Abitando il Natale

In viaggio verso il S. Natale: L’amore che si dona torna sempre indietro

Ormai ci siamo: “Black friday” e Natale coincidono …  Nel timing, non soltanto nella valenza. Infatti, sono sempre più accelerate ed intensificate le manipolazioni commerciali che giocano senza pudore alcuno sui sentimenti, sui valori e sui principi e che ti dicono come comportarti già subito dopo la festa di Ognissanti, anzi no, in realtà il fenomeno inizia la sera prima, una volta assorbiti i fasti di Halloween.

E noi? Che facciamo? Ci adeguiamo in tutta tranquillità. Come le stelle di un famoso romanzo di Cronin … stiamo a guardare. E stando così le cose, sembra ci vada bene.

Forse, allorquando il S. Natale ed altre ricorrenze importanti nella nostra tradizione diventeranno un retaggio per pochi, solo allora le manipolazioni commerciali e mediatiche cambieranno destinazione. Ma a quale prezzo?

Anche quest’anno, come già in passato mi sono soffermato e mi soffermo, anche io in anticipo, sul senso del S. Natale. Questa felice ricorrenza rimane per me e penso per tutti o per tanti un’occasione, una nuova opportunità, dono di un tempo scelto per riflettere, per guardarsi attorno e dentro di noi stessi. Uno spazio per trovare un nuovo inizio, per migliorare nella relazione che conta veramente e che giustifica il nostro passaggio in questo mondo: con noi stessi, con gli altri e con l’Alto.

Quest’anno, in modo più marcato, vorrei fuggire lontano da ogni tentazione di ipocrisia, dall’esteriorità, dalle abitudini consolidate che non siano quelle che hanno il sapore dell’autenticità e non del “pandoro”, della “cioccolata calda” o degli addobbi a tutti i costi. Vorrei agire lontano dalla pianificazione di feste e di regali.

Semmai, vorrei riscoprire ancora e ancora il senso della relazione sia in famiglia, sia nella società.

Infine vorrei ridare slancio, nuovo e rinnovato, al mio bambino interiore e alla sua originalità, proprio ricordando il significato del “bambino di Natale”. Il desiderio è di essere estremamente autentico nel dire a chiunque Buon Natale! Chiudo queste righe con una frase recentemente ascoltata durante un serial tv basata proprio sulle varie sfumature della festa del Natale che mi ha molto colpito e che voglio far mia reinterpretandola: L’Amore che si dona torna sempre indietro, infatti l’Amore che dai non va mai perduto … E ancora: … Siamo tutti alla ricerca dell’Amore, ma l’unico modo per riceverlo è donarlo …”.

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Immagine: Jesusretrouvé – momento tratto da serial tv Odio in Natale (st 1 ep 6)

Riferimento nel testo e citazione: frasi riprese da serial tv Odio in Natale (st 1 ep 6) e dal film Love actually – l’amore davvero di Richard Curtis – 2003

Riferimenti: cit. romanzo di A.J. Cronin, E le stelle stanno a guardare – 1935 – edito da Bompiani


Foglie che scrocchiano

Abbiamo bisogno di suoni che sanno di vita …

Citazione: by GiFa

Immagine: by Germana dal Madagascar novembre 2023

Versi: Foglie di vita da Versi liberi di Germana Boschetti, sorella salesiana in Madagascar


Dolcetti, scherzetti o … altro?

Silenzio, intorno: solo, alle ventate, odi lontano, da giardini ed orti, di foglie un cader fragile. È l’estate, fredda, dei morti.

Ma quali dolcetti! Ma quali scherzetti! Ma quale festa di fantasmi e zombie!

In verità, nella giornata del 2 novembre si celebra in Italia ogni anno la commemorazione dei defunti. Una ricorrenza che ha paralleli in molte culture ed epoche, ad evidenziare la speciale attenzione richiesta per relazionarsi con la perdita di una persona cara. Il processo di lutto è stato ampiamente studiato e analizzato e il modello più noto è quello delle cosìddette “cinque fasi del dolore”, non uno schema qualsiasi, ma uno strumento utile a sviluppare consapevolezza delle emozioni, che in generale è una dimensione che ci manca tantissimo anche come collettività, visto le tragedie che ci accompagnano giornalmente.

Tornando al titolo e all’incipit d’inizio, non ce l’ho con le feste tipiche di altri paesi e da noi acquisite senza alcun spirito critico, ma sta di fatto che per me il mese di novembre rappresenta sempre di più, e ben prima che inizi il relativo calendario, un periodo di riflessione (introspezione mi verrebbe da dire). E i versi di Cioran qui pubblicati il giorno di Ognissanti, per quanto ermetici ad una prima lettura, mi hanno profondamente colpito. Mi hanno accompagnato il giorno stesso e i giorni successivi nella visita al Camposanto ove i miei cari che non ci sono più sono ospitati in una piccola città di defunti con le loro storie vicine e lontane. Tantissime storie solo in minuscola parte a me note.

Torno volentieri all’appuntamento d’inizio novembre, oggi più di un tempo. E in questo periodo penso a tante persone, non soltanto a quelle che conosco direttamente, che ai primi giorni del mese di novembre ricordano e ricordano, pensano e ripensano, si nascondono, si ritirano dalle relazioni, con i pensieri che si accavallano, accompagnati da sentimenti di mancanza, voglia di fuggire, inconsistenza di relazioni, assenze, sensi di abbandono, inutilità della vita, senso di solitudine.

E la solitudine, in queste persone, non è mai un piacere desiderato, ma un ulteriore stato di sofferenza.

Finché non si è dentro a questa bolla di dolore, finché non si è passati attraverso questo malessere, è difficile capire, ed è difficile comprendere quanto gli altri hanno provato o stanno provando.

Per me è stato difficile, fino a poco tempo fa, riconciliarmi con questa ricorrenza, spesso vissuta con distacco voluto per non farmi poi domande delicate …, quelle domande che mi rivolgo sempre più spesso e che mi portano a dare significato ad ogni evento, anche piccolo o di ordinaria quotidianità. Domande che mi spingono ad essere migliore, a rispettare la realtà altrui, iniziando dall’accettazione della mia realtà.

Sono cresciuto con i miei genitori che mi portavano spessissimo al cimitero per salutare nonni, cugini prematuramente scomparsi, zii, amici. Mia madre ci teneva a far visita in questo luogo ove da tempo aveva voluto preparare urne di famiglia, anche in modo particolarmente anticipato. Non riuscivo a capirla bene questa sua voglia di anticipare …

Oggi, che è ancora qui ben presente, la questione appare quantomai attuale e al contempo “normale”. Il posto c’è, ci sarà, ma conta vivere il momento attuale nel modo più autentico possibile. Ho capito, sto capendo in verità, finalmente …

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Citazione: Novembre da Mirycae di Giovanni Pascoli – Ed. Sansoni

Immagine: Occhichepiangonosbavando da idea di https://lamenteemeravigliosa.it/6-tipi-lutto/

Immagine a chiusura: Giallo nudo by ANCA 2023

Riferimenti nel testo: https://www.aiutoallapersona.it/blog/tipi-di-lutto e pezzi precedenti sul medesimo argomento


Tran Tran

Chiedono “Come va?”, “Come va?”, “Come va?”. Ma noi non cambiamo mai no, mai no, mai …

Non so voi, ma a me capita periodicamente di rendermi conto, ogni volta come fosse la prima volta, che “tutto quello che è non è mai come appare”.

Eppoi, come non bastasse, abbiamo sotto il naso la realtà oggettiva, ma non è che non la vediamo o che non ci arriviamo, è che non la vogliamo vedere, perché è scomoda, decidiamo che va contro di noi, o almeno così pensiamo sia. Spesso c’è anche l’orgoglio oppure c’è un po’ di superbia … Figurarsi se mi affido ad un professionista oppure – al limite – ad un valido dispositivo che mi faccia essere veramente attore protagonista della mia scena di vita …

C’è un vero rifiuto che pare quasi sia una sorta di “lesa maestà … Figurarsi se mi adatto …

Insomma il passaggio dal problema alla soluzione non è mai agevole. Anche se la strada è tracciata, indicata, intravista chiaramente. Ma non è mai scontata, automatica.

Ho verificato personalmente come in più di una situazione ci affidiamo molto a soluzioni pianificate sostenute da modalità valide e concrete. Talmente valide da essere prese seriamente in considerazione per tante eventualità, non soltanto per le finalità specifiche. Mi riferisco per esempio alle nuove tecnologie e ai numerosissimi dispositivi che permettono cose inaudite se immaginate solo dieci anni fa: geolocalizzazione, relazioni on line di qualsiasi tipo, contatti con reciproca visualizzazione tramite telefono cellulare, lettura di libri e riviste su dispositivi portatili, lo stesso per le agenzie giornalistiche, meteo aggiornatissimo che permette di sapere a che ora arriverà la tempesta e altro tramite radar, acquisti di prodotti diversissimi on line e recapito diretto a casa, salvavita, controllo del territorio tramite droni e l’elencazione potrebbe essere interminabile.

Ormai tutti abbiamo le soluzioni in casa, in ufficio o addosso. Dispositivi con applicazioni per ogni esigenza. Chiedi e hai una risposta anche vocale.

Stando alle abitudini che abbiamo oggi quasi tutti, ogni problema parrebbe che avesse una facile soluzione, e in effetti spesso ce l’ha.

Se attendo una telefonata importante posso stare tranquillo perché ho sempre il cellulare con me, anche quando sono sotto la doccia (!), ma è chiaro che se lo tengo silenzioso non mi accorgerò della chiamata entrante e magari così succederà che il problema serio si trasforma in questione ancora più seria se non grave.

Dico un esempio semplice (perché mi riguarda) per spiegare che a fronte di una situazione problematica o d’interesse primario la risposta concreta c’è, è alla portata di chiunque sia come mezzo, sia come soluzione. Ma questa viene disattesa altrettanto agevolmente se non applichiamo delle semplici regole di comportamento note a chiunque.

Ora mi chiedo perché succede questo? Anche nelle situazioni più complesse, gravi, di grande rilevanza per esempio in tema di salute e sicurezza?

Tra problemi e soluzioni ci sta la persona con le sue caratteristiche personali, che possono favorire o anche ostacolare il processo. Indichiamo alcuni esempi:

– voglio sentire quando mi chiamano, perché è importante che io risponda, ma preferisco tener silenzioso il telefono o me lo dimentico che è silenzioso perché relativizzo il problema valutato in origine oppure perché ho cambiato idea o scala di priorità;

– voglio attivare ad un familiare il salvavita per ovvi motivi di sicurezza, ma il familiare pure capendone l’importanza lo tollera senza usarlo concretamente secondo le istruzioni. In effetti alla fine lo tiene sempre in carica ma se lo dimentica facilmente in cucina rischiando seriamente in termini di sicurezza, questo perché vuole seguire i propri schemi mentali o non accetta cambiamenti al suo tran tran;

– voglio arrivare puntuale ad un incontro fuori città e per sicurezza attivo il GPS dell’auto. Inserito l’indirizzo esatto seguo le indicazioni per un po’, ma poi esco dal tragitto proposto perché in verità non mi fido molto del GPS. In effetti alla fine arrivo intuitivamente alla sede dell’incontro ma in ritardo. Mi arrabbio pure e me la prendo con il GPS perché non gode della mia fiducia, mentre dovrei prendermela con me stesso …

Potrebbero esserci tanti esempi da richiamare, ma è sempre la stessa storia: per un motivo o per l’altro vogliamo essere noi gli artefici di scelte, azioni, comportamenti, anche quando non ne abbiamo la capacità o quando qualcuno o qualcosa ci indica un diverso approccio.

In certi casi abbiamo bisogno di farci aiutare, non soltanto dal professionista, anche dal dispositivo. Solo in certi casi serve l’esperienza spiacevole o addirittura traumatica.

 Spesso ci intestardiamo che va bene la nostra impostazione. Forse c’è bisogno che facciamo un passo in avanti, con maggior umiltà riducendo invece l’arroganza da parte nostra e soprattutto inserendo quel coraggio che ci aiuta a vedere l’essenziale nonostante le apparenze.

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Citazione: da Tran tran canzone di Sfera Ebbasta

Immagine: Float by Clker F V I per Pixanbay


Tempo giusto

Agosto mese di pause … riposo, pace, riflessione, riconnessione … ma anche di investimento. Investimento in cosa? In nuovi impegni? No, in coraggio …

Mai come il corrente mese è stato, è e sarà un mese di potenziale ricentratura, come mi è stato detto di recente da qualcuno. Ricentrarsi, riconnettersi, rigenerarsi, ripartire … Insomma, un nuovo inizio. D’accordo, ma questo può esserci durante e dopo un ritrovato momento di pausa che quasi sempre significa ascolto di sé e silenzio. Se invece continuiamo a controllare e a interpretare o semplicemente osservare le notifiche che inevitabilmente ci arrivano a tutte le ore da destra e da sinistra, da sotto e da sopra, non credo che una autentica centratura si possa raggiungere, semmai riusciremo riconnettere soltanto i nostri dispositivi … Non si tratta di attivare uno spam generalizzato, ma di mettere in standby ogni nostra sovrastruttura, a cominciare dagli stessi smartphone di cui siamo ormai schiavi.

Mi sovviene il ricordo di chi se ne va in ferie per godersi la necessaria e desiderata vacanza (etimologia: vacare = essere vuoto) e porta con sé del lavoro per non farsi mancare nulla, anzi per riempire quel vuoto.

Credo che questo mese, che si ripete negli anni, sia una delle rare occasioni per fermarsi e fare della pausa un “tempo giusto”. Per regalarsi un nuovo inizio, appunto.

Le parole chiave sono investimento e coraggio. Investire significa, tra le altre cose, attribuirsi un diritto, un titolo, un potere; e ancora, conferire diritti e dignità. Peccato che, nell’uso comune, sia collegato essenzialmente ad operazioni finanziarie o immobiliari oppure ad incidenti stradali.

Coraggio significa, in una delle più note accezioni, forza d’animo connaturata, o confortata dall’altrui esempio, che permette di affrontare, dominare, subire situazioni scabrose, difficili, avvilenti, e anche la morte, senza rinunciare alla dimostrazione dei più nobili attributi della natura umana. Cosa vuol dire avere coraggio? Questa parola richiama al cuore. Deriva dal latino cor habeo, che vuol dire avere cuore, agire con il cuore. Il coraggio quindi è quella forza d’animo che ci viene quando facciamo le cose a cui davvero teniamo. Quella “forza nascosta” che ci fa affrontare le paure e i pericoli. Peccato che, nell’uso comune, sia collegato spesso ad eventi caratterizzati essenzialmente da impudenza e sfacciataggine.

Oggi una persona mi ha detto: “Già, ma per cambiare qualcosa bisognerebbe trovare il coraggio …”. Ecco, sono d’accordo, ma aggiungo che per trovare dentro di sé il coraggio, occorre mettersi in ricerca, altrimenti quella forza nascosta oltre a continuare a rimanere tale resterà anche disattivata.

Trova il coraggio, quindi. Ma per trovarlo cercalo! Comincia col metterti in pausa vera. Chi te lo impedisce?

A te che leggi lo auguro di cuore, e lo faccio con dei versi di una splendida persona, professionista e poeta.

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Bellissimi versi il cui titolo potrebbe essere anche: Stacca Cerca Trova! Il vero coraggio, si alimenta da subito nel momento in cui riusciamo a prendera la giusta distanza nel “tempo giusto”. Presupposto di autentica serenità.

A rileggerci a settembre!

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Citazione: Incipit dell’autore

Immagine 1: Embrace by Pixabay

Immagine 2: Serenity by Mitacon Onlus

Riferimenti nel testo: Treccani.it e Wikipedia

Versi: Trova il coraggio di Alessandra Galiotto – https://www.poetipoesia.com/?audiolibro=alessandra-galiotto-barba


Chi ha piantato questo chiodo?

Il “chiodo”, nel linguaggio familiare, indica sempre qualcosa di doloroso e fastidioso: un cruccio, una preoccupazione, un’ossessione amorosa; ma anche, in maniera scherzosa, un debito …

Rimanendo in tema di “chiodi” (con riferimento al pezzo precedente), qualcuno li definisce il simbolo dell’asse cosmico (*). Raffigurano il destino, la necessità. Come diversi simboli del “legame”, ricordiamo la corda, le manette, i nodi, i ceppi, i lacci, i fili, ecc. Quindi il chiodo rappresenterebbe un intrappolamento. Altri affidano ai chiodi un significato che va molto oltre (**). A livello simbolico i chiodi, per il fatto di essere appuntiti, rappresentano e sono in grado di richiamare gli spiriti e le forze oscure che possono rivelarsi negative. Ma i chiodi hanno anche un’altra funzione: quella di fissare. E per questo assumono anche una valenza positiva in determinate circostanze. Varie sono poi le superstizioni sui chiodi che si sono diffuse dall’antichità ad oggi. Si dice per esempio che chi trova un chiodo farebbe bene a raccoglierlo onde evitare disgrazie. Infatti trovare un chiodo è considerato un segno di fortuna. Il chiodo ritrovato andrebbe assolutamente conservato tenendolo a portata di mano. In alternativa si può fissarlo alla porta d’entrata. In epoca medievale si pensava che mettere un chiodo sulla porta potesse servire a tenere lontani i fantasmi, le forze negative e gli animali feroci. Credenze dal valore diverso che trasformano un oggetto di uso comune in un elemento dai molteplici significati.

E nella Bibbia? Faccio un solo richiamo, perché ci sarebbe molto da scrivere. Dice il teologo (***): “L’idea di un chiodo ci trasporta nell’ambito di materiali che si uniscono per mezzo di un cuneo, ci parlano di un legame consistente e fermo reso possibile da una trasformazione, un prodotto con caratteristiche diverse dalle sostanze utilizzate, sovente con funzioni differenti o molteplici. Nel campo spirituale sono quei punti inseriti come macigni nella mente dell’uomo, che ne condizionano il pensiero e l’agire. Ecco perché abbiamo sempre bisogno di verificare alla luce della Bibbia, quale sia in noi lo stato della mente di Gesù Cristo …”.

Fin qui tutto bene. O quasi.

E nell’arte? Che ruolo e che senso potrebbe avere un chiodo?

Non è semplice. E resta il fatto, che ad una domanda chiave non sono ancora riuscito a dare una risposta. E forse non ci riuscirò mai.

Tutto nasce da una circostanza vissuta all’estero circa quindici anni fa. Ci penso spesso, ma pur avendo ben presente situazione, persone, stato d’animo e fisico, emozioni, pensieri e altro, non sono ancora arrivato a capire. O forse sì?

Immaginiamo di trovarci in una grande città europea, una capitale. Di visitarne un importante museo in cui sono esposte opere d’arte di grande rilievo storico e moderno. Di apprezzare vari artisti e varie opere famose, ma anche quelle poco conosciute. Di trovarsi improvvisamente dinnanzi ad un quadro di interessanti dimensioni, senza cornice, solo delineato ai bordi di un verde salvia e completamente dipinto di bianco – tipo parete bianca – con al centro un chiodo ben piantato ma inserito parzialmente. Un chiodo non subito visibile, ma successivamente ben visibile ad un occhio calmo e attento. Immaginiamo lo stupore e il senso di disorientamento per un’opera che nell’immediato si percepisce anonima, semplificata, resa sicuramente essenziale, ma indecifrabile. Un disorientamento che a gradi si trasforma, si scatena e diventa dapprima una specie di angoscia e poi uno sfogo di riso misto a pianto … Questo, proprio nel momento in cui si legge prima una domanda posta nell’angolo alto a sinistra (punto di vista dell’osservatore): Chi ha piantato questo chiodo? – e poi una riposta posizionata nell’angolo alto a destra: Io non lo so. – ed è impossibile rimanere impassibili.

L’opera è del 1972 (****), autore un russo, divenuto statunitense, deceduto proprio quest’anno. Dicono trattarsi di art-pop influenzata da neodadaismo piuttosto che da un nuovo realismo.

Approfondendo quest’opera e altri lavori dell’artista, ho notato come la sua regola fosse non dare importanza all’oggetto rappresentato (il chiodo, nel quadro in questione), ma invece a tutto lo spazio circostante (il bianco, nel caso). Uno spazio vergine che apre a nuovi, diversi ed imprevedibili scenari. Il rischio è quello di concentrarsi sul chiodo, del perché sia lì e in quello stato, e di voler scoprire chi l’abbia “piantato”. Curiosità? Gioco di percezioni? Di luci e ombre? Di colori? Sicuramente, meglio aprirsi a nuovi punti di vista, distogliendo l’attenzione dalle facili e comode apparenze. In questo caso distogliendo l’attenzione da un chiodo che sembrerebbe tanto sperduto in un deserto bianco, quanto ingombrante, inutile e al contempo intrigante.

Come che sia, anch’io, come credo lo stesso autore, non ho trovato ancora una risposta alla domanda, ma forse sono altre le domande a cui cercare di dare risposta.

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Citazione: by Accademia della Crusca

Immagine in evidenza: Nail by Pixabay

Note:

(*) Da Axis Mundi by Wikipedia;

(**) Il significato del chiodo nella tradizione popolare by rivelazioni.com/

(***) Un chiodo: simbolico, di ferro o spirituale di Ferruccio Iebole by lamostradellabibbia.com/

(****) Qui a planté ce clou? Je ne sais pas – 1972 Ilya Iossifovich Kabakov (Opera esposta a Parigi presso il Centre Pompidou – descrizione completa: Olga Petrovna Panina: Qui a planté ce clou? – Yanna Borisovna Koshkina: Je ne sais pas)

Post Scriptum:

Consigliabile visitare il sito https://www.centrepompidou.fr/fr/ressources/oeuvre/cj74zgd


Sorellina

Una sorella è un pezzo del tuo cuore che vive in un’altra persona …

Non è arrivata dalla porta, non ha suonato il campanello. La panciona della mamma è tornata una pancina. Benvenuta sorellina …

È l’affettuoso diminutivo che abbiamo sempre usato. È capitato anche in questi giorni. Come quella volta durante il Covid-19: Sorellina! Ho esclamato, e tu guardandomi dritto negli occhi, che in entrambi emergevano da mascherine poste malamente, hai risposto: fratellone!

Già questo incrocia il nostro essere veramente fraterni, ma anche la nostra storia.

Ovviamente per me lei più piccola e per lei io più grande.

Quando avevo 5 anni, sei arrivata tu a riempire, non inaspettatamente, la vita di mamma e papà e anche la mia. Solo che io non ero così “ometto” come recitava spesso mamma. Ero un bambino al quale si voleva dare importanza, ruolo attivo, responsabilità.

Ho deciso di non giudicare questa cosa, è andata così.

L’hai tanto voluta questa bimba, dice ancora oggi nostra madre.

Sono stato preparato minuziosamente al tuo arrivo, forse perché non ci fossero differenze di attenzione, gelosie, invidie, o altro. Insomma per agevolare la novità.

Ad un certo punto non so che cosa io pensassi. Ma mi era chiaro che stava succedendo qualcosa di molto importante.

Ero emozionato (paura?) e fremente anche di curiosità.

Ricordo solo pochi dettagli di quell’estate … In particolare i discorsi e le preghiere di mamma prima della tua nascita. Non credo sia stata una gravidanza facile.

Poi ricordo che rimasi da solo a casa con nonna Giustina e siccome questo era un fatto inusuale era evidente, a me bambino, che c’era qualche cosa di strano nell’aria che stava evolvendo. Non si vedevano le stesse cose di tutti i giorni. Non si respirava la stessa aria. Mamma non c’era a casa e papà non si capiva dove fosse. Nonna faceva discorsi evasivi. Io giocavo in quello che sarebbe poi diventato cortile. Oggi ho capito che mi stavo distraendo e cercavo di riempire il tempo dell’attesa.

Non so perché, ma giocando in solitaria, mi pareva ci fosse aria di festa.

La nonna si teneva, ma era chiaro che c’era apprensione per la figlia e esultanza per la nascita imminente della sua prima nipotina. Sicuramente anche timore che le cose non andassero bene.

Poi, al tuo arrivo, ricordo la prima visita in ospedale a Thiene, tu eri placida e tranquilla nella tua postazione di vetri. Tutto lasciava ben sperare.

Nei primi mesi, a casa, mamma mi coinvolgeva in tutte le incombenze di cura che ti riguardavano.

Non ricordo gelosie o altro.

Ma quando avevi circa dieci mesi, durante una notte ci fu una grande subbuglio in casa al piano superiore. Stavi male e non si sapeva che cosa fare. Papà, agitato ma non lo voleva far vedere, si dava da fare per chiamare qualcuno. Non tutti avevano il telefono. Mamma era disperata. Non avendo automobili ed essendo notte, grazie all’intervento provvidenziale di una giovane pediatra ospedaliera [*] riuscisti a venirne fuori con sollievo dei nostri genitori e anche mio, perché avevo pensato che avresti potuto cambiare idea e ritornartene da dove eri venuta.

Invece non era così. Ci volevi mettere alla prova per capire se veramente ti avevamo desiderato. E dopo averlo verificato decidesti di restare.

Ne furono felici anche la pediatra, i parenti e tutto il vicinato.

Da quel momento, dopo una specie di tirocinio, io venni nominato in pianta stabile tuo “protettore”, da parte materna. Non ricordo di aver sentito pronunciamenti paterni al riguardo. Ho sempre pensato che fossi di più la sua “figlietta”. In effetti il vestito di fratello maggiore lo sentivo un po’ stretto, ma francamente non mi dispiaceva questa responsabilità. L’idea di protettorato durò per anni, e sono convinto che per nostra madre sia ancora un po’ così. Invece non ho mai capito che cosa ne pensassi tu di questa” tutela” dichiarata.

Oggi, io vedo questa cosa come un’esperienza che ci ha fatto crescere e restare legati, senza giudizio e con comprensione reciproca.

Anche con equilibrata distanza.

La trovo anche divertente a discapito delle incertezze di un tempo.

Infatti le vicende successive, soprattutto quelle adolescenziali, mi affrancarono da questo ruolo, e ciò perché ognuno di noi si costruisce giustamente una propria strada affettiva e di esperienze personali.

Ci si emancipa.

Come che sia, oggi rimane, e non è poco, il sapere che ci siamo, io per te e tu per me, nel rispetto reciproco, nel dialogo che è aumentato con l’età.

Sono passati diversi lustri e su certi aspetti dobbiamo fare ancora strada, e sto pensando a me, ma in “famiglia estesa” riusciamo ad ascoltarci molto e questo consolida i nostri vincoli d’amore.

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Citazione: da fonte anonima in https://aforisticamente.com/

Immagini: dal repertorio familiare

Note: [*] Dott.ssa Silene Thiella, nota professionista di Schio – medico pediatra, neuropsichiatra e scrittrice

Testo: pezzo riordinato e aggiornato dal libro Diario 2021piccole storie molto personali (in parte transpersonali) di Gianni Faccin – GEDI 2021


Stufa

… non ho capito se lei è una stufa o un monumento …

Pare che la vecchia stufa fosse stufa di fare la stufa. Fu così che non fu più al centro dell’attenzione, ma venne accantonata, trascurata, dimenticata. La collocazione non era delle migliori.

In verità qualcuno aveva deciso che il suo consumo fosse eccessivo. Era il tempo in cui eravamo tutti convinti che il metano ci desse una mano. Eppoi non era più di moda.

Alla domanda “che ne facciamo di una vecchia stufa a legna?”, perdipiù in ghisa e malridotta, decidemmo di portarla all’aperto dove il tempo è più variabile, comunque al riparo. In tal modo avremmo potuto scrutarla meglio e deciderne con calma il destino, quale che fosse il meteo incombente.

Vendiamola, oppure smaltiamola, disse qualcuno. Ripariamola, disse qualcun altro. Pensiamoci su, si convenne tutti.

Alla fine decidemmo di montarla e posizionarla vicino alla legnaia. Al sicuro dalle intemperie e vicina alla sua gradita materia prima.

Grazie ad un grande scrittore che mi ha ispirato, ho potuto fare una iniziale conversazione con questa stufa, un dialogo inusuale di sguardi e silenzi. Inaspettatamente.

Ne ha viste di situazioni e vicende, visto che è stata in funzione, me ne sono accertato, almeno dagli anni ’70. A onore del vero la pensavo più datata, ma questo non cambia il fatto che sia stata una protagonista in casa dagli anni dell’austerità.

Fino a ieri aveva trovato rifugio in uno scantinato umido e buio. Oggi è ritornata a prendersi uno spazio anche se non svolge più le tipiche funzioni richieste ad una stufa. La guardo e la guardo ancora. Mi dà un senso di tranquillità e di sicurezza. Mi sembra una presenza autorevole e al contempo non ingombrante. La definisco ambasciatora, che significa incaricata di trasmettere un messaggio.

Ecco, il messaggio che la stufa trasmette con la sua presenza è una forma diversa di calore, molto più naturale della fiamma. È quella di “benvenuto” a chiunque si presenti alla porta di casa.

Sì, è tornata ad essere una “signora stufa”.

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Citazione: da Conversazione con una stufa, in Leggende e fiabe (vedi sotto)

Immagine: Signora stufa, by GiFa2023

Riferimenti nel testo: 1. scrittore citato è Hermann Hesse e il suo Leggende e fiabe, Mondadori 2021; 2. ambasciatora nell’uso comune come indicato da Enciclopedia Treccani (https://www.treccani.it/vocabolario/ambasciatore/)


Il fiore che pesa

… Senza citazione …

È una sera che il fiore mi pesa … È l’inizio di una nota canzone degli anni ’80 proposta da un ormai affermato De Gregori.

Mi ritorna in mente di continuo con parole diverse: è un tempo che il fiore mi pesa … Parole quasi le stesse, melodia la stessa. Piacevole e significativa, almeno per me.

Infatti, non ho mai capito che significato avesse il testo del cantautore, ma comprendo che significhi oggi quell’incipit per me.

Finalmente ci siamo.

Temo forse di avere un giorno dei rimpianti? Di non aver fatto cose che ritengo alla mia portata e che sono personalmente importanti? Temo di non lasciare il segno? Temo di annoiarmi? Mi preoccupa che succederà dopo?

Sto cercando di dare delle risposte.

Sento però che il fiore mi pesa, e questo fiore rappresenta tutto ciò in cui ho creduto e investito nella mia vita. È tutto quello in cui ancora credo. E allora?

E allora serve il coraggio. Quale coraggio?

È quel coraggio che aiuta a dire dei no, quando, spessissimo, i miei sono stati assolutamente dei sì, non sempre a cuore leggero.

È quel coraggio che aiuta a prendere la distanza, la debita distanza, non tanto da qualcosa di sgradito (troppo comodo!) ma da molte cose assai gradite e ricercate ma non più sostenibili.

Anche per aver l’umile consapevolezza di aver fatto la propria parte e che il testimone è finalmente condiviso.

Anche questa è una fase delicata da vivere con un’attenzione duplice, sguardo speciale sia al sé, sia al noi. Qui serve passare la palla, per restare nello sport, e farlo al meglio.

E finalmente ci siamo …

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Immagini: The child e The flower by Pixabay


… E l’indifferenza uccide!

Ricorda l’indifferenza uccide! Perciò avvicinati a chi è nel bisogno rialza chi è caduto e carezza il volto di chi piange cerca di essere voce per chi non ha voce allevia la sofferenza che incontri non partecipare all’omicidio consumato da quelli che sono gli indifferenti.

Un noto brano musicale ripeteva: “Nel 2000 io non so se vivrò ma il mondo cambierà il sole scenderà su di noi / Nel 2023, 23 Se il mio cuore batterà non lo so ma troverà qualcosa che lo farà batter più di te …

Di recente ha scritto al riguardo Fabiano Minacci:“Il testo era di Daniele Pace, accennando al misterioso futuro che incombeva, aggiungendo la frase “Nel 2023 l’uomo avrà smesso di lavorare” (ci andò vicino). Il brano era americano, cantato da Zager & Evans e in origine si chiamava “In The Year 2525”. Rick Evans la scrisse nel 1964, rimase chiusa in un cassetto fino al 1968. Il duo la incise all’inizio di giugno, entrò al n. 95 in America e il 12 luglio era al n. 1, grazie alle radio texane che la programmarono a rotta di collo, scalzando dal podio Elvis Presley, i Beatles e Stevie Wonder. Roba da non credere …”. In ogni caso il blogger afferma: “La canzone di Dalida Nel 2023 è una delle più catastrofiche di tutti i tempi”.

Anch’io come Minacci considero quel brano fra i più tendenzialmente catastrofici di sempre anche se in tal caso ci sono previsioni azzeccate e non. Del resto è sempre così, quando ci fanno previsioni generalizzate a lunga gittata, in parte, ci si azzecca sempre.

Come che sia, ci fu un tempo anche per me in cui pensavo al futuro come a qualcosa di migliorativo, di crescita per tutti, di evoluzione collettiva. Non soltanto di miglioramento personale, che, francamente, vedevo come cosa più complicata.

È stato così? Che c’entra la canzone richiamata?

È indubbio che il mondo, in questi circa 60 anni, sia migliorato sotto vari aspetti e abbia avuto varie fasi di progresso economico, culturale e sociale, e al contempo vari punti di crisi. Mi è difficile dare una misurazione di tali miglioramenti. Forse mi verrebbe più facile valutare le crisi, sempre più frequenti, spesso evidenziate da scosse di terremoto – anche violente – di tipo finanziario, politico, economico e sociale. Di recente anche di tipo sanitario (pandemia), non dimenticando i disastri ecologici puntualmente evocati, registrati, commentati e poi archiviati; e di tipo bellico (importante guerra in territorio europeo), non dimenticando l’intolleranza dialogica ormai persistente anche nelle sale politiche internazionali considerate democratiche.

Mi chiedo se a fronte di importanti avanzamenti (scambi multiculturali, discussione sui diritti umani, progresso tecnologico e sviluppo della ricerca, diffusione della conoscenza, opportunità della rete, per dirne solo alcuni) che sono sotto gli occhi di tutti non ci sia un imbarbarimento generalizzato che sta prendendo piede con forza. Sta dilagando.

Circa la pandemia: temo che stia diventando un brutto ricordo; parleremo di prevenzione e cautele non appena (speriamo di no) ne arriverà una di nuova. L’aviaria in essere non è una favola.

Circa la guerra: d’accordo ci sono decine di guerre nel mondo, da decenni e stanno aumentando; in Europa un conflitto così importante non era immaginato da nessuno; ci siamo abituati agli aggiornamenti sul conflitto, e anche alle statistiche sui morti e basta.

Circa gli immigrati: questa catastrofe è senza fine; l’indifferenza generale nasce da lontano, ma ultimamente è divenuta quasi un imperativo. Muoiono sotto gli occhi delle telecamere, quindi sotto i nostri occhi, “persone” che scappano da situazioni di profonda sofferenza e che se decidono di partire, pagando e rischiando, preferiscono questo ai soprusi in atto da parte dei loro conterranei. Quando poi sono bambini che vengono sacrificati rimanere indifferenti significa ancor di più complicità criminale.

Il fatto è che anziché unire le forze per trovare soluzioni adeguate, ci si dedica alla ricerca delle colpe e dei colpevoli dichiarando di avere la “coscienza a posto”. Questo atteggiamento sempre più praticato a tutti i livelli si basa su di una piattaforma che è alimentata dall’indifferenza: succedono certe cose ma non le voglio vedere, non mi riguardano oppure non mi conviene interessarmene, non è di mia competenza. Siamo passati dal lavarsi le mani (come Pilato – nda) di fronte ad un evento irrilevante all’arte di scaricare le responsabilità sugli altri di fronte ai peggiori crimini umani.

Tornando al brano musicale, che è uno spunto per uscire dalle usuali ovvietà, canzone proposta in Italia nel 1968/69, trovo che le cose non siano andate tutte male, anzi. Ci sono però anche segnali importanti di regresso. Che fanno pensare al peggio. Per esempio la vera catastrofe oggi, nel 2023, è evidente ed è quella dell’indifferenza diffusa. In tutti gli ambiti citati. Più che prevedere cosa accadrà occorre non essere indifferenti nelle situazioni in cui siamo immersi. Ed è vero: l’indifferenza uccide, come nella citazione.

Certo ci sono cose che possiamo fare ed altre che sono più difficili da realizzare.

Personalmente penso sia importante innanzitutto concentrarsi sulle prime.

Quali sono le cose che possiamo fare?

Anche su questo, sono convinto che possiamo ognuno di noi dare una risposta. Cominciando ad essere attenti. Poi impegnandosi ad essere consapevoli e a stare nel presente mettendo a disposizione le nostre capacità, senza esagerare, facendo la nostra parte.

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Citazione: L’indifferenza uccide! di Enzo Bianchi – Twitter

Immagine: Ragazzo del Togo in maglietta rossa – Giovanna Boteri su Facebook

Riferimenti nel testo: Nel 2023, brano proposto in Italia da Dalida e da Caterina Caselli – blog Biccy.it /F. Minacci