Profit non profit

Consapevolezza!

Con uno sguardo qui, vicino, tra noi, ma anche con uno sguardo aperto al mondo, a terre lontane e al mare aperto.

Lo sappiamo tutti, l’abbiamo capito e ce lo ripetiamo in continuazione.

Le nostre vite ruotano quasi sempre attorno al profitto.

Uno scopo che “provoca in alternanza avarizia e distacco verso l’uomo”, verso l’umanità.

“Per ironia, questo inseguirsi ci fa credere che saremo più felici, ricchi, famosi, appagati, mentre invece ci fa infelici, soli e alienati”.

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Immagine: Businessman by Geralt of Pixabay

Spunto: da scritti di Steve DeMasco raccolti in Risvegli a cura di Danielle e Olivier Follmi – L’Ippocampo


Chiamala solitudine

Basterebbe un semplice sorriso, la magia di un istante di benessere per far svanire la solitudine.

Certi momenti arrivano per tutti e si è soli.
Veramente soli.
Chiamala solitudine, ma lei non ti ascolta.

Sensazione di vuoto tutt’intorno.
Voglia di scappare, verso dove e verso chi?
Chiamala solitudine, ma lei non ti lascia.

Ci si sente soli anche se siamo in compagnia.
È un po’ come in natura, certe creature.
Chiamala solitudine, ma lei non ti parla.

Si sta …
E si sta insieme da soli, sugli alberi come certi uccelli.
Chiamala solitudine, ma lei non ti vuole.

Certi momenti ti invadono e si è soli.
Oltre a sentirsi soli.
Chiamala solitudine, ma lei non risponde e non se ne va.

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Immagine: Uccelli by GiFa 2025

Citazione: tratta dal commento in https://libreriamo.it/poesie/desiderio-damore-alda-merini-poesia/


Silenzio sonoro

Il pettirosso annuncia l’arrivo della stagione fredda e della neve. Simbolo della vita che resiste all’inverno, di rinascita e di rinnovamento, il pettirosso porta con sè speranza, ottimismo, buoni auspici per l’anno nuovo …

In molte località montane, anche nelle nostre zone (1), è possibile incontrare o osservare il pettirosso, un piccolo uccello noto per il suo caratteristico piumaggio rosso-arancio su petto. Anche il suo canto è particolare. È fatto di un tic sonoro o di una serie di tic-ic-ic-ic e può essere udito ormai durante tutto l’arco dell’anno. Non più soltanto d’inverno. Qui, in montagna, permane una ricca biodiversità, compresa la presenza di questa specie di uccello. Il pettirosso (2) è un uccello piccolo e tondo, con grandi occhi espressivi, lungo fino a circa 14 cm. Il suo dorso è solitamente bruno-oliva, il ventre bianco, e le zampe sottili e rossicce. Il pettirosso è facilmente riconoscibile per la sua macchia rosso-arancio su petto e faccia, presente sia nei maschi che nelle femmine. Il suo canto è caratterizzato da note malinconiche e frizzanti (3). 

Boh! Sarà così. Resta il fatto che il suo svolazzare mai incerto, mai lento e mai casuale, si presenta come una costante di tutto rispetto. I suoi voli ti colgono di sorpresa, passandoti all’improvviso a 50 cm dal viso ad una velocità che supera i limiti di centro abitato. I suoi giochi amorosi, così sembrano, attirano l’attenzione e dimostrano le sue capacità atletiche nel volo creativo di coppia. I suoi trasferimenti da una pianta all’altra evidenziano la sua grande adattabilità e la sua sicurezza ambientale. Senso di libertà?

Quel che mi sorprende oltre ogni misura è la sua capacità canora. Un canto che invade ogni spazio e al contempo consacra il significato e il valore della calma e del silenzio.

In tempi in cui – specialmente durante le vacanze – si fatica a stare fermi e zitti, in silenzio mantenendosi calmi, l’ascolto di questi veri e propri concerti aiuta molto. È qualcosa di miracoloso che ti permette di fare il vuoto dentro di te, di mollare le menate (4) e di fare deserto intorno e dentro di te.

L’amico pettirosso non è più l’amico d’inverno, ma è un esserino che promette bel tempo ogni giorno dell’anno, che ci sia sole oppure no, alla faccia di chi si lamenta sempre e di chi vede solo il bicchiere mezzo vuoto. E il suo canto, se ben ascoltato, invita alla speranza e all’ottimismo.

Sì, è l’emblema di rinascita e di rinnovamento, in quanto simbolo della vita che resiste alle avversità.

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Citazione: da intitolazione alla scultura Il pettirosso, presso Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi)

Immagini: Robin by Jon Pauling of Pixabay (in evidenza) e Il pettirosso – foto GiFa2025: due dei punti di vista da Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi) (a piè di pagina)

Note: (1) Alto Vicentino – Vicenza (Veneto); (2) Passeriforme Erithacus rubecula; (3) Dettagli da Wikipedia e dal web; (4) Espressione che è un invito a smettere di preoccuparsi eccessivamente e a dedicarsi a qualcosa di più leggero e piacevole, come il canto. L’espressione “menate” in questo contesto si riferisce a pensieri negativi, ansie o problemi che occupano la mente e impediscono di godersi il momento presente. Il canto, invece, è visto come un’attività liberatoria, che può portare gioia e benessere. Espressione presa da Musica ribelle di Eugenio Finardi.


Invecchiare …

Già, è così … sta succedendo!

Non passa giorno che non me ne accorga. Incontri, letture, ascolto di persone, annunci e avvisi, anche battute.

E non rifuggo la realtà, l’accompagno, perché va bene così, cerco di riempire di valore il tempo e lo spazio che ogni giorno mi sono dati di vivere.

E, aiutandomi, penso, rifletto e prego. E agisco …

Di recente lo faccio spesso recuperando le parole di un noto operatore sociale (*) che non è più tra noi, che ho fatto mie perché, guardando bene, la vita ci prepara al “distacco” e lo fa aiutando a distaccarci in varie occasioni, anche le meno immaginabili.

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Signore, insegnami a invecchiare!

Convincimi che la comunità non compie alcun torto verso di me, se mi va esonerando da responsabilità, se non mi chiede più pareri, se ha indicato altri a subentrare al mio posto.

Togli da me l’orgoglio dell’esperienza fatta, il senso della mia indispensabilità.

Che io colga, in questo graduale distacco dalle cose, unicamente la legge del tempo, e avverta in questo avvicendamento di compiti una delle espressioni più interessanti della vita che si rinnova sotto l’impulso della tua Provvidenza.

Fa’, o Signore, che io riesca ancora utile al mondo, contribuendo con l’ottimismo, e la preghiera, alla gioia e al coraggio di chi è di turno nella responsabilità, senza rimpianti sul passato, facendo delle sofferenze umane un dono di riparazione sociale.

Che la mia uscita dal campo di azione sia semplice e naturale come un felice tramonto di sole . (**)

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Immagine: Sunset by Pixabay

Note: (*) Livio Labor, figura centrale nella storia del Paese e in quella delle Acli, di cui fu presidente dal 1961 al 1969. È stato un politico, giornalista e sindacalista italiano. Membro della Compagnia di San Paolo e della Democrazia Cristiana, divenne in seguito senatore della Repubblica per il Partito Socialista Italiano.

(**) Preghiera scritta da Livio Labor.


Ricordo di Rinetta

Rinetta

Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano ma sono dovunque noi siamo

Ci siamo. Te ne sei andata, sei partita oggi in punta di piedi.

Solo poche ore fa eri già in procinto di farlo, e noi qui vicino a te ad accompagnarti nell’unico modo possibile. Attesa strana di congiunti che ti hanno amato e ti amano, consapevoli che il distacco fisico si stava manifestando.

Il tuo respiro era sempre più lento e diradato. Sembrava che tu stessi dormendo, ma in realtà eri qui presente in modalità “non cosciente” per effetto dei farmaci e il tuo fisico richiedeva aria, anche se avevamo capito che sarebbero state le ultime tue necessità.

Caterina, per tutti Rina, ma per me Rinetta!

Sì, perché il tuo viaggio nella vita è stato intenso e prolungato, toccando ben oltre quota 96. Non più raro ma non così per tanti.

Hai avuto una vita in cui hai provato sofferenze, non tutte note, ma in cui hai provato anche gioie, tante gioie, quelle a noi ben note.

Non hai potuto avere figli e ti sei dedicata con Carlo, il maestro tuo marito, agli altri lasciando sempre la tua porta di casa aperta a chiunque chiedesse di entrare anche solo per un caffè o un breve dialogo.

Sei stata circondata sempre da molte persone e lo sei anche ora nella evidente e sempre triste modalità del distacco e dell’addio.

I sentimenti tristi si possono diradare se pensiamo che hai avuto una vita piena, intensa e anche felice pur con le inevitabili difficoltà sopraggiunte soprattutto con la morte di Carlo, i distacchi successivi e gli inevitabili problemi di salute.

Del resto è privilegio dell’età avanzata poter arrischiarsi su pendii ripidi e scivolosi che non garantiscono di affrancarsi da acciacchi e malanni nonché dalla probabile perché inevitabile solitudine.

A far data da oggi, non ci sarà più la Rina ad aprirci la porta con il suo consueto sorriso di benvenuto.

Io ricorderò sempre Rinetta che, ancorché “forte come una roccia” o “punto di riferimento” della sua famiglia allargata, donna d’altri tempi, moderna e al contempo tradizionale, sensibile e al contempo orgogliosa, aperta e al contempo ferma nelle proprie convinzioni, ha sempre ricercato affetto, tenerezza e amore, non nascondendo la propria umana fragilità in ogni caloroso abbraccio.

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Citazione: da Frasi sulla morte di S. Agostino

Immagine: con Rinetta in località Laghi – 2018 – repertorio GiFa


Caro Gesù …

…  complicato immaginare quali auguri sperare di fare o ricevere quest’anno, visto che da mesi accadono cose un po’ fuori dalla “grazia di Dio” …

Concordo appieno su quanto scrivono, provocatoriamente, i redattori di Edizioni La Meridiana nel pezzo “augurale” della “vigilia”. Sono riflessioni ormai diffuse che ci trovano sempre più nell’incertezza della storica domanda: che fare? – ma al contempo nella certezza del reiterato senso di prospettiva: sentirsi portati verso un presente migliore. Ecco il testo come pubblicato.

Caro Gesù Bambino, c’è una questione di una gravità mostruosa per la quale verrebbe da dire che la grotta in cui sei nato puoi rapportarla a una Spa dei nostri giorni. Lì, almeno, il calore e l’ospitalità di chi venne a trovarti l’hai ricevuta. Per quelli per cui oggi non c’è posto, ci siamo inventati un sistema di accoglienza che esporta le persone. Qualcuno per difenderlo parla di ‘modello che tutti ci invidiano’ e, rispetto ai costi elevatissimi di una operazione disumana, si attarda in giustificazioni che chiedono le attenuanti per questa ‘fase sperimentale’, promettendo un futuro non ben precisato in cui questo sistema ‘funzionerà’. Di certo la cosa non era nei tuoi desiderata quando hai pensato di imbarcarti nell’avventura dell’incarnazione per insegnarci i due comandamenti più grandi. Quindi, in tema di accoglienza, a te è andata meglio. 

Anche a Maria e Giuseppe è andata tutto sommato bene: mettendoti al mondo, infatti, non si sono macchiati di un reato universale. Allora non si parlava di maternità surrogata. Ma in fondo tuo Padre, che poi sei anche tu, non aveva forse preso, senza nemmeno chiedere il permesso, l’utero di Maria per farti venire al mondo? 

C’è poi la questione della guerra, che non è una novità. Anche chi aspettava te immaginava saresti stato il più grande tra tutti i re, capace di spazzare via i nemici. Un Dio guerriero è sempre preferibile a un principe della pace. Ma questa cosa della guerra ci è proprio sfuggita di mano. Gli interessi economici sono alti, come anche altissimi sono i numeri dei bambini che stanno morendo: pezzi di futuro che stiamo perdendo uno dopo l’altro. A confronto, i numeri della strage degli innocenti di Erode sono quisquiglie. 

A guardarci intorno, verrebbe da dire che potevi risparmiarti la tua venuta e quei trentatré anni a dirci e a mostrarci che la vera forza sta nell’accogliere l’altro, nel rimettere la spada nel fodero, nell’implorarci di farci come bambini e non di ammazzare i bambini.

Non ci siamo. Ci siamo persi e ti abbiamo perso. 

Fai così: quest’anno metti a riposo gli angeli, i pastori, le pecorelle, i magi. Prenditi una pausa. Perché se qualcosa è andato storto di certo a sbagliare per primi siamo stati noi, tuoi discepoli, riducendo il Vangelo alla favola bella per mandare a letto i bambini che attendono Babbo Natale e i suoi ricchi doni.

Aspettaci …

Aspettaci dopo le Feste per accompagnarci, da pellegrini di Speranza, in un anno giubilare nel quale magari qualche metanoia alla luce del tuo Vangelo riusciamo a compierla.

Riposati, e poi torna a incalzarci. Ecco l’unico augurio che, questo Natale, sentiamo di fare e farci.

Redazione edizioni la meridiana
elvira, norina, isidoro, antonio, marilena, donatella, linda, cinzia, paola, eleonora, isa

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Citazione e testo riprodotto: da https://lameridiana.us3.list-manage.com/track/click?u=6e318395b22e5ee134cd9ab06&id=6a8def4ef4&e=ac3e4a7504

Immagine: Natività dal web


Parole per Natale

Je te donne des mots …

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Immagine: Abbracci da Milanotoday.it

Testo: versi adattati dall’autore presi dal brano Je te lasserai des mots di Patrick Watson


Occhi+

Hai gli occhi più grandi della bocca …

La citazione è nota, ma per me l’autrice è mia madre, visto quanto me lo ripeteva.

E sul concetto c’è anche molto da dire.

Se fosse un nuovo prodotto o una nuova app, per effetto di una revisione anche soltanto estetica, si chiamerebbe occhiplus, meglio occhi+. Se fosse un nuovo software o programma televisivo occhipremium.

Invece si tratta di un fenomeno illustrato da un vecchio detto popolare, a me molto familiare anche oggi. Altro che gioco di immaginazione. E’ una frase che racchiude in sé integralmente situazione-immagine-desiderio, in una interpretazione, sia da parte di chi la pronuncia sia di chi se la sente rivolgere, che va oltre le battute, le definizioni e le denunce o i semplici aspetti descrittivi.

Non ci sono un titolo o un’esclamazione, c’è ben di più: proviamo a ripeterla ad occhi chiusi … Hai gli occhi più grandi della bocca.

A me non accade più tanto spesso, ma accade.

Mi ritrovo in situazioni nelle quali mi sento a mio agio, ma che mi riportano alla mente quella frase detta spesso un tempo da mia mamma, alla quale seguiva sempre un grandissimo sorriso, quasi a giustificare il misfatto.

E quale era il misfatto? Anzi quale è ancora oggi il misfatto?

Si tratta di situazioni in cui, trovandomi dinnanzi ad un piatto particolarmente appetibile, assalito da un certo languore, ma diciamolo non è veramente tale, e soprattutto da una certa spinta interiore che è più una pulsione, una voglia, mi ritrovo a aggredire il piatto e a mangiarne il contenuto con un approccio non stop.

Di solito la frase in evidenza è rivolta ad una persona che ritiene di avere un grande appetito e poi lascia nel piatto buona parte del cibo che ha voluto. 

Non è il mio caso, perché in alcune situazioni non abbandono assolutamente il cibo, anzi non disdegnerei per talune pietanze di accogliere bis e tris.

Qualche volta questo comportamento, se da un lato mi ha dato grandi soddisfazioni, dall’altro mi ha creato qualche malessere fisico.

Un po’ tale circostanza e un po’ l’essermi reso conto che si può esaltare la qualità a scapito della quantità, mi hanno reso più equilibrato nella gestione dei desideri personali.

Non ho ancora raggiunto un equilibrio perfetto, ma posso dire che il ricordo di quella frase mi aiuta a ricercarlo con il sorriso, immaginando i miei occhi di bambino che sono più grandi della mia bocca.

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Immagine: adattamento di foto di repertorio dell’autore


Taicun

Detto anche “magnate” …

Considero difficile tacere, fingere non sia successo nulla. Impensabile è per me tenere una distanza che dovrebbe essere eccessiva per mandare agevolmente giù l’amaro boccone. Eppure osservando il mondo, vicino e lontano, pare sia tutto come prima o quasi.

Ma andiamo con ordine.

Nel titolo ho riportato una delle traduzioni originali di “tycoon “, il termine molto usato, tra i tanti, per definire un ricco imprenditore o possidente. Mentre nel sotto titolo una delle traduzioni italiane. E viene subito alla mente a chi ci si può riferire, visto che negli ultimi anni il termine inglese è stato assegnato ad un ricchissimo quanto discusso uomo americano. Un personaggio che in questi giorni novembrini fa già parlare oltremodo di sé. Un politicante che non conosce la sconfitta e non conosce la vittoria (altrui). Se c’è vittoria che conta è solamente la sua personale.

Un uomo come chiunque di noi, se non fosse altro che, ricchissimo appunto, è divenuto dominatore, influenzatore e manipolatore di persone, popoli e governi. Ottenendo un potere di fatto quasi assoluto. E il suo “successo”, ma credo che la parola sia posta malamente, è da tempo divenuto ed è tuttora riferimento, modello, esempio e stile da copiare per molti altri “ominicchi” che puntano, e si illudono a mio parere, di bissare i suoi risultati.

Ma torniamo alla definizione.

Il termine citato pare derivare dal giapponese taicun, a sua volta dal cinese, indicava in origine un titolo onorifico assegnato a governanti privi di discendenza imperiale, con il significato di “grande signore” o “comandante supremo”.

Nel nostro caso, escluderei il primo, mentre non avrei dubbi, purtroppo, sul secondo.

Perché?

Perché è troppo facile vincere con i soldi e cavalcando smisuratamente il malcontento di turno. E mi basta questo.

La stampa ha dato varie letture sullo strapotere dichiarato del personaggio in modo prevalentemente autoreferenziale:

… Privo di mezze misure, spietato come un nababbo del primo Novecento la cui ricchezza smisurata si accompagnava allo spregiudicato sfruttamento di ogni risorsa possibile (naturale, finanziaria, umana), aggressivo e irrispettoso nei confronti delle donne, dei disabili, dei meno fortunati, dei poveri, degli emarginati come di chiunque gli fosse avversario, …

Stiamo vivendo il tempo della non politica o, meglio della fine della politica. Viviamo gli anni, inevitabili, del più forte che schiaccia il più debole.

Osserviamo l’enfasi del trasformismo sfacciato, c’è la fila di tanti che si inchinano al comandante supremo.

E l’Italia? Beh, siamo tra i migliori.

Una cosa è certa. Sentiamo la mancanza sempre più evidente non di un comandante supremo ma di una “grande signore”, che ci sappia guidare veramente, da vero uomo politico e non da politicante, che punti all’interesse comune non a parole (al riguardo non ci sono più neanche quelle) ma a fatti concreti. Più vera politica – che manca – e molto meno propaganda – che sovrabbonda.

Mi piace riportare uno scritto di un uomo che fu presidente degli Usa, nel bene e nel male, ma che seppe guidare una grande comunità in tempi difficili, osando e ispirando (T. Roosevelt):

Non è colui che critica a contare, né colui che indica quando gli altri inciampano o che commenta come una certa azione si sarebbe dovuta compiere meglio. L’onore spetta all’uomo nell’arena. L’uomo il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore e dal sangue. L’uomo che lotta con coraggio, che sbaglia ripetutamente, sapendo che non c’è impresa degna di questo nome che sia priva di errori e mancanze. L’uomo che dedica tutto sé stesso al raggiungimento di un obiettivo, che sa entusiasmarsi e impegnarsi fino in fondo e che si spende per una causa giusta. L’uomo che, quando le cose vanno bene, conosce finalmente il trionfo delle grandi conquiste e che, quando le cose vanno male, cade sapendo di aver osato. Quest’uomo non avrà mai un posto accanto a quelle anime mediocri che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta.

Meditiamo, meditiamo e non solo.

Ma quale tycoon?

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Immagini: in evidenza Rooster by Pixabay – Teddy Roosevelt by Fondazione Italia Usa

Riferimenti nel testo: Wikipedia – https://italiausa.org/lamerica-e-gli-americani-secondo-teddy-roosevelt/ – Avvenire.it


Orrido ma bello …

Si dice orrido di una cosa o situazione come anche di un posto che sarebbe bruttissimo, orribile, orrendo, orripilante, raccapricciante, terrificante, spaventoso, terribile, macabro … Può essere invece tale “orrido” un posto bellissimo, avvenente, meraviglioso, ammirevole, stupendo, affascinante? La mia risposta è sì!

Orrido? No, grazie.

Dalle mie parti di montagna esiste un sito naturalistico di particolare interesse. Da anni lo frequento perché rappresenta un po’ uno dei miei posti preferiti per la bellezza e la tranquillità che vi si possono incontrare.

Esso è sia il punto di arrivo di un sentiero boschivo, sia il punto di partenza di un percorso storico naturalistico che conduce verso altri siti incontaminati, attraversando dapprima una zona detta delle antiche cave e poi una vasta area di faggi e abeti dal terreno quasi sempre ricoperto da un folto tappeto di foglie secche. Il paesaggio si caratterizza per la presenza di numerosi muretti a secco e di vecchie cave appunto che ormai sono quasi completamente interrate, e tutto questo sta a testimoniare come, un tempo, tale luogo rappresentasse un ricco centro di lavoro. Oggi stesso, quel sito è punto di arrivo per passeggiate quanto mai rigeneranti.

Proprio dove momentaneamente il sentiero si allarga, si apre un ampio palcoscenico in parte surreale. Esiste da qualche tempo una bellissima palizzata che fa da davanzale ad un panorama mozzafiato che propende subito verso la vallata sottostante detta di Riofreddo. Qualcuno ha scritto che è una valle quasi dimenticata nel bacino del Posina, piuttosto selvaggia, dove il bosco avanza tra gli antichi coltivi e le contrade abbandonate, arroccate su aspri pendii. Val di Riofreddo, appunto. Il nome richiama il clima fresco che si trova in questo angolo di Prealpi vicentine, dove d’inverno il sole si fa vedere soltanto poche ore durante il giorno.

Da sopra lo spettacolo è unico: la valle che si stringe sul torrente omonimo viene chiusa da ripidi versanti tra i quali primeggia alla vista lo scoglio del Monte Tormeno, che a sua volta la separa in due piccole valli disegnando una y.

A fronte di tutto ciò, anche il nostro punto panoramico, come molti altri, viene denominato diffusamente come l’”orrido”. Non viene assegnato un altro nome o un altro aggettivo. Soltanto l’”orrido”.

Ci hanno provato in epoca recente gli autori del cosiddetto “sentiero Fogazzariano”, che hanno giustamente assegnato al sito il nome di “Belvedere”, in quanto punto panoramico d’eccellenza.

E così sono evidenti i diversi punti di vista.

Dunque, tornando all’”orrido”, sappiamo che il significato secondo i dizionari è luogo dirupato, per lo più là dove un torrente è costretto a superare con una forra rocce resistenti, tra le quali le acque precipitano con fragore (Wikipedia) – Oppure che mette nell’animo un senso di orrore, di ribrezzo, di spavento, perché brutto, selvaggio, squallido, pauroso (Treccani).

Penso sia il caso che impariamo a usare meglio le parole, i nomi e le descrizioni. E che cerchiamo e troviamo miglior adattamento alle nuove condizioni che si vengono a creare.

Nel nostro caso si tratta di un dirupo. Un dirupo che in passato forse incuteva paura alle persone, e che è stato reso sicuro con una adeguata barriera in legno ben inserita nel contesto naturale e che permette una sosta proprio dove inizia il gran vuoto. Oggi prevale il senso di tranquillità, il gusto del silenzio, il rumore a tratti dell’aria che scuote rami e foglie. Prevalgono il gioco dei pensieri vaganti e lo sguardo che si perde nella bellezza della natura. Come detto all’inizio ci vado spesso in questo posto, da anni. Per me non è un “orrido” e mi piace l’enfasi Fogazzariana che lo ha battezzato “Belvedere”, ma a me piace di più, nonostante il salto nel vuoto che è lì davanti e ben presente, pensarlo con il nome che gli spetta da quando l’ho conosciuto: il mio “posto sicuro”.

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Citazione: da

Ora ti ascolto… e poi?. Storie e pensieri sull’arte dell’ascoltare di Gianni Faccin – Gedi 2022

Immagine: Belvedere by AnCa2021