Presenza

Afferrare il momento prezioso

 Calma, pace, solitudine cercata.
 Silenzio che diventa assordante.
 I pensieri non se ne vanno subito, rallentano.
 Poi sciamano …
 E non c’è più distanza in me. 

Citazione: liberamente by Gianni Faccin da Carpe diem che è una locuzione latina tratta dalle Odi del poeta latino Orazio (Odi 1, 11, 8), traducibile in “afferra il giorno”

Foto by GiFa 2021

Versi by Gianni Faccin (2021)


Confine-cambiamento

Il confine è tracciato per essere superato. Come l’Ulisse di Dante richiama i suoi al “folle volo”, così intellettuali e artisti ci invitano a gettare rampini oltre le frontiere anguste del risaputo, attraverso metafore capaci di mutare la percezione della condizione umana. Filo conduttore è il cambiamento, inteso come mutamento interiore, d’identità, mentalità, concezioni, come rottura degli schemi, delle consuetudini e delle certezze consolidate, determinato da riflessioni e creazioni culturali e artistiche. Il viaggio attraverso il cambiamento si prefigura sperimentale e disvelatore. Il percorso è sempre nuovo e sempre uguale: la relazione rinsalda ma anche cambia, sposta il confine verso territori che rimangono nuovi fino a che il cambiamento non è conclamato.

Mi piace dare avvio a questo secondo mese del nuovo anno, che viviamo ancora in un clima che ha dell’assurdo, con una intensa citazione sulle metafore del cambiamento.

E questo proprio perché siamo immersi in questo clima sociale, sanitario, di ordine pubblico e privato. Infatti credo sia più che mai importante che ci mettiamo di fronte alle opportunità/necessità di cambiamento. Sociale, economico, in altre parole ecologico. Ma non si può prescindere da un cambiamento personale, di ognuno di noi. Le metafore ci possono aiutare, grazie all’arte, alla musica, alla poesia …

Si tratta di andare oltre confine, non c’é dubbio, per un autentico cambiamento. E il confine è limite, e il limite impone una distanza da coprire. Sono concetti, questi, che si compenetrano.

Se penso alla distanza non posso tralasciare il limite e se penso al limite non posso tralasciare la distanza.

Oggi, come forse non è mai accaduto, è ben percepibile l’urgenza di uscire dagli schemi e di andare oltre il limite e oltre confine, per non restare nella grande gabbia dorata che ci siamo costruiti in questo mondo moderno. Ma siamo anche spinti all’immobilismo per necessità di distanziamento fisico e sociale.

Credo che ci dobbiamo impegnare tutti a rivedere il senso della distanza e del limite, parole che oggi assumono un valore che va oltre i comuni luoghi e significati.

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Citazione by https://idem-on.net/idm/ (Oltre confine)

Foto by Pixabay: Gabbia d’oro


Vis à vis

…Vicinanza fisica, oggi …

Oltre alla nostalgia, emerge sullo sfondo la consapevolezza, ancora indefinita, della propria posizione nella sequenza delle generazioni, la preoccupazione ancora inesprimibile per le tappe della sua vita …

Quanto appena succitato è il succo estremo ed intenso del volto del disagio, così come scaturisce, piccolo esempio, da un incontro tra persone. Non importa se in uno studio professionale o in altra situazione.

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Non possiamo, o, almeno, io non posso sottrarmi alla vicinanza fisica. Intendo il partecipare a meeting face to face, incontri in person, ovvero incontri umani autentici.
Certo ci sono elementi di protocollo da osservare, regole legate alle note restrizioni, il giallo, l’arancione e il rosso. Ci sono la cautela e il buon senso da mettere in campo. Ok! Occorre osservare il tutto, nel rispetto di se stessi e degli altri.
Ma mi è ben chiaro che, in caso di necessità, di importante necessità, se mi viene richiesto l’incontro personale in presenza io non mi tiro indietro.
Non riuscirò a tirare in ballo decreti o il nome di personaggi pubblici di turno per trovarmi a fare – pretestuosamente – un passo indietro. Come fanno in molti.
Attenzione, anche io sto bene a casa, ritirato e in riposo inatteso, una volta tanto fuori dalla mischia. Magari in opera casalinga su incombenze da anni rinviate.
Ma non è ciò che, soprattutto, desidero.

Io desidero vivere e conto sia un desiderio collettivo.
È così che non va esclusa la possibilità di incontri umani veri, ravvicinati anche se con le dovute precauzioni. Incontri a viso aperto, vis à vis.
Soltanto in questo modo potrà avvenire l’incontro con l’anima dell’altro.

Solo così si potrà elevare la sua parte migliore, grazie allo stimolo di crescita che l’altro riceverà.
Ma questo non potrà che avvenire in un incontro autentico e completo, necessariamente in presenza.

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Citazione by Rosella De Leonibus

Ispirazioni by Rosella De Leonibus (da I volti del disagio – Cittadella 2020) e Vincenzo Vitillo ( da L’arte dell’incontro umano)

Immagine by Pixabay: A viso aperto


Distanza fisica, vicinanza …

E’ pur vero che, soppesando a braccia incrociate il pro e il contro, facciamo ugualmente onore alla nostra condizione. La tigre si precipita in aiuto dei suoi congeneri, senza la minima riflessione… Che stiamo a fare qui, ecco ciò che dobbiamo chiederci. Abbiamo la fortuna di saperlo.

Mi chiedo spesso in questo periodo, è possibile un avvicinamento fisico tra le persone? Una distanza che sia limitata, che sia una vicinanza nuova?

Non tanto per protesta verso le autorità che impongono distanziamenti vari, e non tanto per reagire a qualcosa di spiacevole ed imposto, ma per “rilanciare” veramente le sfide personali con fiducia verso il futuro, con ritrovato entusiasmo.

Naturalmente nel rispetto delle regole, giorno per giorno in vigore. Questo perché è uno dei modi, in questa situazione, di portare rispetto verso se stessi e verso gli altri.

Tutto il resto è sceneggiata o la narrazione di altro.

Credo sia importante adoperarsi, ognuno per la sua parte, cercando di ricucire strappi, ritrovare abbracci, incontri. Ridare vita a relazioni interrotte, contatti online, saluti digitali, sguardi desiderati e rinviati.

È possibile? La riposta è sì.

Certo – per ora non sarà più come prima – ma non credo sia utile restare nell’assurda posizione di pessimismo e di aspettare ci pensi Godot, quando Godot arriverà. Se arriverà.

Credo che alcune strade si possano percorrere.

Innanzitutto le moltissime opportunità che ci vengono proposte dalle nuove tecnologie.

L’incontrarsi in rete toglie tanti punti forti a cominciare dall’uso dei nostri sensi. In una videochiamata non posso esercitare il tatto, che è sponsor ed artefice della maggior parte delle emozioni primarie. Non posso esercitare il gusto né l’odorato. Posso solo ricorrere all’udito e alla vista, e spesso con difficoltà, per motivi puramente tecnici (per es. rete internet non adeguata) o comportamentali. Ma questa strada ci porta fortunatamente a superare ostacoli di distanziamento fisico che diversamente potremmo inventare solamente con il nostro vecchio telefono.

La mia esperienza degli ultimi video incontri ha portato me e molti altri ad essere collegati a grandi distanze, in un caso con una persona residente in Turchia, in un altro caso tra persone residenti in varie zone del Veneto, infine in un altro caso – il più recente – con una persona che risiede in Puglia.

Senza ricorso ai mezzi tecnologici, che all’estero sono sviluppati da anni, noi non ci saremmo facilmente incontrati anche senza le restrizioni e le paure del Covid-19.

Una collaboratrice ed amica, in occasione di questa pandemia ha messo in piedi stabilmente qualcosa che già funzionava. Dal Veneto si collega settimanalmente con un gruppo di persone che vivono negli USA. Sono tutte donne che risiedono in diversi stati americani e che neanche tra loro potrebbero riunirsi in presenza, se non occasionalmente.

Credo sia importante dare valore a questa opportunità di incontro, senza pretendere che sia la modalità migliore o quella preferita.

Credo sia importante l’obiettivo: favorire una vicinanza tra le persone, anche se diversa.

Poi c’è anche la possibilità dell’incontro ravvicinato fisicamente, che va valorizzato. Ma su questo tornerò in un altro momento.

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Citazione by Samuel Beckett (da En attendant Godot – Oscar Mondadori 1970)

Foto by Facebook a cura Csv Vicenza (da corso formazione)


Distanze vere

La vera distanza sociale è quella che indica le disuguaglianze.

Quanto è capitato al nostro pianeta e ai suoi abitanti, da circa un anno a questa parte, ha posto in evidenza il tema delle “distanze”. Considerando distanze gli effetti dell’allontanamento fisico tra le persone e le genti. Un allontanamento a tratti caldamente consigliato, indicato, sollecitato e molto spesso reso – più o meno chiaramente – coattivo da norme e decreti. E questo in tutto il mondo, o quasi.

È il cosiddetto “distanziamento”. Ovvero l’atto e l’esito del distanziare che contiene anche le modalità con cui si distanzia qualcosa o qualcuno.

I concetti, usati anche a sproposito, di “distanziamento sociale” oppure, usati in modo corretto solo da alcune fonti, di “distanziamento fisico”, mal rappresentano, ad uno sguardo ampio, quello che è successo e che sta succedendo sempre di più in tema di “distanze”. E che è molto grave, forse più della pandemia.

Certo, non si possono trascurare le gravi conseguenza del virus, in termini di sofferenze fisiche, di morti, di aggravamenti e in termini di disagi, di paure, di angosce e separazioni relazionali (tra generazioni e tra reti parentali e amicali).

Ma non si possono sottacere e lasciar passare come niente fosse i fenomeni che comportano, dati alla mano, un forte distanziamento tra persone e genti dello stesso pianeta. Che il Covid-19 sta facendo accelerare.

Mi riferisco alle disuguaglianze sociali.

Citando la rivista Rocca del novembre scorso, risulta che esiste un distanziamento sociale, che cresce a dismisura, ma che non è quello raccontato tutti i giorni dai media e dai social. “La vera distanza sociale è quella che indica le disuguaglianze”.

Del Covid-19 si continua a parlare come di una delle cause principali della crisi economica in essere e che crea malessere sociale. Ma non è così per tutti.

È vero, come spesso è stato dichiarato, che si allungano le code all’ingresso delle mense dei poveri, ma è anche vero che cresce notevolmente la ricchezza dei ricchi.

Se da un lato la cosa prevedrebbe un aumento del gettito fiscale, a favore di maggiori servizi per la comunità, in realtà questo non avviene, anzi si verifica il contrario grazie alle agevolazioni messe a disposizione dai governi e l’acquisizione – da parte dei soggetti – di consulenze utili a ridurre l’impatto fiscale personale o aziendale.
Dai dati ufficiali risulta che, solo negli USA, tra marzo e metà settembre dello scorso anno, nel mezzo della pandemia, mentre  643 persone vedevano aumentare il proprio patrimonio di 845 mld $, i lavoratori, circa 50 milioni di persone, perdevano il lavoro. Di questi, 14 milioni sono ancora disoccupati. Secondo la banca d’affari italiana più importante, alcuni nomi mondiali del web, pur accrescendo a dismisura i propri utili, sono riusciti a pagare quasi 50 mld $ di imposte in meno negli ultimi cinque anni. Se guardiamo al nostro Paese potremmo avere grandi sorprese.

Infatti ci sono i soliti nomi importanti che si avvantaggiano delle leggi esistenti permissive, dalle quali si sviluppano contratti diffusi e di fame (cococo a 700 al mese).

È anche per questo che, come risulta dai dati disponibili, poco più di 2150 persone/società nel mondo detengono il 60% della ricchezza globale. E questo gruppetto di persone ha più denaro di quanti ne detengono tutti insieme 4,6 miliardi di abitanti del pianeta.

Forse, per dirla ancora con Rocca, “se venisse aumentata la fiscalità sull’1% dei più ricchi applicando mezzo punto percentuale, si potrebbe in un decennio sostenere l’attivazione di 117 milioni di posti di lavoro nell’educazione e nell’assistenza- cura”. E non soltanto questo.

Ma pare non sia questa la “normalità”.

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Citazione: Milena Gabbanelli

Fonti e ispirazione: Toni dell’Olio – Distanze (Rocca 1/11/2020) – Milena Gabbanelli – Fabrizio Massaro (Corriere della Sera 18/10/2020) – Rapporti Mediobanca – Rapporti Ong Oxfam

Foto by Pixabay: Differenze sociali


Bric à brac

Ho sempre amato gli oggetti fin dall’infanzia. Mi capita oggi di vedermi passare sotto gli occhi oggetti che mi sono appartenuti …

Ritorno volentieri, chissà come mai, sull’argomento di lasciare andare, buttare via, fare ordine.

Credo sia qualcosa di potenzialmente rivoluzionario nella vita delle persone.

Si tratta di saper staccarsi, chiudere un ciclo, dare aria nuova alla stanza della nostra interiorità. Ma anche aprire la mente, essere migliori verso la vita e il mondo, inevitabilmente più attraenti verso gli altri per essere nei loro confronti soprattutto migliori, più accessibili, inclusivi, non indifferenti

Prendere distanza quindi dalle cose e dagli oggetti anche storici, che ci hanno accompagnato per una vita.

Torno su questo perché rileggendo il pezzo di qualche giorno fa (Il miracolo dell’ordine del 18 gennaio) mi sono accorto che avrei potuto dare più enfasi all’attività del “fare repulisti” inerente agli armadi pieni di roba o agli scaffali pieni di cose.

Lo faccio per confermare, e mi riferisco alla mia attualità, che fare questa attività verso armadi e scaffali è altamente consigliato, essendo altamente benefico.

Vedo più difficile, almeno come inizio, eliminare messaggi, app, profili social, per quanto potrebbe essere ancor più interessante.

Veniamo agli armadi e agli oggetti.

Ho sempre amato il bric à brac. Quando ebbi l’occasione di visitare il mercato delle pulci a Parigi, del quale avevo sentito tanto parlare da mia moglie Angela, mi sentii bene, e capii da una parte quanto mi sentivo legato agli oggetti, ad alcuni in particolare; e dall’altra quanto mi riflettevo in quelle situazioni e dinamiche di conservazione e raccolta che ostentavano aspetti di rarità, pregio, legame, memoria, vicende antiche, collegamenti intimi.

La stessa cosa, ma in minor misura, mi è capitata percorrendo zone storiche della capitale francese, come la place des artistes, il Quartier latin o altre parti all’interno della nota rive gauche. La percezione alla fine era quella di sentirmi molto a mio agio, “a casa”.

Ed è proprio a casa, dove abito, che ho nel tempo ricostruito il mio personale “quartiere latino”, fatto di oggetti, cose, appunti, foto, libri e libriccini.

Possiedo ancora, e ne vado fiero, dei libri della serie Oscar Mondadori di autori importanti (Steinbeck, Hemingway, Pavese, Calvino, Cassola, per dirne alcuni di quelli a cui mi abbeveravo) che sono stati stampati nel 1970-1971 – io avevo 14 anni – e che riportano un prezzo che fa rabbrividire (lire 650).

Non riesco a non conservarli mantenendoli in buono stato. I ricordi del tempo passato assieme a quei libri è forte, più delle storie in essi contenute.

Ci sono poi oggetti e cose depositate negli armadi o sugli scaffali che sono riuscito a selezionare e a eliminare.

E non è ancora finita.

Ho preso consapevolezza che il presunto legame esistente era – come sospettato in precedenza – inconsistente o comunque si era completamente sgonfiato dentro di me.

L’eliminazione di questi oggetti e di queste cose ha sgomberato ampi spazi in me e accresciuto la soddisfazione per essere riuscito in questo passaggio, sicuramente di coraggiosa crescita.

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Citazione: Claude Lévi-Strauss ( Tropici più tristi – Nottetempo)

Immagini by Pixabay: in evidenza La rive gauche – sotto Quartier Latin


Vicini globali, distanti locali

Distanza buona

La distanza può aiutare a scegliere che cosa sia giusto tenere per sé e che cosa sia giusto lasciar scivolare via.

Una definizione, tra le molte di recente nuova adozione, è “distanziamento sociale”.

Si tratta di un fenomeno che perdura da un anno ormai e che, purtroppo, produrrà conseguenze inimmaginabili in tutti. Moltissimi sono gli esempi, li vediamo ormai incessantemente grazie ai “social”, non serve più ricorrere ai media tradizionali.

Il fenomeno non è limitato, ed è glocal, come si diceva già in passato con riferimento ad altre questioni, come per esempio – nel sociale – l’agire in sede periferica per la propria comunità, ma con uno sguardo che parte e si allarga ad un riferimento globale.

E in effetti noi facciamo i conti con il distanziamento fisico e sociale qui dove viviamo, ma lo stesso fenomeno si verifica in diretta a migliaia di chilometri da dove ci troviamo noi, e non perché c’è un regime dittatoriale, ma perché c’è un virus quasi sconosciuto.

Doveva essere distanziamento fisico, ma in realtà, per rispetto delle regole imposte mese per mese e, spesso, settimana per settimana è divenuto “sociale”, determinando nuove abitudini, in seguito allo sviluppo di nuovi modi di pensare, di nuovi approcci e di nuovi comportamenti o stili di vita.

E tutto perché una nota metafora si è avverata, soltanto che non si è trattato del battito d’ali di una farfalla, ma dell’esodo di un pipistrello dal suo habitat naturale.

Che fare?

Forse scegliere un nuovo inizio, oltre gli slogan che si sprecano, non sarebbe male. Dare a questo tempo un valore nuovo e cominciare a fare pulizia di ogni sovrastruttura inutile o dannosa che ci portiamo appresso.

Insomma dare a questo tempo la funzione di darci spazio adeguato per riassegnare il giusto valore alle cose, per esempio partendo dagli affetti.

Si può fare? Sì, si può.

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Citazione by Gianni Faccin

Immagine by Pixabay: Ali di farfalla


Distanza? Festa?

Natale a distanza

Natale… Luci e colori. Persone e gruppi. Incontri. Segni di festa. Relazioni interrotte, contatti online, saluti digitali, abbracci desiderati e rinviati. Elenchi di persone a cui dedicare un pensiero e scrivere gli auguri… L’occasione per contare chi conta veramente. Natale…

Ho riflettuto molto in questo periodo sul significato di alcune parole e sul modo in cui le usiamo. Per esempio sulla parola “distanza” e sulla parola “festa”.

Veniamo, come sappiamo, dall’ultimo mese dell’anno, solitamente costellato di momenti di festa sia di ordine religioso sia di ordine civile o legato al folklore, non solo locale.

Eppure è la parola “distanza” che ha caratterizzato meglio dicembre, come pure l’intero anno che abbiamo appena archiviato.

Questa parola deriva dal latino distàntia e rappresenta lo spazio che intercorre tra una persona e un’altra come tra un punto e un altro. Nelle enciclopedie poco troviamo in tema di distanza sociale. Mentre molto troviamo circa gli aspetti astronomici, geografici, geometrici, architettonici, legali, ecc.

Non nascono quindi soltanto nuove definizioni, ma anche e soprattutto un nuovo oggetto di studio e ricerca, con implicazioni multidisciplinari che riguardano salute, psicologia, medicina, sociologia, economia, antropologia per dirne alcune.

Al contrario, c’è molto materiale nelle enciclopedie con riguardo alla parola “festa”. Una parola scandita spesso di recente, ma con la quasi consapevolezza che non sarebbe stata la solita festa a rallegrarci.

Festa, dal latino festus, ossia gioioso, è il nome assegnato al giorno o al periodo di tempo destinato a una solennità, al culto religioso, a celebrazioni patriottiche o d’altro genere, spesso collegato al ritmo delle stagioni o al compiersi di determinati periodi di calendario. Momento di aggregazione, durante il quale si recupera il senso di appartenenza a una comunità, la f. è spesso anche una temporanea sospensione dell’ordine che regola la società.

Si fa riferimento ad una abitudine consolidata in tutti i gruppi umani e pare che il concetto di fondo sia quello di una separazione tra un tempo sacro e un tempo profano, che si realizza, oltre che mediante pratiche rituali, attraverso forme istituzionali di comportamento diverse da quelle abituali, riguardanti abbigliamento, alimentazione, attività lavorative, osservanza di divieti ecc. Talvolta legate a occasioni episodiche, le f. sono più spesso strettamente connesse al tipo di calendario seguito dai vari popoli, a sua volta collegato con il particolare tipo di civiltà (agricola, urbana, di caccia e raccolto).

E’ molto interessante che ci rendiamo conto, confrontando queste due parole e i loro significati, di come sia già cambiato il nostro approccio e il contesto in cui siamo inseriti, contesto che possiamo osservare attivato, pur in maniera diversificata, sia nella realtà micro sia su scala mondiale.

Mi chiedo: dove ci sta portando tutto ciò? Che cosa possiamo fare noi? E poi: sapremo abitare la distanza?

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Citazione by Gianni Faccin

Fonti: Enciclopedia Treccani – Unaparolaalgiorno.it

Immagine by Pixabay: Folla in festa