Simbolo d’amore

Hibiscus: pianta perenne come l’Amore

Non so voi, ma a me capita spesso di osservare qualcuno o qualcosa e provare un sentimento profondo. Non solo osservando. Anche ascoltando o leggendo. Mi capita anche di cercarne la causa e di non trovarla. Almeno nell’immediato. Poi, con un po’ di buona volontà mi convinco di averla trovata o quasi.

Non mi piace fermarmi ai ragionamenti, se mi accorgo di essere troppo nel razionale sospendo tutto e attendo momenti migliori.

Diversamente, se riesco ad ascoltarmi in profondità non lascio scappare l’opportunità.

Non so se lo fate anche voi, ma io ricorro spesso alle immagini mentali, a volte a veri e propri video mentali. In pratica, mi faccio aiutare dai simboli. Provateci!

Sappiamo tutti, almeno spero sia così, che si definisce “simbologia” la disciplina che studia i simboli e i loro valori. I loro valori e significati, appunto.

Esiste poi il cosiddetto “pensiero simbolico”, se non lo sapete. Ed è una cosa che sa di psicologia e sembrerà strana, ma in realtà è qualcosa di molto utile oltreché reale.

Questo speciale pensiero è la capacità di figurarsi mentalmente qualcosa attraverso qualcos’altro. È un’abilità che porta a usare simboli, immagini e parole per pensare a concetti, idee o situazioni che non sono presenti realmente nell’immediato. Io lo scoprii quando studiai Jean Piaget che a sua volta studiò il gioco simbolico, nel sogno e nel linguaggio.

Orbene, mi sono trovato spesso – anche recentemente – a soffermarmi a osservare, senza che lo facessi di proposito, gli ibischi che si trovano nel mio giardino e in altri spazi di famiglia che frequento abitualmente.

Da mo’ sapevo del significato dell’ibisco, nel linguaggio floreale. Si tratta di un fiore che, soprattutto nel mondo orientale, viene spesso coltivato in giardino. È un fiore che è simbolo di benvenuto per chi viene a visitare la casa ed è spesso associato al buon augurio.

I miei ibischi presentano fiori bianchi, rosa e di un viola molto raro. Sono soprattutto quelli bianchi che mi attraggono.

Nell’osservarli mi fanno sentire qualcosa di particolare, di non sempre ben definito. Qualche cosa che ha che vedere con un senso di tenerezza e di sicurezza al contempo.

Che diamine avranno questi fiori per colpirmi in questo modo? – mi chiedo.

Mi dicono i soliti bene informati che un significato molto diffuso per esempio quando si regala un fiore di ibisco è quello legato all’amore.

Ma sì, dai! – come se regalare altri fiori belli non richiamasse qualcosa di amorevole. Approfondendo qua e là, in effetti, l’ibisco pare essere spesso considerato simbolo di armonia e di eleganza, ma anche simbolo di fragilità e di bellezza fugace, questo perché la pianta fiorisce di mattina e la sua fioritura dura solo un giorno.

Ecco, che per me, se vi interessa saperlo, l’ibisco, quello bianco in particolare, richiama in profondità significati intuiti a tratti, non sempre ben individuati, ma comunque oggi più prossimi alla consapevolezza. Mi sento portato alla autenticità e all’armonia che sviluppa bellezza, pur consapevole delle personali debolezze e della fugacità della vita.

A na certa, succede che l’ibisco, sì anche lui, continua a farmi da ponte tra ciò che è inconscio e ciò che viene finalmente a galla nella coscienza.

È sì un simbolo, d’amore.

Fantastico!

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Citazione e riferimenti testo: a cura dell’autore;

Detti: detti riportati in corsivo, correnti vari dialetti italiani o di nuovi usi di lingua italiana;

Immagine: Ibisco bianco by GiFa2025:

Modalità scrittura: adattamento sperimentale a forma colloquiale di J.D. Salinger (Il giovane Holden e Nove racconti – Einaudi ed.)


Il principino del bosco

Cosa hai fatto oggi?
Ho visto un ciclamino, ho catturato un frammento di cielo e ho sorriso di me stesso mentre tentavo di scappare dalle mie paure.

Essere al centro dell’attenzione penso sia un desiderio diffuso, salvo, molto spesso, temerne gli esiti e quindi rientrare ai margini della scena.

C’è chi è disposto a tutto per trovarsi al centro o per mantenere la posizione. In tal caso gioca l’ossessione o l’ego smisurato che punta a fare di quella posizione lo scopo della vita.

C’è chi farebbe di tutto per non trovarsi coinvolto. Forse per mancanza di autostima o per pura modestia. O anche per scelta, trovando in altre dimensioni il valore di sé.

Eppure, spesso è la situazione a guidare gli eventi, spesso sono le circostanze che ti portano, obtorto collo, ad essere al centro.

È un po’ come essere soli sopra un palcoscenico, recitare un copione – non sempre studiato – e assorbire gli sguardi di tutti, sapendo che quegli sguardi sono anche giudizi, e non necessariamente favorevoli.

Ho amato anche io vivere l’esperienza di essere al centro, e anche io ho sentito la tensione emotiva di rischiare il giudizio altrui. Ho avuto quasi sempre la tentazione di rifuggire l’occasione e posso dire oggi di non essere mai scappato anche se restare mi è costato molto.

Nelle mie passeggiate, guarda caso nei boschi che amo ove trovo pace, tranquillità e centratura personale, mi agganciano dettagli naturali che si aggiungono al silenzio o ai rumori graditi dell’aria tra le foglie, dei cicalii sconosciuti, del gracchiare di qualche cornacchia, dei rami secchi che stridono nell’essere calpestati, dei canti di uccelli sconosciuti che riposano momentaneamente sui rami degli abeti, mi capita di agganciare io (o di essere agganciato?) speciali simboli naturali che nel loro essere e stare dicono molto a noi umani, se solo sappiamo riconoscerne il messaggio.

Mi sanno tanto di psicologia queste riflessioni. È vero, ma resta il fatto che la bellezza è sempre davanti i nostri occhi e mi pare che talvolta facciamo di tutto per non vederla e per non goderne.

Per esempio è il caso dei ciclamini che nel bosco si dovrebbero trovare in grande quantità e che si sono diradati negli ultimi anni.

Proprio per questo il ciclamino si trova spesso anche da solo e in luoghi tutt’altro che accessibili. Nel linguaggio dei fiori esso rappresenterebbe forza, rinascita, ma anche rinuncia e resilienza, per la sua capacità di vivere anche in condizioni proibitive o in spazi improbabili.

Mi è capitato spesso di incontrarlo quest’anno, e ogni volta mi ha suggerito elementi di bellezza. Utili alle relazioni, ai comportamenti e al vivere sociale.

Per esempio: si può anche essere al centro dell’attenzione, ma si può vivere la circostanza con umiltà e serenità, con misura e provvisorietà, lasciando andare le spinte egocentriche e dando spazio all’autenticità e al rispetto.

Anche questo fiore rappresenta un simbolo assai significativo, nel suo esserci ma con delicatezza, senza mai imporsi a tutti i costi, adattandosi al terreno esistente, facendo gruppo con altri simili, oppure crescendo in solitudine, magari in terreno accidentato.

Come che sia, si parla del ciclamino che è una specie protetta e che sarà perennemente il principino del bosco.

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Citazione: Frase di Fabrizio Caramagna;

Immagini: Ciclamini by GiFa2025


La casetta nel bosco

Ricordiamo il nostro posto sicuro … e con esso ciò che è, grazie a ciò che è stato.

Erano anni bellissimi. Tutti presenti dai neonati alle nonne. Generazioni non a confronto ma insieme per voglia di farlo, di condividere, di esserci, di fare famiglia.

Non lo facevamo spesso, ma quelle poche volte che c’incontravamo, solitamente in montagna nei pressi del bosco e d’estate, fuori da ogni inquinamento sonoro e d’aria, ci sentivamo uniti, sereni e inseriti in un vero angolo di pace, quello che oggi qualcuno chiamerebbe “borgo del respiro”.

Gli abeti ci facevano da contorno e ci riparavamo nelle ore di sole, quando cominciavamo a predisporre la “cucina da campo”.

Da seduti, ma anche stando in piedi, i fili d’erba più cresciuti ci solleticavano le gambe nude. Qualche gruppo di ciclamini ci ricordava che eravamo in un posto speciale, ma non ci impediva di predisporre tutti insieme un mega tavolo da dedicare all’arte della cucina alla boscaiola.

Quest’ultima era fatta di vari tipi di cibarie perché in questi casi non si faceva qualcosa stile l’apericena, ma si gustava qualche biscotto salato e si brindava con un buon bianco secco o con un analcolico e con tante risate, in modo da ben disporci ai numerosi assaggi successivi e in particolare al piatto forte: la carne ai ferri che alcuni di noi, pochi per la verità, si candidavano a grigliare su imponenti barbecue disponibili a tutti e per chi desiderava vivere un pic-nic in libertà. C’era anche chi arrivava sul posto due ore prima dell’ora fissata per il ritrovo, per non rischiare il trovare gli spazi già occupati. Ed era il caso nostro.

Eravamo tutti molto in confidenza, ma nel ritrovarci c’era sempre quella fase in cui si capiva bene quando cominciavano i convenevoli, ma non era mai chiaro quando sarebbero finiti. Se ci avessero filmato ne sarebbe scaturito un ottimo lungometraggio da far invidia agli sceneggiatori della Disney. E rimanendo nella cinematografia, certe scene avrebbero ricordato per la bizzarria le interpretazioni della Bruni Tedeschi.

La scelta delle cibarie non seguiva un preciso filo conduttore. Infatti, nonostante gli accordi preliminari, aventi lo scopo di facilitare il convegno, alla fine ognuno si organizzava secondo le proprie ispirazioni e questo ci portava a rendere la fase “mangiatoia” come la chiamavamo, complicata, intensa, variegata e tutt’altro che leggera.

Non mi è mai stato chiaro come siamo sempre riusciti a finire tutte le riserve alimentari.

La parte più esilarante riguardava la preparazione dei tavolini su cui appoggiarsi e le seggioline tutte diverse una dall’altra. Non mancava nulla. Mai che succedesse che si dimenticasse una forchetta o un altro attrezzo utile, tanto era l’entusiasmo che portava ad una meticolosa preparazione tecnica dei nostri convegni.

A ben vedere non eravamo tantissimi, ma il numero era secondario rispetto al “momento famiglia” che vivevamo. Un momento che significava tante cose, soprattutto il clima di intimità, condivisione, desiderio di raccontarci fatti antichi o recenti, ognuno con la sua carica interna di mettere in mezzo al gruppo storie importanti o anche semplicemente divertenti.

Si finiva con il caffè, scrupolosamente preparato a casa e custodito in comodi térmos per darci la sensazione di gustarlo come fosse appena fatto. Per qualcuno c’era anche la correzione a parte, come si usava dire.

Ad un certo punto i discorsi rallentavano coerentemente con l’aumentare dell’incapacità a restare svegli, anche se c’era chi proseguiva nei suoi racconti e pareva non esaurire mai la benzina.

Alcuni facevano subito a gara per mettere su lettini improvvisati i bimbi che “dovevano” fare il sonnellino pomeridiano.

Momenti e contesto decisamente fondamentali che davano ai bambini il loro spazio di riposo, alle madri il respiro dalle incombenze impegnative, come a tutti è noto, ai nonni e zii di proseguire nelle discussioni e alle nonne di riordinare quello che non serviva riordinare visto che eravamo tutti all’aperto, quasi dentro nel bosco. Ma a quel punto bisognava rendersi utili e quindi c’era da riordinare …

Diversamente dai nonni e dagli zii che insistevano nelle discussioni, noi, che eravamo padri moderni …, desideravamo appoggiarci nei materassini di fortuna, vicino ai bambini quasi dormienti per far loro una silenziosa custodia protettiva.

Era una sfida, ma si sapeva che il sonno avrebbe presto conquistato i nostri pargoli e questo ci avrebbe permesso, zitti zitti, di seguirli nel mondo boschivo di Morfeo.

Ci fu un anno, in cui praticammo il convegno familiare un po’ più su, più addentro nel bosco, nei pressi di una vecchia casetta fatta di pietre, a relativamente poca distanza dalla zona barbecue. Era uno spazio che ricordava favole, vicende magiche, ma anche storie di vecchie feste e tradizionali ritrovi. Anche un noto scrittore ne scrisse in un suo famoso romanzo. (*)

Allora l’erba sfoltita, gli abeti intorno, i faggi, i ciclamini e i gruppi di lamponi ci facevano da cornice. Ci rilassammo un mondo. Era un piccolo paradiso di pace e serenità. I bimbi al loro risveglio correvano avanti indietro dalla nostra postazione alla casetta così come è oggi, anche se tutto intorno la natura ha preso ampi spazi, mentre sono state tagliate molte piante storiche e l’erba cresce disordinata.

E la casetta comincia a celarsi anche se ancora si riesce ad intravederla tra i cespugli e le altre piante selvatiche che hanno preso piede negli ultimi anni.

Passeggiando, in questi giorni, vicino alla casetta nel bosco, sono riandato a tanti ricordi come quelli descritti e a molti altri momenti.

C’è stata vita in quei posti, che sono cambiati, si sono trasformati, in parte modificati per il tempo che passa – come successo anche a noi -, per l’abbandono o per le intemperie spesso sconvolgenti, ma che si sono anche rigenerati, perché tutto rinasce. Il bello è che ci siamo stati anche noi, e che siamo stati bene insieme in quella natura.

Purtroppo, tante delle persone che si univano a noi per stare insieme in alcuni angoli del borgo del respiro, per partecipare a convegni familiari, ai barbecue e a quei momenti di pura felicità, non sono più tra noi.

È anche per questo che passare vicino alla casetta nel bosco è ogni volta come tornare a casa.

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Immagini: Il chiosco nel bosco – by GiFa2025

Note: (*) Rif. a Piccolo mondo moderno di Antonio Fogazzaro


I girasoli

Un inno alla vitalità della natura –

Guarda sempre il lato positivo della vita, proprio come un girasole guarda il sole, non le nuvole.

Tutti gli anni, in estate, tornando verso casa, mi capita spesso di osservare lungo il tragitto, nel mese di luglio, a dispetto di un territorio invaso dall’edilizia, alcuni bei campi coltivati e tra questi alcuni campi di girasole.

È sempre un beneficio per la vista, non solo per il panorama, soprattutto per la bellezza che viene espressa. Lo disse bene un grande della pittura, che dipinse i girasoli, che quanto esprimono è un inno alla vitalità della natura. (1)

Per me è sempre una nuova scoperta. Non so perché, ma la presenza di questi bellissimi fiori nella zona in cui sono coltivati mi pare straordinaria, sorprendente.

Quest’anno, probabilmente a seguito del caldissimo giugno, mese anche molto secco, un primo grande campo si è presentato “bruciato”. La mancanza d’acqua ha sicuramente fatto soccombere le tantissime piante e vederle così a testa in giù o distese a terra, moribonde se non già senza vita, è stato veramente triste.

Dalla tristezza alla gioia nel vedere un campo successivo pieno, più contenuto ma circondato da uno scenario di verdi variegati, posto appena un po’ più in alto perché ai piedi di una collina, pieno e ricco di girasoli con la testolina giallissima che ti guarda ma che è già pronta a girare.

E oltre all’aspetto particolare ed originale, è proprio questa prontezza a girarsi che fa del girasole una pianta speciale. La Treccani dice che si tratta di Erba annua, originaria del Perù, oggi coltivata in tutte le regioni tropicali e temperate: ha fusti robusti, semplici o ramificati, alti anche più di tre metri, foglie grandi, cuoriformi, ruvide, capolini del diametro da 15 a 30 cm con fiori gialli e achenî commestibili; da questi si estrae per pressione a caldo l’olio, liquido inodoro, incolore o giallino, insipido che contiene soprattutto gliceridi, usato per l’alimentazione e per usi industriali (vernici, saponi). Caratteristica di questa pianta è il continuo disporsi, nei primordi della fioritura, dei peduncoli dell’infiorescenza verso la maggiore illuminazione, da cui il nome. (2)

Come che sia, il girasole ci dà un messaggio ben preciso e sta a noi coglierlo e prenderlo in considerazione: è meglio guardare sempre il lato positivo delle cose, proprio come il fiore guarda sempre il sole, non le nuvole.

La sua simbologia viene da lontano. Il girasole è anche conosciuto col nome scientifico di helianthus che significa mi rivolgo al sole perché già nell’antichità questo fiore era associato al sole e si era notato che il girasole segue il sole durante tutto il correre del giorno fino al tramonto. (3)

In effetti, nel girasole, avviene il fenomeno suddetto che si chiama eliotropismo: il girasole muove sempre il suo capolino – la corolla del fiore stesso – in direzione del sole durante i vari momenti del giorno.

Insomma, in questa circostanza, con la visione di due scenari differenti, dopo la tristezza per il campo devastato dalla siccità e dopo la gioia per il campo florido di fiori, che dire?

Beh! È proprio vero, forse i girasoli sono anche come i nostri progetti, alcuni non vanno avanti, restano sulla carta o vengono accantonati; altri invece progrediscono e si sviluppano bene quando meno ce lo aspettiamo.

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Citazioni: detti di Vincent W. Van Gogh e di Helen Keller;

Immagini: campo di girasoli by GiFa2025;

Note: (1) detto di Vincent W. Van Gogh; (2) da https://www.treccani.it/vocabolario/girasole/; (3) da https://www.interflora.it/linguaggiodelgirasole.


Lampo di memoria

E oggi non chiedo altro!

Sentiero nascosto, conosciuto.
Immerso nel silenzio e che parla di un bosco tagliato da poco.
Evidenti dalle parti grossi tronchi amputati.
Raccolti in disordine.
Ben visibili anche grossi cespugli di more potati a dare importanza al passaggio.
Ecco un profumo ricco e dolce che allieta le narici.
Aroma di resina fresca che si dona ovunque.
Silenzio imponente di cui si sente il rumore.
Neanche un piccolo passero a fare i versi.
Neanche una foglia mossa dall’aria.
Neanche un lontano scricchiolio di passi.
Neanche un vicino respiro viandante.
Vuoto pieno.
Passi lenti, misurati.
Giochi indescrivili di chiaroscuri.
Ed ecco un lampo di memoria, un ricordo lontano.

Che si fa prossimo.
Ricordo di sentieri muti alle pendici di un monte umbro.
E io sento una bella apparente solitudine.
Quella di allora.

Il tempo pare sospeso come non ci fosse più tempo.
E oggi non chiedo altro.

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Citazione: dal teasto in versi;

Immagini: da sentiero Boscati Tonezza del Cimone (Vi) by GiFa2025.


Il profumo delle piante di pomodoro

Profumi e fragranze d’orto

Oggi mi dedico ad una piccola evidenza naturalistica, meglio ortofruttifera.

Anticipo che quanto da me ben apprezzato per molti altri non lo sarà altrettanto. Lo so.

Se c’è una cosa che mi piace, nel grande miscuglio di odori, aromi e profumi estivi, è il profumo inebriante delle piante di pomodoro. Ancor di più il profumo delle piante di pomodorini che qualcuno si ostina a chiamare ciliegini.

Si dice venga emanato dalle foglie delle piante, ma in realtà, ho le prove anche quest’anno, il profumo arriva soprattutto dai gambi delle piante.

Durante gli usuali esperimenti ortofruttiferi di famiglia, abbiamo coltivato delle piante di pomodoro classico (neanche classico va bene …) a fianco a piante di pomodorini a grappolo (neanche a grappolo mi pare appropriato …).

Finora si sono ben sviluppati i gambi e le foglie, mentre i frutti arriveranno tra breve, speriamo in abbondanza.

Ed è percettibile da vicino l’aroma stupendo inviato dalle piante. Provo a descriverlo, nel mio sentire, anche se lo ritengo difficile. È una miscela di erbe e altro che risulta assai stimolante e che mi attrae. Forse è anche un misto di fiori e di frutti. Mi richiama ruvidezza con tratti, a ben sentire, di incenso e di ribes rosso. Infatti sento il pungente e l’aspro. In ogni caso è un’esperienza che mi provoca gioia, allegria ed entusiasmo.

Nel web (*) spiegano che il profumo non proviene dal frutto della pianta di pomodoro, ma viene rilasciato dai gambi e dalle loro ramificazioni. Infatti, sui gambi ci sono dei piccoli peli che, per difendere la pianta dai parassiti, producono degli oli essenziali. È per tale motivo che i pomodorini a grappolo o ciliegini, che vengono venduti con i loro gambi, profumano molto di più rispetto ai pomodori classici che vengono venduti generalmente senza gambo.

Una cosa è certa, l’attesa è per la micro-produzione di pomodori e pomodorini che fa sempre piacere, ma per me conta di più godere quotidianamente di questi aromi. Specialmente il mattino, anche per notare come varia il profumo se la notte è stata piovosa oppure no.

Un altro motivo per essere grati.

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Citazione: spunti da https://beautyscenario.com/fragrances/

Immagine: Tomato by Urszula of Pixabay

Note: (*) da https://www.consumer.bz.it/it/da-dove-viene-laroma-dei-pomodori


Orrido ma bello …

Si dice orrido di una cosa o situazione come anche di un posto che sarebbe bruttissimo, orribile, orrendo, orripilante, raccapricciante, terrificante, spaventoso, terribile, macabro … Può essere invece tale “orrido” un posto bellissimo, avvenente, meraviglioso, ammirevole, stupendo, affascinante? La mia risposta è sì!

Orrido? No, grazie.

Dalle mie parti di montagna esiste un sito naturalistico di particolare interesse. Da anni lo frequento perché rappresenta un po’ uno dei miei posti preferiti per la bellezza e la tranquillità che vi si possono incontrare.

Esso è sia il punto di arrivo di un sentiero boschivo, sia il punto di partenza di un percorso storico naturalistico che conduce verso altri siti incontaminati, attraversando dapprima una zona detta delle antiche cave e poi una vasta area di faggi e abeti dal terreno quasi sempre ricoperto da un folto tappeto di foglie secche. Il paesaggio si caratterizza per la presenza di numerosi muretti a secco e di vecchie cave appunto che ormai sono quasi completamente interrate, e tutto questo sta a testimoniare come, un tempo, tale luogo rappresentasse un ricco centro di lavoro. Oggi stesso, quel sito è punto di arrivo per passeggiate quanto mai rigeneranti.

Proprio dove momentaneamente il sentiero si allarga, si apre un ampio palcoscenico in parte surreale. Esiste da qualche tempo una bellissima palizzata che fa da davanzale ad un panorama mozzafiato che propende subito verso la vallata sottostante detta di Riofreddo. Qualcuno ha scritto che è una valle quasi dimenticata nel bacino del Posina, piuttosto selvaggia, dove il bosco avanza tra gli antichi coltivi e le contrade abbandonate, arroccate su aspri pendii. Val di Riofreddo, appunto. Il nome richiama il clima fresco che si trova in questo angolo di Prealpi vicentine, dove d’inverno il sole si fa vedere soltanto poche ore durante il giorno.

Da sopra lo spettacolo è unico: la valle che si stringe sul torrente omonimo viene chiusa da ripidi versanti tra i quali primeggia alla vista lo scoglio del Monte Tormeno, che a sua volta la separa in due piccole valli disegnando una y.

A fronte di tutto ciò, anche il nostro punto panoramico, come molti altri, viene denominato diffusamente come l’”orrido”. Non viene assegnato un altro nome o un altro aggettivo. Soltanto l’”orrido”.

Ci hanno provato in epoca recente gli autori del cosiddetto “sentiero Fogazzariano”, che hanno giustamente assegnato al sito il nome di “Belvedere”, in quanto punto panoramico d’eccellenza.

E così sono evidenti i diversi punti di vista.

Dunque, tornando all’”orrido”, sappiamo che il significato secondo i dizionari è luogo dirupato, per lo più là dove un torrente è costretto a superare con una forra rocce resistenti, tra le quali le acque precipitano con fragore (Wikipedia) – Oppure che mette nell’animo un senso di orrore, di ribrezzo, di spavento, perché brutto, selvaggio, squallido, pauroso (Treccani).

Penso sia il caso che impariamo a usare meglio le parole, i nomi e le descrizioni. E che cerchiamo e troviamo miglior adattamento alle nuove condizioni che si vengono a creare.

Nel nostro caso si tratta di un dirupo. Un dirupo che in passato forse incuteva paura alle persone, e che è stato reso sicuro con una adeguata barriera in legno ben inserita nel contesto naturale e che permette una sosta proprio dove inizia il gran vuoto. Oggi prevale il senso di tranquillità, il gusto del silenzio, il rumore a tratti dell’aria che scuote rami e foglie. Prevalgono il gioco dei pensieri vaganti e lo sguardo che si perde nella bellezza della natura. Come detto all’inizio ci vado spesso in questo posto, da anni. Per me non è un “orrido” e mi piace l’enfasi Fogazzariana che lo ha battezzato “Belvedere”, ma a me piace di più, nonostante il salto nel vuoto che è lì davanti e ben presente, pensarlo con il nome che gli spetta da quando l’ho conosciuto: il mio “posto sicuro”.

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Citazione: da

Ora ti ascolto… e poi?. Storie e pensieri sull’arte dell’ascoltare di Gianni Faccin – Gedi 2022

Immagine: Belvedere by AnCa2021


Bellezza di un volatile della famiglia dei fagiani

Tec, tec, tec …

Il gallo cedrone e il suo cantare segreto

Proposta riguardante la natura, le emozioni, l’esistenza, la bellezza … e l’ascoltare.

Nel mio soggiornare in montagna, divenuto ormai consuetudine, trovo molte occasioni per rivisitare ricordi e racconti di un passato più o meno recente.

In effetti, posso contare anche su parecchio carteggio che è soggetto inevitabilmente – di volta in volta – al rischio di eliminazione oltre che di rimanere accantonato.

Tra i vari manoscritti e testi di un tempo lontano ho trovato questo racconto del 1977 scritto dal noto maestro di San Pietro Valdastico che essendo un caro parente ha ripetuto più volte anche a noi nipoti e pro-nipoti la storia dell’urogallo.

Il pezzo, pubblicato su una rivista locale, porta il titolo Il canto segreto del gallo cedrone. Mi piace molto questo breve racconto che, essendo io amante dell’ascoltare non solo della natura, mi riporta al mio/nostro bisogno di tendere l’orecchio, fare silenzio, accorgersi della bellezza, stare nel presente, essere grati …

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Il gallo cedrone, massimo rappresentante di tetraonidi (nota 1) viventi sui nostri monti, è un volatile di tutto rispetto. Sentirlo partire in volo quasi spaventa. Il frullo fa tremare l’aria e il cuore. Vederlo lanciarsi, volare ad ali aperte per solcare le valli, è pure un’altra visione, che non si dimentica. La sua aerodinamica è perfetta; la velocità, quella del fulmine.

Anche il gallo cedrone canta, ma solo in primavera e fino a stagione avanzata. Ascoltare questo canto sarò dato solamente ad un ristrettissimo numero di appassionati, dotati di sensibilità particolare e di genuino amore per la montagna e le sue bellezze. Perché, il gallo cedrone canta di notte.

Non è facile individuare il luogo dove canta. La partenza sarà prevista per dopo mezzanotte, verso l’una. Ed eccoci al bosco di Costa del vento, a quota 1500. Giunti allo spiazzo, il motore tace, i fari si spengono. Subito ti investe e ti avvolge un silenzio opprimente, pauroso e la notte ti serra nel suo tetro mantello. Solo in cielo brillano le stelle. Si procede sul terreno accidentato sotto gli alberi sempre più fitti, sempre più alti. Il passo è incerto, sospeso, ora trova un rialzo, ora una cavità, ora un tappeto di muschio o un ramo marcio, quando non calpesta ancora un metro di neve gelata. La tenebra è nera come l’inchiostro.

Tec, tec, tec.

Alt. L’orecchio è teso. Senti? Niente. Avanti ancora a tentoni. Fermo. Eccolo. Dopo mezz’ora, la guida, che ha l’orecchio addestrato, ti annuncia che il gallo è là a 50 metri. Ma io non lo sento.

Sottovoce dice: – Ascolta bene … Sì, ecco, sento … come una goccia di acqua che cade ad intervalli su pietra liscia; come il rumore che fa il televisore appena spento dopo essere stato acceso a lungo. Tec, tec, tec, leggero, leggero, alle tre dopo la mezzanotte nel silenzio del bosco.

Questo è il canto del gallo che noi avviciniamo approfittando dei momenti in cui emette le ultime note che sembrano un gorgogliare spasmodico. Siamo sotto il grande abete e la massa nera è là contro il cielo su un ramo secco. Non bisogna guardarlo direttamente, perché per un flebilissimo gioco di luci proveniente dalle stelle, i nostri occhi diventerebbero minutissime lampadine immediatamente viste dagli occhi del tetraonide.

Il gallo cedrone continua il canto fino all’alba, per chiamare le femmine, perché presto è il tempo di rinnovellare la vita attraverso le nuove covate. Un nostro movimento falso, e le grandi ali si aprono. Con una falcata e una virata improvvisa, sparisce inghiottito di nuovo dal bosco. Fra poco sarà l’aurora e le mille voci e i canti rincorrentisi annunceranno il sorgere del nuovo giorno.

Ma non fu un’altra notte, anni fa.

Il mio solito accompagnatore, quella volta, venne con un’altra persona armata di fucile, ai piedi di un alto abete. Un lampo, uno schianto e il cantore notturno crollò con un tonfo privo di vita. Gli furono accanto, lo raccolsero, mentre si dimenava nell’estrema agonia e soppesarono e tastarono in silenzio quel corpo inerte.

Era nero, bello, grande come l’aquila, il collo e la testa penzoloni. Dopo pochi attimi di perdurante silenzio, ecco uscire dalla bocca del cacciatore delle tenebre alcune parole angosciose: “Ades che l’ho copà nol canta più!”.

Avesse potuto ridargli la vita!

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Quando la bellezza e l'amore gratuito ci aiutano ad essere autentici

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Citazione ed introduzione: a cura dell’autore

Immagini: in evidenza Night bird by https://www.xn--diversit-forestale-mrb.ch/esperienza-nella-foresta/gallo-cedrone – a chiusura del testo Bird by Pixabay

Nota 1: da Wikipedia, I Tetraoni (Tetraoninae) sono una sottofamiglia di uccelli appartenenti ai Fasianidi. Secondo alcune versioni il nome tetraonidi deriva da tetra, che significa quattro, e rappresenta le zampe degli stessi formata da 4 artigli. Inoltre un’altra caratteristica fondamentale sono i tarsi piumati. I tetraoni abitano le regioni temperate e subartiche dell’emisfero boreale. Costituiscono un’ottima preda e spesso vengono cacciati per le loro carni. In alcune specie i maschi sono poligami e compiono elaborate parate di corteggiamento. La maggior parte delle specie sono stanziali e non migrano. Questi uccelli si nutrono soprattutto di vegetali, ma possono nutrirsi anche di insetti, specialmente in età giovanile.

Testo riportato: Il canto segreto del gallo cedrone di Carlo Pesavento tratto da Il Cimone – giugno 1977 e ripreso nel manoscritto Lastebasse Pedemonte Tonezza del Cimone Valdastico Terra di confine di Antonio Brazzale ed. La Serenissima


Giorno perfetto

È qui e ora che riusciamo ad essere noi fino in fondo …

Siamo nel “borgo del respiro”, circondato da spazi verdi e celesti che fanno vivere fuori del tempo. Ogni tanto ci sono sparsi scrosci d’acqua che offrono meritato rinfresco alla natura troppo provata dalla interminabile calura pomeridiana di un caliente mese di luglio. Sono brevi ma intense precipitazioni che fanno aprire insistentemente la “porta” a dibattiti e lamentazioni su come è cambiato il clima. Ma il respiro prosegue incessantemente. Si fa beffe delle lamentazioni e conduce a brani di giornata in cui le diverse manifestazioni naturalistiche si esprimono apertamente e senza vincoli.

E oggi è un giorno di quelli, in cui la perfezione fa capolino, fa vedere che esiste. La natura è. Non si nasconde, si espone con la massima apertura. Si pavoneggia, almeno per chi la vuol ammirare e per chi se ne accorge.

Dopo un breve tragitto siamo arrivati a piedi in quota, verso i 1600 metri, i percorsi sono ordinati e ben tenuti da dove la carrabile diventa sentiero bianco, per niente polveroso.

Calma impressionante, quasi irreale.

Siamo circondati da cielo e famiglie di conifere che fanno gli onori di casa dapprima con larici, abeti e pini, e ben presto, con diffusissimi cespugli di mughi che ci affiancano generosamente. Si percepisce da vicino l’aroma meraviglioso che viene rilasciato dalle resine delle loro minuscole pigne in parte non ancora dischiuse

Siamo finalmente contornati da fiori di mille colori che tutti assieme offrono all’occhio attento pezzi di arcobaleno che, non tanto velatamente, cercano di allungarsi verso l’alto.

Ci si sente privilegiati a far parte, seppur momentaneamente, di questo stupendo habitat.

In lontananza si notano benissimo molteplici picchi, alcuni più in evidenza e altri talmente distanti da apparire grazie alle loro sfumature biancheggianti o grigie come artificiali. Sono le nostre montagne delle quali spesso non ci accorgiamo. Eppure ci sono da tempo immemore, delimitano la nostra vista e ci danno un piccolo assaggio del “grande mistero”.

Dalla corona circolare di picchi ora bianchi o dorati di roccia, ora grigio-verdi si muovono verso di noi ampi boschi di conifere in genere d’un verde scuro che lasciano frequentemente partire enormi pascoli verdeggianti che accarezzano la vista nonostante i diffusi pendii adatti a mucche esperte.

Ora siamo arrivati in cima.

La croce solitaria è ben visibile senza mania di protagonismo. È un legno nero che parla pur senza profferire parola.

Qui non esiste tempo.

Il silenzio sovrasta tutto con qualche leggera pausa per lasciare passare aria che arriva a colpi irregolari. Poi riprende posizione. È l’attore principale della scena.

L’aria è comunque tiepida perché il sole incombe e abbronza senza chiedere permesso. Solo a tratti arriva addosso e in pieno viso qualcosa di freschissimo e refrigerante che sa di buono e puro e che ci ricorda dove siamo.

Il panorama è bellissimo. Le montagne lontane appartengono a moltissimi nomi improbabili eppure hanno visto tutte quanto è successo solo qualche decennio fa proprio qui, dove ora poggiamo i nostri piedi.

Sono i testimoni più fedeli del nostro destino.

Vediamo due pianure giù, in lontananza, una più grande che scivola dietro ad una nota cima. Entrambe le strisce ci ricordano una terra promessa. Eppure veniamo da là.

Rimaniamo quassù per un po’, ma vorremmo restarci.

Ci pare sia proprio un giorno perfetto, questo, fatto di autenticità, semplicità, naturalezza e consapevolezza.

Sì, consapevolezza. È qui e ora che riusciamo ad essere noi fino in fondo, ad accettare e amare come siamo e come sono gli altri, a dare importanza alle cose che contano veramente, a lasciar andare … ed a esser grati per tutto.

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Citazione e immagini: a cura di GiFa2024 e AnCa2024

Testo: GiFa 22 luglio c.a.


Papaver

Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi.

Detto rhoeas, noto come papavero comune o rosolaccio … Strano e al contempo stupendo fiore il papavero.

Da tutti ammirato, ma non sempre abbastanza apprezzato, a mio avviso. Se ne parla spesso per gli usi derivati che, al di là delle facili battute, ci sono e sono importanti. Infatti, il papavero rosso contiene ingredienti utili all’uomo, anche se i meccanismi alla base dei suoi presunti benefici non sono ben noti. Ciononostante questo fiore rappresenta nella realtà un rimedio naturale che viene proposto per trattare diversi problemi di salute, da quelli respiratori al dolore, alla tosse e ai disturbi del sonno.

Ma il papavero, oggi, è oggetto di citazioni perché ha un valore molto importante a livello simbolico, checché se ne dica e pensi.

In occidente, dicono le enciclopedie, il papavero è spesso associato alla pace, al sonno e alla morte. Questo legame deriva in parte dalla mitologia greca, dove il papavero era sacro a Demetra, la dea dell’agricoltura e dei raccolti, e a Hypnos, il dio del sonno. Il papavero era anche un simbolo di Morfeo, il dio dei sogni.

Andando oltre le culture tradizionali, e venendo all’oggi, a cui arriviamo grazie all’ieri, il papavero è divenuto da una certa data sempre più simbolo di pace.

E Dio sa se ce n’è bisogno …

Perfino una rivista come VanityFair celebra il papavero e la realtà dettata dal memoriale.

Ecco quanto scrive proprio qualche giorno fa.

Il papavero è diventato negli anni a seguire il simbolo della Resistenza e del sacrificio di migliaia di partigiani e partigiane in Italia. Così il 25 aprile lo ritroviamo ovunque, nelle piazze e nei cortei, nei cartelloni e nelle immagini che festeggiano il giorno della Liberazione d’Italia dal nazifascismo. 25 aprile giorno di festa e ricordo. Data simbolo perché nel 1945 ha inizio in quelle ore la ritirata da parte dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò dalle città di Torino e di Milano. Il papavero che cresce libero e forte, senza bisogno di niente, anche in mezzo al cemento lungo i marciapiedi e tra i binari roventi dei treni. È infestante, come il desiderio di libertà e amore. Di rispetto dei diritti e salvaguardia della memoria. È infestante come dovrebbe esserlo la pace. Ogni giorno e in ogni parte del mondo.

Ecco, appunto. Ogni giorno!

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Memoria

Citazione: da La guerra di Piero, canzone di Fabrizio De André (1966, Tutto Fabrizio De André)

Immagine in evidenza e brano nel testo: da VanityFair del 25 aprile 2024, 25 aprile: perché il papavero è il fiore della Resistenza? articolo di Alessia Arcolacci

Immagine di chiusura: Flowers di Manfred Nimbs by Pixabay

Riferimenti nel testo: Wikipedia