Senza social

Le cose sono due: o sei social o non sei nessuno.

In questi giorni sto cercando di tenere a bada il grande fastidio che continua a crescere in me leggendo o ascoltando quanto sta avvenendo nel mondo virtuale. Lo tengo a bada perché lo sappiamo in tanti quale sarebbe la scelta più ovvia da fare il mese prossimo. Invece io ci tengo ad esercitare i miei diritti e quindi se voglio farlo è meglio che riesca a non farmi condizionare da questo immane senso di fastidio. Mi riferisco in particolare, in questo periodo, ai salotti tv e ai post sui social che dovrebbero essere educativi o almeno utili e costruttivi e non gare di mega-manipolazione, di insulto e di menzogna. Non ci sono soltanto i politici e politicanti, ma anche persone qualsiasi che di tutto parlano, spesso senza sapere di cosa stanno trattando. Sono gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, qui al maschile, ma vale anche al femminile. Cito parzialmente Leonardo Sciascia. Anzi il grande scrittore andava giù di brutto ben di più, ma questo è un altro discorso.

Nei miei piani c’era da tempo l’impegno di limitare il più possibile l’abbeverarmi al pozzo del mondo virtuale. Non ci sono ancora riuscito, ma ho deciso di dare un taglio netto e forte a questo bere. Una dieta ferrea quindi. Purtroppo mi è necessaria perché tocco costantemente con mano quanto sia distante la realtà odierna dall’approccio dei media citati. Spesso vale anche per i giornali che fanno da continua cassa di risonanza. Infatti, e non voglio generalizzare, accade giornalmente che testate storiche e consolidate riportino quanto viene scritto su Facebook, Twitter, ecc. e che spesso non me ne può fregare di meno oppure rischia di intrappolare l’attenzione su questioni di retro bottega.

Oggi il virtuale ci dice che ci sono varie cose da cambiare nel sistema e per questo occorre il nostro voto. In genere sono slogan, luoghi comuni e vere e proprie favole, che, tra l’altro, cambiano nel giro di poche ore. Forse questa frenetica corsa all’autodistruzione potrà divertire qualcuno, peccato però che al contempo ci sono milioni di poveri assoluti e che anche questo dato è in forte crescita, non cresce soltanto il prezzo del gas o l’inflazione. E si potrebbe dire ben di più.

Su questo esempio possiamo trarre la certezza che la realtà è una cosa (le bollette che stanno arrivando a tutti non sono bufale) e quanto tutti leggiamo o raccontiamo sui social è un’altra cosa che ci distrae e ci porta fuori partita.

E poi se non si scrive qualsiasi cosa sui social non ti senti parte della società. Non sei protagonista. In definitiva credo che ormai o possiedi un profilo social e non esisti. Riguarda chiunque, ad ogni età.

Penso che sia importante, non soltanto per me, non sprecare più di tanto energie e tempo per concimare il mondo social, riuscendo invece a ripristinare le vere app che contano e che, a mio parere, partono dai bisogni autentici di ognuno. Da dentro di noi.

Nel mio caso sento bisogno di prendere la distanza in modo deciso dal virtuale di massa e di dedicarmi a ciò che conta veramente e che può avvenire nell’incontro reale tra le persone. In quella che considero la connessione autentica, riuscire per esempio nella vita di tutti i giorni ad essere più assertivo ma anche più vitale e di stimolo con gli altri.

Dunque meno virtualità e più attenzione alle relazioni: cercare di sintonizzarmi con gli altri, ascoltando attivamente, rispettando i diritti di chi mi sta innanzi facilitando il reciproco arricchimento interiore; nello scrivere e nel parlare raccontando e raccontandomi in modo semplice e chiaro in ogni occasione con le parole ma anche con ogni altro mezzo disponibile; esprimermi al meglio, mostrando le parti di me, dichiarando i miei stati d’animo; instaurare relazioni soddisfacenti puntando alla condivisione di bisogni, valori e obiettivi.

Senza social si può vivere e vivere bene.

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Citazione: da codencode.it/essere-o-non-essere-social-siamo-liberi-di-scegliere/

Immagine: eyes by Pixabay

Riferimenti nel testo: Il giorno della civetta – Leonardo Sciascia – Gli Adelphi


So

Credere è “accogliere tra le proprie convinzioni o opinioni, per intima persuasione, per adesione spirituale, per un atto di fede; dare credito a qualcosa, ritenerlo vero …”

So.
So che ci sei, esisti e governi tutto.
Sì che abbiamo bisogno di Te, tutti.
Facciamo finta di riuscire ad arrangiarci, a fare da soli.
E a campare.
Scarichiamo il lunario ... illusi.
Sento che se non ci fossi tutto non avrebbe senso.
Eppure vorrei capire di più, scoprire di più, ma non è dato a nessuno di riuscirci.
Allora ricorro ai simboli e alle rappresentazioni, ai riti consolidati non sempre cercati.
Ti intravvedo in qualche immagine con cui vieni raccontato, descritto.
Solo in alcune.
In molte altre, quasi tutte, non mi ritrovo.
Non puoi essere così scontato, schematizzato ...
In ogni caso so.
So che ci sei, esisti e governi tutto.


Citazione: da Wikipedia significati

Immagine: donna che crede e prega, by Pixabay


Le radici

La casa è come un punto di memoria, le tue radici danno la saggezza e proprio questa è forse la risposta e provi un grande senso di dolcezza. E te li senti dentro quei legami, i riti antichi e i miti del passato. E te li senti dentro come mani, ma non comprendi più il significato …

O forse lo immagini e credi di comprenderlo.

Mi ha fatto un certo effetto riprendere in mano una foto come quella evidenziata. E’ una bella foto anche se scattata un po’ di corsa. Soprattutto è stata per me – specialmente di recente – molto importante per la consapevolezza di essere legato a qualcosa e a qualcuno di presente, di passato e, in un certo senso, di futuro.

Ho trovato risposta alla domanda che mi ponevo ogni qualvolta prendevo in mano l’album Radici di Francesco Guccini. Il famoso Lp riporta a tutta copertina la foto di antenati di famiglia. La domanda era “che senso ha questa immagine”? E la risposta era quasi sempre la stessa fino a quando ho intravisto qualcosa di importante anche in coloro che non ho mai incontrato di persona. Già da giovane mi rispondevo che era importante il legame familiare perché era chi direttamente o indirettamente mi aveva aiutato a nascere, a crescere e a diventare una persona adulta. Magari senza tante parole, oppure con esempi, sicuramente con scelte di vita semplici e complicate. Qualcuno finendo la propria vita in giovane età, qualcun altro facendo la propria parte fino a quasi cent’anni. Qualcuno vivendo in serenità nonostante tutto e qualcun altro lottando e soffrendo contro le avversità preponderanti nella sua vita. Chi in solitudine per scelta o disavventura, chi contribuendo ad una famiglia numerosa, chi senza famiglia oppure senza possibilità di generare. Ci sono state anche malattie devastanti oppure meno, ma quello che ricordo è la ricerca non costante ma presente di contatto e dialogo.

Ad un certo punto mi sono reso conto che capivo fino in fondo quel celebre detto: senza radici non si vola. (1)

Sì, ho cominciato a sentire con chiarezza dentro di me che non solo non si poteva fare a meno degli antenati vicini e lontani, ma che ogni singolo aveva a suo modo contribuito anche al mio destino. Con una reciprocità che come minimo interessava tante persone, tutte le persone presenti e non presenti della foto riportata.

L’importanza dell’antenato (nato prima) va assolutamente riscoperta. Non basta una vita per riuscirci, essendo al contempo in campo per essere noi antenati di qualcuno.

E’ una ruota che gira, si potrebbe dire. In realtà sento che è un filo invisibile che ci lega tutti assieme, alcuni più di altri. Ma tutti siamo collegati a quel filo, del quale non conosciamo né l’inizio né dove finisce. Conosciamo solo un tratto, in parte corrispondente al nostro vissuto.

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Citazione: da Radici di Francesco Guccini (brano tratto dall’album Radici EMI 1972)

Immagine: foto parenti del 1962 da archivio storico famiglia Pamato – Marchioro – Faccin – Lionello

Riferimenti testo: (1) Senza radici non si vola di Bert Hellinger – Ed. Crisalide 2001 (libro sulla terapia sistemica)


Non è un paese per giovani …

E’ vero, il nostro non è un Paese per i giovani

Ritorno sui temi che hanno più rilevanza mediatica in questi giorni che compongono ormai una strana estate. Sappiamo tutti perché. Eppure pare non sia possibile dare una guida seria, o almeno tentare seriamente di farlo, alla comunità italiana. In fondo ce lo meriteremmo, o no?

Gli slogan si sprecano. Le battute e contro battute anche. Conta la pancia e quanto la pancia fa esprimere sui social, quali che essi siano. Al di là dei cosiddetti siparietti che era facile prevedere dopo il rinnegamento di un governo sicuramente di emergenza ma autorevole e fattivo, ci troviamo a poco più di un mese dalle fatidiche elezioni, da qualcuno continuamente invocate, con i problemi generali e particolari che si aggravano secondo un modello che io definisco glocal, mentre i candidati a guidarci stanno offrendo scene aperte e non nascoste che dire vergognose è dir poco. E senza distinzione di parte.

Io credo che nel 2022 stare ancora a distinguere le cose tra destra e sinistra non abbia più importanza. Torna il centro? Ma che senso ha se al centro, ritenuto moderato, si posizionano dei veri estremisti di potere? Non tanto per idee, ma per i comportamenti dettati dalla personalità narcise che possiedono.

Metà degli elettori non vanno più a votare da tempo. I segnali chiari di disaffezione sono antichi. Più che disaffezione è un vero sentimento di rassegnazione-disgusto-rifiuto. E’ quello che anche io provo. Con l’uscita di scena del governo cosiddetto tecnico (in realtà c’è ancora e ci sta tenendo a galla) io ho provato una grande rabbia per come siamo fatti tutti noi, giacché dagli errori non impariamo mai, anzi continuiamo a farne di peggiori, rabbia che in qualche modo ho manifestato nei miei due scritti precedenti di luglio. Ma oggi provo disgusto. Mi viene in mente quell’immagine tipica del neonato che a fronte di qualcosa di non gradito, in modo inconsapevole fa vedere con le smorfie del viso la propria contrarietà emotiva. Mi sento così.

C’è una speranza? Sì infatti è l’ultima a morire. E così cerco di superare il senso di disgusto.

Pare si siano formati, dopo i continui svarioni di questi giorni, tre poli non certo innovativi ma regolati dalle indicazioni di voto potenziale (sondaggi), quindi non liberi ma condizionati dai pressing mediatici che non sono certo indipendenti. In base alle categorie del 18° secolo nascenti dalla rivoluzione francese (1) c’è una destra composta da tre formazioni politiche tendenzialmente conservatrici di privilegi e bravissime a “raccontarci” i valori popolari nonché a fingere unità d’intenti. Che dire? Fanno il loro lavoro e sono veramenti bravi a fare marketing, niente da aggiungere. A parte il disgusto. C’è una sinistra che non sa ben comunicare e che non è mai riuscita ad impostare un percorso attrattivo di bene comune. Anzi è sempre stata, nonostante le esperienze vissute, bravissima a frammentarsi (2), a mettere i puntini sulle tante “i”, creando le condizioni perché le buone intenzioni, pur presenti, restassero soltanto verbalizzate. Da quanto vedo nella mia realtà non c’è da tempo neanche la volontà di provare a guardare nella stessa direzione. Le formazioni di questa parte fanno ormai capo ad unica squadra che pare detenga un interessante impatto elettorale. Ma personalmente ho seri dubbi sulla sua attuale e reale attrattività. Nient’altro da aggiungere, a parte l’irritazione consolidata. Infine c’è la novità di un centro che nasce per puro calcolo di convenienza e che è il mettersi insieme di narcisi nostalgici dei fornai (nota metafora di andreottiana memoria), personaggi il cui ego smisurato li pone nelle condizioni di chi vuole essere unico al comando. Non intravedo moderazione in queste aggregazioni, soltanto la sfrontata voglia di emergere e di prevalere. E di non perdere il posto. Si badi bene l’impatto complessivo potrebbe valere meno del 10%. Certo che frequentare distinti fornai potrebbe essere decisivo, come nella nostra prima repubblica. E in tal caso chiedo scusa a chi il fornaio lo fa di mestiere. Non c’è altro da aggiungere, a parte il fastidio profondo. (3)

Le domande che mi pongo e che spero si pongano le persone sono due: perché dovrei andare a votare? E perché dovrei votare uno dei tre poli?

Anche io, stando a quanto successo finora, me ne resterei a casa. Ma penso che il diritto di votare che ancora la Costituzione ci riserva non vada ulteriormente vanificato. E’ troppo importante. Chi ha esperienza di “condominio” sa quanto poco divertente sia partecipare alle assemblee condominiali, ma quando ci sono i problemi comuni – anche quelli meno importanti – è più utile fare la propria parte, confrontarsi, dire il proprio pensiero e esprimere un voto, anziché lamentarsi in ascensore con il primo che passa. E’ importante e determinante partecipare. Il nostro Paese è un grande condominio che non riesce ad esprimere un amministratore stabile, serio ed autorevole. Se poi ce n’è uno di serio ed autorevole lo facciamo andare via. Come succede spessissimo in molti condomini. Dunque, è importante andare a votare. E al momento non ci resta che questo.

Alla seconda domanda non so al momento rispondere.

Tornando alla speranza tirata in ballo in precedenza, dico solo questo: è vero il nostro non è un paese per i giovani. Nessuno se ne sta occupando e soprattutto nessuno evidenzia una strategia di cambiamento che passi attraverso un autentico ascolto delle giovani generazioni e un loro coinvolgimento che non sia solo di facciata come avvenuto spesso sinora.

Immagino che, tenuto conto dei tempi stretti per andare a votare, la competizione elettorale si limiti ad essere una partita per la conquista di seggi. Quindi di spartizione di potere. I contenuti, i programmi, gli orientamenti saranno proclamati successivamente.

La polarizzazione di oggi è complicata dalla presenza di altre formazioni che parrebbero emarginate nello scenario attuale, pur essendoci tra esse forze che hanno governato negli ultimi quattro anni. E ce ne sono altre residuali, troppo residuali, che non facilitano una ricomposizione.

Mi aspetto, ed è una speranza, che almeno da una delle formazioni in campo arrivino seri segnali di programma da sottoporre al giudizio dei cittadini. Pochi, ma veri e fattibili. Chiari e leggibili. D’accordo gestire ed affrontare le varie emergenze che stiamo vivendo – dal clima alle priorità sociali, dal lavoro ai diritti – ma soprattutto costruire una idea di futuro per le nuove generazioni.

Io sarei per un “facciamolo”. Ma questi sono i rappresentanti che abbiamo. Ad alcuni di loro dico: “almeno proviamoci”.

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Titolo e rriferimenti nel testo: presi in prestito dal film di Giovanni Veronesi, Non è un paese per giovani del 2017

Immagine: by Pexel – foto di Sarah Chai

Nota (1): da Treccani Enc. – Fu la Rivoluzione francese a introdurre la distinzione tra quelli che sono diventati i tre punti di riferimento convenzionali dei sistemi politici contemporanei: destra, sinistra e centro. Nel maggio 1789, riunitisi gli Stati generali, i membri del Terzo stato si divisero nell’emiciclo: i conservatori si accomodarono a destra, i radicali e i rivoluzionari a sinistra. Il centro dell’emiciclo fu invece connotato polemicamente come ‘palude’, in quanto spazio indistinto e senza identità

Nota (2): da Il Foglio – Giuliano Ferrara: Molte liste, molto onore. I liberali, specie in Italia, convertono il loro innato individualismo in tribalismo. Allo stato un raggruppamento va con il Pd, uno raccoglie firme, un altro va da solo. Le tribù sono società tendenzialmente chiuse, si muovono secondo la eco o il brusio degli umori prevalenti, scartano per via delle affinità e delle idiosincrasie ululanti, oggi sono correnti di Twitter e decidono per ordalia televisiva, con noti ondeggiamenti. Va bene, pazienza, è un dato di cui tenere conto. D’altra parte si tratta spesso di persone intelligenti. Purtroppo questo stato caratteriale ha segnato sempre di sé la storia politica della Repubblica, confermando il minoritarismo di idee e proposte che per altri versi hanno accompagnato e segnato la modernizzazione e il riformismo, rimasti saldamente nelle mani di democristiani, comunisti e socialisti, universi in qualche caso viziati da bacchettonismo, sentimentalismo o totalitarismo, ma non tribali. Le correnti o il centralismo democratico sono stati formule organizzative e politiche spesso patologiche ma compatibili con una certa coesione identitaria e popolare, almeno finché è durata la stagione dei partiti politici

Nota (3): che c’entrano i fornai con il nostro discorso? C’entrano i forni in realtà come spiega ancora la Treccani Enc.: Giulio Andreotti, quando si ritrovò a commentare, a distanza di anni, la fase storico-politica degli anni Sessanta, caratterizzata dalla centralità della Dc, scrisse che egli fu artefice dell’idea che in quel momento il suo partito, per acquistare il pane (cioè fare la politica più congeniale ai propri interessi alleandosi con altre forze), dovesse servirsi di uno dei due forni che aveva a disposizione, a seconda delle opportunità: il forno di sinistra (socialisti), il forno di destra (liberali, eventualmente anche i missini).


La finestra

… Una Casa di Poesia …

Ho visto una finestra, che nessuno possiede.
Di ferro battuto, levitante come sogno, come volo di libellula.
C'è un'anima in quel ferro, del fabbro. 
Qualcosa di fluttuante che pare librarsi nel cielo, più leggera di un sogno.
E la finestra che sembra il ricamo di un sogno ...
Poi la guardi ancora e ... c'è solo una parete, una sola parete, quella della finestra.
Più avanti dei pilastri che reggeranno il resto della casa quando, se ci sarà un quando, sarà compiuta.
Niente per tetto per nascondere il cielo. Niente mura, per non sentirsi reclusi.
Una casa di poesia. 
Libera.
Piena di luce, d'aria, e uccelli che svolazzano.
C'é tutto.
E' la casa che ogni poeta desidera e sogna.

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Brano in versi liberamente adattato e personalizzato a cura di GiFa 2022 – ispirazione da Giravo per Lima di Alberto Manzi (da Essere uomo – Poesie Gagliano Ed. 2017)

Immagine: by Pixabay The window