Tu con me io con te …

Il dono più alto della genitorialità sta nel riconoscere la differenza del figlio, la sua incomprensibilità, il suo segreto.

Come oggi ci hai lasciati, diciassette anni fa, all’inizio di un nuovo anno che era il tuo 95°. E noi, grazie a Dio, siamo ancora qui a vivere e a ricordarti. A vivere, intensamente come è stato nella tua lunga vita; a ricordarti, sicuri che sei ancora tra noi, a indicarci la via. Quella via, che in realtà, potrebbe essere, perché no, di tutti.

Ed è una “distanza” quella che viviamo, inevitabile: fisicamente non sei più qui e da tempo. Ma è una distanza speciale, da abitare perché sei ancora tra noi, nei ricordi (tantissimi), nei nostri pensieri (desiderati) e nei nostri cuori (colmi d’amore).

Mi piace e mi fa sentire bene questa foto del 1962. Tu avevi 50 anni. Eri nel pieno del tuo vigore fisico ed eri felice, nonostante la tua vita fosse stata piena di esperienze terribili e di angosce. Ti ha sempre sorretto la speranza e credere in un avvenire migliore. Hai agito sempre di conseguenza. Ti ha spinto lo scopo di costruirti una famiglia felice a cui tramandare la tua felicità.

In un modo speciale, tutto tuo e personale, ci hai guidato e indicato le possibilità. Ci hai incoraggiato a vederle e ad amare quelle possibilità. Che con difficoltà mista a curiosità e stupore abbiamo colto.

Da parte mia, ho riconosciuto e riconosco sempre di più il dono che mi(ci) hai fatto, tra i tanti: riconoscermi nel mio essere ribelle e incomprensibile nei miei segreti, nella mia tenacia per voler distinguermi e voler ricercare la “mia strada”, quella strada di cui mi chiedevi spesso quale fosse e che, per te indecifrabile, comunque mi prospettavi per il futuro.

Grazie, papà.

.

Citazione: da Il segreto del figlio di Massimo Recalcati ed. Feltrinelli

Immagine: foto di repertorio da archivio di famiglia (Pamato 1962)


Specchi

… E anche se mi sposto quello segue il gesto. Evito lo sguardo perché so che pensa che …

Sono sempre stato attratto anche dagli specchi. Sia per la loro struttura e per il problema, come spesso l’ho vissuto, di trovare la giusta collocazione, sia per la possibilità di specchiarsi in momenti diversi e in luoghi diversi facendomi credere di essere la stessa persona con sempre nuove caratterizzazioni.

Ho anche provato la paura di esagerare nello specchiarmi, per non dare corda ad una presunta vanità.

In realtà, non si può scappare dinnanzi allo sguardo irriverente e corrosivo (1) della persona nello specchio, che ci chiama ogni volta e quotidianamente a fare comunque i conti con noi stessi.

Ed è pur vero che nello specchiarsi c’è un sano controllo per esempio della nostra espressione e del nostro viso che di sicuro ci rappresentano nel profondo e nel momento o periodo, non soltanto esteticamente o fisicamente: stanchezza, pallore, svogliatezza, depressione, disinteresse, demotivazione, preoccupazione, rincoglionimento, ecc.; oppure al contrario: vigore, bel colorito, vitalità, esuberanza, interesse, motivazione, determinazione, ecc.

L’importante è che non succeda sempre, come raccontatomi da una persona, di non riconoscersi allo specchio o di aver quella sensazione di estraneità. Un po’ come dice la canzone” L’uomo nello specchio” (2): L’uomo nello specchio io non so chi sia, però ha la faccia mia …”.

Mastrodonato (3) ha scritto: In una società narcisistica e ossessionata dal mito dell’apparenza come quella in cui viviamo, il gesto abituale e quotidiano di guardarsi allo specchio diventa a volte problematico, metafora dell’aspirazione ad un modello irraggiungibile di bellezza e di ricerca inesauribile di perfezione che spesso finiscono con rendere schiave le persone di un’immagine che non appartiene loro. Non è altro che una prigione che promana da un perenne bisogno di riconoscimento che gioca con l’incapacità di accettare quelli che si ritengono difetti inammissibili che vanno messi al bando.

Ma nello specchiarci c’è ben altro. Guardarsi allo specchio è una modalità fantastica per guardarci veramente e andare oltre quello che vediamo. È una possibilità di entrare dentro di noi, ma occorre il coraggio di non fermarsi all’immagine riflessa favorendo l’attività del pensare, del farsi domande, del dialogo interiore.

Occorre anche un altro coraggio. È infatti importante rimanere davanti all’immagine riflessa e fermarsi, senza cercare pretestuose vie di fuga, senza scappare.

Solo così riusciremo a trovare o dare conferme a certi atteggiamenti o a certe scelte di vita, oppure a orientarci a cambiare certe decisioni.

Solo in questo modo riusciremo a riappropriarci di noi stessi, del dialogo pensato con noi stessi ed essere finalmente autentici.

.

...
Ciò di cui mi pento è l'ipocrisia
Parlo della mia, parlo della mia
L'uomo nеllo specchio io non so chi sia
Però ha la faccia mia, ha la faccia mia
Conosce la mia stanza e fa come se fosse casa sua
Quest'esistenza conosce la pazienza
Chissà se è lì che aspetta, che cerca compagnia
Quando vado via, quando vado via
Oggi sono perso, non mi riconosco
Cerco nel riflesso una certezza che non c'è
E anche se mi sposto quello segue il gesto
Evito lo sguardo perché so che pensa che
Ho sbagliato tutto e poi come mi vesto?
Ma io sono lo stesso, però non capisco mai
E da che parte sto, e da che parte stai?

...
(4)

Citazione: da L’uomo nello specchio da Fulminacci di Daniele Silvestri – 2023

Foto: Infante di Traumland da Pixabay

Note: (1) (3) Alessandra Mastrodonato scrittrice, insegnante e ricercatrice presso Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Parma; (2) (4) idem Citazione


Visione

Avere una visione significa intravedere il proprio futuro focalizzandosi sul presente, forti dell’esperienza trascorsa.

Il bello delle feste di fine anno e di inizio anno nuovo è che, se si vuole, c’è spazio per pensieri e propositi per l’anno nuovo che inizia. Nel mio caso, la fase di riflessione si sviluppa a partire dagli ultimi giorni che precedono il capodanno e si muove nei giorni successivi. E si muove molto. A me così capita.

E ogni anno sempre di più. Infatti, col passare del tempo, sono finiti gli sforzi di festeggiamento a tutti i costi, mentre sono aumentate le ricerche di ripensamento, un laboratorio personale, intimo e spontaneo fatto di sguardi, verso il passato, non soltanto quello recente, il presente e le prospettive di futuro.

Il finale d’anno, in genere, è veramente accattivante ma di fatto effimero. Tutto sommato, è sempre stato così nella mia esperienza. Considero l’inizio d’anno nuovo meno labile e più utile, essendo più prospettico.  Finita la baldoria, finiti i fumi nella loro varietà, finite le illusioni dell’ipotetico no-problem o dell’ipocrita andrà tutto bene, si metabolizza che il tempo è lo stesso, è un continuum, e si deve affrontare la vita, bella o problematica che sia.

È interessante come in questa occasione, che segue difilato le sante festività, ci si impegni nel ritrovarsi sempre più virtualmente con auguri e frasi di buon auspicio tra persone che si frequentano abitualmente, tra persone lontane geograficamente, tra parenti stretti o che non si incontrano mai e tra persone con le quali ci si inviano messaggi una o due volte l’anno. Pare che partecipare a questa “recita” a scadenza fissa faccia comunque bene all’anima di qualcuno, pertanto stiamo pure al gioco, dico io. Anche se spesso mi pesa e mi è pesato farlo … non sentendolo autentico.

Di lampante c’è un fatto, e quest’anno mi è stato molto più chiaro che in passato. Il fatto è che sento profondamente il senso di gratitudine per quanto ricevuto in questa vita. Non è sempre andato tutto bene, ma alla fine tutto è stato importante per mettermi in discussione e per farmi crescere. Alla fine sono stati importanti fatti ed eventi della vita, ma quello che appare come determinante è sempre stato l’incontro con persone, nelle relazioni, in famiglia e nella società. Guardo spesso al futuro vicino e lontano. L’ho sempre fatto e sempre l’ho vissuto intensamente grazie a progetti nati da visioni della vita reale. Visioni che ancora ci sono, magari rinnovate, ma ben presenti.

Avere una visione della vita è importante perché ci guida nella lunga camminata che spesso si presenta accidentata.

Oltre a questo, è importante sentire dentro quella “pace” di cui tanto si parla ma che pare non esserci più.

Questo senso di serenità interiore accompagnato dalla forza che promana dal credere in qualcosa di superiore non fa che aggiungere ancora senso di gratitudine per quanto è stato, è e sarà.

.

.

Citazione: da Si fa presto a dire … vado volontario! di Gianni Faccin Gedi ed.

Immagine in evidenza: cartolina augurale 2024 by GiFa2024

Immagine di chiusura: dal web, preghiera indianoi nativi


Luce che ci dà vita

Abbiamo assolutamente bisogno di luce …

Stiamo vivendo tempi complicati, difficili, in cui tutti noi tendiamo a vedere nero, buio e null’altro. Anche se spesso il tutto è ottenebrato, come nascosto e reso non presente, da eventi inimmaginabili oppure da azioni umane che neanche gli animali avrebbero il coraggio di pianificare.

C’è assolutamente bisogno di luce, quella luce che c’è comunque, al di là di ogni nostro misfatto, che come il sole è presente anche sopra le nuvole, allorquando noi vediamo il cielo oscurato e percepiamo l’assenza dei suoi raggi, quasi che non fosse più presente, che non determinasse più l’inizio e la fine di ogni giorno.

Invece la luce c’è ed occorre crederci ancora di più a questa luce, cercarla e impegnarsi ad afferrarla perché solo in questo modo potremo dare un senso ad ogni evento.

.

.

Citazione: by GiFa

Immagine: Luce di vita by AnCa2023

Testo: GiFa2023

Versi: 6e38 tratto da Versi librati di Gianni Faccin 2023 ( Gedi – in fase di pubblicazione)


Dolcetti, scherzetti o … altro?

Silenzio, intorno: solo, alle ventate, odi lontano, da giardini ed orti, di foglie un cader fragile. È l’estate, fredda, dei morti.

Ma quali dolcetti! Ma quali scherzetti! Ma quale festa di fantasmi e zombie!

In verità, nella giornata del 2 novembre si celebra in Italia ogni anno la commemorazione dei defunti. Una ricorrenza che ha paralleli in molte culture ed epoche, ad evidenziare la speciale attenzione richiesta per relazionarsi con la perdita di una persona cara. Il processo di lutto è stato ampiamente studiato e analizzato e il modello più noto è quello delle cosìddette “cinque fasi del dolore”, non uno schema qualsiasi, ma uno strumento utile a sviluppare consapevolezza delle emozioni, che in generale è una dimensione che ci manca tantissimo anche come collettività, visto le tragedie che ci accompagnano giornalmente.

Tornando al titolo e all’incipit d’inizio, non ce l’ho con le feste tipiche di altri paesi e da noi acquisite senza alcun spirito critico, ma sta di fatto che per me il mese di novembre rappresenta sempre di più, e ben prima che inizi il relativo calendario, un periodo di riflessione (introspezione mi verrebbe da dire). E i versi di Cioran qui pubblicati il giorno di Ognissanti, per quanto ermetici ad una prima lettura, mi hanno profondamente colpito. Mi hanno accompagnato il giorno stesso e i giorni successivi nella visita al Camposanto ove i miei cari che non ci sono più sono ospitati in una piccola città di defunti con le loro storie vicine e lontane. Tantissime storie solo in minuscola parte a me note.

Torno volentieri all’appuntamento d’inizio novembre, oggi più di un tempo. E in questo periodo penso a tante persone, non soltanto a quelle che conosco direttamente, che ai primi giorni del mese di novembre ricordano e ricordano, pensano e ripensano, si nascondono, si ritirano dalle relazioni, con i pensieri che si accavallano, accompagnati da sentimenti di mancanza, voglia di fuggire, inconsistenza di relazioni, assenze, sensi di abbandono, inutilità della vita, senso di solitudine.

E la solitudine, in queste persone, non è mai un piacere desiderato, ma un ulteriore stato di sofferenza.

Finché non si è dentro a questa bolla di dolore, finché non si è passati attraverso questo malessere, è difficile capire, ed è difficile comprendere quanto gli altri hanno provato o stanno provando.

Per me è stato difficile, fino a poco tempo fa, riconciliarmi con questa ricorrenza, spesso vissuta con distacco voluto per non farmi poi domande delicate …, quelle domande che mi rivolgo sempre più spesso e che mi portano a dare significato ad ogni evento, anche piccolo o di ordinaria quotidianità. Domande che mi spingono ad essere migliore, a rispettare la realtà altrui, iniziando dall’accettazione della mia realtà.

Sono cresciuto con i miei genitori che mi portavano spessissimo al cimitero per salutare nonni, cugini prematuramente scomparsi, zii, amici. Mia madre ci teneva a far visita in questo luogo ove da tempo aveva voluto preparare urne di famiglia, anche in modo particolarmente anticipato. Non riuscivo a capirla bene questa sua voglia di anticipare …

Oggi, che è ancora qui ben presente, la questione appare quantomai attuale e al contempo “normale”. Il posto c’è, ci sarà, ma conta vivere il momento attuale nel modo più autentico possibile. Ho capito, sto capendo in verità, finalmente …

.

Citazione: Novembre da Mirycae di Giovanni Pascoli – Ed. Sansoni

Immagine: Occhichepiangonosbavando da idea di https://lamenteemeravigliosa.it/6-tipi-lutto/

Immagine a chiusura: Giallo nudo by ANCA 2023

Riferimenti nel testo: https://www.aiutoallapersona.it/blog/tipi-di-lutto e pezzi precedenti sul medesimo argomento


Le mezze stagioni e non solo …

… non esistono più le mezze stagioni!

Pare sia così, ma siccome se ne continua a parlare mi viene qualche dubbio.

L’estate pare fatta apposta per le grandi citazioni, o per esprimere secolari affermazioni. Sì, perché le persone, specialmente se sono in vacanza, si incontrano, si fermano, si prendono pausa dal dolce far niente, magari con il pretesto che il proprio cane vuole annusare quello che gli arriva di fronte, si guardano e salutandosi iniziano il gioco delle citazioni. All’aperto, in mezzo alle piazze, ma anche in mezzo alla strada, non sempre pedonalizzata. Questo comunicare pare preconfezionato, anche perché dopo i convenevoli non sempre si trova subito il comune filo rosso che ci collega in qualche modo e che ci mette a proprio agio.

Mi è capitato ancora di ascoltare, en passant, frasi, detti celebri, citazioni, luoghi comuni, e la cosa francamente mi diverte moltissimo. Non la giudico, ma sta di fatto che mi fa sorridere. Del resto capita anche a me da farlo in varie situazioni, e me n’accorgo, e accorgendomene sorrido e mi faccio delle domande …

Per esempio, in agosto stavo camminando velocemente nel centro del paesello di montagna, cercando di evitare diversi drappelli di persone che in questi casi si pongono sempre sulla linea di mezzeria, mai da una parte, e senza una logica che non sia quella di pensare solo ai casi personali.

Passandoci accanto non potevo non recepire pezzi di discorso, frasi lasciate in sospeso, battute, ma soprattutto quel detto che si rifà a schemi ben collaudati.

Per dare seguito al divertimento, ecco un paio di esempi.

Il primo, riguarda Veneti in Veneto. Siamo in mezzo alla strada, il tema riguarda ovviamente il tempo, quello atmosferico:

– Fa un caldo terribile!

– Già si fa fatica a respirare.

– Tranquilli, pare che cambi il tempo nel fine settimana … l’ha detto il meteo!

– Beh, speriamo che cambi dopo domenica …

– Le stagioni non sono più quelle di una volta!

– No, è vero, ormai il tempo è imprevedibile …

– Ma lo è sempre stato, infatti non si è mai sposato …

– Ah ah! Comunque il meteo dice che cambierà …

– E speriamo che non diventi troppo freddo!

Ecco, ci sono degli scambi che farebbero concorrenza a quelli del Trio (*). Il bello è che si ripetono di drappello in drappello, quasi che ci fosse un comune accordo tacito.

Altro esempio, riguarda Veneti fuori del Veneto, in questo caso il tema è la lingua.

Al bar …

– 2 coffees, please!

– Zwei kaffee?

– No, ho chiesto due caffè

– ah ok, due caffè, facciamo subito …

Bevuto e pagato …

– Alla prossima, graxie.

– Graxie, xe vedemo!

Insomma, è divertentissimo quando chiedi una cosa in inglese, ti rispondono in tedesco e poi si prosegue entrambi in italiano. Infine, ci si saluta in dialetto veneto …

.

Citazione: nota citazione riportata sui media dal Trio Solenghi-Lopez-Marchesini in La parodia del funerale (*)

Immagine: The loudspeaker by Pixabay


Deux Chevaux

“Due Cavalli “oppure “2CV”, ma non parlo di un’auto francese, senz’altro più nota … ma di qualcosa di vivo e che ha a che fare con la bellezza …

Il bello è che non ci saremmo mai aspettati di essere in compagnia, pur a debita distanza, di quelle due meravigliose creature. Le abbiamo battezzate Cherso e Pago. Già, nessuno ci aveva detto i loro nomi né avevamo noi avuto occasione di sentirli dire. In ogni caso, fino a quel momento, avevamo visto di tutto ed eravamo anche rassegnati e al contempo incuriositi di avvicinare inaspettatamente qualche lupo o qualche orso. Ormai non arrivano soltanto i cinghiali nei centri abitati, ma sempre più spesso si avvistano lupi e orsi. Soprattutto in altura.

Fu all’inizio dell’estate che ci ritrovammo, proprio vicino a casa, con questa strana coppia, decisamente diversa, quella che non ti aspetti, appunto.

Erano due esemplari molto eleganti, quasi raffinati, assai tranquilli, placidi, taciturni, a parte qualche segno di vita espresso attraverso strani sbadigli che non erano sbadigli ma versi tipici della categoria, ma a me davano la sensazione di sbadigli gridati.

I due erano sempre vicini. Si spostavano all’unisono. Era evidente che si parlavano, a modo loro. Ogni spostamento era concordato.

Per il resto, Cherso e Pago, i nostri nuovi vicini, facevano serenamente la loro parte, mangiando in continuazione ogni tipo di erba commestibile. Ma quale tosaerba …

Spesso si recavano oltre la rete di un vicino campo da gioco e da lontano pareva ci volessero entrare per giocare in qualche modo.

Del resto, il terreno a loro riservato, adeguatamente recintato con fili elettrificati, non bastava. Venne così predisposto un nuovo spazio al di là della strada che diveniva in tal caso confine tra distinte basse vegetazioni, delle quali una sembrava tosata e l’altra da tosare.

Entrambi presentavano un bellissimo mantello che pareva fatto su misura da quanto era attillato. Quello di Cherso era nero pece, quello di Pago era di un colore caffè tostato chiaro. Gli esperti, probabilmente, distinguerebbero il morello il primo, dal sauro il secondo.

Ci siamo spesso preoccupati per loro, dal momento che erano nei loro recinti, ma esposti ad ogni evento atmosferico, compresi il caldo intenso e le grandinate estreme. La notte, poi, un buio pesto li avvolgeva e in tal caso il silenzio era da brividi. Ma erano loro che interrompevano la cortina oscura e misteriosa con i loro versi. Credo che si facessero coraggio a vicenda. Oppure che facessero coraggio a qualche passante solitario. In verità, più che coraggio può essere pensassero di fare degli scherzi ad ignari camminatori notturni. Chissà quale era l’effetto …

Come che sia, il territorio andava difeso e anche su questo facevano la loro parte, camminando costantemente H24 su ogni metro di terra.

Non abbiamo mai capito come dormissero in quegli accomodamenti.

Ben presto venne reso fruibile un nuovo spazio, il terzo, questa volta in pendenza verso l’alto bosco, in modo che altra erba potesse rifornire l’affiatata e affamata coppia.

Nei mesi turistici, luglio e agosto, molte persone si avvicinavano ai recinti nella speranza di scattare qualche foto particolare oppure di parlare con queste creature o addirittura di toccarle.

I bambini erano quelli che più si entusiasmavano e che più si approssimavano alla coppia.

Ed è così, l’animo dei bambini è autentico, puro, disponibile, e di solito ben si integra con altri animi sinceri e gentili. C’è qualcosa di istintivo nella reciprocità di accostamento, quasi vi fosse uno stesso linguaggio non costruito sulle parole e affrancato da pregiudizi.

Passarono così due mesi interi durante i quali la coppia non era più strana, ma era divenuta ormai per tutti occasione di attenta osservazione, di ammirazione, di riflessione naturalistica.

Era bello alzarsi il mattino e fuor di casa intravvedere i movimenti lenti e mirati che sapevano di colazione all’aperto, di pace e serenità. Soprattutto, era rassicurante verificare che i nostri fossero ancora là, negli spazi assegnati. E che stessero bene.

Ma un giorno qualcosa cambiò.

Agli inizi di settembre la coppia venne dapprima divisa e successivamente trasferita, uno alla volta. Pago l’aveva intuito qualche giorno prima. Infatti una mattina, come abbia fatto non è ancora chiaro, decise di protestare uscendo dai recinti e portandosi pericolosamente verso la strada. Lo stesso avrebbe voluto fare Cherso che probabilmente non riusciva a trovare la via di fuga.

La cosa finì con il recupero di Pago e nella sua messa in custodia, nell’imminenza del trasferimento.

Anche per loro vacanza stava finendo, come del resto per tantissimi turisti e viaggiatori.

È ancora bello alzarsi il mattino e guardare la natura. Immaginare la strana coppia che si sta muovendo su e giù per il grande prato, con qualche passo di piccolo trotto, a volte rotolandosi a turno per terra, di sicuro per aver momentaneamente la meglio sui tanti insetti invasivi. È bello ricordare le imponenti presenze color caffè tostato chiaro o nero pece che hanno tenuto costantemente la scena senza mai volerlo e attraendo tutti nel loro mondo d’ingenua tranquillità e di pacifica convivenza.

Ora anche per noi la vacanza estiva volge al termine.

Permane una buona dose di dolce malinconia.

.

Citazione: dell’autore

Immagini: in evidenza Aldiladellastrada e a chiusura Oltrelarete by GiFa2023


Tempo giusto

Agosto mese di pause … riposo, pace, riflessione, riconnessione … ma anche di investimento. Investimento in cosa? In nuovi impegni? No, in coraggio …

Mai come il corrente mese è stato, è e sarà un mese di potenziale ricentratura, come mi è stato detto di recente da qualcuno. Ricentrarsi, riconnettersi, rigenerarsi, ripartire … Insomma, un nuovo inizio. D’accordo, ma questo può esserci durante e dopo un ritrovato momento di pausa che quasi sempre significa ascolto di sé e silenzio. Se invece continuiamo a controllare e a interpretare o semplicemente osservare le notifiche che inevitabilmente ci arrivano a tutte le ore da destra e da sinistra, da sotto e da sopra, non credo che una autentica centratura si possa raggiungere, semmai riusciremo riconnettere soltanto i nostri dispositivi … Non si tratta di attivare uno spam generalizzato, ma di mettere in standby ogni nostra sovrastruttura, a cominciare dagli stessi smartphone di cui siamo ormai schiavi.

Mi sovviene il ricordo di chi se ne va in ferie per godersi la necessaria e desiderata vacanza (etimologia: vacare = essere vuoto) e porta con sé del lavoro per non farsi mancare nulla, anzi per riempire quel vuoto.

Credo che questo mese, che si ripete negli anni, sia una delle rare occasioni per fermarsi e fare della pausa un “tempo giusto”. Per regalarsi un nuovo inizio, appunto.

Le parole chiave sono investimento e coraggio. Investire significa, tra le altre cose, attribuirsi un diritto, un titolo, un potere; e ancora, conferire diritti e dignità. Peccato che, nell’uso comune, sia collegato essenzialmente ad operazioni finanziarie o immobiliari oppure ad incidenti stradali.

Coraggio significa, in una delle più note accezioni, forza d’animo connaturata, o confortata dall’altrui esempio, che permette di affrontare, dominare, subire situazioni scabrose, difficili, avvilenti, e anche la morte, senza rinunciare alla dimostrazione dei più nobili attributi della natura umana. Cosa vuol dire avere coraggio? Questa parola richiama al cuore. Deriva dal latino cor habeo, che vuol dire avere cuore, agire con il cuore. Il coraggio quindi è quella forza d’animo che ci viene quando facciamo le cose a cui davvero teniamo. Quella “forza nascosta” che ci fa affrontare le paure e i pericoli. Peccato che, nell’uso comune, sia collegato spesso ad eventi caratterizzati essenzialmente da impudenza e sfacciataggine.

Oggi una persona mi ha detto: “Già, ma per cambiare qualcosa bisognerebbe trovare il coraggio …”. Ecco, sono d’accordo, ma aggiungo che per trovare dentro di sé il coraggio, occorre mettersi in ricerca, altrimenti quella forza nascosta oltre a continuare a rimanere tale resterà anche disattivata.

Trova il coraggio, quindi. Ma per trovarlo cercalo! Comincia col metterti in pausa vera. Chi te lo impedisce?

A te che leggi lo auguro di cuore, e lo faccio con dei versi di una splendida persona, professionista e poeta.

.

Bellissimi versi il cui titolo potrebbe essere anche: Stacca Cerca Trova! Il vero coraggio, si alimenta da subito nel momento in cui riusciamo a prendera la giusta distanza nel “tempo giusto”. Presupposto di autentica serenità.

A rileggerci a settembre!

.

Citazione: Incipit dell’autore

Immagine 1: Embrace by Pixabay

Immagine 2: Serenity by Mitacon Onlus

Riferimenti nel testo: Treccani.it e Wikipedia

Versi: Trova il coraggio di Alessandra Galiotto – https://www.poetipoesia.com/?audiolibro=alessandra-galiotto-barba


The little bird

... Felice mi spargo nell’atmosfera: abbandono le fatue passioni e mi spingo in alto a purificarmi
verso la regalità dei cieli

Oggi giorno è di pioggia e non svolazzi come al solito, apparentemente senza meta.

C’è anche vento forte e non si sente il tuo cinguettare, che ai più non pare mancare.

Eppure i tuoi concerti gratuiti sono ben presenti a tutte le ore del giorno.

Rivolti a tutti da mane a sera.

Oggi sarai nascosto tra i rami di qualche folta pianta, solo o con altri uccellini.

Oppure sarai in uno dei tuoi rifugi fatti di cemento da cui entri ed esci dalle fessure che il tempo e le intemperie hanno provocato.

I tuoi movimenti incuriosiscono e consegni a noi umani il senso della vita facendoci rivolgere lo sguardo alla nostra interiorità spesso rivolta a questioni non del tutto importanti.

Tu voli libero e veloce, con una meta che a noi sfugge.

Guardi all’essenziale e affronti i bisogni del momento.

Rincorri le necessità tue e di altri, ma rimani libero.

Incuriosiscono anche i tuoi “non movimenti”, dal momento che il brutto tempo consiglia di fare riposo, prendere pausa, stando nascosti.

Dove sarai? Come ti muoverai? Avrai un programma?

Ti ho incontrato ieri, vicinissimo, è mi ha impressionato che subito non sei volato via. Mi hai osservato, misurato, e cos’altro?, e poi ti sei spostato su altri rami per poi volare altrove.

Noi pensiamo spesso che la vita di un piccolo uccello non abbia senso. In verità rappresenta una libertà meravigliosa, al punto che val la pena d’essere ammirata e descritta. A saperlo cogliere, il volo e i movimenti suoi assumono contorni più luminosi di un giorno azzurro e senza nuvole.

.

Citazione: da Libero come un uccello di Teodoro De Cesare (Poesiaeracconti.it)

Immagine: Bird by Pixabay


Quando qualcosa finisce

… uno scopo più grande e una soddisfazione maggiore nel tempo che ci rimane …

Quando qualcosa d’importante finisce, nel ripensarci mi succede di abbinare quanto è avvenuto ad un distacco esistenziale di rilevante portata. È automatico. Il pensiero mi torna immancabilmente a quel fenomeno che ci riguarda tutti, ma proprio tutti. Nessuno ne è esente: persone semplici e normali, poveri e ricchi, fragili e potenti, persone sconosciute e persone note, che sono sulla bocca di tutti oppure sui media, quasi che questo servisse loro ad esorcizzare pene e destini. Alla fine sui media succede anche che questo fenomeno venga spettacolarizzato, quasi che il processo mediatico ne impedisse l’amara realizzazione. Mi riferisco alla morte, quella parola che i più non amano pronunciare e dalla quale si tende tutti a fuggire.

Sembra sia una cosa dell’altro mondo, invece è di questo mondo e fa parte della nostra vita.

Mi torna in mente sempre più spesso questa “cosa” che, non trovo comunque agevole trattare. Forse dipende molto dal tempo che passa e che in occasione degli ultimi miei anniversari mi rende consapevole che la famosa piramide della vita anagrafica si sta avvicinando al vertice. Un vertice non noto, che nessun GPS è in grado di localizzare, ma che – lo spero ardentemente – mantenga la posizione preventivata, almeno quella stabilita statisticamente. Ed è questa una concausa della mia situazione attuale in cui sento chiaramente che la mia anima ha fretta. Una fretta che sento però di dover arginare. Probabilmente devo a questa fretta il desiderio di trovare chiarezza ed equilibrio nel mio vivere il presente che si costruisce giorno per giorno. Consapevolmente.

Ma alla fine (appunto, alla fine) è il tema della morte che condiziona, in positivo e in negativo, la vita. Sia che ne siamo coscienti, sia che non lo siamo. La differenza la facciamo veramente se affrontiamo il fenomeno.

Per esempio si tratta forse di dare più spazio a quanto ci può essere di positivo. Ma come fare?

Ecco, io credo che si possa fare, ma non è scontato, infatti occorre prepararsi a questo, lavorarci, non subire in passività, con vittimismo o qualunquismo …

La testimonianza più grande è quella di persone che hanno affrontato la morte consapevoli di stare per andare via, per motivi d’età, appunto, o perché persone molto malate o malate terminali.

Tra quanto ho letto di recente mi è piaciuto molto un racconto (storia vissuta) che parla di una relazione tra una badante e una vecchia signora malata, ormai in fase di fine vita.

È interessante questo discorso perché, magari non ci rendiamo conto, siamo circondati da una “cura della persona”, soprattutto anziana, diffusissima sul territorio. Tra le altre cose siamo sempre prevenuti quando si parla di stranieri, ma sono soprattutto le donne straniere a fare le badanti e ad occuparsi di chi sta male, spesso prendendosi cura dei nostri cari.

Ecco un brano tra i tanti toccanti presenti nel famoso libro Vorrei averlo fatto (*): “Essendo cresciuta prima in una fattoria per l’allevamento del bestiame e poi delle pecore, avevo visto tanti animali morti o in fin di vita. Non era una novità per me, sebbene fossi sempre terribilmente sensibile alla cosa. Ma la società in cui vivevo, la società moderna della cultura occidentale, non esponeva la sua popolazione al contatto con i corpi morenti. Non era come in certe culture dove la morte umana avviene allo scoperto ed è una parte evidente della vita quotidiana. La nostra società ha tagliato fuori la morte, negandone quasi l’esistenza. Questo rifiuto lascia sia la persona morente che la famiglia, o gli amici, del tutto impreparati a qualcosa di inevitabile. Siamo tutti destinati a morire. Ma invece di riconoscere l’esistenza della morte, cerchiamo di nasconderla. È come se cercassimo di convincerci che ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’ funzioni davvero. Ma non è così, perché ci ostiniamo nel tentativo di affermarci attraverso la vita materiale e i comportamenti dettati dalla paura che ne conseguono”.

Fin qui il presupposto. E ora ecco il passo decisivo: “Se riuscissimo a rapportarci in anticipo e con sincera accettazione alla nostra inevitabile dipartita, allora cambieremmo le nostre priorità prima che sia troppo tardi. In questo modo avremmo la possibilità di volgere le nostre energie verso i veri valori e verremmo guidati da ciò che vuole veramente il nostro cuore. Una volta riconosciuto che ci resta un tempo limitato, sebbene non sappiamo di quanto si tratti, siamo mossi meno dall’ego e smettiamo di dare importanza a ciò che gli altri pensano di noi. Riconoscere che ci avviciniamo inevitabilmente alla morte ci dà l’opportunità di trovare uno scopo più grande e una soddisfazione maggiore nel tempo che ci rimane”.

Un vecchio personaggio della televisione (*) direbbe: “Meditate gente, meditate”.

Quando qualcosa finisce, resta sempre un peso.

.

Citazione: da Vorrei averlo fatto, di Bronnie Ware – Ed. MyLife 2015

Immagini: in evidenza Sunset by GiFa2023 – sotto il testo Lightness da repertorio GiFa2014

Note: (*) Mi riferisco a Renzo Arbore, compleanno qualche giorno fa, ha compiuto 86 anni. Nato a Foggia il 24 giugno 1937, può essere definito a pieno titolo il maestro dell’intrattenimento italiano. Non c’è campo dello spettacolo che non abbia attraversando, lasciando il segno. Fonte Fanpage.it