meno dall’ego e smettiamo di dare importanza a ciò che gli altri pensano di noi. Riconoscere che ci avviciniamo inevitabilmente alla morte ci dà l’opportunità di trovare uno scopo più grande e una soddisfazione maggiore nel tempo che ci rimane”.

Un vecchio personaggio della televisione (*) direbbe: “Meditate gente, meditate”.

Quando qualcosa finisce, resta sempre un peso.

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Citazione: da Vorrei averlo fatto, di Bronnie Ware – Ed. MyLife 2015

Immagini: in evidenza Sunset by GiFa2023 – sotto il testo Lightness da repertorio GiFa2014

Note: (*) Mi riferisco a Renzo Arbore, compleanno qualche giorno fa, ha compiuto 86 anni. Nato a Foggia il 24 giugno 1937, può essere definito a pieno titolo il maestro dell’intrattenimento italiano. Non c’è campo dello spettacolo che non abbia attraversando, lasciando il segno. Fonte Fanpage.it