All’ombra del campanile

L’ombra del mio campanile si staglia nello spazio-tempo …

È vero, siamo cresciuti all’ombra del campanile, e siamo in tanti. Oggi abbiamo quasi tutti superato – o ci stiamo avvicinando – il confine statistico che dà inizio alla cosiddetta terza età. La nuova terza età, quella che qualcuno ha fissato dai 65 agli 80.

Senz’altro anche altre generazioni hanno avuto questa occasione, di crescere all’ombra del campanile, ma noi, le nostre generazioni, abbiamo avuto una grande possibilità. Possibilità tendenzialmente rigida e strutturata, per niente liquida.

Ma di che cosa stiamo parlando?

Il detto assai diffuso “all’ombra del campanile”, che pare derivi da un proverbio medievale toscano, assumerebbe vari significati a seconda dell’epoca, delle storie e delle credenze, con molte distinzioni da regione a regione. Per esempio uno dei significati secondo il citato proverbio (1) è che “si vive meglio quando si abita in un luogo noto e familiare”. Ma anche che “si vive bene a spese della Chiesa”. Detto anche per indicare chi è tutelato da un potere superiore. In questo senso “All’ombra del campanile” è diventata una locuzione di uso comune.

Interessanti i molti altri significati o usi. Ma nel mio (nostro) caso mi rifaccio all’infanzia fino all’adolescenza (5 – 17 anni) e a tutta una serie di esperienze vissute in ambito parrocchiale e quindi, giocoforza, all’interno e in prossimità delle strutture parrocchiali compresa la chiesa e anche il campanile, che in verità nel mio personale caso non c’era, essendo la chiesa una struttura che si diceva moderna (in realtà lo è ancora oggi) e al posto del campanile, esternamente, presenta un bel “battistero”. (2)

Da qui una particolare curiosità a stampo ironico: sono cresciuto (siamo) all’ombra del campanile vicino ad una chiesa senza campanile. Avremmo potuto dire “all’ombra del battistero”, ma francamente non mi sono mai posto il problema. E non ho mai sentito nessuno che ne parlasse.

Era la metafora che mi (ci) faceva pensare e dire all’ombra del campanile. E ancor oggi con qualcuno la metafora viene replicata agevolmente e tra noi ci capiamo.

In quegli anni (dal 1962 fino a tutto il 1974), principalmente verso l’adolescenza, prima di cercare di fidanzarsi e cercare lavoro, l’obiettivo era socializzare e trovarsi in gruppo, sia per giocare e divertirsi, sia per impegnarsi in qualcosa di più grande che aveva spesso a che fare con ideali alti e condivisi.

Si facevano feste in gruppo. Si facevano raccolte carta e ferro vecchio per le missioni, si partecipava a gruppi parrocchiali di varia natura, si aiutavano i preti che già allora dicevano di essere pochi … Ci si impegnava nel catechismo cattolico, si andava a messa tutti insieme, si incontravano gruppi di altre parrocchie, si organizzava la sagra parrocchiale, si facevano mostre e recital, si organizzavano campeggi o campi-scuola, si partecipava (solo alcuni) a corsi di formazione o a dibattiti, si andava insieme al cinema, si diventava per un po’, qualcuno per tutta la vita, animatori sociali, alcuni anche seminaristi, pochi impegnati in politica. Come che sia, si discuteva moltissimo (troppo) di come le cose dovevano andare nella nostra comunità, spesso senza sapere i dettagli che riguardavano questioni serie, ma che oggi farebbero, anzi fanno sorridere rispetto ai problemi del mondo attuale che sta cadendo a pezzi.

Personalmente, ho vissuto difficoltà – sempre all’ombra – per le modalità con cui venivano proposti (imposti) temi esistenziali, sociali e soprattutto religiosi.

Per esempio, quando ho cominciato a ragionare mi sono accorto di confondere religione e fede, ma al contempo detta confusione mi ha portato a farmi tutta una serie di domande e ho capito che avere fede non significa non avere dubbi, anzi sono proprio i dubbi che mi possono aiutare a muovermi nella nebbia.

È un fatto di ricerca interessata. Un moto interno che mi spinge a ricercare, sapendo già che non conoscerò fino in fondo …

Oggi, pare essere meno gettonata questa ombra del campanile. Del resto negli anni citati non esistevano tante altre possibilità: o facevi gruppo in parrocchia oppure lo facevi al bar nella migliore delle ipotesi. Soltanto, agli inizi degli anni ’80 hanno cominciato a svilupparsi: strutture di quartiere, strutture di volontariato, associazionismo, strutture culturali e sportive.

E guardando all’attualità basta un breve sguardo all’indietro per accorgersi dei cambiamenti avvenuti: ad ogni epoca le sue espressioni e manifestazioni, per esempio oggi lo stesso volontariato si rivolge ad altri lidi come l’ambiente, la natura, il ben essere. Sono alcune tra le dimensioni che hanno preso il sopravvento e che presentano una miriade di proposte ed iniziative.

Forse viviamo tempi, oggi, in cui l’offerta indistinta di attività è talmente elevata da creare molteplici occasioni di ritrovo e di socializzazione, ma anche molta confusione che non aiuta la persona a fare scelte consapevoli e ben mirate.

In ogni caso, ricordo, anche con un pochino di nostalgia, quando si poteva crescere all’ombra del campanile, pur nella rigidità e chiusura di certe visioni di chi ci guidava, riuscendo a scoprire la forza del gruppo e a sognare nella realizzazione di un mondo migliore senza restare fermi o indifferenti. Un po’ più uomini autentici … lo siamo diventati.

Forse, è stato fondamentale il riferimento al campanile, che nel mio caso non esisteva, con la sua ombra, che a mio avviso era ben presente. Del resto, come ha scritto un giornalista 10 anni fa (3), nel paesaggio urbano il campanile è sicuro punto di orientamento. Spesso è anche indicatore del centro del borgo o della città, nel caso di una cattedrale. Ma il campanile non è solo un termine visivo, è anche profondamente simbolico nella sua capacità di accentrare valore topografico, religioso e civico. (4)

Per farla semplice, e chiudo, ecco per me un altro simbolo importante che può essere ancor oggi riferimento per i propri comportamenti, pensieri e scelte di vita, sia come individui, sia come comunità.

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Citazione e immagine: a cura dell’autore

Note: (1) da www.sapere.virgilio/proverbi/; (2) è l’edificio separato da una chiesa in cui si svolge il rito del battesimo. La separazione dei due luoghi ha origine nei primi secoli dell’era cristiana, quando i non ancora battezzati non erano ammessi alle celebrazioni eucaristiche che si svolgevano all’interno dei luoghi di culto consacrati (https://it.wikipedia.org/wiki/Battistero); (3) Alessandro Beltrami in https://www.avvenire.it/agora/pagine/campanile-; (4) idem in (3).


MyBamboo

… ciò che accade è determinato soprattutto da noi stessi …

Non è il nome di una nuova app che riguarda l’utilizzo dei germogli di bambù. Lo so, secondo la cucina asiatica, i germogli di bambù sono ingredienti dalle interessanti proprietà benefiche da sperimentare anche per dare un tocco orientale ai propri piatti. Lo so. Qualcuno ne va pazzo.

Io, in verità, sono incuriosito da questa pietanza, ma quanto sto scrivendo ha a che vedere con la curiosità per la pianta in quanto tale, che dopo anni ha iniziato a svilupparsi, come speravo, vicino all’orto.

Molti si preoccupano che non diventi invasiva, creando problemi di gestione.

Invece per me ha un significato di bellezza e di libertà. E perché no, di selvatichezza. In verità non so se posso definire questo bambù selvatico, ossia appartenente ad un ambiente non contaminato dalla presenza o da strutture umane, in quanto se è lì e sta crescendo dipende da noi che l’abbiamo inserito volontariamente in quella posizione. In ogni caso mettiamola così: vorrebbe essere anche selvatico. Per questo mi richiama libertà e bellezza, questo grazie al suo aspetto vigoroso e al suo puntare dritto verso il cielo, anche in pochi giorni.

MyBamboo è rimasto riflessivo per qualche anno. Poi improvvisamente, in pochi mesi, si è come svegliato, si è moltiplicato e ha iniziato a farsi notare spiccando il volo tra le erbe sgradite. Credo che in poco tempo si formerà un bell’angolo caratteristico con diverse alte canne verdi, prima che il tempo le consolidi nei fusti che ben conosciamo.

Mi è subito parso che la crescita fosse ben augurante e carica di significati. Cercando, ne ho trovato conferma in alcuni cenni storici di questa pianta, che merita un attento ascolto.  Infatti la lunga vita del bambù lo rende per i cinesi un simbolo di lunga vita, mentre in India è un simbolo di amicizia. Eppoi, diverse culture asiatiche credono che l’umanità discenda da uno stelo di bambù. Nel mito filippino della creazione, la leggenda narra che il primo uomo e la prima donna vennero liberati per l’apertura di un germoglio di bambù che emerse su un’isola creata dopo la battaglia tra le forze elementari (Cielo e Oceano). Nelle leggende della Malesia una storia simile include un uomo che sogna una bellissima donna mentre dorme sotto una pianta di bambù; si sveglia e rompe lo stelo di bambù, scoprendo la donna all’interno di esso. In Giappone, molto spesso una piccola foresta di bambù circonda un monastero scintoista come parte della barriera sacra contro il male. Si potrebbe continuare.

Nel mio caso, la pianta del bambù è un mio aggancio, in quanto depositaria non soltanto di bellezza e di libertà, ma anche di resilienza, quella parolina magica che definisce la capacità di una persona o di una collettività di affrontare e superare eventi complicati o traumatici o un periodo di indubbia difficoltà. Tener duro, essere perseveranti e affrontare le fasi della vita.

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Citazione: da Le sette regole per aver successo di Stephen R. Covey – Franco Angeli

Fonti: Wikipedia, parquet.disegnarecasa.com e Greenme.it

Immagini: foto MyBamboo1 e 2 by GiFa2023


Iesus

‘Ιησοῦς Χριστός

Presto saremo in vista dell’estate che speriamo sarà più vicina alla normalità di quella della scorso anno, chiaro ricordo per un periodo di sfogo verso la libertà pur sapendo tutti che non sarebbe durata.

Quest’anno veniamo da una diversa situazione: siamo in attesa di essere vaccinati o in corso di vaccinazione, ma siamo anche in attesa ci siano i vaccini migliori, e che i vaccini arrivino in quantità adeguata. Siamo in attesa, come lo eravamo da almeno sei mesi…

In questo maggio, qualcosa è già successo di buono, ma ci stiamo portando dietro il fardello di oltre un anno di pensieri negativi, di illusioni e speranze tradite. Abbiamo collettivamente sulla schiena il peso di un evento tragico che ci ha colto tutti alla sprovvista. Non è assolutamente un’epoca favorevole, alla faccia delle famose consolazioni del tipo “andrà tutto bene”.

E oggi, che va anche decisamente meglio, manteniamo le cautele, le attenzioni, osserviamo le norme, curiamo la distanza…

Questa situazione mi ricorda l’attesa raccontata dalle nostre nonne, che la guerra finisca, che passi la spagnola, che torni il familiare disperso, che si possa riabbracciare il fratello emigrato in America, che riaprano le fabbriche. Attesa che fa a pugni con quei periodi a cui siamo tutti abituati, per consuetudine, adesione religiosa o per puri aspetti commerciali in occasione del Natale o della Pasqua cristiana,

C’è l’Avvento nel primo caso e la Quaresima nel secondo. Sono periodi di “preparazione e attesa”. L’Avvento è il periodo dell’anno liturgico che lo inaugura e che prepara al Natale, alla stessa maniera in cui la Quaresima prepara alla Pasqua. E sappiamo bene come, specialmente a dicembre, più ci si avvicina alla festività più i giorni diventano “magici”. Meno a Pasqua, forse perché non ci sono molte tradizioni tipiche come quelle che anticipano il nostro 25 dicembre. Eppure credo sia la Pasqua ad essere veramente il momento cruciale per chi crede. Lasciamo stare il marketing od altri aspetti.

Mi sorprende sempre in queste occasioni, come ci sia una corsa agli auguri reciproci. E’ una cosa piacevole, importante, ma poi finisce tutto lì?

Per me è prevalente l’occasione di incontro e di relazione verso parenti, amici, collaboratori e chiunque si incontri. Ma è pur vero che mi sconvolge la rapidità con cui si passa dagli auguri sentiti, autentici, mirati, benevoli, speciali perché unici momenti di contatto, alla consueta routine, quasi che quei contatti augurali fossero stati un miraggio o, peggio, una formalità.

Mi sono chiesto spesso il senso di tutto ciò. Ma in realtà la domanda vera che poi mi arriva, specialmente negli ultimi anni, a cui cerco anche di rispondere, riguarda il protagonista di questa storia bimillenaria, colui al quale dobbiamo il messaggio per cui facciamo gli auguri, perfino in maniera generalizzata o massiva sui social.

Infatti se ci facciamo gli auguri di Buon Natale e poi di Buona Pasqua, o ci piace raccontarcela e far parte di un teatrino oppure c’é sotto qualcosa, e non dev’essere qualcosa da poco.

E’ Iesu. E’ lui l’artefice, il protagonista, e pare che sia così dall’inizio di tutto, con i dovuti adattamenti storici tramandatici nei secoli.

Torniamo alla mia domanda, o meglio alle mie domande che sono quelle che mi premono.

Quale è la grande novità che ci ha portato Iesu? Come può essere rapportata nel 2021? Cosa c’é di innovativo nel suo messaggio che mi possa veramente far risorgere come essere umano? Che dimensione si può dare alla cosiddetta resurrezione?

Ho trovato uno spunto iniziale ed interessante in un testo di meditazione che riporto integralmente: “Qual è l’innovazione portata da Gesù Cristo? La prima comunità cristiana, quei cristiani che hanno frequentato Gesù di Nazareth, hanno scoperto e sperimentato una verità inaudita, nel senso originario del termine, cioè “mai udita prima”: non che sarebbero risorti dai morti, ma che è possibile vivere da risorti”.

Ecco, fuor di ogni ragionamento teologico, mi aiuta molto questa scoperta, senza con questo abbandonare il significato umano e cristiano della morte. E’ assolutamente innovativo, oggi, nel 2021, impegnare la propria esistenza per vivere da risorti.

Giorno per giorno.

Infatti si tratta, se lo vogliamo, di ritrovare il soffio, qui adesso. E non occasionalmente, quasi fosse materia di alcuni appuntamenti fissi di calendario.

Lo dice bene il priore di Bose: “Siamo abituati a pensare la resurrezione come evento che segue alla morte, ben più che come esperienza qui e ora, e a pensarla come evento individuale, personale, non comunitario. Ma la fede nella resurrezione di Gesù chiede un inveramento (*) nella comunità: va riscoperta la sua dimensione comunitaria, la resurrezione di un gruppo di discepoli, dunque la resurrezione come vissuto qui e ora“.

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Citazione: Gesù Cristo da Greco antico

Fonti:

Immagine in evidenza: Pixabay – Ritrovarsi

Note: (*) diventare realtà concreta

Immagine Pixabay: uomo nuovo e mondo reale