Al Belvedere non ci torno più tanto spesso, pur essendo uno dei miei posti preferiti. Posti che offrono profonda calma, senso di sicurezza e di serenità.
Mi basta sapere che c’è e mi aspetta con pazienza.
Ti aspetta.
Ciò nonostante, ieri ci sono tornato. Pur in pieno agosto. Nonostante la facile presenza di turisti agostani.
Come sempre, un silenzio rumoroso, grazie al naturale ventilatore che muove ritmicamente l’aria facendo dialogare foglie e rami, ti accoglie.
Una volta allontanatisi i pochi turisti, visitatori occasionali o casuali, rigorosamente accompagnati dai cani attenti e fedeli, turisti che non riescono a non parlare, si gode una pace piena che nutre cuore e anima.
La bellezza della natura si estende dal bosco fin oltre lo steccato che avvisa del pericolo. Davanti si sviluppa l’orrido e si estendono verso il cielo di una impressionante serenità i monti con diverse sfumature di colori.
Un nuovo visitatore, solo, dedito alla corsa, si ferma e si porta, curioso, oltre lo steccato forse nel tentativo di trovare una scorciatoia, ma poi torna sui suoi passi. Riprende a correre.
La ricca vegetazione non nasconde i dettagli di quanto si può ammirare, perché è stata da qualche anno sacrificata con potature esperte, utili a far rinascere le piante, un tempo esorbitanti.
La luce è intensa. Come aprendo uno scuro in casa, ti assale improvvisamente e ti si aggrappa quasi a non voler lasciarti andar via.
Una gioia ti pervade e ti conquista. Non svanisce quando decidi di prendere il sentiero del ritorno.
Tanto lo sai che tornerai presto al Belvedere.
E che, in ogni caso, il Belvedere ti aspetterà paziente.
.
Immagine: Il Belvedere, foto 2026 by Gianni Faccin
Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca.
Chi non ha bisogno si svuotare la testa, di mettersi in pausa, di alleggerirsi di pensieri, occupazioni mentali, pesi interni? Una differenza c’è nelle persone, e si nota, tra chi ci riesce a sospendere i pensieri e chi invece rimane stabilmente ostaggio di quei pensieri. E la possibilità vivere più leggeri c’è per tutti …
La mia formula, quella che per me è funzionale, è quella di chiudere gli occhi e immaginare i miei posti sicuri e i ricordi belli anche per pochi minuti o, alternativamente, entrare in contatto con la natura. Per esempio, occupandomi di giardinaggio, non tanto e non più per dare massima dignità al giardino, ma per ordinarlo al meglio possibile e toccare con mano o attraverso gli arnesi, la terra, le piante, i fiori, le erbe … Per esempio, camminando lentamente e osservando i dettagli che incontro nei boschi e nei prati e riempirmi dei diversi “verdi” … Per esempio, seguendo sentieri montani, boschivi, mai ben conosciuti, e ricercare il silenzio sonoro degli alberi, delle foglie o percependo i suoni vicini e lontani che nel bosco arrivano attutiti, ovattati quasi sordi.
Un tempo, ho provato anche altre modalità, nel senso di approfittare di situazioni obbligate, non brevi come viaggiare in treno o in auto, ma non sono le mie preferite. Più facile invece, il percorrere a piedi anche in città tragitti stabiliti e obbligati, ma in tal caso l’ansia di arrivare alla meta non mi agevola. In ogni caso, è il bisogno di vivere un “silenzio vero”, tangibile, che spinge alla sospensione, al di là della modalità di turno.
Mi piace lo spunto tratto da un recente libro di un noto romanziere e sceneggiatore di fiction tv poliziesche (*). Anche il suo personaggio sente spesso il bisogno impellente di sospendere i pensieri e l’autore lo descrive benissimo.
“Per svuotare la testa, Elsa M. sfruttava il tragitto dal commissariato a casa, non un percorso impervio per una camminatrice esperta come lei.
Un’operazione non sempre facile: lasciare andare le complicazioni connesse al lavoro, i risvolti dei casi che affrontava, le concatenazioni tra gli eventi; e ripulirsi dentro prima di entrare nell’altra quotidianità. Certo, in montagna le veniva più agevole. Nei posti in cui era nata, gli elementi favorivano tanto la concentrazione quanto il libero abbandonarsi al nulla. Il silenzio, per esempio: nei borghi tra le vette bastava spostarsi di poco e si finiva immersi nella natura. E il tratto distintivo della natura era senza dubbio il silenzio.
Nel silenzio si può parlare con sé stessi, pensava Elsa. Le distrazioni si allontanano, l’ambiente si ritrae e se ne sta per conto proprio, e tu puoi discutere fra te e te”.
Qui, l’autore rafforza il messaggio contrapponendo una situazione opposta, pure questa molto efficace nella sua concretezza.
“Al contrario, nella dannata, inarrestabile baraonda di quella città sul mare la quiete era merce impossibile da reperire. Non c’era ora e non c’era giorno – fosse l’alba o il tramonto, fosse agosto o dicembre – che trascorresse senza avere intorno qualcuno che urlava, due che discorrevano ad alta voce, una maledetta finestra spalancata dalla quale strepitava un televisore … D’estate il fenomeno si amplificava, perché il caldo non dava tregua e non c’era una sola porta o apertura qualsiasi che rimanesse chiusa, e ognuno stava lì a chiamarsi da un capo all’altro, a litigare, a protestare, a comunicare, urlando per farsi sentire o anche soltanto perché quello era il tono usuale. Il secondo tratto distintivo era la totale assenza di riservatezza. A furia di starsene così, … non c’era uno che si sentisse immune dal farsi i fatti altrui”.
Insomma dal paradiso all’inferno, si potrebbe commentare.
.
Citazione: Dono del silenzio – frase celebre assegnata a Charlie Chaplin
Immagine: Claire2019 – foto a cura dell’autore
Note: (*) da Figli – Per i bastardi di Pizzofalcone (cap. XXIV pagg. 153-154) di Maurizio De Giovanni – 2026 Einaudi
Viaggiare dovrebbe sempre significare vivere una esperienza, e si può avere un’esperienza preziosa soltanto in luoghi, in ambienti con i quali ci troviamo in un rapporto spirituale.
Ho avuto il piacere recentemente di incontrarmi con un poeta e le sue poesie. E anche con un romanzo autobiografico. Casualmente. Si fa per dire … I versi e il romanzo mi sono capitati in mano, leggendo altro, e c’è sempre una spiegazione.
Era da un po’ che ripensavo a questa dimensione del viandante, dell’essere in viaggio, del muoversi, nel viaggio della vita.
È una dimensione sulla quale mi ero già soffermato circa cinque anni fa. Ne scrissi anche, trovandone giovamento e maggior chiarezza nel mio procedere.
E mi piaceva quella parola, forse perché la sua potenza mi portava da una parte a fondere insieme molte mie sfumature personali e dall’altra a fare finalmente chiarezza dentro di me.
Solamente quando c’è chiarezza si possono fare scelte consapevoli e coerenti con la visione che si ha di sé.
Il fatto è che nella mia vita ho avuto molti sé.
Per mia fortuna ho sempre fatto selezione, anche di recente. Ma non abbastanza.
È questa circostanza che mi ha tenuto per anni “in calda” e spesso a disagio con me stesso e con gli altri. Ho sempre faticato a dire no. Fatico anche oggi, ma la parola viandante mi aiuta.
È una definizione che mi calza bene da sempre, oggi di più, e che mi è giunta inaspettatamente e improvvisamente, senza suggerimento alcuno.
Qualche giorno fa l’ho cercata nei dizionari. Viandante significa – secondo Garzanti – chi compie un lungo viaggio a piedi. Hoepli dice: chi intraprende un viaggio a piedi, per recarsi in un luogo definito o senza meta. Dizionario italiano: chi copre lunghe distanze a piedi, perlopiù fuori città. Treccani: chi va per via; in particolare chi passa per vie fuori di città, viaggiando a piedi, per raggiungere luoghi anche lontani. Leggendole, a tutta prima, sembrano definizioni uguali. In realtà non è così, ci sono diversità. Guardando bene si può notare come quanto evidenziato porti a significati molto diversi e particolari.
A me è arrivato immediatamente un gruppo di immagini-significato:
– lungo viaggio, ovvero la vita;
– andare a piedi, ovvero con le proprie doti e dotazioni;
– raggiungere luoghi definiti o senza meta, ovvero destinazione precisa, ma anche no;
– lontani, ovvero visione ampia lunga;
– fuori città, ovvero andando oltre i confini.
Mi ci ritrovo appieno.
È un nuovo programma di vita con nuovi e ritrovati punti di vista.
Lungo viaggio è il periodo che tutti vorremmo lunghissimo su questa nostra terra. Un viaggio che non sappiamo in anticipo come sarà. Lo conosciamo momento per momento.
L’andare a piedi è fantastico. Richiama non solo il far affidamento sulle proprie abilità personali e sulle proprie caratteristiche. Ma anche il poter decidere di far conto dei propri mezzi naturali affrancandosi da tutto quello che è superfluo o non necessario. Di tutto quello che, ingombrante, ci condiziona e ci toglie benessere. Ci impedisce di essere migliori.
Di tutte quelle sovrastrutture e strutture che non ci aiutano a volare più alti o addirittura a spiccare il volo desiderato. Insomma si tratta di divenire autentici passando per una pulizia generale e particolare del proprio contesto fatto di oggetti, comportamenti, abitudini, ambienti, ma anche di relazioni e contatti con persone e di illusioni.
Servirebbero pulizie frequenti, le stagionali non sono sufficienti, almeno per me.
Raggiungere luoghi rappresenta il classico piano di obiettivi che ciascuno di noi si costruisce, fin da quando è piccolo. Non è soltanto farsi accompagnare a Gardaland, al parco giochi o ai centri estivi, oppure, da grandi, andare in centro città, oppure scalare una vetta. Non è soltanto andare al cineforum oppure ad una serata enogastronomica. Non è soltanto fare un pellegrinaggio a Lourdes oppure fare il Cammino di Santiago. Non è visitare una capitale importante oppure fare un viaggio in Amazzonia, in Africa o raggiungere il Tibet.
Raggiungere luoghi non è solo questo, per quanto importante, ma è come viviamo e quindi come impostiamo il viaggio stesso. Sappiamo fino ad un certo punto le sue caratteristiche. Conosciamo alcune fermate programmate o potenziali. Abbiamo il desiderio di fare certe tappe, ma come sarà effettivamente il viaggio lo sapremo solo durante e dopo. E’ fondamentale stabilire gli obiettivi intermedi e l’obiettivo finale per riuscire a raggiungere luoghi definiti, ma è altrettanto fondamentale essere aperti a novità e a scoperte inattese. Comprese le possibili deviazioni e, se opportuno, compreso un repentino e utile cambio di rotta.
Chi va abitualmente per il mondo lo sa bene. Spesso è preferibile non pianificare il viaggio con troppi dettagli, è meglio lasciare spazio alle sorprese che si spera gradite. È meglio lasciarci sorprendere. Affidarsi. Ecco perché viaggiare talvolta senza meta.
Luoghi lontani non solo geograficamente parlando, ma anche collegati a storie antiche, da dove tutti veniamo. Viaggi nel tempo quindi recuperando storia vera, ma anche miti e leggende.
Tutto questo per meglio guardare in avanti e darsi una prospettiva che vada ben oltre il cosiddetto breve termine. Visione di lungo, almeno come tentativo di darsi un senso di vita.
Fuori città è uno spunto che mi propone un’immagine assai intrigante. E’ quella dimensione di andare oltre che mi accompagna da molti anni e alla quale non sono sempre riuscito a collegarmi adeguatamente. Oltre i confini, oltre le facili sicurezze, oltre ciò che diamo per scontato, oltre i nostri limiti, oltre ciò che non fa più per noi, oltre ciò che è andato. Sentirmi a casa anche fuori città. Andare fuori città può scombinarci, disorientarci, farci sentire inadeguati, insicuri e incerti, ma è solo così che ci rimettiamo in gioco e tocchiamo con mano la nostra essenza.
.
.
Riflettevo qualche mese fa, quando sono fuori città, oggi, mi sento in armonia con me stesso e con il mondo, scopro nuove cose di me e degli altri. So che tornerò ai miei indirizzi di sempre, ma so che la mia casa è anche fuori città. Soprattutto fuori.
Per finire e per mia fortuna ho ricoperto molte parti finora, in almeno sei decenni. Sono esperienze irrinunciabili. Quel che mi succede ora è che tali parti vengono assorbite in una.
Oggi mi dedico ad una piccola evidenza naturalistica, meglio ortofruttifera.
Anticipo che quanto da me ben apprezzato per molti altri non lo sarà altrettanto. Lo so.
Se c’è una cosa che mi piace, nel grande miscuglio di odori, aromi e profumi estivi, è il profumo inebriante delle piante di pomodoro. Ancor di più il profumo delle piante di pomodorini che qualcuno si ostina a chiamare ciliegini.
Si dice venga emanato dalle foglie delle piante, ma in realtà, ho le prove anche quest’anno, il profumo arriva soprattutto dai gambi delle piante.
Durante gli usuali esperimenti ortofruttiferi di famiglia, abbiamo coltivato delle piante di pomodoro classico (neanche classico va bene …) a fianco a piante di pomodorini a grappolo (neanche a grappolo mi pare appropriato …).
Finora si sono ben sviluppati i gambi e le foglie, mentre i frutti arriveranno tra breve, speriamo in abbondanza.
Ed è percettibile da vicino l’aroma stupendo inviato dalle piante. Provo a descriverlo, nel mio sentire, anche se lo ritengo difficile. È una miscela di erbe e altro che risulta assai stimolante e che mi attrae. Forse è anche un misto di fiori e di frutti. Mi richiama ruvidezza con tratti, a ben sentire, di incenso e di ribes rosso. Infatti sento il pungente e l’aspro. In ogni caso è un’esperienza che mi provoca gioia, allegria ed entusiasmo.
Nel web (*) spiegano che il profumo non proviene dal frutto della pianta di pomodoro, ma viene rilasciato dai gambi e dalle loro ramificazioni. Infatti, sui gambi ci sono dei piccoli peli che, per difendere la pianta dai parassiti, producono degli oli essenziali. È per tale motivo che i pomodorini a grappolo o ciliegini, che vengono venduti con i loro gambi, profumano molto di più rispetto ai pomodori classici che vengono venduti generalmente senza gambo.
Una cosa è certa, l’attesa è per la micro-produzione di pomodori e pomodorini che fa sempre piacere, ma per me conta di più godere quotidianamente di questi aromi. Specialmente il mattino, anche per notare come varia il profumo se la notte è stata piovosa oppure no.
Il pettirosso annuncia l’arrivo della stagione fredda e della neve. Simbolo della vita che resiste all’inverno, di rinascita e di rinnovamento, il pettirosso porta con sè speranza, ottimismo, buoni auspici per l’anno nuovo …
In molte località montane, anche nelle nostre zone (1), è possibile incontrare o osservare il pettirosso, un piccolo uccello noto per il suo caratteristico piumaggio rosso-arancio su petto. Anche il suo canto è particolare. È fatto di un tic sonoro o di una serie di tic-ic-ic-ic e può essere udito ormai durante tutto l’arco dell’anno. Non più soltanto d’inverno. Qui, in montagna, permane una ricca biodiversità, compresa la presenza di questa specie di uccello. Il pettirosso (2) è un uccello piccolo e tondo, con grandi occhi espressivi, lungo fino a circa 14 cm. Il suo dorso è solitamente bruno-oliva, il ventre bianco, e le zampe sottili e rossicce. Il pettirosso è facilmente riconoscibile per la sua macchia rosso-arancio su petto e faccia, presente sia nei maschi che nelle femmine. Il suo canto è caratterizzato da note malinconiche e frizzanti (3).
Boh! Sarà così. Resta il fatto che il suo svolazzare mai incerto, mai lento e mai casuale, si presenta come una costante di tutto rispetto. I suoi voli ti colgono di sorpresa, passandoti all’improvviso a 50 cm dal viso ad una velocità che supera i limiti di centro abitato. I suoi giochi amorosi, così sembrano, attirano l’attenzione e dimostrano le sue capacità atletiche nel volo creativo di coppia. I suoi trasferimenti da una pianta all’altra evidenziano la sua grande adattabilità e la sua sicurezza ambientale. Senso di libertà?
Quel che mi sorprende oltre ogni misura è la sua capacità canora. Un canto che invade ogni spazio e al contempo consacra il significato e il valore della calma e del silenzio.
In tempi in cui – specialmente durante le vacanze – si fatica a stare fermi e zitti, in silenzio mantenendosi calmi, l’ascolto di questi veri e propri concerti aiuta molto. È qualcosa di miracoloso che ti permette di fare il vuoto dentro di te, di mollare le menate (4) e di fare deserto intorno e dentro di te.
L’amico pettirosso non è più l’amico d’inverno, ma è un esserino che promette bel tempo ogni giorno dell’anno, che ci sia sole oppure no, alla faccia di chi si lamenta sempre e di chi vede solo il bicchiere mezzo vuoto. E il suo canto, se ben ascoltato, invita alla speranza e all’ottimismo.
Sì, è l’emblema di rinascita e di rinnovamento, in quanto simbolo della vita che resiste alle avversità.
.
Citazione: da intitolazione alla scultura Il pettirosso, presso Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi)
Immagini: Robin by Jon Pauling of Pixabay (in evidenza) e Il pettirosso – foto GiFa2025: due dei punti di vista da Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi) (a piè di pagina)
Note: (1) Alto Vicentino – Vicenza (Veneto); (2) Passeriforme Erithacus rubecula; (3) Dettagli da Wikipedia e dal web; (4) Espressione che è un invito a smettere di preoccuparsi eccessivamente e a dedicarsi a qualcosa di più leggero e piacevole, come il canto. L’espressione “menate” in questo contesto si riferisce a pensieri negativi, ansie o problemi che occupano la mente e impediscono di godersi il momento presente. Il canto, invece, è visto come un’attività liberatoria, che può portare gioia e benessere. Espressione presa da Musica ribelle di Eugenio Finardi.
Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano ma sono dovunque noi siamo
Ci siamo. Te ne sei andata, sei partita oggi in punta di piedi.
Solo poche ore fa eri già in procinto di farlo, e noi qui vicino a te ad accompagnarti nell’unico modo possibile. Attesa strana di congiunti che ti hanno amato e ti amano, consapevoli che il distacco fisico si stava manifestando.
Il tuo respiro era sempre più lento e diradato. Sembrava che tu stessi dormendo, ma in realtà eri qui presente in modalità “non cosciente” per effetto dei farmaci e il tuo fisico richiedeva aria, anche se avevamo capito che sarebbero state le ultime tue necessità.
Caterina, per tutti Rina, ma per me Rinetta!
Sì, perché il tuo viaggio nella vita è stato intenso e prolungato, toccando ben oltre quota 96. Non più raro ma non così per tanti.
Hai avuto una vita in cui hai provato sofferenze, non tutte note, ma in cui hai provato anche gioie, tante gioie, quelle a noi ben note.
Non hai potuto avere figli e ti sei dedicata con Carlo, il maestro tuo marito, agli altri lasciando sempre la tua porta di casa aperta a chiunque chiedesse di entrare anche solo per un caffè o un breve dialogo.
Sei stata circondata sempre da molte persone e lo sei anche ora nella evidente e sempre triste modalità del distacco e dell’addio.
I sentimenti tristi si possono diradare se pensiamo che hai avuto una vita piena, intensa e anche felice pur con le inevitabili difficoltà sopraggiunte soprattutto con la morte di Carlo, i distacchi successivi e gli inevitabili problemi di salute.
Del resto è privilegio dell’età avanzata poter arrischiarsi su pendii ripidi e scivolosi che non garantiscono di affrancarsi da acciacchi e malanni nonché dalla probabile perché inevitabile solitudine.
A far data da oggi, non ci sarà più la Rina ad aprirci la porta con il suo consueto sorriso di benvenuto.
Io ricorderò sempre Rinetta che, ancorché “forte come una roccia” o “punto di riferimento” della sua famiglia allargata, donna d’altri tempi, moderna e al contempo tradizionale, sensibile e al contempo orgogliosa, aperta e al contempo ferma nelle proprie convinzioni, ha sempre ricercato affetto, tenerezza e amore, non nascondendo la propria umana fragilità in ogni caloroso abbraccio.
.
Citazione: da Frasi sulla morte di S. Agostino
Immagine: con Rinetta in località Laghi – 2018 – repertorio GiFa
Non ti dico grazie mille volte perché conto ancora sul tuo aiuto, ma ti dico grazie per credere in me
... Io ci provo perché inizio da qualche parte, per me è un inizio ...
Ti comunico questa cosa perché è giusto tu lo sappia ....
Sei la prima persona che mi ha aiutato.Voglio continuare a collaborare insieme, ci tengo ai progetti di cui abbiamo parlato e su cui abbiamo tanto pensato insieme ... ma mi devo dedicare a questo nuovo lavoro.Non è quello che voglio, ma mi devo dedicare perché ... ho bisogno di farlo.Ci sono tante cose da dire, ma ti dico solo grazie, grazie, grazie.
Perché sei la prima persona che mi ha veramente aiutato ...
e hai capito la mia voglia di mettermi in gioco.
Talvolta ci sono parole donate che diventano versi, poesia, gratitudine pura.
Grazie A.
Sono io che ti ringrazio per avermi donato l’opportunità di dare al nostro incontro una significato profondo, prima ancora che un senso di ricerca e di pratica utilità.
E ringrazio Dio, l’Universo e quanto c’é di Superiore per questa ricchezza che si fa gioia reciproca, condivisa.
La vita non si misura attraverso il numero di respiri che facciamo, ma attraverso i momenti che ci lasciano senza fiato.
Fu un anno molto particolare. Per gioie e dolori. Un anno di quelli che difficilmente si dimenticano e che ancor oggi fanno emozionare.
E il 14 luglio è una data importante per me, per noi.
In quell’anno, tra tanti sentimenti ed emozioni ci fu anche spazio per un soggiorno all’estero che ci emozionò in modo speciale.
Otto giorni, non di riposo, ma vissuti anch’essi intensamente, questa volta in una delle capitali più note, frequentate, nominate, spesso a sproposito, eppure così stimolanti ed intimistiche.
Era di luglio e faceva caldo.
Non era la prima volta che ci andavamo e non fu l’ultima. Ma in quell’occasione ci abbandonammo, anche senza renderci conto, alla vita sociale, sotto tutti i punti di vista.
Vorrei dire in maniera quasi compulsiva: volevamo vedere tutto, vivere ogni momento tipico della città. Esserci anche a scapito delle ore di riposo.
All’aperto si respirava un’aria frizzante di grande libertà. Le persone che incrociavamo erano estranee ma ci parevano conosciute. Specialmente nei café o nei bistrot, seduti vicini, vicini, pur provenendo da mondi lontani e diversi. Parlare e parlare, mangiare, bere e sorseggiare. E ancora parlare e osservare. Poi improvvisamente andare, per fermarsi altrove ad ammirare, osservare e chiacchierare. O semplicemente lasciarsi andare a pensare in leggerezza.
Tutti uguali e fratelli? Perché no? Certo non ci ponevamo questa domanda, né cercavamo risposte, desideravamo soltanto tuffarci nella mischia ed esserci.
Eravamo molto ben accompagnati, con Chiara e Nicola che erano in vacanza.
C’era affollamento, un grande affollamento che oggi ci sogneremmo.
Continuo a tutte le ore, a terra, in aria e sottoterra. Anzi sotto di noi percepivamo un altro mondo fatto di moltissime persone che andavano e venivano, senza sosta. Era la città sotterranea comune a molte capitali, ma che a Parigi è senz’altro tutta particolare. Una città sotto terra, viva, in movimento inesauribile, pullulante di persone dalle più svariate origini. Esempio, questo, della presenza di chiari contesti multiculturali.
Se ci fossimo, come è poi successo, elevati sulla cima della Tour Eiffel, avremmo visto, guardando giù nelle profondità – dentro alla Metro – una specie di grandissimo formicaio … Credo questo rendi l’idea.
Furono otto giorni di festa.
Fu specialmente festoso il 14 luglio, noto per la festa nazionale che si svolge in Francia dal 1880, in seguito alla “presa della Bastiglia”. Cadde di sabato, e già il venerdì sera, complice la pausa lavorativa, iniziarono i festeggiamenti in tutte le case e per le strade. Non fu solo l’alcol a fare la parte del protagonista, ma molti giovani e adulti, uomini e donne, ci dettero dentro a festeggiare senza limiti. Quasi ci fosse da perderci qualcosa.
Era una festa di tutta la collettività.
Facemmo da cornice a questi festeggiamenti, ma fummo dentro anche noi, a modo nostro. Camminammo molto.
Ci piacque moltissimo – durante il giorno – partecipare alle parate militari al gran concerto del 14 luglio al Champ de Mars, davanti alla Torre Eiffel.
Ma fu stupendo, la sera, dopo il concertone, sotto le zampe metalliche e giganti della torre, immergerci nel fiume umano che faceva concorrenza alla Senna. Ascoltammo, in super amplificazione, Chopin, Mozart, Bizet, Beethoven, poi Morricone e molti altri. Alla fine ci furono dei grandiosi ed interminabili fuochi d’artificio.
Ogni scia di fuoco nell’innalzarsi accompagnava meravigliose melodie musicali le cui note parevano scaturire dalla folla sottostante in movimento.
Era una scenografia fantastica dalla quale ci si sarebbe staccati con difficoltà. Anche la torre più famosa del mondo, che pareva di fuoco con i suoi 20.000 flash, vibrava con la musica.
La notte pareva non aver fine. Le luci non mancavano mai. Fu bellissimo perderci e ritrovarci in mezzo alla folla festante. Non c’erano differenze di genere, d’età, di cultura o di altro.
Fu in quegli attimi che perdemmo nuovamente contatto tra noi, ma ci ritrovammo subito dopo.
In quegli istanti non eravamo soli o smarriti. Eravamo con la nostra gioia, che la faceva da padrone. Eravamo in sintonia col mondo.
Alla fine decidemmo di rientrare seguendo il tragitto della Senna che – grande serpentone nero – si intravedeva di fianco a noi.
Momenti memorabili.
.
Citazione: Maya Angelou, poetessa
Foto by GiFa luglio 2007:
.in evidenza “Ai piedi della T. Eiffel 1” –
.sotto: “Ai piedi della T. Eiffel 2” e “Momento di ristoro aspettando il concertone con Chiara – Rosella – Nicola”
.
OLYMPUS DIGITAL CAMERA: “Ai piedi della T. Eiffel 2”
OLYMPUS DIGITAL CAMERA: “Momento di ristoro aspettando il concertone con Chiara – Rosella – Nicola”