Ritorno al Belvedere

Racconto brevissimo

Racconto brevissimo per Ferragosto.

Al Belvedere non ci torno più tanto spesso, pur essendo uno dei miei posti preferiti. Posti che offrono profonda calma, senso di sicurezza e di serenità.

Mi basta sapere che c’è e mi aspetta con pazienza.

Ti aspetta.

Ciò nonostante, ieri ci sono tornato. Pur in pieno agosto. Nonostante la facile presenza di turisti agostani.

Come sempre, un silenzio rumoroso, grazie al naturale ventilatore che muove ritmicamente l’aria facendo dialogare foglie e rami, ti accoglie.

Una volta allontanatisi i pochi turisti, visitatori occasionali o casuali, rigorosamente accompagnati dai cani attenti e fedeli, turisti che non riescono a non parlare, si gode una pace piena che nutre cuore e anima.

La bellezza della natura si estende dal bosco fin oltre lo steccato che avvisa del pericolo. Davanti si sviluppa l’orrido e si estendono verso il cielo di una impressionante serenità i monti con diverse sfumature di colori.

Un nuovo visitatore, solo, dedito alla corsa, si ferma e si porta, curioso, oltre lo steccato forse nel tentativo di trovare una scorciatoia, ma poi torna sui suoi passi. Riprende a correre.

La ricca vegetazione non nasconde i dettagli di quanto si può ammirare, perché è stata da qualche anno sacrificata con potature esperte, utili a far rinascere le piante, un tempo esorbitanti.

La luce è intensa. Come aprendo uno scuro in casa, ti assale improvvisamente e ti si aggrappa quasi a non voler lasciarti andar via.

Una gioia ti pervade e ti conquista. Non svanisce quando decidi di prendere il sentiero del ritorno.

Tanto lo sai che tornerai presto al Belvedere.

E che, in ogni caso, il Belvedere ti aspetterà paziente.

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Immagine: Il Belvedere, foto 2026 by Gianni Faccin


ibiscus

La bellezza non svanirà

… e la bellezza ci salverà?

Non possiamo dire di vivere nella pace, nella tranquillità e nella normalità. Il bello ci circonda, ma siamo spinti a vedere altro, siamo costretti a toccare, molti anche con mano, le tante brutalità, crudeltà e falsità di una vita che viene ormai costantemente inquinata, stupidamente riempita di tremendi eventi, spesso provocati di proposito, che non ci saremmo mai immaginati di vivere e rivivere.

Siamo ormai in un territorio “glocal”: sappiamo in diretta quanto avviene sotto casa come quanto succede dall’altra parte del pianeta. E dappertutto, quanto avviene pare abbia ormai lo stesso denominatore: prevalere nel dominio di qualcuno, meglio se diverso e meglio ancora se fragile … Il tutto in base ad una comunicazione unilaterale, arrogante e autoreferenziale, che definire “violenta” rappresenta ormai un complimento.

Quanto avvenuto e in corso a Ceuta, di certo località non nota a tutti fino a qualche giorno fa, è uno dei tantissimi esempi che dovrebbero farci cambiare, oltre ogni ingenuità e ogni incanto, qualche cosa nelle nostre routine quotidiane e anche nelle nostre agende quotidiane.

Attenzione, non dico che sia augurabile vivere guardando in continuazione ai drammi e alle tragedie, ma dico che non possiamo continuamente fare finta di niente, rimanendo nei nostri comodi divani, o cercando continuamente le vie di fuga che il mondo ci offre, malgrado tutto.

Ci sono momenti, se non ci giriamo dall’altra parte, che ci pare tutto perduto o non salvabile. Pensavamo quattro anni or sono di essere usciti dal tunnel delle paure, delle sofferenze, delle tragedie … Già da subito, invece, siamo tornati come umani all’autodistruzione negando l’esistenza di prospettiva e di aspetti positivi (umanità, ricerca, scienze, trascendenza, solidarietà internazionale, pace, giustizia, dialogo, democrazia, ecologia, lotta alle povertà …) e mettendo benzina nella ricerca di potere e quindi alimentando l’arte – che arte non è – della prevaricazione, della supremazia e della legge della giungla (con massimo rispetto da parte mia per le regole animali che sembrano funzionare assai meglio di quelle umane).

Eppure, sono certo, che la bellezza non svanirà.

La certezza così espressa non è solo il titolo di un famoso e stupendo romanzo (*), ma è quanto sento dentro di me e quanto mi sento di sperare e augurare al mondo intero, a partire da tutte le persone che mi sono care.

Nel romanzo in parola, che si svolge in parte nella Parigi dei Fauves e dei Cubisti, si mescolano figure reali della bohème artistica, come Modigliani, Rousseau. E la scena si sposta poi dai pittoreschi bistrot parigini alla tragica solitudine del paesaggio spagnolo e alle dolci colline d’Inghilterra. Il romanzo, ricco di caratteri umani e di ritmo narrativo, mostra la dimensione dell’autore e raggiunge la pienezza di una testimonianza sul drammatico divorzio fra arte e società.

In tal caso, non è il solo titolo del libro ad avermi colpito, ma lo scenario raccontato che si avvicina di molto a quanto stiamo vivendo. Oggi, infatti anche l’arte rischia di diventare strumento in mano ai comandanti di turno.

Occorre veramente tornare a riprenderci il bello che c’é e questo significa aver il coraggio di vivere con un senso di positività.

Come che sia, non si tratta solo di pensare positivo, ma di dare attenzione e apprezzamento al bello che ci circonda in ogni dove, nella consapevolezza del disordine sociale nel mondo.

Come si può recuperare una certa serenità, nonostante tutto?

Personalmente, in aggiunta all’impegno personale nel sociale, guardo spesso dal vivo e nel ricordo scene come quella riportata nell’immagine in evidenza, oppure come quelle nelle immagini in galleria, a corredo del testo, e subito penso che non svanirà la bellezza!

E la bellezza ci salverà!

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Citazione: da L’Idiota di Fedor Dostoevskij

Immagini in evidenza e in galleria affiancata da repertorio fotografico a cura di Gianni Faccin

Nota (*) e titolo: da La bellezza non svanirà di Archibald Joseph Cronin – Ed. Bompiani


Emo

Racconto di un uomo speciale

In paese capita non di rado di trovare sue tracce e di ascoltare la testimonianza di chi l’ha conosciuto. È gente non più giovane che a suo tempo lo frequentò oppure fece pratica presso il suo laboratorio di falegnameria. Sì, parlo di Emo che faceva il falegname per opere utili alla famiglia e ai paesani, e che accoglieva molti giovani perché imparassero l’arte di lavorare il legno. Era la sua passione prima ancora che la sua professione. Ci sono tante sue tracce nelle costruzioni in legno con cui ha attrezzato e abbellito la casa edificata sopra il laboratorio.

Ci sono anche tracce nei carteggi che ha lasciato, progetti, documenti vari; e ci sono nelle foto di quando all’estero (Francia e Germania soprattutto) partecipava a grandi cantieri per la costruzione di immobili, condomini, opere pubbliche come ponti importanti …

Io ho avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo. Ho subìto un piacevole esame di controllo quando mi conobbe e aveva capito il mio interesse per la sua cara nipote. Le sue domande mi hanno colpito e piacevolmente impressionato. Sorpreso, ovviamente.

Emo faceva il falegname, ma in realtà aveva molti altri interessi. Non solo passioni, ma, da quello che ho capito, valori importanti in cui credeva e ai quali destinava gli esiti delle sue attività.

Oggi parlo di lui perché è stato ed è nei miei ricordi una persona speciale. Lo faccio riportando un testo pubblicato dal vecchio parroco del paese nel bollettino parrocchiale n. 265 dell’agosto 2003. Il testo fu scritto da persone amiche e vicine di casa, della famiglia soprannominata del “Generale”.  Ho ritrovato con piacere tra i miei taccuini una vecchia copia che non a caso avevo conservato, forse l’unica esistente.

Emo

Era il 1907 e, prima della guerra abitava in Contra’ Canale. È sempre stato buono, generoso, gioviale, dotato di grande equilibrio e per noi del “Generale” considerato come un fratello. Era rimasto orfano ancora piccolo e quando frequentava le elementari era stato preso in simpatia dalla maestra che aveva un fratello, dirigente delle Ferrovie dello Stato, sposato e senza figli che abitava a Roma. Subito dopo la guerra la maestra convinse il fratello ad adottare Emo e nella primavera del 1919 mise il ragazzino sul treno e lo spedì a Roma dove il fratello lo avrebbe accolto. Durante il viaggio però, Emo fece amicizia con un gruppo di operai che si recava in Piemonte per lavoro. Probabilmente poco propenso per l’adozione, fu facilmente convinto a seguirli e, stracciata la lettera con cui doveva presentarsi a Roma, andò a fare il “bocia” in un cantiere. Da qui poi rientrò a Tonezza.

In quel tempo, aveva cominciato a frequentare la nostra famiglia, facendo il garzone nella falegnameria che nostro padre aveva allestito nel piano sotto strada. Era diventato presto un artigiano provetto ed un aiuto indispensabile per nostro padre che invece era continuamente impegnato in altre attività quali la conduzione dell’albergo, il commercio del legnale, la vita familiare con i numerosi figli che stavano animando la nostra casa. Proprio per questi impegni nostro padre non aveva il tempo, ma forse nemmeno l’interesse e la simpatia verso i doveri politici. Quando doveva presenziare a qualche riunione ad Arsiero, mandava Emo al proprio posto …

Storia di un uomo speciale

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Come gran parte dei Tonezzani cominciò ad emigrare per lavoro e fu per molti anni in Francia e in Germania. Partivano in primavera e ritornavano in autunno. Emo ottenne sempre validi riconoscimenti per la serietà del comportamento e per le grandi capacità professionali. Sposatosi con la compaesana Maria crebbe una famiglia felice finché non fu toccata da una grave malattia dell’unico figlio maschio. Nonostante il dolore e le difficoltà, Emo riusciva a dimostrare serenità senza far pesare sugli altri la sua preoccupazione. Seguiva il figlio in ogni sua esigenza senza lamentarsi. Con i risparmi che faticosamente aveva accantonato si era costruito la casa in via Duca d’Aosta sul terreno che nostro padre gli aveva venduto.

Alla morte di mio padre, Emo ci rivelò che non era stato steso alcun documento circa la proprietà del terreno perché tutto era affidato alla parola e ad una stretta di mano; accordo che è stato poi onorato anche da noi fratelli davanti ad un notaio.

Emo negli ultimi anni della sua vita ci raccontava le vicende della gioventù; ne aveva una grande nostalgia. Rideva fino alle lacrime quando raccontava l’episodio di cui fu protagonista il futuro presidente del consiglio Mariano Rumor. Allora, Mariano, era un bambino vivace che spesso veniva in falegnameria e metteva le mani dappertutto interrompendo il lavoro di nostro padre. Che alle volte si arrabbiava. Un giorno, in cui nostro padre era particolarmente nervoso, il piccolo Mariano, armeggiava vicino alla stufa dove c’era il pentolino della colla. Ad un certo punto, nonostante gli avvertimenti, il pentolino cadde riversando la colla sul pavimento: mio padre allora, perso il controllo, prese con una mano il pennello e con l’altra sollevò il baschetto del bambino e gli diede una pennellata di colla sui capelli mandandolo a casa piangente. Il commendator Giuseppe Rumor, suo padre, non si adirò: il giorno dopo si scusò con nostro padre per le interferenze del figliolo e tutto finì lì.

Emo è stato una figura importante per noi, e lo vogliano ricordare con tutta la simpatia che lo circondava quando era con noi.

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Citazioni e brano inserito: tratto da Tonezza – Pubblicazione socio-religiosa a cura di don Giuseppe Marcazzan – n. 265 (345) agosto 2003 cip;

Immagine in evidenza: Disegno progettuale by Pxabay;

Immagine nel testo: Emo con un amico – foto originale da repertorio fotografico di Emo Canale.


La casetta nel bosco

Ricordiamo il nostro posto sicuro … e con esso ciò che è, grazie a ciò che è stato.

Erano anni bellissimi. Tutti presenti dai neonati alle nonne. Generazioni non a confronto ma insieme per voglia di farlo, di condividere, di esserci, di fare famiglia.

Non lo facevamo spesso, ma quelle poche volte che c’incontravamo, solitamente in montagna nei pressi del bosco e d’estate, fuori da ogni inquinamento sonoro e d’aria, ci sentivamo uniti, sereni e inseriti in un vero angolo di pace, quello che oggi qualcuno chiamerebbe “borgo del respiro”.

Gli abeti ci facevano da contorno e ci riparavamo nelle ore di sole, quando cominciavamo a predisporre la “cucina da campo”.

Da seduti, ma anche stando in piedi, i fili d’erba più cresciuti ci solleticavano le gambe nude. Qualche gruppo di ciclamini ci ricordava che eravamo in un posto speciale, ma non ci impediva di predisporre tutti insieme un mega tavolo da dedicare all’arte della cucina alla boscaiola.

Quest’ultima era fatta di vari tipi di cibarie perché in questi casi non si faceva qualcosa stile l’apericena, ma si gustava qualche biscotto salato e si brindava con un buon bianco secco o con un analcolico e con tante risate, in modo da ben disporci ai numerosi assaggi successivi e in particolare al piatto forte: la carne ai ferri che alcuni di noi, pochi per la verità, si candidavano a grigliare su imponenti barbecue disponibili a tutti e per chi desiderava vivere un pic-nic in libertà. C’era anche chi arrivava sul posto due ore prima dell’ora fissata per il ritrovo, per non rischiare il trovare gli spazi già occupati. Ed era il caso nostro.

Eravamo tutti molto in confidenza, ma nel ritrovarci c’era sempre quella fase in cui si capiva bene quando cominciavano i convenevoli, ma non era mai chiaro quando sarebbero finiti. Se ci avessero filmato ne sarebbe scaturito un ottimo lungometraggio da far invidia agli sceneggiatori della Disney. E rimanendo nella cinematografia, certe scene avrebbero ricordato per la bizzarria le interpretazioni della Bruni Tedeschi.

La scelta delle cibarie non seguiva un preciso filo conduttore. Infatti, nonostante gli accordi preliminari, aventi lo scopo di facilitare il convegno, alla fine ognuno si organizzava secondo le proprie ispirazioni e questo ci portava a rendere la fase “mangiatoia” come la chiamavamo, complicata, intensa, variegata e tutt’altro che leggera.

Non mi è mai stato chiaro come siamo sempre riusciti a finire tutte le riserve alimentari.

La parte più esilarante riguardava la preparazione dei tavolini su cui appoggiarsi e le seggioline tutte diverse una dall’altra. Non mancava nulla. Mai che succedesse che si dimenticasse una forchetta o un altro attrezzo utile, tanto era l’entusiasmo che portava ad una meticolosa preparazione tecnica dei nostri convegni.

A ben vedere non eravamo tantissimi, ma il numero era secondario rispetto al “momento famiglia” che vivevamo. Un momento che significava tante cose, soprattutto il clima di intimità, condivisione, desiderio di raccontarci fatti antichi o recenti, ognuno con la sua carica interna di mettere in mezzo al gruppo storie importanti o anche semplicemente divertenti.

Si finiva con il caffè, scrupolosamente preparato a casa e custodito in comodi térmos per darci la sensazione di gustarlo come fosse appena fatto. Per qualcuno c’era anche la correzione a parte, come si usava dire.

Ad un certo punto i discorsi rallentavano coerentemente con l’aumentare dell’incapacità a restare svegli, anche se c’era chi proseguiva nei suoi racconti e pareva non esaurire mai la benzina.

Alcuni facevano subito a gara per mettere su lettini improvvisati i bimbi che “dovevano” fare il sonnellino pomeridiano.

Momenti e contesto decisamente fondamentali che davano ai bambini il loro spazio di riposo, alle madri il respiro dalle incombenze impegnative, come a tutti è noto, ai nonni e zii di proseguire nelle discussioni e alle nonne di riordinare quello che non serviva riordinare visto che eravamo tutti all’aperto, quasi dentro nel bosco. Ma a quel punto bisognava rendersi utili e quindi c’era da riordinare …

Diversamente dai nonni e dagli zii che insistevano nelle discussioni, noi, che eravamo padri moderni …, desideravamo appoggiarci nei materassini di fortuna, vicino ai bambini quasi dormienti per far loro una silenziosa custodia protettiva.

Era una sfida, ma si sapeva che il sonno avrebbe presto conquistato i nostri pargoli e questo ci avrebbe permesso, zitti zitti, di seguirli nel mondo boschivo di Morfeo.

Ci fu un anno, in cui praticammo il convegno familiare un po’ più su, più addentro nel bosco, nei pressi di una vecchia casetta fatta di pietre, a relativamente poca distanza dalla zona barbecue. Era uno spazio che ricordava favole, vicende magiche, ma anche storie di vecchie feste e tradizionali ritrovi. Anche un noto scrittore ne scrisse in un suo famoso romanzo. (*)

Allora l’erba sfoltita, gli abeti intorno, i faggi, i ciclamini e i gruppi di lamponi ci facevano da cornice. Ci rilassammo un mondo. Era un piccolo paradiso di pace e serenità. I bimbi al loro risveglio correvano avanti indietro dalla nostra postazione alla casetta così come è oggi, anche se tutto intorno la natura ha preso ampi spazi, mentre sono state tagliate molte piante storiche e l’erba cresce disordinata.

E la casetta comincia a celarsi anche se ancora si riesce ad intravederla tra i cespugli e le altre piante selvatiche che hanno preso piede negli ultimi anni.

Passeggiando, in questi giorni, vicino alla casetta nel bosco, sono riandato a tanti ricordi come quelli descritti e a molti altri momenti.

C’è stata vita in quei posti, che sono cambiati, si sono trasformati, in parte modificati per il tempo che passa – come successo anche a noi -, per l’abbandono o per le intemperie spesso sconvolgenti, ma che si sono anche rigenerati, perché tutto rinasce. Il bello è che ci siamo stati anche noi, e che siamo stati bene insieme in quella natura.

Purtroppo, tante delle persone che si univano a noi per stare insieme in alcuni angoli del borgo del respiro, per partecipare a convegni familiari, ai barbecue e a quei momenti di pura felicità, non sono più tra noi.

È anche per questo che passare vicino alla casetta nel bosco è ogni volta come tornare a casa.

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Immagini: Il chiosco nel bosco – by GiFa2025

Note: (*) Rif. a Piccolo mondo moderno di Antonio Fogazzaro


Lampo di memoria

E oggi non chiedo altro!

Sentiero nascosto, conosciuto.
Immerso nel silenzio e che parla di un bosco tagliato da poco.
Evidenti dalle parti grossi tronchi amputati.
Raccolti in disordine.
Ben visibili anche grossi cespugli di more potati a dare importanza al passaggio.
Ecco un profumo ricco e dolce che allieta le narici.
Aroma di resina fresca che si dona ovunque.
Silenzio imponente di cui si sente il rumore.
Neanche un piccolo passero a fare i versi.
Neanche una foglia mossa dall’aria.
Neanche un lontano scricchiolio di passi.
Neanche un vicino respiro viandante.
Vuoto pieno.
Passi lenti, misurati.
Giochi indescrivili di chiaroscuri.
Ed ecco un lampo di memoria, un ricordo lontano.

Che si fa prossimo.
Ricordo di sentieri muti alle pendici di un monte umbro.
E io sento una bella apparente solitudine.
Quella di allora.

Il tempo pare sospeso come non ci fosse più tempo.
E oggi non chiedo altro.

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Citazione: dal teasto in versi;

Immagini: da sentiero Boscati Tonezza del Cimone (Vi) by GiFa2025.


Abitando il Natale

In viaggio verso il S. Natale: L’amore che si dona torna sempre indietro

Ormai ci siamo: “Black friday” e Natale coincidono …  Nel timing, non soltanto nella valenza. Infatti, sono sempre più accelerate ed intensificate le manipolazioni commerciali che giocano senza pudore alcuno sui sentimenti, sui valori e sui principi e che ti dicono come comportarti già subito dopo la festa di Ognissanti, anzi no, in realtà il fenomeno inizia la sera prima, una volta assorbiti i fasti di Halloween.

E noi? Che facciamo? Ci adeguiamo in tutta tranquillità. Come le stelle di un famoso romanzo di Cronin … stiamo a guardare. E stando così le cose, sembra ci vada bene.

Forse, allorquando il S. Natale ed altre ricorrenze importanti nella nostra tradizione diventeranno un retaggio per pochi, solo allora le manipolazioni commerciali e mediatiche cambieranno destinazione. Ma a quale prezzo?

Anche quest’anno, come già in passato mi sono soffermato e mi soffermo, anche io in anticipo, sul senso del S. Natale. Questa felice ricorrenza rimane per me e penso per tutti o per tanti un’occasione, una nuova opportunità, dono di un tempo scelto per riflettere, per guardarsi attorno e dentro di noi stessi. Uno spazio per trovare un nuovo inizio, per migliorare nella relazione che conta veramente e che giustifica il nostro passaggio in questo mondo: con noi stessi, con gli altri e con l’Alto.

Quest’anno, in modo più marcato, vorrei fuggire lontano da ogni tentazione di ipocrisia, dall’esteriorità, dalle abitudini consolidate che non siano quelle che hanno il sapore dell’autenticità e non del “pandoro”, della “cioccolata calda” o degli addobbi a tutti i costi. Vorrei agire lontano dalla pianificazione di feste e di regali.

Semmai, vorrei riscoprire ancora e ancora il senso della relazione sia in famiglia, sia nella società.

Infine vorrei ridare slancio, nuovo e rinnovato, al mio bambino interiore e alla sua originalità, proprio ricordando il significato del “bambino di Natale”. Il desiderio è di essere estremamente autentico nel dire a chiunque Buon Natale! Chiudo queste righe con una frase recentemente ascoltata durante un serial tv basata proprio sulle varie sfumature della festa del Natale che mi ha molto colpito e che voglio far mia reinterpretandola: L’Amore che si dona torna sempre indietro, infatti l’Amore che dai non va mai perduto … E ancora: … Siamo tutti alla ricerca dell’Amore, ma l’unico modo per riceverlo è donarlo …”.

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Immagine: Jesusretrouvé – momento tratto da serial tv Odio in Natale (st 1 ep 6)

Riferimento nel testo e citazione: frasi riprese da serial tv Odio in Natale (st 1 ep 6) e dal film Love actually – l’amore davvero di Richard Curtis – 2003

Riferimenti: cit. romanzo di A.J. Cronin, E le stelle stanno a guardare – 1935 – edito da Bompiani


Fede

Manda il tuo pane

Manda il tuo pane sul volto delle acque: perché in molti giorni lo troverai

Sono cresciuto cattolico. Molto cattolico.

Per dirla con le parole di mia mamma, lei “mi ha fatto cattolico“, e secondo il suo senso mi ha cresciuto bene, come persona, con valori importanti, principi strettamente legati agli insegnamenti evangelici. Ma con rispetto dei valori umani più che dei dogmi inculcati.

Mia mamma è cresciuta in un ambiente che mi sento di definire ortodosso, che l’ha portata però ad uno sviluppo interessante per i suoi tempi, infatti ha cercato di applicare nella realtà il suo “credo” senza fermarsi alle parole o alle dichiarazioni. Mettendoci sempre anima e corpo, e pagando di persona, sia nella società sia in privato.

Mia madre mi ha trasfuso il senso di ribellione, verso tutto ciò che tende ad essere imposto. Un senso molto interiore, ma che tende continuamente a fluire. Per me è proprio così, come lo è ancora oggi per lei che è molto presente nonostante l’età avanzata.

Questo ed altri sensi – consapevoli – non mi impediscono di credere.

A chi mi ha chiesto, di recente, se ho fede in Dio e perché, ho risposto affermativamente. Ho fede perché ho tanti dubbi, forse ne ho più oggi che in passato. Questo si spiega con il fatto che più passa il tempo e più mi faccio domande. Alle quali cerco anche di rispondere. Secondo me avere fede è collegato all’essere generosi ed aver fiducia in qualche cosa di misterioso, che nulla ha a che vedere con le cose programmate o certificate. Ho trovato bellissimo uno passo tratto da un libro di De Luca che parla dell’offerta generosa e che spiega bene quello che intendo. Eccola a seguire.

“Sì, troverai quella singola offerta spontanea, insensata, la troverai ricevendola in cambio molte volte, in molti giorni. Non ti verrà restituita secondo una semplice simmetria, secondo il ragionevole postulato della fisica per cui a ogni azione corrisponde un’azione uguale e contraria, non ti verrà corrisposta come un prestito o un rimborso, ma la troverai moltiplicata nei giorni. Perché la grazia aggiunge di suo e largamente a ricompensa di chi offre il proprio pane alla corrente. Al generoso restituisce col soverchio. …c’è una legge misteriosa di Dio che somiglia a quella di natura per la quale il seme gettato dal contadino sulla superficie della terra ritorna, nel tempo, ingigantito in pianta, in albero, in raccolto”.

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Citazione by Qohelet 11.1

Brano citato by Erri De Luca (Kohèlet/Ecclesiaste – Ed Feltrinelli 2018)

Foto by GiFa 2020


Vicini globali, distanti locali

Distanza buona

La distanza può aiutare a scegliere che cosa sia giusto tenere per sé e che cosa sia giusto lasciar scivolare via.

Una definizione, tra le molte di recente nuova adozione, è “distanziamento sociale”.

Si tratta di un fenomeno che perdura da un anno ormai e che, purtroppo, produrrà conseguenze inimmaginabili in tutti. Moltissimi sono gli esempi, li vediamo ormai incessantemente grazie ai “social”, non serve più ricorrere ai media tradizionali.

Il fenomeno non è limitato, ed è glocal, come si diceva già in passato con riferimento ad altre questioni, come per esempio – nel sociale – l’agire in sede periferica per la propria comunità, ma con uno sguardo che parte e si allarga ad un riferimento globale.

E in effetti noi facciamo i conti con il distanziamento fisico e sociale qui dove viviamo, ma lo stesso fenomeno si verifica in diretta a migliaia di chilometri da dove ci troviamo noi, e non perché c’è un regime dittatoriale, ma perché c’è un virus quasi sconosciuto.

Doveva essere distanziamento fisico, ma in realtà, per rispetto delle regole imposte mese per mese e, spesso, settimana per settimana è divenuto “sociale”, determinando nuove abitudini, in seguito allo sviluppo di nuovi modi di pensare, di nuovi approcci e di nuovi comportamenti o stili di vita.

E tutto perché una nota metafora si è avverata, soltanto che non si è trattato del battito d’ali di una farfalla, ma dell’esodo di un pipistrello dal suo habitat naturale.

Che fare?

Forse scegliere un nuovo inizio, oltre gli slogan che si sprecano, non sarebbe male. Dare a questo tempo un valore nuovo e cominciare a fare pulizia di ogni sovrastruttura inutile o dannosa che ci portiamo appresso.

Insomma dare a questo tempo la funzione di darci spazio adeguato per riassegnare il giusto valore alle cose, per esempio partendo dagli affetti.

Si può fare? Sì, si può.

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Citazione by Gianni Faccin

Immagine by Pixabay: Ali di farfalla