Silenzio

Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca. 

Chi non ha bisogno si svuotare la testa, di mettersi in pausa, di alleggerirsi di pensieri, occupazioni mentali, pesi interni? Una differenza c’è nelle persone, e si nota, tra chi ci riesce a sospendere i pensieri e chi invece rimane stabilmente ostaggio di quei pensieri. E la possibilità vivere più leggeri c’è per tutti …

La mia formula, quella che per me è funzionale, è quella di chiudere gli occhi e immaginare i miei posti sicuri e i ricordi belli anche per pochi minuti o, alternativamente, entrare in contatto con la natura. Per esempio, occupandomi di giardinaggio, non tanto e non più per dare massima dignità al giardino, ma per ordinarlo al meglio possibile e toccare con mano o attraverso gli arnesi, la terra, le piante, i fiori, le erbe …  Per esempio, camminando lentamente e osservando i dettagli che incontro nei boschi e nei prati e riempirmi dei diversi “verdi” … Per esempio, seguendo sentieri montani, boschivi, mai ben conosciuti, e ricercare il silenzio sonoro degli alberi, delle foglie o percependo i suoni vicini e lontani che nel bosco arrivano attutiti, ovattati quasi sordi.

Un tempo, ho provato anche altre modalità, nel senso di approfittare di situazioni obbligate, non brevi come viaggiare in treno o in auto, ma non sono le mie preferite. Più facile invece, il percorrere a piedi anche in città tragitti stabiliti e obbligati, ma in tal caso l’ansia di arrivare alla meta non mi agevola. In ogni caso, è il bisogno di vivere un “silenzio vero”, tangibile, che spinge alla sospensione, al di là della modalità di turno.

Mi piace lo spunto tratto da un recente libro di un noto romanziere e sceneggiatore di fiction tv poliziesche (*).  Anche il suo personaggio sente spesso il bisogno impellente di sospendere i pensieri e l’autore lo descrive benissimo.

“Per svuotare la testa, Elsa M. sfruttava il tragitto dal commissariato a casa, non un percorso impervio per una camminatrice esperta come lei.

Un’operazione non sempre facile: lasciare andare le complicazioni connesse al lavoro, i risvolti dei casi che affrontava, le concatenazioni tra gli eventi; e ripulirsi dentro prima di entrare nell’altra quotidianità. Certo, in montagna le veniva più agevole. Nei posti in cui era nata, gli elementi favorivano tanto la concentrazione quanto il libero abbandonarsi al nulla. Il silenzio, per esempio: nei borghi tra le vette bastava spostarsi di poco e si finiva immersi nella natura. E il tratto distintivo della natura era senza dubbio il silenzio.

Nel silenzio si può parlare con sé stessi, pensava Elsa. Le distrazioni si allontanano, l’ambiente si ritrae e se ne sta per conto proprio, e tu puoi discutere fra te e te”.

Qui, l’autore rafforza il messaggio contrapponendo una situazione opposta, pure questa molto efficace nella sua concretezza.

Al contrario, nella dannata, inarrestabile baraonda di quella città sul mare la quiete era merce impossibile da reperire. Non c’era ora e non c’era giorno – fosse l’alba o il tramonto, fosse agosto o dicembre – che trascorresse senza avere intorno qualcuno che urlava, due che discorrevano ad alta voce, una maledetta finestra spalancata dalla quale strepitava un televisore … D’estate il fenomeno si amplificava, perché il caldo non dava tregua e non c’era una sola porta o apertura qualsiasi che rimanesse chiusa, e ognuno stava lì a chiamarsi da un capo all’altro, a litigare, a protestare, a comunicare, urlando per farsi sentire o anche soltanto perché quello era il tono usuale. Il secondo tratto distintivo era la totale assenza di riservatezza. A furia di starsene così, … non c’era uno che si sentisse immune dal farsi i fatti altrui”.

Insomma dal paradiso all’inferno, si potrebbe commentare.

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Citazione: Dono del silenzio – frase celebre assegnata a Charlie Chaplin

Immagine: Claire2019 – foto a cura dell’autore

Note: (*) da Figli – Per i bastardi di Pizzofalcone (cap. XXIV pagg. 153-154) di Maurizio De Giovanni – 2026 Einaudi


Spello

Fare un po’ di deserto, lasciare di tanto in tanto gli uomini, cercare la solitudine per rifare nel silenzio e nella preghiera prolungata il tessuto della tua anima, questo è indispensabile, e questo è il significato del deserto nella tua vita spirituale.

Ti ricordi?

Se ti ricordi, l’hai senz’altro vissuto e non sarebbero necessarie parole in più per attualizzare valori, ispirazioni, motivazioni, esperienze …

Il titolo avrebbe potuto benissimo essere “Deserto”, ma trovo che “Spello” sia appropriato da ogni punto di vista.

Ci penso spesso, ogni volta che mi accingo ad ascoltare il silenzio o a ricercarlo nella natura, ma anche ovunque ci si possa ritirare per riuscire a tornare ad essere centrati, facendo “deserto” intorno a noi.

In quella cittadina umbra di circa ottomila abitanti, meglio nota come borgo tra i più belli del nostro Paese, risiede un piccolo ma importante centro turistico, ma ancor di più un centro di richiamo alla spiritualità che per decenni ha attratto persone (molti giovani) da tutto il mondo.

Personalmente, l’esperienza Spello è stata un’esperienza di ricerca spirituale e di conoscenza di me stesso alla luce dei vangeli proposti da tanti testimoni e in particolare da Carlo Carretto. (1)

C’era una grande sete di spiritualità negli anni settanta. Come c’è sempre stata. Ma oggi, al di là della caduta – sembrerebbe – di ogni attrazione religiosa, vedo e sento che la sete di spiritualità si è ingigantita e lo provano le tante iniziative che vanno ovviamente in ordine sparso a raccogliere istanze di giovani e meno giovani e a dare continuo stimolo collettivo con iniziative le più disparate.

Francamente, molto spesso è la risposta “commerciale” ad una domanda di senso che necessariamente cresce dal basso e si sviluppa fortemente in un mondo in cui le poche ed usuali certezze sono di fatto scomparse.

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Io sono di quelli che – pur con tanti dubbi e tante perplessità – riesce a mantenere, almeno intimamente, un percorso di riferimento religioso che ha a che vedere con la Fede più che con le liturgie, con la Parola più che con le regole, con le Testimonianze più che con le prediche, con la Vita autentica più che con le tradizioni. E che ha visto (e vede) nell’esperienza di Spello segni di speranza per un dialogo profondo tra diverse anime religiose che vibrano nel mondo, senza che la religione professata diventasse (o diventi) un muro invalicabile. Insomma credo ancora in quell’utopia che a Spello è stata il pane comune. Impegnarsi dal basso e nel piccolo ad aprire finestre e a non ergere muri, in tutte le dimensioni e situazioni  umane.

A Spello c’è stata una buona semina. Eppure l’esperienza ha chiuso ufficialmente i battenti in concomitanza con la chiusura della Fraternità dei Piccoli fratelli del Vangelo. Questo per effetto, come dappertutto in Occidente, della cosiddetta crisi vocazionale.

Cos’è stata la buona semina? Secondo Mariano Borgognoni (2) “Spello è diventata e poi è stata per molti decenni un crocevia di cercatori di fede, di senso, di vita, di accoglienza, di fraternità, all’inizio, nel lontano 1965, intorno alla presenza di Carlo Carretto … Una scuola di semplicità e di speranza che ha orientato tante vite con la testimonianza feriale di un vangelo ridotto all’osso, vissuto in una spoliazione autentica, consumato nella condivisione dei lavori più umili o nel silenzio dei chiostri senza orpelli, o nel cammino pensoso e liberato dalle angosce tra gli alberi dell’altra metà del Subasio francescano, o davanti a un pane spezzato, profumato da fiori di campo, sopra la tavola della Cena.

Fratelli universali sì, ma compiendo scelte nette che mettano dalla parte degli sfruttati, dei sofferenti, dei dimenticati. Di questa fraternità conservo tanti ricordi e tanta gratitudine”.

Buona semina perché, continua Borgognoni, ed è anche il mio punto di vista, “penso davvero che ognuno abbia conservato qualcosa di essenziale di quelle esperienze più remote e più recenti, uno scandaglio, una bussola, una lampada che ha orientato e fatto almeno un po’ di luce sulla propria esistenza. La traccia della buona semina ricorda il presentimento di Francesco. (3) … Tutto questo parla in quest’epoca ad ogni comunità che vorrebbe essere cristiana: l’importante non è pensarsi eterni ma portare qualche frutto buono nel tempo che ci è dato”.

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Citazione: da Le lettere dal deserto di Carlo Carretto – Ed. La Scuola 1964 – brano a pag. 82

Immagine in evidenza: Eremo S. Maria del Paradiso – Spello foto by https://www.iluoghidelsilenzio.it/eremo-di-santa-maria-del-paradiso-spello/;

Immagini nel testo: Soggiorno di gruppo a Spello e Visite ad Asisi (1982) – immagini di repertorio a cura dell’autore; Abbazia di San Girolamo da ttps://www.iluoghidelsilenzio.it/

Note nel testo: (1) Carlo Carretto è una figura di primo piano nella spiritualità cristiano.cattolica eppure è scarsamente conosciuto. È stato un religioso, teologo, e saggista italiano della Congregazione cattolica dei Piccoli Fratelli del Vangelo. Il suo è un profilo molto interessante. Vedere https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Carretto/; (2) Mariano Borgognoni è direttore della rivista Rocca – rivista quindicinale della Pro Civitate Christiana di Assisi; (3) Il presentimento: intimo avvertimento colto da Simone Weil quando passò in Umbria ed arrivò da non battezzata ad inginocchiarsi presso la Porziuncola. Un presentimento di chi venne accolto dalla parte più umile della gente in un impeto di accoglienza e di chiunque cercasse una fede autentica, non convenzionale, non abitudinaria e non estranea alla realtà. È quanto avvenne con S. Francesco secoli or sono ed è quanto è successo nel 2013 con Papa Francesco. In quest’ultimo caso con l’attesa di un nuovo stile di Chiesa maturato dai tempi del Concilio Vaticano II.


Emo

Racconto di un uomo speciale

In paese capita non di rado di trovare sue tracce e di ascoltare la testimonianza di chi l’ha conosciuto. È gente non più giovane che a suo tempo lo frequentò oppure fece pratica presso il suo laboratorio di falegnameria. Sì, parlo di Emo che faceva il falegname per opere utili alla famiglia e ai paesani, e che accoglieva molti giovani perché imparassero l’arte di lavorare il legno. Era la sua passione prima ancora che la sua professione. Ci sono tante sue tracce nelle costruzioni in legno con cui ha attrezzato e abbellito la casa edificata sopra il laboratorio.

Ci sono anche tracce nei carteggi che ha lasciato, progetti, documenti vari; e ci sono nelle foto di quando all’estero (Francia e Germania soprattutto) partecipava a grandi cantieri per la costruzione di immobili, condomini, opere pubbliche come ponti importanti …

Io ho avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo. Ho subìto un piacevole esame di controllo quando mi conobbe e aveva capito il mio interesse per la sua cara nipote. Le sue domande mi hanno colpito e piacevolmente impressionato. Sorpreso, ovviamente.

Emo faceva il falegname, ma in realtà aveva molti altri interessi. Non solo passioni, ma, da quello che ho capito, valori importanti in cui credeva e ai quali destinava gli esiti delle sue attività.

Oggi parlo di lui perché è stato ed è nei miei ricordi una persona speciale. Lo faccio riportando un testo pubblicato dal vecchio parroco del paese nel bollettino parrocchiale n. 265 dell’agosto 2003. Il testo fu scritto da persone amiche e vicine di casa, della famiglia soprannominata del “Generale”.  Ho ritrovato con piacere tra i miei taccuini una vecchia copia che non a caso avevo conservato, forse l’unica esistente.

Emo

Era il 1907 e, prima della guerra abitava in Contra’ Canale. È sempre stato buono, generoso, gioviale, dotato di grande equilibrio e per noi del “Generale” considerato come un fratello. Era rimasto orfano ancora piccolo e quando frequentava le elementari era stato preso in simpatia dalla maestra che aveva un fratello, dirigente delle Ferrovie dello Stato, sposato e senza figli che abitava a Roma. Subito dopo la guerra la maestra convinse il fratello ad adottare Emo e nella primavera del 1919 mise il ragazzino sul treno e lo spedì a Roma dove il fratello lo avrebbe accolto. Durante il viaggio però, Emo fece amicizia con un gruppo di operai che si recava in Piemonte per lavoro. Probabilmente poco propenso per l’adozione, fu facilmente convinto a seguirli e, stracciata la lettera con cui doveva presentarsi a Roma, andò a fare il “bocia” in un cantiere. Da qui poi rientrò a Tonezza.

In quel tempo, aveva cominciato a frequentare la nostra famiglia, facendo il garzone nella falegnameria che nostro padre aveva allestito nel piano sotto strada. Era diventato presto un artigiano provetto ed un aiuto indispensabile per nostro padre che invece era continuamente impegnato in altre attività quali la conduzione dell’albergo, il commercio del legnale, la vita familiare con i numerosi figli che stavano animando la nostra casa. Proprio per questi impegni nostro padre non aveva il tempo, ma forse nemmeno l’interesse e la simpatia verso i doveri politici. Quando doveva presenziare a qualche riunione ad Arsiero, mandava Emo al proprio posto …

Storia di un uomo speciale

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Come gran parte dei Tonezzani cominciò ad emigrare per lavoro e fu per molti anni in Francia e in Germania. Partivano in primavera e ritornavano in autunno. Emo ottenne sempre validi riconoscimenti per la serietà del comportamento e per le grandi capacità professionali. Sposatosi con la compaesana Maria crebbe una famiglia felice finché non fu toccata da una grave malattia dell’unico figlio maschio. Nonostante il dolore e le difficoltà, Emo riusciva a dimostrare serenità senza far pesare sugli altri la sua preoccupazione. Seguiva il figlio in ogni sua esigenza senza lamentarsi. Con i risparmi che faticosamente aveva accantonato si era costruito la casa in via Duca d’Aosta sul terreno che nostro padre gli aveva venduto.

Alla morte di mio padre, Emo ci rivelò che non era stato steso alcun documento circa la proprietà del terreno perché tutto era affidato alla parola e ad una stretta di mano; accordo che è stato poi onorato anche da noi fratelli davanti ad un notaio.

Emo negli ultimi anni della sua vita ci raccontava le vicende della gioventù; ne aveva una grande nostalgia. Rideva fino alle lacrime quando raccontava l’episodio di cui fu protagonista il futuro presidente del consiglio Mariano Rumor. Allora, Mariano, era un bambino vivace che spesso veniva in falegnameria e metteva le mani dappertutto interrompendo il lavoro di nostro padre. Che alle volte si arrabbiava. Un giorno, in cui nostro padre era particolarmente nervoso, il piccolo Mariano, armeggiava vicino alla stufa dove c’era il pentolino della colla. Ad un certo punto, nonostante gli avvertimenti, il pentolino cadde riversando la colla sul pavimento: mio padre allora, perso il controllo, prese con una mano il pennello e con l’altra sollevò il baschetto del bambino e gli diede una pennellata di colla sui capelli mandandolo a casa piangente. Il commendator Giuseppe Rumor, suo padre, non si adirò: il giorno dopo si scusò con nostro padre per le interferenze del figliolo e tutto finì lì.

Emo è stato una figura importante per noi, e lo vogliano ricordare con tutta la simpatia che lo circondava quando era con noi.

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Citazioni e brano inserito: tratto da Tonezza – Pubblicazione socio-religiosa a cura di don Giuseppe Marcazzan – n. 265 (345) agosto 2003 cip;

Immagine in evidenza: Disegno progettuale by Pxabay;

Immagine nel testo: Emo con un amico – foto originale da repertorio fotografico di Emo Canale.


Figli …

il compito primo – il più alto e il più difficile – dei genitori è quello di avere fede nel segreto incomprensibile del figlio e nel suo splendore.

Scrive De Giovanni nel suo ultimo libro: “… la vita è fatta di genitori e di figli, così come di amanti e di mogli, di mariti e di amici, ma in primo luogo di genitori e di figli, perché se gli altri si possono unire e separare, possono avvicinarsi o allontanarsi, i figli e i genitori no, non si possono separare, perché sono un obbligo e un impegno, perché sono indissolubili e irreversibili, perché sono inevitabili”.

È di questi giorni la notizia, ovviamente di larga diffusione sui media, e, come di consueto, di ampia discussione con varietà di giudizi, della madre che non riesce più a far fronte al grande dolore per la perdita dell’unico figlio. Dice di averle provate tutte, non è fisicamente malata ma lo è spiritualmente e vuole raggiungerlo non riuscendo a lasciarlo andare, chiedendo in Svizzera il suicidio assistito. Pare che ci siano stati personali tentativi di togliersi la vita e che non abbiano avuto l’esito cercato. Per questo ora chiede l’eutanasia.

Ed è probabile che, nel momento in cui scrivo, il procedimento di fine vita sia in svolgimento o sia già stato eseguito.

Al di là delle necessarie considerazioni morali ed etiche, nonché normative sul caso che fa tanto clamore e su cui è arduo inserirsi anche con almeno un minimo di certezze e un minimo di serenità, io sono colpito fortemente, come che sia, dal legame indissolubile che esiste tra genitori e figli.

Un legame che per sua natura considero “indissolubile e senza tempo” nel momento in cui diviene sigillo di messa al mondo, accoglienza, crescita, autonomia, rispetto e libertà. In pratica uno speciale “passaggio di testimone”.

Certo, rimane un vincolo, ma che è fatto di amore e non necessariamente di sangue e cellule. Un vincolo spirituale che possa favorire una reciprocità: da parte del figlio di dire e pensare “Bene, sono grato, ma ora tocca a me” e da parte del genitore di dire e pensare: “Ecco, ti lascio andare perché ora tocca anche a te”.

È un cammino non facile, senz’altro ad ostacoli, ma è “il cammino”. Credo che un diverso procedere non apra alla vita e, anzi, sia nefasto.

Concordo con lo scrittore, figli e genitori non si possono separare, semmai si possono solo distinguere, inevitabilmente.

Struggenti quanto illuminanti, gli altri passi di De Giovanni nel capitolo di chiusura (XXXVII pag. 232 e seguenti) del libro citato. Eccone alcuni.

“Ah, i figli. Quanto sarebbe facile, senza di loro. Uno potrebbe pensare solo a sé stesso, fronteggiare un problema con coraggio, all’occorrenza perfino con superficialità, chi se ne frega, tanto le conserguenze ricadono solo su di me. Invece i figli amplificano i problemi, perché gli effetti si riversano per forza su di loro, allora attenzione, per carità, attenzione a non sbagliare. Almeno si capisse che cosa accidenti vogliono, almeno si capisse da che parte è meglio andare. Sono incomprensibili, i figli”…

“Questi figli. Sembrano semplici da gestire, come marionette di cui si tengono i fili. Come fossero ancora uguali a quando erano piccoli, e si nascondevano loro le cose per vederli correre in cerca, per poi fargliele trovare in un punto dove avevano già controllato … Questi figli, che crescono e non ti avvisano” …

“I figli, i figli. È proprio vero: quando non li hai, non ti mancano. Ti sembra di poter vivere con leggerezza, avendo l’unica responsabilità di te stesso. Anzi, finché non li hai ti senti giovane, puoi continuare ad essere figlio a tua volta, a farti coccolare dai genitori, se hai la fortuna di averli ancora” …

“Questi figli. Sono un pezzo di futuro, i figli. Per carità, uno che i figli non li ha non è che sia passato per il mondo invano. … Mica sono inutili, le vite senza i figli. Se ci metti dentro il giusto quantitativo di amore, sono comunque meravigliose. Ma i figli sono un’eredità lasciata al mondo. Sono un viaggio nel tempo, i figli” …

“I figli, diciamocelo, sono un guaio. Perché quando ti arrivano tra capo e collo non ne puoi prevedere il carattere, la maniera d’agire, l’istinto. Puoi educarli, certo. E puoi controllarne le amicizie, le frequentazioni. Puoi provare a tenerli sotto controllo, a sorvegliarli e a indagare quello che fanno. Puoi cercare di orientarne gusti e tendenze, e puoi perfino illuderti di esserci riuscito. Ma loro ti stupiranno. E faranno a modo loro, e a te non rimarrà che lamentarti, e adattarti. Perché i figli fanno sempre come gli pare” …

“Ah, i figli. Non li puoi scegliere, non li puoi orientare, non li puoi cambiare. I figli , come ti capitano, così te li devi tenere. Non ci puoi fare niente, coi figli. Proprio niente”.

Nota a margine = L’ultimo lavoro crime di De Giovanni (scrittore e sceneggiatore) è una lode alla genitorialità, pertanto il romanzo come viene definito è sempre meno crime e sempre più prossimo ai temi dell’empatia e del vissuto emotivo. Ecco che diventa sempre più emotiva anche la penna dell’autore che scava nelle ombre che si allungano sulla vita privata dei suoi personaggi: i figli, i genitori e il rapporto tra figli, ovvero quell’amore devastante che riesce a mettere tutto il resto in secondo piano.

Citazione: da Il segreto del figlio – Da Edipo al figlio ritrovato di Massimo Recalcati (Feltrinelli 2017)

Immagine: foto bay Diego Villacob of Pixabay

Testi riportati: da Figli – Per i bastardi di Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni (Einaudi 2026)


Quale pace?

Vedere un sorriso di chi è laggiù tocca profonda la mia umanità
Chi fa la guerra non ha mai ragione il dialogo è sempre la strada migliore

Quando diciamo o sentiamo dire “pace”, di cosa stiamo parlando e a cosa pensiamo? A quale concetto ci riferiamo?

Quando diciamo “auguriamo ci sia la pace”, che cosa auguriamo?

Quando siamo invitati a sperare per la pace, o a pregare per la pace, o a invocare la pace, di che cosa ci stiamo occupando?

Ho l’impressione che la cosa non sia così semplice e neanche chiara.

Oppure ognuno intende la sua pace, quella personale o quella più conveniente. Per lui conveniente.

Si punti ad una pace giusta! In tanti si stanno riempiendo la bocca con un invito che pare abbia più risvolti promozionali di consenso e che punti a marcare la propria presenza sul palcoscenico, anziché andare dritti al sodo. E il sodo, l’accordo di pace non può che avvenire dopo un compromesso che non sarà mai giusto in assoluto perché determinerà dei vincoli o degli abusi diretti o indiretti. E perché si arrivi al compromesso serve un confronto un percorso che siano rispettosi e non ostili da tutte le parti in gioco.

Eppoi, occorre sapere che significa pace. Quella che partendo dall’etimologia (*) potremmo sintetizzare con il famoso detto: Patti chiari, amicizia lunga.

La parola in questione viene da una famiglia terminologica molto variegata, come scrive l’esperto (**). È la famiglia pàngere che significa conficcare. Quindi la parola pace è centrale infatti dal “palo” al “patto”, dalla “pagina” al “paese”. Dice sempre la fonte citata: Il paese è un derivato di pagus, il villaggio (da cui il ‘pagano’), di cui sono fissati i termini, i confini. Il palo non è solo un grosso bastone, non è una trave: il suo scopo è essere conficcato. La pagina è, meravigliosamente, il pergolato di vite piantato a terra nel campo. Il patto risulta dalla la pace — pactus deriva da pax. Il latino pax viene dalla stessa pianta del pàngere col senso di ‘cosa fissata’, significato che per noi è più vicino al patto, un accordo fissato fra più parti.

Dopotutto la pace la troviamo anche presso la pozza d’acqua cristallina nella radura; in un silenzio in cui non cerchiamo e non siamo cercati; nel lasciare andare, alla fine e misteriosamente, un peso che ci portavamo in cuore. Non roba pattizia, si direbbe, anzi non di rado ha un respiro unilaterale.

La pace non è quiete — o meglio, non solo. È assenza di conflitto, di agitazione; è concordia fuori e tranquillità dentro. Ha una dimensione profonda e capillare e schietta, esiste male in apparenza.

La saggezza antica che ha messo a punto, accordato questo concetto — una saggezza con idee molto chiare sulla pace e più che capace alla guerra — è che la pace (calma, benevolenza, concordia) si batte come una pietra di confine …

Quindi, speriamo nell’applicazione del proverbio latino “Clara pacta, amicitia longa”.

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Citazione: strofa dalla canzone Voglio la Pace dei bambini delle scuole di Fano

Immagine: Team da https://cittadeibambini.comune.fano.pu.it/consigliobambini/consiglio-dei-bambini/attivita-2017-2018/attivita-speciali/canzone-della-pace/

Note: * Sign.  Assenza di lotte; concordia; tranquillità interiore / **da https://unaparolaalgiorno.it/


2026

Buon Anno Nuovo! Ecco ancora …

Già.

Tanti propositi per un nuovo anno e ci sta. Un nuovo anno è sempre motivo di cercare un cambiamento nelle piccole e grandi cose.

Tanti auguri scambiati con autenticità. Ma anche tanti dovuti, per abitudine. Ed è così, si sa.

Come che sia, tanto e condiviso desiderio di novità e di speranze non tradite.

Tanta voglia diffusa, sovente condita di noia, di festeggiare quale antidoto a non si sa bene cosa …

Anche tanto cinismo spesso pretesto che giustifica i disastri che accadono nel mondo ancora oggi.

Tragedie inimmaginabili. Sofferenze. Incidenti improbabili e morti assurde.

Ma non c’è solo questo, ci sono anche molte cose belle che non conquistano i titoli a caratteri cubitali, perché fa più audience il titolo macabro o scandalosamente crudo.

Periodo contrastatissimo in ogni pagina della vita quotidiana, ad ogni latitudine.

Nero e bianco, buio e luce. Dolore e gioia. Falso e vero. Odio e amore. Nemico e amico. Guerra e pace. Morte e vita.

Ma …

Chi è il regista? Chi sta sopra a tutto ciò? Chi lo dirige? Chi lo permette?

Chi, senza far nulla, sospinge e fa andare avanti il tutto?

Forse si tratta di porci queste domande e di metterci in atteggiamento di ricerca. C’è da recuperare il valore dell’individuo e della sua singolarità, prendendo la distanza dall’attuale stato di cose che conferma le persone nel loro insieme come un aggregato variegato e informe, anonimo e pusillanime.

Non ci è utile e non ci fa bene andare avanti alla cieca, come una folla massificata.

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Immagine: Festa di Capodanno 2026 – scatto preso dai social


Auguri anomali

… verso comportamenti virtuosi

Ho trovato tra i miei taccuini uno scritto a firma di un certo “Ghert”.

Non so e non ricordo chi sia. Di sicuro lo scritto fu pubblicato diversi anni or sono tra le pagine “motivanti” e “provocatorie” di una pubblicazione di matrice parrocchiale.

In vista di un nuovo anno, ormai in itinere, lo riporto qui perché buoni sentimenti e umorismo delicato aiutano. Oh sì, aiutano molto o, almeno, danno il modo. Poi, come sempre, sta a noi.

Eccolo. È un elenco di “se”, troppi a mio avviso, ma quale che sia la proposta sottesa e scherzosa è pur sempre una proposta verso un modo di vedere, di essere.

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Se puoi cominciare la tua giornata senza caffeina,

se puoi andare avanti senza pillole stimolanti,

Se riesci ad essere festoso ignorando dolori e sofferenze,

se eviti di lamentarti, annoiando la gente con i tuoi problemi,

se puoi mangiare lo stesso cibo ogni giorno ed essere grato,

se riesci a capire quando le persone che ami sono troppo occupate per darti retta,

se passi sopra il fatto che chi ami ti dà erroneamente la colpa se qualcosa va storto,

se accetti critiche e rimproveri senza risentirti,

se ignori la cattiva educazione di un amico ed eviti di correggerlo,

se tratti i ricchi come i poveri,

se affronti il mondo senza bugie e inganni,

se sai vincere la tensione senza l’aiuto di un medico,

se sei capace di rilassarti senza uso di liquori,

se riesci a dormire senza l’aiuto di farmaci,

se puoi affermare in tutta onestà che, al fondo del tuo cuore sei privo di qualsiasi pregiudizio su religione, colore, credo politico, …

Allora, sei buono quasi quanto il tuo cane!

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Immagine: Pug by Pexels


Non si può fermare il Vento

E non si può vivere di slogan

I giorni sono proprio questi, anche questi.

Ci hanno detto tante cose nel tempo, tanti slogan, tante parole … E ce ne diranno molte altre, cercando di distrarci o intortarci.

Ora ci hanno detto e ci stanno dicendo che non si può fermare il vento, quasi che sia una cosa ineluttabile, scontata, fatta, quasi messianica …

Ed è vero, il vento non si può fermare, fa la sua parte, pulisce via il secco e l’umido, spazza via le polveri sottili e ogni cosa leggera che si faccia sorprendere, toglie di mezzo ciò che è superato e anche le distrazioni di turno. Ma non tutti i venti sono salubri, anzi, spesso sono insalubri. E non tutti hanno una durata, anzi, sono sempre temporanei.

Non si può fermare il Vento, ma ci si può riparare dal vento e dalle sue conseguenze. Meglio, si può canalizzarlo verso un cambiamento, una nuova rotta che non è detto sia quella che ci si aspetta e che ci vogliono somministrare.

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Citazione e testo: a cura dell’autore

Immagine: Fog by Pixabay


Tra le mie braccia

Into my arms, O Lord

Non credo in un Dio interventista

Ma so, tesoro, che tu ci credi

Ma se ci credessi mi inginocchierei e gli chiederei

di non intervenire quando si tratta di te

Di non torcerti un capello

Di lasciarti così come sei

E se sentisse di doverti guidare

Allora ti diriga tra le mie braccia …

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Citazione e traduzione con adattamento da Into mu arms di Nick Cave

Immagine: Man by Pexels of Pixabay


All’ombra del campanile

L’ombra del mio campanile si staglia nello spazio-tempo …

È vero, siamo cresciuti all’ombra del campanile, e siamo in tanti. Oggi abbiamo quasi tutti superato – o ci stiamo avvicinando – il confine statistico che dà inizio alla cosiddetta terza età. La nuova terza età, quella che qualcuno ha fissato dai 65 agli 80.

Senz’altro anche altre generazioni hanno avuto questa occasione, di crescere all’ombra del campanile, ma noi, le nostre generazioni, abbiamo avuto una grande possibilità. Possibilità tendenzialmente rigida e strutturata, per niente liquida.

Ma di che cosa stiamo parlando?

Il detto assai diffuso “all’ombra del campanile”, che pare derivi da un proverbio medievale toscano, assumerebbe vari significati a seconda dell’epoca, delle storie e delle credenze, con molte distinzioni da regione a regione. Per esempio uno dei significati secondo il citato proverbio (1) è che “si vive meglio quando si abita in un luogo noto e familiare”. Ma anche che “si vive bene a spese della Chiesa”. Detto anche per indicare chi è tutelato da un potere superiore. In questo senso “All’ombra del campanile” è diventata una locuzione di uso comune.

Interessanti i molti altri significati o usi. Ma nel mio (nostro) caso mi rifaccio all’infanzia fino all’adolescenza (5 – 17 anni) e a tutta una serie di esperienze vissute in ambito parrocchiale e quindi, giocoforza, all’interno e in prossimità delle strutture parrocchiali compresa la chiesa e anche il campanile, che in verità nel mio personale caso non c’era, essendo la chiesa una struttura che si diceva moderna (in realtà lo è ancora oggi) e al posto del campanile, esternamente, presenta un bel “battistero”. (2)

Da qui una particolare curiosità a stampo ironico: sono cresciuto (siamo) all’ombra del campanile vicino ad una chiesa senza campanile. Avremmo potuto dire “all’ombra del battistero”, ma francamente non mi sono mai posto il problema. E non ho mai sentito nessuno che ne parlasse.

Era la metafora che mi (ci) faceva pensare e dire all’ombra del campanile. E ancor oggi con qualcuno la metafora viene replicata agevolmente e tra noi ci capiamo.

In quegli anni (dal 1962 fino a tutto il 1974), principalmente verso l’adolescenza, prima di cercare di fidanzarsi e cercare lavoro, l’obiettivo era socializzare e trovarsi in gruppo, sia per giocare e divertirsi, sia per impegnarsi in qualcosa di più grande che aveva spesso a che fare con ideali alti e condivisi.

Si facevano feste in gruppo. Si facevano raccolte carta e ferro vecchio per le missioni, si partecipava a gruppi parrocchiali di varia natura, si aiutavano i preti che già allora dicevano di essere pochi … Ci si impegnava nel catechismo cattolico, si andava a messa tutti insieme, si incontravano gruppi di altre parrocchie, si organizzava la sagra parrocchiale, si facevano mostre e recital, si organizzavano campeggi o campi-scuola, si partecipava (solo alcuni) a corsi di formazione o a dibattiti, si andava insieme al cinema, si diventava per un po’, qualcuno per tutta la vita, animatori sociali, alcuni anche seminaristi, pochi impegnati in politica. Come che sia, si discuteva moltissimo (troppo) di come le cose dovevano andare nella nostra comunità, spesso senza sapere i dettagli che riguardavano questioni serie, ma che oggi farebbero, anzi fanno sorridere rispetto ai problemi del mondo attuale che sta cadendo a pezzi.

Personalmente, ho vissuto difficoltà – sempre all’ombra – per le modalità con cui venivano proposti (imposti) temi esistenziali, sociali e soprattutto religiosi.

Per esempio, quando ho cominciato a ragionare mi sono accorto di confondere religione e fede, ma al contempo detta confusione mi ha portato a farmi tutta una serie di domande e ho capito che avere fede non significa non avere dubbi, anzi sono proprio i dubbi che mi possono aiutare a muovermi nella nebbia.

È un fatto di ricerca interessata. Un moto interno che mi spinge a ricercare, sapendo già che non conoscerò fino in fondo …

Oggi, pare essere meno gettonata questa ombra del campanile. Del resto negli anni citati non esistevano tante altre possibilità: o facevi gruppo in parrocchia oppure lo facevi al bar nella migliore delle ipotesi. Soltanto, agli inizi degli anni ’80 hanno cominciato a svilupparsi: strutture di quartiere, strutture di volontariato, associazionismo, strutture culturali e sportive.

E guardando all’attualità basta un breve sguardo all’indietro per accorgersi dei cambiamenti avvenuti: ad ogni epoca le sue espressioni e manifestazioni, per esempio oggi lo stesso volontariato si rivolge ad altri lidi come l’ambiente, la natura, il ben essere. Sono alcune tra le dimensioni che hanno preso il sopravvento e che presentano una miriade di proposte ed iniziative.

Forse viviamo tempi, oggi, in cui l’offerta indistinta di attività è talmente elevata da creare molteplici occasioni di ritrovo e di socializzazione, ma anche molta confusione che non aiuta la persona a fare scelte consapevoli e ben mirate.

In ogni caso, ricordo, anche con un pochino di nostalgia, quando si poteva crescere all’ombra del campanile, pur nella rigidità e chiusura di certe visioni di chi ci guidava, riuscendo a scoprire la forza del gruppo e a sognare nella realizzazione di un mondo migliore senza restare fermi o indifferenti. Un po’ più uomini autentici … lo siamo diventati.

Forse, è stato fondamentale il riferimento al campanile, che nel mio caso non esisteva, con la sua ombra, che a mio avviso era ben presente. Del resto, come ha scritto un giornalista 10 anni fa (3), nel paesaggio urbano il campanile è sicuro punto di orientamento. Spesso è anche indicatore del centro del borgo o della città, nel caso di una cattedrale. Ma il campanile non è solo un termine visivo, è anche profondamente simbolico nella sua capacità di accentrare valore topografico, religioso e civico. (4)

Per farla semplice, e chiudo, ecco per me un altro simbolo importante che può essere ancor oggi riferimento per i propri comportamenti, pensieri e scelte di vita, sia come individui, sia come comunità.

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Citazione e immagine: a cura dell’autore

Note: (1) da www.sapere.virgilio/proverbi/; (2) è l’edificio separato da una chiesa in cui si svolge il rito del battesimo. La separazione dei due luoghi ha origine nei primi secoli dell’era cristiana, quando i non ancora battezzati non erano ammessi alle celebrazioni eucaristiche che si svolgevano all’interno dei luoghi di culto consacrati (https://it.wikipedia.org/wiki/Battistero); (3) Alessandro Beltrami in https://www.avvenire.it/agora/pagine/campanile-; (4) idem in (3).