Il principino del bosco

Cosa hai fatto oggi?
Ho visto un ciclamino, ho catturato un frammento di cielo e ho sorriso di me stesso mentre tentavo di scappare dalle mie paure.

Essere al centro dell’attenzione penso sia un desiderio diffuso, salvo, molto spesso, temerne gli esiti e quindi rientrare ai margini della scena.

C’è chi è disposto a tutto per trovarsi al centro o per mantenere la posizione. In tal caso gioca l’ossessione o l’ego smisurato che punta a fare di quella posizione lo scopo della vita.

C’è chi farebbe di tutto per non trovarsi coinvolto. Forse per mancanza di autostima o per pura modestia. O anche per scelta, trovando in altre dimensioni il valore di sé.

Eppure, spesso è la situazione a guidare gli eventi, spesso sono le circostanze che ti portano, obtorto collo, ad essere al centro.

È un po’ come essere soli sopra un palcoscenico, recitare un copione – non sempre studiato – e assorbire gli sguardi di tutti, sapendo che quegli sguardi sono anche giudizi, e non necessariamente favorevoli.

Ho amato anche io vivere l’esperienza di essere al centro, e anche io ho sentito la tensione emotiva di rischiare il giudizio altrui. Ho avuto quasi sempre la tentazione di rifuggire l’occasione e posso dire oggi di non essere mai scappato anche se restare mi è costato molto.

Nelle mie passeggiate, guarda caso nei boschi che amo ove trovo pace, tranquillità e centratura personale, mi agganciano dettagli naturali che si aggiungono al silenzio o ai rumori graditi dell’aria tra le foglie, dei cicalii sconosciuti, del gracchiare di qualche cornacchia, dei rami secchi che stridono nell’essere calpestati, dei canti di uccelli sconosciuti che riposano momentaneamente sui rami degli abeti, mi capita di agganciare io (o di essere agganciato?) speciali simboli naturali che nel loro essere e stare dicono molto a noi umani, se solo sappiamo riconoscerne il messaggio.

Mi sanno tanto di psicologia queste riflessioni. È vero, ma resta il fatto che la bellezza è sempre davanti i nostri occhi e mi pare che talvolta facciamo di tutto per non vederla e per non goderne.

Per esempio è il caso dei ciclamini che nel bosco si dovrebbero trovare in grande quantità e che si sono diradati negli ultimi anni.

Proprio per questo il ciclamino si trova spesso anche da solo e in luoghi tutt’altro che accessibili. Nel linguaggio dei fiori esso rappresenterebbe forza, rinascita, ma anche rinuncia e resilienza, per la sua capacità di vivere anche in condizioni proibitive o in spazi improbabili.

Mi è capitato spesso di incontrarlo quest’anno, e ogni volta mi ha suggerito elementi di bellezza. Utili alle relazioni, ai comportamenti e al vivere sociale.

Per esempio: si può anche essere al centro dell’attenzione, ma si può vivere la circostanza con umiltà e serenità, con misura e provvisorietà, lasciando andare le spinte egocentriche e dando spazio all’autenticità e al rispetto.

Anche questo fiore rappresenta un simbolo assai significativo, nel suo esserci ma con delicatezza, senza mai imporsi a tutti i costi, adattandosi al terreno esistente, facendo gruppo con altri simili, oppure crescendo in solitudine, magari in terreno accidentato.

Come che sia, si parla del ciclamino che è una specie protetta e che sarà perennemente il principino del bosco.

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Citazione: Frase di Fabrizio Caramagna;

Immagini: Ciclamini by GiFa2025


Silenzio sonoro

Il pettirosso annuncia l’arrivo della stagione fredda e della neve. Simbolo della vita che resiste all’inverno, di rinascita e di rinnovamento, il pettirosso porta con sè speranza, ottimismo, buoni auspici per l’anno nuovo …

In molte località montane, anche nelle nostre zone (1), è possibile incontrare o osservare il pettirosso, un piccolo uccello noto per il suo caratteristico piumaggio rosso-arancio su petto. Anche il suo canto è particolare. È fatto di un tic sonoro o di una serie di tic-ic-ic-ic e può essere udito ormai durante tutto l’arco dell’anno. Non più soltanto d’inverno. Qui, in montagna, permane una ricca biodiversità, compresa la presenza di questa specie di uccello. Il pettirosso (2) è un uccello piccolo e tondo, con grandi occhi espressivi, lungo fino a circa 14 cm. Il suo dorso è solitamente bruno-oliva, il ventre bianco, e le zampe sottili e rossicce. Il pettirosso è facilmente riconoscibile per la sua macchia rosso-arancio su petto e faccia, presente sia nei maschi che nelle femmine. Il suo canto è caratterizzato da note malinconiche e frizzanti (3). 

Boh! Sarà così. Resta il fatto che il suo svolazzare mai incerto, mai lento e mai casuale, si presenta come una costante di tutto rispetto. I suoi voli ti colgono di sorpresa, passandoti all’improvviso a 50 cm dal viso ad una velocità che supera i limiti di centro abitato. I suoi giochi amorosi, così sembrano, attirano l’attenzione e dimostrano le sue capacità atletiche nel volo creativo di coppia. I suoi trasferimenti da una pianta all’altra evidenziano la sua grande adattabilità e la sua sicurezza ambientale. Senso di libertà?

Quel che mi sorprende oltre ogni misura è la sua capacità canora. Un canto che invade ogni spazio e al contempo consacra il significato e il valore della calma e del silenzio.

In tempi in cui – specialmente durante le vacanze – si fatica a stare fermi e zitti, in silenzio mantenendosi calmi, l’ascolto di questi veri e propri concerti aiuta molto. È qualcosa di miracoloso che ti permette di fare il vuoto dentro di te, di mollare le menate (4) e di fare deserto intorno e dentro di te.

L’amico pettirosso non è più l’amico d’inverno, ma è un esserino che promette bel tempo ogni giorno dell’anno, che ci sia sole oppure no, alla faccia di chi si lamenta sempre e di chi vede solo il bicchiere mezzo vuoto. E il suo canto, se ben ascoltato, invita alla speranza e all’ottimismo.

Sì, è l’emblema di rinascita e di rinnovamento, in quanto simbolo della vita che resiste alle avversità.

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Citazione: da intitolazione alla scultura Il pettirosso, presso Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi)

Immagini: Robin by Jon Pauling of Pixabay (in evidenza) e Il pettirosso – foto GiFa2025: due dei punti di vista da Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi) (a piè di pagina)

Note: (1) Alto Vicentino – Vicenza (Veneto); (2) Passeriforme Erithacus rubecula; (3) Dettagli da Wikipedia e dal web; (4) Espressione che è un invito a smettere di preoccuparsi eccessivamente e a dedicarsi a qualcosa di più leggero e piacevole, come il canto. L’espressione “menate” in questo contesto si riferisce a pensieri negativi, ansie o problemi che occupano la mente e impediscono di godersi il momento presente. Il canto, invece, è visto come un’attività liberatoria, che può portare gioia e benessere. Espressione presa da Musica ribelle di Eugenio Finardi.


Quando qualcosa finisce

… uno scopo più grande e una soddisfazione maggiore nel tempo che ci rimane …

Quando qualcosa d’importante finisce, nel ripensarci mi succede di abbinare quanto è avvenuto ad un distacco esistenziale di rilevante portata. È automatico. Il pensiero mi torna immancabilmente a quel fenomeno che ci riguarda tutti, ma proprio tutti. Nessuno ne è esente: persone semplici e normali, poveri e ricchi, fragili e potenti, persone sconosciute e persone note, che sono sulla bocca di tutti oppure sui media, quasi che questo servisse loro ad esorcizzare pene e destini. Alla fine sui media succede anche che questo fenomeno venga spettacolarizzato, quasi che il processo mediatico ne impedisse l’amara realizzazione. Mi riferisco alla morte, quella parola che i più non amano pronunciare e dalla quale si tende tutti a fuggire.

Sembra sia una cosa dell’altro mondo, invece è di questo mondo e fa parte della nostra vita.

Mi torna in mente sempre più spesso questa “cosa” che, non trovo comunque agevole trattare. Forse dipende molto dal tempo che passa e che in occasione degli ultimi miei anniversari mi rende consapevole che la famosa piramide della vita anagrafica si sta avvicinando al vertice. Un vertice non noto, che nessun GPS è in grado di localizzare, ma che – lo spero ardentemente – mantenga la posizione preventivata, almeno quella stabilita statisticamente. Ed è questa una concausa della mia situazione attuale in cui sento chiaramente che la mia anima ha fretta. Una fretta che sento però di dover arginare. Probabilmente devo a questa fretta il desiderio di trovare chiarezza ed equilibrio nel mio vivere il presente che si costruisce giorno per giorno. Consapevolmente.

Ma alla fine (appunto, alla fine) è il tema della morte che condiziona, in positivo e in negativo, la vita. Sia che ne siamo coscienti, sia che non lo siamo. La differenza la facciamo veramente se affrontiamo il fenomeno.

Per esempio si tratta forse di dare più spazio a quanto ci può essere di positivo. Ma come fare?

Ecco, io credo che si possa fare, ma non è scontato, infatti occorre prepararsi a questo, lavorarci, non subire in passività, con vittimismo o qualunquismo …

La testimonianza più grande è quella di persone che hanno affrontato la morte consapevoli di stare per andare via, per motivi d’età, appunto, o perché persone molto malate o malate terminali.

Tra quanto ho letto di recente mi è piaciuto molto un racconto (storia vissuta) che parla di una relazione tra una badante e una vecchia signora malata, ormai in fase di fine vita.

È interessante questo discorso perché, magari non ci rendiamo conto, siamo circondati da una “cura della persona”, soprattutto anziana, diffusissima sul territorio. Tra le altre cose siamo sempre prevenuti quando si parla di stranieri, ma sono soprattutto le donne straniere a fare le badanti e ad occuparsi di chi sta male, spesso prendendosi cura dei nostri cari.

Ecco un brano tra i tanti toccanti presenti nel famoso libro Vorrei averlo fatto (*): “Essendo cresciuta prima in una fattoria per l’allevamento del bestiame e poi delle pecore, avevo visto tanti animali morti o in fin di vita. Non era una novità per me, sebbene fossi sempre terribilmente sensibile alla cosa. Ma la società in cui vivevo, la società moderna della cultura occidentale, non esponeva la sua popolazione al contatto con i corpi morenti. Non era come in certe culture dove la morte umana avviene allo scoperto ed è una parte evidente della vita quotidiana. La nostra società ha tagliato fuori la morte, negandone quasi l’esistenza. Questo rifiuto lascia sia la persona morente che la famiglia, o gli amici, del tutto impreparati a qualcosa di inevitabile. Siamo tutti destinati a morire. Ma invece di riconoscere l’esistenza della morte, cerchiamo di nasconderla. È come se cercassimo di convincerci che ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’ funzioni davvero. Ma non è così, perché ci ostiniamo nel tentativo di affermarci attraverso la vita materiale e i comportamenti dettati dalla paura che ne conseguono”.

Fin qui il presupposto. E ora ecco il passo decisivo: “Se riuscissimo a rapportarci in anticipo e con sincera accettazione alla nostra inevitabile dipartita, allora cambieremmo le nostre priorità prima che sia troppo tardi. In questo modo avremmo la possibilità di volgere le nostre energie verso i veri valori e verremmo guidati da ciò che vuole veramente il nostro cuore. Una volta riconosciuto che ci resta un tempo limitato, sebbene non sappiamo di quanto si tratti, siamo mossi meno dall’ego e smettiamo di dare importanza a ciò che gli altri pensano di noi. Riconoscere che ci avviciniamo inevitabilmente alla morte ci dà l’opportunità di trovare uno scopo più grande e una soddisfazione maggiore nel tempo che ci rimane”.

Un vecchio personaggio della televisione (*) direbbe: “Meditate gente, meditate”.

Quando qualcosa finisce, resta sempre un peso.

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Citazione: da Vorrei averlo fatto, di Bronnie Ware – Ed. MyLife 2015

Immagini: in evidenza Sunset by GiFa2023 – sotto il testo Lightness da repertorio GiFa2014

Note: (*) Mi riferisco a Renzo Arbore, compleanno qualche giorno fa, ha compiuto 86 anni. Nato a Foggia il 24 giugno 1937, può essere definito a pieno titolo il maestro dell’intrattenimento italiano. Non c’è campo dello spettacolo che non abbia attraversando, lasciando il segno. Fonte Fanpage.it


Il miracolo dell’ordine

Ho cominciato a occuparmi dei pensieri che penso, degli oggetti che scelgo, delle cose che amo, dei libri che leggo. Ho deciso che erano un riflesso e che avrebbero parlato di me. Così facendo, ho conosciuto una persona fantastica, me stessa.

Se percepiamo confusione intorno a noi è perché la nostra mente è intasata e sopraffatta dal caos, e ciò testimonia il disordine nella nostra vita. Ne sono riflessi evidenti gli armadi pieni di roba, le agende piene di incombenze, le settimane fatte di dieci giorni, il cellulare pieno di contatti e messaggi, foto e video, spesso non cercati, e via dicendo. E’ sicuramente urgente ed importante riconquistare tempi e spazi per discernere tra ciò che conta davvero e ciò che è semplicemente inutile. Occorre una buona e salutare introspezione che aiuti a far emergere l’essenziale.


La parola “ordine” mi ha sempre impressionato. Essa, infatti, è una di quelle parole che hanno molti significati sia nella pratica quotidiana sia nella definizione di categorie concettuali. È talmente poliedrica che viene difficilmente messa in campo, almeno da parte mia. Guardando ai dizionari la parola in questione è la “disposizione regolare di più cose collocate, le une rispetto alle altre, secondo un criterio organico e ragionato, rispondente a fini di praticità, di opportunità, di armonia, …”.

Sta di fatto che nella mia vita l’ho spesso incontrata, e allontanata per mia ribellione personale (ci tornerò in altra occasione). Salvo riprenderla in certi momenti in cui ho sentito il bisogno di un appiglio che mi aiutasse a fare chiarezza o a trovare serenità e sicurezza. Mi riferisco sia a cose importanti sia a cose molto semplici e ordinarie.

Dopo l’uscita dal mondo lavorativo, ho gradualmente sentito l’esigenza di “fare pulizia” con riguardo a molte strutture di pensiero e a molte cose che mi occupavano anche fisicamente, non solo intellettualmente. E ho sempre trovato serenità nel cosiddetto “lasciare andare”, sostituendo altre strategie personali che ho spesso usato in precedenza (per esempio la fuga o il rinvio).

Ma che significa?

“Lasciare andare” è un processo, un tratto di strada che sai se avviene, perché ne sei divenuto consapevole, ma non sai quando esattamente ha avuto inizio e, soprattutto, non sai quando finirà. In realtà, non credo sia soltanto importante, è fondamentale, per me, attuarlo, e farlo coscientemente.

Nella sua grande saggezza, il libro di Qohelet, afferma: “C’è un tempo per conservare e un tempo per buttare via”. Ecco, si tratta di concretizzare questa massima in modo consapevole.

Credo che nella vita “fare ordine” sia essenziale, ma per dare avvio a questa fase, in ogni occasione è utile partire dalle piccole cose e dalle questioni che riguardano la quotidianità.

Non è banale. Si tratta, come sto facendo in questi mesi, di guardare dentro ai miei armadi riempiti zeppi di libri, foto, carte, documenti, appunti, oggetti di ogni tipo, compresi vecchi dispositivi elettronici che potrebbero essere trasferiti in qualche museo. Da qui a stabilire la netta distinzione tra le quattro combinazioni di urgente-importante-non urgente-non importante il passo, non facile, è comunque breve. E così avviene l’introspezione.

Ed è solo in questo modo che riuscirò a dare il vero valore al mio tempo. Giorno per giorno. Aprendo così la porta all’impegno più bello, ma anche più intensamente concreto, pur apparendo di primo acchito cosa da professionisti. Ed io garantisco, è un’assicurazione “per la vita”. Intendo il fare ordine in me stesso dando valore a ciò che mi fa sopravvivere, ossia alle mie emozioni, mettendole però al posto giusto per non cadere nel disagio e nel caos. Ancora, intendo il dare valore al mio pensiero, trovando equilibrio tra pensare bene e pensare male, quindi pesando il primo e cercando di “buttare via i pensieri tossici”, che di certo arrivano puntualmente e rovinano la vita a me e a chi mi è vicino.

Durante questo tratto di strada avviene l’altra parte di miracolo che permette di essere pronti a rivolgersi agli altri e fare ordine nelle diverse relazioni. Dura eh? Sì, è dura.

Ma poi si può rivivere, tenendosi ben strette le amicizie e le relazioni vere rispetto a quelle superficiali.

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Citazione by Cristina (nome di fantasia) a cura Carmen Laval (Tempo dello spirito 09/2020)

Immagini by Pixabay: Essenzialità e Attesa

Riferimenti e ispirazioni: Il Libro del Qohelet e La magia del riordino di M. Kondo Ed. Vallardi

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