Silenzio

Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca. 

Chi non ha bisogno si svuotare la testa, di mettersi in pausa, di alleggerirsi di pensieri, occupazioni mentali, pesi interni? Una differenza c’è nelle persone, e si nota, tra chi ci riesce a sospendere i pensieri e chi invece rimane stabilmente ostaggio di quei pensieri. E la possibilità vivere più leggeri c’è per tutti …

La mia formula, quella che per me è funzionale, è quella di chiudere gli occhi e immaginare i miei posti sicuri e i ricordi belli anche per pochi minuti o, alternativamente, entrare in contatto con la natura. Per esempio, occupandomi di giardinaggio, non tanto e non più per dare massima dignità al giardino, ma per ordinarlo al meglio possibile e toccare con mano o attraverso gli arnesi, la terra, le piante, i fiori, le erbe …  Per esempio, camminando lentamente e osservando i dettagli che incontro nei boschi e nei prati e riempirmi dei diversi “verdi” … Per esempio, seguendo sentieri montani, boschivi, mai ben conosciuti, e ricercare il silenzio sonoro degli alberi, delle foglie o percependo i suoni vicini e lontani che nel bosco arrivano attutiti, ovattati quasi sordi.

Un tempo, ho provato anche altre modalità, nel senso di approfittare di situazioni obbligate, non brevi come viaggiare in treno o in auto, ma non sono le mie preferite. Più facile invece, il percorrere a piedi anche in città tragitti stabiliti e obbligati, ma in tal caso l’ansia di arrivare alla meta non mi agevola. In ogni caso, è il bisogno di vivere un “silenzio vero”, tangibile, che spinge alla sospensione, al di là della modalità di turno.

Mi piace lo spunto tratto da un recente libro di un noto romanziere e sceneggiatore di fiction tv poliziesche (*).  Anche il suo personaggio sente spesso il bisogno impellente di sospendere i pensieri e l’autore lo descrive benissimo.

“Per svuotare la testa, Elsa M. sfruttava il tragitto dal commissariato a casa, non un percorso impervio per una camminatrice esperta come lei.

Un’operazione non sempre facile: lasciare andare le complicazioni connesse al lavoro, i risvolti dei casi che affrontava, le concatenazioni tra gli eventi; e ripulirsi dentro prima di entrare nell’altra quotidianità. Certo, in montagna le veniva più agevole. Nei posti in cui era nata, gli elementi favorivano tanto la concentrazione quanto il libero abbandonarsi al nulla. Il silenzio, per esempio: nei borghi tra le vette bastava spostarsi di poco e si finiva immersi nella natura. E il tratto distintivo della natura era senza dubbio il silenzio.

Nel silenzio si può parlare con sé stessi, pensava Elsa. Le distrazioni si allontanano, l’ambiente si ritrae e se ne sta per conto proprio, e tu puoi discutere fra te e te”.

Qui, l’autore rafforza il messaggio contrapponendo una situazione opposta, pure questa molto efficace nella sua concretezza.

Al contrario, nella dannata, inarrestabile baraonda di quella città sul mare la quiete era merce impossibile da reperire. Non c’era ora e non c’era giorno – fosse l’alba o il tramonto, fosse agosto o dicembre – che trascorresse senza avere intorno qualcuno che urlava, due che discorrevano ad alta voce, una maledetta finestra spalancata dalla quale strepitava un televisore … D’estate il fenomeno si amplificava, perché il caldo non dava tregua e non c’era una sola porta o apertura qualsiasi che rimanesse chiusa, e ognuno stava lì a chiamarsi da un capo all’altro, a litigare, a protestare, a comunicare, urlando per farsi sentire o anche soltanto perché quello era il tono usuale. Il secondo tratto distintivo era la totale assenza di riservatezza. A furia di starsene così, … non c’era uno che si sentisse immune dal farsi i fatti altrui”.

Insomma dal paradiso all’inferno, si potrebbe commentare.

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Citazione: Dono del silenzio – frase celebre assegnata a Charlie Chaplin

Immagine: Claire2019 – foto a cura dell’autore

Note: (*) da Figli – Per i bastardi di Pizzofalcone (cap. XXIV pagg. 153-154) di Maurizio De Giovanni – 2026 Einaudi


Emo

Racconto di un uomo speciale

In paese capita non di rado di trovare sue tracce e di ascoltare la testimonianza di chi l’ha conosciuto. È gente non più giovane che a suo tempo lo frequentò oppure fece pratica presso il suo laboratorio di falegnameria. Sì, parlo di Emo che faceva il falegname per opere utili alla famiglia e ai paesani, e che accoglieva molti giovani perché imparassero l’arte di lavorare il legno. Era la sua passione prima ancora che la sua professione. Ci sono tante sue tracce nelle costruzioni in legno con cui ha attrezzato e abbellito la casa edificata sopra il laboratorio.

Ci sono anche tracce nei carteggi che ha lasciato, progetti, documenti vari; e ci sono nelle foto di quando all’estero (Francia e Germania soprattutto) partecipava a grandi cantieri per la costruzione di immobili, condomini, opere pubbliche come ponti importanti …

Io ho avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo. Ho subìto un piacevole esame di controllo quando mi conobbe e aveva capito il mio interesse per la sua cara nipote. Le sue domande mi hanno colpito e piacevolmente impressionato. Sorpreso, ovviamente.

Emo faceva il falegname, ma in realtà aveva molti altri interessi. Non solo passioni, ma, da quello che ho capito, valori importanti in cui credeva e ai quali destinava gli esiti delle sue attività.

Oggi parlo di lui perché è stato ed è nei miei ricordi una persona speciale. Lo faccio riportando un testo pubblicato dal vecchio parroco del paese nel bollettino parrocchiale n. 265 dell’agosto 2003. Il testo fu scritto da persone amiche e vicine di casa, della famiglia soprannominata del “Generale”.  Ho ritrovato con piacere tra i miei taccuini una vecchia copia che non a caso avevo conservato, forse l’unica esistente.

Emo

Era il 1907 e, prima della guerra abitava in Contra’ Canale. È sempre stato buono, generoso, gioviale, dotato di grande equilibrio e per noi del “Generale” considerato come un fratello. Era rimasto orfano ancora piccolo e quando frequentava le elementari era stato preso in simpatia dalla maestra che aveva un fratello, dirigente delle Ferrovie dello Stato, sposato e senza figli che abitava a Roma. Subito dopo la guerra la maestra convinse il fratello ad adottare Emo e nella primavera del 1919 mise il ragazzino sul treno e lo spedì a Roma dove il fratello lo avrebbe accolto. Durante il viaggio però, Emo fece amicizia con un gruppo di operai che si recava in Piemonte per lavoro. Probabilmente poco propenso per l’adozione, fu facilmente convinto a seguirli e, stracciata la lettera con cui doveva presentarsi a Roma, andò a fare il “bocia” in un cantiere. Da qui poi rientrò a Tonezza.

In quel tempo, aveva cominciato a frequentare la nostra famiglia, facendo il garzone nella falegnameria che nostro padre aveva allestito nel piano sotto strada. Era diventato presto un artigiano provetto ed un aiuto indispensabile per nostro padre che invece era continuamente impegnato in altre attività quali la conduzione dell’albergo, il commercio del legnale, la vita familiare con i numerosi figli che stavano animando la nostra casa. Proprio per questi impegni nostro padre non aveva il tempo, ma forse nemmeno l’interesse e la simpatia verso i doveri politici. Quando doveva presenziare a qualche riunione ad Arsiero, mandava Emo al proprio posto …

Storia di un uomo speciale

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Come gran parte dei Tonezzani cominciò ad emigrare per lavoro e fu per molti anni in Francia e in Germania. Partivano in primavera e ritornavano in autunno. Emo ottenne sempre validi riconoscimenti per la serietà del comportamento e per le grandi capacità professionali. Sposatosi con la compaesana Maria crebbe una famiglia felice finché non fu toccata da una grave malattia dell’unico figlio maschio. Nonostante il dolore e le difficoltà, Emo riusciva a dimostrare serenità senza far pesare sugli altri la sua preoccupazione. Seguiva il figlio in ogni sua esigenza senza lamentarsi. Con i risparmi che faticosamente aveva accantonato si era costruito la casa in via Duca d’Aosta sul terreno che nostro padre gli aveva venduto.

Alla morte di mio padre, Emo ci rivelò che non era stato steso alcun documento circa la proprietà del terreno perché tutto era affidato alla parola e ad una stretta di mano; accordo che è stato poi onorato anche da noi fratelli davanti ad un notaio.

Emo negli ultimi anni della sua vita ci raccontava le vicende della gioventù; ne aveva una grande nostalgia. Rideva fino alle lacrime quando raccontava l’episodio di cui fu protagonista il futuro presidente del consiglio Mariano Rumor. Allora, Mariano, era un bambino vivace che spesso veniva in falegnameria e metteva le mani dappertutto interrompendo il lavoro di nostro padre. Che alle volte si arrabbiava. Un giorno, in cui nostro padre era particolarmente nervoso, il piccolo Mariano, armeggiava vicino alla stufa dove c’era il pentolino della colla. Ad un certo punto, nonostante gli avvertimenti, il pentolino cadde riversando la colla sul pavimento: mio padre allora, perso il controllo, prese con una mano il pennello e con l’altra sollevò il baschetto del bambino e gli diede una pennellata di colla sui capelli mandandolo a casa piangente. Il commendator Giuseppe Rumor, suo padre, non si adirò: il giorno dopo si scusò con nostro padre per le interferenze del figliolo e tutto finì lì.

Emo è stato una figura importante per noi, e lo vogliano ricordare con tutta la simpatia che lo circondava quando era con noi.

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Citazioni e brano inserito: tratto da Tonezza – Pubblicazione socio-religiosa a cura di don Giuseppe Marcazzan – n. 265 (345) agosto 2003 cip;

Immagine in evidenza: Disegno progettuale by Pxabay;

Immagine nel testo: Emo con un amico – foto originale da repertorio fotografico di Emo Canale.


Auguri anomali

… verso comportamenti virtuosi

Ho trovato tra i miei taccuini uno scritto a firma di un certo “Ghert”.

Non so e non ricordo chi sia. Di sicuro lo scritto fu pubblicato diversi anni or sono tra le pagine “motivanti” e “provocatorie” di una pubblicazione di matrice parrocchiale.

In vista di un nuovo anno, ormai in itinere, lo riporto qui perché buoni sentimenti e umorismo delicato aiutano. Oh sì, aiutano molto o, almeno, danno il modo. Poi, come sempre, sta a noi.

Eccolo. È un elenco di “se”, troppi a mio avviso, ma quale che sia la proposta sottesa e scherzosa è pur sempre una proposta verso un modo di vedere, di essere.

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Se puoi cominciare la tua giornata senza caffeina,

se puoi andare avanti senza pillole stimolanti,

Se riesci ad essere festoso ignorando dolori e sofferenze,

se eviti di lamentarti, annoiando la gente con i tuoi problemi,

se puoi mangiare lo stesso cibo ogni giorno ed essere grato,

se riesci a capire quando le persone che ami sono troppo occupate per darti retta,

se passi sopra il fatto che chi ami ti dà erroneamente la colpa se qualcosa va storto,

se accetti critiche e rimproveri senza risentirti,

se ignori la cattiva educazione di un amico ed eviti di correggerlo,

se tratti i ricchi come i poveri,

se affronti il mondo senza bugie e inganni,

se sai vincere la tensione senza l’aiuto di un medico,

se sei capace di rilassarti senza uso di liquori,

se riesci a dormire senza l’aiuto di farmaci,

se puoi affermare in tutta onestà che, al fondo del tuo cuore sei privo di qualsiasi pregiudizio su religione, colore, credo politico, …

Allora, sei buono quasi quanto il tuo cane!

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Immagine: Pug by Pexels


Tra le mie braccia

Into my arms, O Lord

Non credo in un Dio interventista

Ma so, tesoro, che tu ci credi

Ma se ci credessi mi inginocchierei e gli chiederei

di non intervenire quando si tratta di te

Di non torcerti un capello

Di lasciarti così come sei

E se sentisse di doverti guidare

Allora ti diriga tra le mie braccia …

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Citazione e traduzione con adattamento da Into mu arms di Nick Cave

Immagine: Man by Pexels of Pixabay


All’ombra del campanile

L’ombra del mio campanile si staglia nello spazio-tempo …

È vero, siamo cresciuti all’ombra del campanile, e siamo in tanti. Oggi abbiamo quasi tutti superato – o ci stiamo avvicinando – il confine statistico che dà inizio alla cosiddetta terza età. La nuova terza età, quella che qualcuno ha fissato dai 65 agli 80.

Senz’altro anche altre generazioni hanno avuto questa occasione, di crescere all’ombra del campanile, ma noi, le nostre generazioni, abbiamo avuto una grande possibilità. Possibilità tendenzialmente rigida e strutturata, per niente liquida.

Ma di che cosa stiamo parlando?

Il detto assai diffuso “all’ombra del campanile”, che pare derivi da un proverbio medievale toscano, assumerebbe vari significati a seconda dell’epoca, delle storie e delle credenze, con molte distinzioni da regione a regione. Per esempio uno dei significati secondo il citato proverbio (1) è che “si vive meglio quando si abita in un luogo noto e familiare”. Ma anche che “si vive bene a spese della Chiesa”. Detto anche per indicare chi è tutelato da un potere superiore. In questo senso “All’ombra del campanile” è diventata una locuzione di uso comune.

Interessanti i molti altri significati o usi. Ma nel mio (nostro) caso mi rifaccio all’infanzia fino all’adolescenza (5 – 17 anni) e a tutta una serie di esperienze vissute in ambito parrocchiale e quindi, giocoforza, all’interno e in prossimità delle strutture parrocchiali compresa la chiesa e anche il campanile, che in verità nel mio personale caso non c’era, essendo la chiesa una struttura che si diceva moderna (in realtà lo è ancora oggi) e al posto del campanile, esternamente, presenta un bel “battistero”. (2)

Da qui una particolare curiosità a stampo ironico: sono cresciuto (siamo) all’ombra del campanile vicino ad una chiesa senza campanile. Avremmo potuto dire “all’ombra del battistero”, ma francamente non mi sono mai posto il problema. E non ho mai sentito nessuno che ne parlasse.

Era la metafora che mi (ci) faceva pensare e dire all’ombra del campanile. E ancor oggi con qualcuno la metafora viene replicata agevolmente e tra noi ci capiamo.

In quegli anni (dal 1962 fino a tutto il 1974), principalmente verso l’adolescenza, prima di cercare di fidanzarsi e cercare lavoro, l’obiettivo era socializzare e trovarsi in gruppo, sia per giocare e divertirsi, sia per impegnarsi in qualcosa di più grande che aveva spesso a che fare con ideali alti e condivisi.

Si facevano feste in gruppo. Si facevano raccolte carta e ferro vecchio per le missioni, si partecipava a gruppi parrocchiali di varia natura, si aiutavano i preti che già allora dicevano di essere pochi … Ci si impegnava nel catechismo cattolico, si andava a messa tutti insieme, si incontravano gruppi di altre parrocchie, si organizzava la sagra parrocchiale, si facevano mostre e recital, si organizzavano campeggi o campi-scuola, si partecipava (solo alcuni) a corsi di formazione o a dibattiti, si andava insieme al cinema, si diventava per un po’, qualcuno per tutta la vita, animatori sociali, alcuni anche seminaristi, pochi impegnati in politica. Come che sia, si discuteva moltissimo (troppo) di come le cose dovevano andare nella nostra comunità, spesso senza sapere i dettagli che riguardavano questioni serie, ma che oggi farebbero, anzi fanno sorridere rispetto ai problemi del mondo attuale che sta cadendo a pezzi.

Personalmente, ho vissuto difficoltà – sempre all’ombra – per le modalità con cui venivano proposti (imposti) temi esistenziali, sociali e soprattutto religiosi.

Per esempio, quando ho cominciato a ragionare mi sono accorto di confondere religione e fede, ma al contempo detta confusione mi ha portato a farmi tutta una serie di domande e ho capito che avere fede non significa non avere dubbi, anzi sono proprio i dubbi che mi possono aiutare a muovermi nella nebbia.

È un fatto di ricerca interessata. Un moto interno che mi spinge a ricercare, sapendo già che non conoscerò fino in fondo …

Oggi, pare essere meno gettonata questa ombra del campanile. Del resto negli anni citati non esistevano tante altre possibilità: o facevi gruppo in parrocchia oppure lo facevi al bar nella migliore delle ipotesi. Soltanto, agli inizi degli anni ’80 hanno cominciato a svilupparsi: strutture di quartiere, strutture di volontariato, associazionismo, strutture culturali e sportive.

E guardando all’attualità basta un breve sguardo all’indietro per accorgersi dei cambiamenti avvenuti: ad ogni epoca le sue espressioni e manifestazioni, per esempio oggi lo stesso volontariato si rivolge ad altri lidi come l’ambiente, la natura, il ben essere. Sono alcune tra le dimensioni che hanno preso il sopravvento e che presentano una miriade di proposte ed iniziative.

Forse viviamo tempi, oggi, in cui l’offerta indistinta di attività è talmente elevata da creare molteplici occasioni di ritrovo e di socializzazione, ma anche molta confusione che non aiuta la persona a fare scelte consapevoli e ben mirate.

In ogni caso, ricordo, anche con un pochino di nostalgia, quando si poteva crescere all’ombra del campanile, pur nella rigidità e chiusura di certe visioni di chi ci guidava, riuscendo a scoprire la forza del gruppo e a sognare nella realizzazione di un mondo migliore senza restare fermi o indifferenti. Un po’ più uomini autentici … lo siamo diventati.

Forse, è stato fondamentale il riferimento al campanile, che nel mio caso non esisteva, con la sua ombra, che a mio avviso era ben presente. Del resto, come ha scritto un giornalista 10 anni fa (3), nel paesaggio urbano il campanile è sicuro punto di orientamento. Spesso è anche indicatore del centro del borgo o della città, nel caso di una cattedrale. Ma il campanile non è solo un termine visivo, è anche profondamente simbolico nella sua capacità di accentrare valore topografico, religioso e civico. (4)

Per farla semplice, e chiudo, ecco per me un altro simbolo importante che può essere ancor oggi riferimento per i propri comportamenti, pensieri e scelte di vita, sia come individui, sia come comunità.

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Citazione e immagine: a cura dell’autore

Note: (1) da www.sapere.virgilio/proverbi/; (2) è l’edificio separato da una chiesa in cui si svolge il rito del battesimo. La separazione dei due luoghi ha origine nei primi secoli dell’era cristiana, quando i non ancora battezzati non erano ammessi alle celebrazioni eucaristiche che si svolgevano all’interno dei luoghi di culto consacrati (https://it.wikipedia.org/wiki/Battistero); (3) Alessandro Beltrami in https://www.avvenire.it/agora/pagine/campanile-; (4) idem in (3).


Simbolo d’amore

Hibiscus: pianta perenne come l’Amore

Non so voi, ma a me capita spesso di osservare qualcuno o qualcosa e provare un sentimento profondo. Non solo osservando. Anche ascoltando o leggendo. Mi capita anche di cercarne la causa e di non trovarla. Almeno nell’immediato. Poi, con un po’ di buona volontà mi convinco di averla trovata o quasi.

Non mi piace fermarmi ai ragionamenti, se mi accorgo di essere troppo nel razionale sospendo tutto e attendo momenti migliori.

Diversamente, se riesco ad ascoltarmi in profondità non lascio scappare l’opportunità.

Non so se lo fate anche voi, ma io ricorro spesso alle immagini mentali, a volte a veri e propri video mentali. In pratica, mi faccio aiutare dai simboli. Provateci!

Sappiamo tutti, almeno spero sia così, che si definisce “simbologia” la disciplina che studia i simboli e i loro valori. I loro valori e significati, appunto.

Esiste poi il cosiddetto “pensiero simbolico”, se non lo sapete. Ed è una cosa che sa di psicologia e sembrerà strana, ma in realtà è qualcosa di molto utile oltreché reale.

Questo speciale pensiero è la capacità di figurarsi mentalmente qualcosa attraverso qualcos’altro. È un’abilità che porta a usare simboli, immagini e parole per pensare a concetti, idee o situazioni che non sono presenti realmente nell’immediato. Io lo scoprii quando studiai Jean Piaget che a sua volta studiò il gioco simbolico, nel sogno e nel linguaggio.

Orbene, mi sono trovato spesso – anche recentemente – a soffermarmi a osservare, senza che lo facessi di proposito, gli ibischi che si trovano nel mio giardino e in altri spazi di famiglia che frequento abitualmente.

Da mo’ sapevo del significato dell’ibisco, nel linguaggio floreale. Si tratta di un fiore che, soprattutto nel mondo orientale, viene spesso coltivato in giardino. È un fiore che è simbolo di benvenuto per chi viene a visitare la casa ed è spesso associato al buon augurio.

I miei ibischi presentano fiori bianchi, rosa e di un viola molto raro. Sono soprattutto quelli bianchi che mi attraggono.

Nell’osservarli mi fanno sentire qualcosa di particolare, di non sempre ben definito. Qualche cosa che ha che vedere con un senso di tenerezza e di sicurezza al contempo.

Che diamine avranno questi fiori per colpirmi in questo modo? – mi chiedo.

Mi dicono i soliti bene informati che un significato molto diffuso per esempio quando si regala un fiore di ibisco è quello legato all’amore.

Ma sì, dai! – come se regalare altri fiori belli non richiamasse qualcosa di amorevole. Approfondendo qua e là, in effetti, l’ibisco pare essere spesso considerato simbolo di armonia e di eleganza, ma anche simbolo di fragilità e di bellezza fugace, questo perché la pianta fiorisce di mattina e la sua fioritura dura solo un giorno.

Ecco, che per me, se vi interessa saperlo, l’ibisco, quello bianco in particolare, richiama in profondità significati intuiti a tratti, non sempre ben individuati, ma comunque oggi più prossimi alla consapevolezza. Mi sento portato alla autenticità e all’armonia che sviluppa bellezza, pur consapevole delle personali debolezze e della fugacità della vita.

A na certa, succede che l’ibisco, sì anche lui, continua a farmi da ponte tra ciò che è inconscio e ciò che viene finalmente a galla nella coscienza.

È sì un simbolo, d’amore.

Fantastico!

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Citazione e riferimenti testo: a cura dell’autore;

Detti: detti riportati in corsivo, correnti vari dialetti italiani o di nuovi usi di lingua italiana;

Immagine: Ibisco bianco by GiFa2025:

Modalità scrittura: adattamento sperimentale a forma colloquiale di J.D. Salinger (Il giovane Holden e Nove racconti – Einaudi ed.)


Il principino del bosco

Cosa hai fatto oggi?
Ho visto un ciclamino, ho catturato un frammento di cielo e ho sorriso di me stesso mentre tentavo di scappare dalle mie paure.

Essere al centro dell’attenzione penso sia un desiderio diffuso, salvo, molto spesso, temerne gli esiti e quindi rientrare ai margini della scena.

C’è chi è disposto a tutto per trovarsi al centro o per mantenere la posizione. In tal caso gioca l’ossessione o l’ego smisurato che punta a fare di quella posizione lo scopo della vita.

C’è chi farebbe di tutto per non trovarsi coinvolto. Forse per mancanza di autostima o per pura modestia. O anche per scelta, trovando in altre dimensioni il valore di sé.

Eppure, spesso è la situazione a guidare gli eventi, spesso sono le circostanze che ti portano, obtorto collo, ad essere al centro.

È un po’ come essere soli sopra un palcoscenico, recitare un copione – non sempre studiato – e assorbire gli sguardi di tutti, sapendo che quegli sguardi sono anche giudizi, e non necessariamente favorevoli.

Ho amato anche io vivere l’esperienza di essere al centro, e anche io ho sentito la tensione emotiva di rischiare il giudizio altrui. Ho avuto quasi sempre la tentazione di rifuggire l’occasione e posso dire oggi di non essere mai scappato anche se restare mi è costato molto.

Nelle mie passeggiate, guarda caso nei boschi che amo ove trovo pace, tranquillità e centratura personale, mi agganciano dettagli naturali che si aggiungono al silenzio o ai rumori graditi dell’aria tra le foglie, dei cicalii sconosciuti, del gracchiare di qualche cornacchia, dei rami secchi che stridono nell’essere calpestati, dei canti di uccelli sconosciuti che riposano momentaneamente sui rami degli abeti, mi capita di agganciare io (o di essere agganciato?) speciali simboli naturali che nel loro essere e stare dicono molto a noi umani, se solo sappiamo riconoscerne il messaggio.

Mi sanno tanto di psicologia queste riflessioni. È vero, ma resta il fatto che la bellezza è sempre davanti i nostri occhi e mi pare che talvolta facciamo di tutto per non vederla e per non goderne.

Per esempio è il caso dei ciclamini che nel bosco si dovrebbero trovare in grande quantità e che si sono diradati negli ultimi anni.

Proprio per questo il ciclamino si trova spesso anche da solo e in luoghi tutt’altro che accessibili. Nel linguaggio dei fiori esso rappresenterebbe forza, rinascita, ma anche rinuncia e resilienza, per la sua capacità di vivere anche in condizioni proibitive o in spazi improbabili.

Mi è capitato spesso di incontrarlo quest’anno, e ogni volta mi ha suggerito elementi di bellezza. Utili alle relazioni, ai comportamenti e al vivere sociale.

Per esempio: si può anche essere al centro dell’attenzione, ma si può vivere la circostanza con umiltà e serenità, con misura e provvisorietà, lasciando andare le spinte egocentriche e dando spazio all’autenticità e al rispetto.

Anche questo fiore rappresenta un simbolo assai significativo, nel suo esserci ma con delicatezza, senza mai imporsi a tutti i costi, adattandosi al terreno esistente, facendo gruppo con altri simili, oppure crescendo in solitudine, magari in terreno accidentato.

Come che sia, si parla del ciclamino che è una specie protetta e che sarà perennemente il principino del bosco.

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Citazione: Frase di Fabrizio Caramagna;

Immagini: Ciclamini by GiFa2025


Profit non profit

Consapevolezza!

Con uno sguardo qui, vicino, tra noi, ma anche con uno sguardo aperto al mondo, a terre lontane e al mare aperto.

Lo sappiamo tutti, l’abbiamo capito e ce lo ripetiamo in continuazione.

Le nostre vite ruotano quasi sempre attorno al profitto.

Uno scopo che “provoca in alternanza avarizia e distacco verso l’uomo”, verso l’umanità.

“Per ironia, questo inseguirsi ci fa credere che saremo più felici, ricchi, famosi, appagati, mentre invece ci fa infelici, soli e alienati”.

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Immagine: Businessman by Geralt of Pixabay

Spunto: da scritti di Steve DeMasco raccolti in Risvegli a cura di Danielle e Olivier Follmi – L’Ippocampo


Giorno perfetto

È qui e ora che riusciamo ad essere noi fino in fondo …

Siamo nel “borgo del respiro”, circondato da spazi verdi e celesti che fanno vivere fuori del tempo. Ogni tanto ci sono sparsi scrosci d’acqua che offrono meritato rinfresco alla natura troppo provata dalla interminabile calura pomeridiana di un caliente mese di luglio. Sono brevi ma intense precipitazioni che fanno aprire insistentemente la “porta” a dibattiti e lamentazioni su come è cambiato il clima. Ma il respiro prosegue incessantemente. Si fa beffe delle lamentazioni e conduce a brani di giornata in cui le diverse manifestazioni naturalistiche si esprimono apertamente e senza vincoli.

E oggi è un giorno di quelli, in cui la perfezione fa capolino, fa vedere che esiste. La natura è. Non si nasconde, si espone con la massima apertura. Si pavoneggia, almeno per chi la vuol ammirare e per chi se ne accorge.

Dopo un breve tragitto siamo arrivati a piedi in quota, verso i 1600 metri, i percorsi sono ordinati e ben tenuti da dove la carrabile diventa sentiero bianco, per niente polveroso.

Calma impressionante, quasi irreale.

Siamo circondati da cielo e famiglie di conifere che fanno gli onori di casa dapprima con larici, abeti e pini, e ben presto, con diffusissimi cespugli di mughi che ci affiancano generosamente. Si percepisce da vicino l’aroma meraviglioso che viene rilasciato dalle resine delle loro minuscole pigne in parte non ancora dischiuse

Siamo finalmente contornati da fiori di mille colori che tutti assieme offrono all’occhio attento pezzi di arcobaleno che, non tanto velatamente, cercano di allungarsi verso l’alto.

Ci si sente privilegiati a far parte, seppur momentaneamente, di questo stupendo habitat.

In lontananza si notano benissimo molteplici picchi, alcuni più in evidenza e altri talmente distanti da apparire grazie alle loro sfumature biancheggianti o grigie come artificiali. Sono le nostre montagne delle quali spesso non ci accorgiamo. Eppure ci sono da tempo immemore, delimitano la nostra vista e ci danno un piccolo assaggio del “grande mistero”.

Dalla corona circolare di picchi ora bianchi o dorati di roccia, ora grigio-verdi si muovono verso di noi ampi boschi di conifere in genere d’un verde scuro che lasciano frequentemente partire enormi pascoli verdeggianti che accarezzano la vista nonostante i diffusi pendii adatti a mucche esperte.

Ora siamo arrivati in cima.

La croce solitaria è ben visibile senza mania di protagonismo. È un legno nero che parla pur senza profferire parola.

Qui non esiste tempo.

Il silenzio sovrasta tutto con qualche leggera pausa per lasciare passare aria che arriva a colpi irregolari. Poi riprende posizione. È l’attore principale della scena.

L’aria è comunque tiepida perché il sole incombe e abbronza senza chiedere permesso. Solo a tratti arriva addosso e in pieno viso qualcosa di freschissimo e refrigerante che sa di buono e puro e che ci ricorda dove siamo.

Il panorama è bellissimo. Le montagne lontane appartengono a moltissimi nomi improbabili eppure hanno visto tutte quanto è successo solo qualche decennio fa proprio qui, dove ora poggiamo i nostri piedi.

Sono i testimoni più fedeli del nostro destino.

Vediamo due pianure giù, in lontananza, una più grande che scivola dietro ad una nota cima. Entrambe le strisce ci ricordano una terra promessa. Eppure veniamo da là.

Rimaniamo quassù per un po’, ma vorremmo restarci.

Ci pare sia proprio un giorno perfetto, questo, fatto di autenticità, semplicità, naturalezza e consapevolezza.

Sì, consapevolezza. È qui e ora che riusciamo ad essere noi fino in fondo, ad accettare e amare come siamo e come sono gli altri, a dare importanza alle cose che contano veramente, a lasciar andare … ed a esser grati per tutto.

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Citazione e immagini: a cura di GiFa2024 e AnCa2024

Testo: GiFa 22 luglio c.a.


Il giorno della ginestra

… Un viaggio sinestetico di pura evasione verso mete lontane, fino a quel momento solo immaginate, la sensazione di concedersi un momento di astratta spensieratezza a fissar il cielo costellato di stelle, dove i desideri si rincorrono e diventano realtà.

Il tempo speciale anche quest’anno è arrivato. C’è di nuovo, questa volta, che i giorni si susseguono tutti con un ritmo elevato ma al contempo tale da non escludere momenti di pausa riflessiva e di riposo. Pause caratterizzate da nuovi profumi, fortemente in anticipo sui tempi, come quelli dell’osmanto odoroso che ricorda la fresca fragranza del verde boschivo unito all’effetto morbido dell’albicocca. E che colori floreali si fondono con i nostri occhi desiderosi di novità!

Sì, mi piacciono i fiori e li ammiro spesso. Mi fanno stare bene. Anche se non mi sento prevalentemente attratto dal floreale. Mi attraggono invece i profumi e i colori che i fiori sanno esaltare.

Nella consapevolezza che i gusti cambiano, oggi amo il verde, il blu e l’arancio. Un po’ meno il viola e il rosso. Amo moltissimo, storia recentissima, il giallo. Sento bisogno di avere giallo intorno. Molto giallo.

Ed è arrivato il giorno della ginestra, arbusto che ospitammo in giardino molti anni fa e che oggi mi ricorda la bellezza di quei tempi passati.

Chi mi è vicino sa perché.

La ginestra rappresenta un fiore-simbolo. Essa è un fiore giallo, umile, resistente, che cresce in terreni difficili ed espande “un profumo che il deserto consola”, come il Poeta scrisse vedendola inerpicarsi solitaria sulle rupi scoscese del Vesuvio. Ancora, è simbolo di unità, solidarietà, determinazione, coraggio nel resistere alle avversità della natura. Questo perché non è di tutti sopravvivere in un terreno arido e surriscaldato perché imperversato da flussi di lava.

Certo, mi colpisce simbolicamente, anche per il profumo e per il colore.

Mi piace pensare che dopo tanti anni siamo ancora qui, a curare questo giardino, uno spazio in continuo cambiamento che attornia la nostra casa fatta di mattoni in cui ci sentiamo serenamente “a casa”.

Mi piace pensare che ci sono state e ci sono unità e solidarietà, determinazione e coraggio, non mancando mai le complicazioni della vita.

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Citazione: Home fragrance by https://www.aquaflor.it/blogs/

Immagine: Gorse-blossom by Thoiams of Pixabay

Riferimenti nel testo: La Ginestra o Il fiore del deserto, lirica di Giacomo Leopardi (1836 – 1845)