Parole per Natale

Je te donne des mots …

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Immagine: Abbracci da Milanotoday.it

Testo: versi adattati dall’autore presi dal brano Je te lasserai des mots di Patrick Watson


Orrido ma bello …

Si dice orrido di una cosa o situazione come anche di un posto che sarebbe bruttissimo, orribile, orrendo, orripilante, raccapricciante, terrificante, spaventoso, terribile, macabro … Può essere invece tale “orrido” un posto bellissimo, avvenente, meraviglioso, ammirevole, stupendo, affascinante? La mia risposta è sì!

Orrido? No, grazie.

Dalle mie parti di montagna esiste un sito naturalistico di particolare interesse. Da anni lo frequento perché rappresenta un po’ uno dei miei posti preferiti per la bellezza e la tranquillità che vi si possono incontrare.

Esso è sia il punto di arrivo di un sentiero boschivo, sia il punto di partenza di un percorso storico naturalistico che conduce verso altri siti incontaminati, attraversando dapprima una zona detta delle antiche cave e poi una vasta area di faggi e abeti dal terreno quasi sempre ricoperto da un folto tappeto di foglie secche. Il paesaggio si caratterizza per la presenza di numerosi muretti a secco e di vecchie cave appunto che ormai sono quasi completamente interrate, e tutto questo sta a testimoniare come, un tempo, tale luogo rappresentasse un ricco centro di lavoro. Oggi stesso, quel sito è punto di arrivo per passeggiate quanto mai rigeneranti.

Proprio dove momentaneamente il sentiero si allarga, si apre un ampio palcoscenico in parte surreale. Esiste da qualche tempo una bellissima palizzata che fa da davanzale ad un panorama mozzafiato che propende subito verso la vallata sottostante detta di Riofreddo. Qualcuno ha scritto che è una valle quasi dimenticata nel bacino del Posina, piuttosto selvaggia, dove il bosco avanza tra gli antichi coltivi e le contrade abbandonate, arroccate su aspri pendii. Val di Riofreddo, appunto. Il nome richiama il clima fresco che si trova in questo angolo di Prealpi vicentine, dove d’inverno il sole si fa vedere soltanto poche ore durante il giorno.

Da sopra lo spettacolo è unico: la valle che si stringe sul torrente omonimo viene chiusa da ripidi versanti tra i quali primeggia alla vista lo scoglio del Monte Tormeno, che a sua volta la separa in due piccole valli disegnando una y.

A fronte di tutto ciò, anche il nostro punto panoramico, come molti altri, viene denominato diffusamente come l’”orrido”. Non viene assegnato un altro nome o un altro aggettivo. Soltanto l’”orrido”.

Ci hanno provato in epoca recente gli autori del cosiddetto “sentiero Fogazzariano”, che hanno giustamente assegnato al sito il nome di “Belvedere”, in quanto punto panoramico d’eccellenza.

E così sono evidenti i diversi punti di vista.

Dunque, tornando all’”orrido”, sappiamo che il significato secondo i dizionari è luogo dirupato, per lo più là dove un torrente è costretto a superare con una forra rocce resistenti, tra le quali le acque precipitano con fragore (Wikipedia) – Oppure che mette nell’animo un senso di orrore, di ribrezzo, di spavento, perché brutto, selvaggio, squallido, pauroso (Treccani).

Penso sia il caso che impariamo a usare meglio le parole, i nomi e le descrizioni. E che cerchiamo e troviamo miglior adattamento alle nuove condizioni che si vengono a creare.

Nel nostro caso si tratta di un dirupo. Un dirupo che in passato forse incuteva paura alle persone, e che è stato reso sicuro con una adeguata barriera in legno ben inserita nel contesto naturale e che permette una sosta proprio dove inizia il gran vuoto. Oggi prevale il senso di tranquillità, il gusto del silenzio, il rumore a tratti dell’aria che scuote rami e foglie. Prevalgono il gioco dei pensieri vaganti e lo sguardo che si perde nella bellezza della natura. Come detto all’inizio ci vado spesso in questo posto, da anni. Per me non è un “orrido” e mi piace l’enfasi Fogazzariana che lo ha battezzato “Belvedere”, ma a me piace di più, nonostante il salto nel vuoto che è lì davanti e ben presente, pensarlo con il nome che gli spetta da quando l’ho conosciuto: il mio “posto sicuro”.

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Citazione: da

Ora ti ascolto… e poi?. Storie e pensieri sull’arte dell’ascoltare di Gianni Faccin – Gedi 2022

Immagine: Belvedere by AnCa2021


Distanza? Festa?

Natale a distanza

Natale… Luci e colori. Persone e gruppi. Incontri. Segni di festa. Relazioni interrotte, contatti online, saluti digitali, abbracci desiderati e rinviati. Elenchi di persone a cui dedicare un pensiero e scrivere gli auguri… L’occasione per contare chi conta veramente. Natale…

Ho riflettuto molto in questo periodo sul significato di alcune parole e sul modo in cui le usiamo. Per esempio sulla parola “distanza” e sulla parola “festa”.

Veniamo, come sappiamo, dall’ultimo mese dell’anno, solitamente costellato di momenti di festa sia di ordine religioso sia di ordine civile o legato al folklore, non solo locale.

Eppure è la parola “distanza” che ha caratterizzato meglio dicembre, come pure l’intero anno che abbiamo appena archiviato.

Questa parola deriva dal latino distàntia e rappresenta lo spazio che intercorre tra una persona e un’altra come tra un punto e un altro. Nelle enciclopedie poco troviamo in tema di distanza sociale. Mentre molto troviamo circa gli aspetti astronomici, geografici, geometrici, architettonici, legali, ecc.

Non nascono quindi soltanto nuove definizioni, ma anche e soprattutto un nuovo oggetto di studio e ricerca, con implicazioni multidisciplinari che riguardano salute, psicologia, medicina, sociologia, economia, antropologia per dirne alcune.

Al contrario, c’è molto materiale nelle enciclopedie con riguardo alla parola “festa”. Una parola scandita spesso di recente, ma con la quasi consapevolezza che non sarebbe stata la solita festa a rallegrarci.

Festa, dal latino festus, ossia gioioso, è il nome assegnato al giorno o al periodo di tempo destinato a una solennità, al culto religioso, a celebrazioni patriottiche o d’altro genere, spesso collegato al ritmo delle stagioni o al compiersi di determinati periodi di calendario. Momento di aggregazione, durante il quale si recupera il senso di appartenenza a una comunità, la f. è spesso anche una temporanea sospensione dell’ordine che regola la società.

Si fa riferimento ad una abitudine consolidata in tutti i gruppi umani e pare che il concetto di fondo sia quello di una separazione tra un tempo sacro e un tempo profano, che si realizza, oltre che mediante pratiche rituali, attraverso forme istituzionali di comportamento diverse da quelle abituali, riguardanti abbigliamento, alimentazione, attività lavorative, osservanza di divieti ecc. Talvolta legate a occasioni episodiche, le f. sono più spesso strettamente connesse al tipo di calendario seguito dai vari popoli, a sua volta collegato con il particolare tipo di civiltà (agricola, urbana, di caccia e raccolto).

E’ molto interessante che ci rendiamo conto, confrontando queste due parole e i loro significati, di come sia già cambiato il nostro approccio e il contesto in cui siamo inseriti, contesto che possiamo osservare attivato, pur in maniera diversificata, sia nella realtà micro sia su scala mondiale.

Mi chiedo: dove ci sta portando tutto ciò? Che cosa possiamo fare noi? E poi: sapremo abitare la distanza?

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Citazione by Gianni Faccin

Fonti: Enciclopedia Treccani – Unaparolaalgiorno.it

Immagine by Pixabay: Folla in festa