2026

Buon Anno Nuovo! Ecco ancora …

Già.

Tanti propositi per un nuovo anno e ci sta. Un nuovo anno è sempre motivo di cercare un cambiamento nelle piccole e grandi cose.

Tanti auguri scambiati con autenticità. Ma anche tanti dovuti, per abitudine. Ed è così, si sa.

Come che sia, tanto e condiviso desiderio di novità e di speranze non tradite.

Tanta voglia diffusa, sovente condita di noia, di festeggiare quale antidoto a non si sa bene cosa …

Anche tanto cinismo spesso pretesto che giustifica i disastri che accadono nel mondo ancora oggi.

Tragedie inimmaginabili. Sofferenze. Incidenti improbabili e morti assurde.

Ma non c’è solo questo, ci sono anche molte cose belle che non conquistano i titoli a caratteri cubitali, perché fa più audience il titolo macabro o scandalosamente crudo.

Periodo contrastatissimo in ogni pagina della vita quotidiana, ad ogni latitudine.

Nero e bianco, buio e luce. Dolore e gioia. Falso e vero. Odio e amore. Nemico e amico. Guerra e pace. Morte e vita.

Ma …

Chi è il regista? Chi sta sopra a tutto ciò? Chi lo dirige? Chi lo permette?

Chi, senza far nulla, sospinge e fa andare avanti il tutto?

Forse si tratta di porci queste domande e di metterci in atteggiamento di ricerca. C’è da recuperare il valore dell’individuo e della sua singolarità, prendendo la distanza dall’attuale stato di cose che conferma le persone nel loro insieme come un aggregato variegato e informe, anonimo e pusillanime.

Non ci è utile e non ci fa bene andare avanti alla cieca, come una folla massificata.

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Immagine: Festa di Capodanno 2026 – scatto preso dai social


Non si può fermare il Vento

E non si può vivere di slogan

I giorni sono proprio questi, anche questi.

Ci hanno detto tante cose nel tempo, tanti slogan, tante parole … E ce ne diranno molte altre, cercando di distrarci o intortarci.

Ora ci hanno detto e ci stanno dicendo che non si può fermare il vento, quasi che sia una cosa ineluttabile, scontata, fatta, quasi messianica …

Ed è vero, il vento non si può fermare, fa la sua parte, pulisce via il secco e l’umido, spazza via le polveri sottili e ogni cosa leggera che si faccia sorprendere, toglie di mezzo ciò che è superato e anche le distrazioni di turno. Ma non tutti i venti sono salubri, anzi, spesso sono insalubri. E non tutti hanno una durata, anzi, sono sempre temporanei.

Non si può fermare il Vento, ma ci si può riparare dal vento e dalle sue conseguenze. Meglio, si può canalizzarlo verso un cambiamento, una nuova rotta che non è detto sia quella che ci si aspetta e che ci vogliono somministrare.

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Citazione e testo: a cura dell’autore

Immagine: Fog by Pixabay


Profit non profit

Consapevolezza!

Con uno sguardo qui, vicino, tra noi, ma anche con uno sguardo aperto al mondo, a terre lontane e al mare aperto.

Lo sappiamo tutti, l’abbiamo capito e ce lo ripetiamo in continuazione.

Le nostre vite ruotano quasi sempre attorno al profitto.

Uno scopo che “provoca in alternanza avarizia e distacco verso l’uomo”, verso l’umanità.

“Per ironia, questo inseguirsi ci fa credere che saremo più felici, ricchi, famosi, appagati, mentre invece ci fa infelici, soli e alienati”.

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Immagine: Businessman by Geralt of Pixabay

Spunto: da scritti di Steve DeMasco raccolti in Risvegli a cura di Danielle e Olivier Follmi – L’Ippocampo


Caro Gesù …

…  complicato immaginare quali auguri sperare di fare o ricevere quest’anno, visto che da mesi accadono cose un po’ fuori dalla “grazia di Dio” …

Concordo appieno su quanto scrivono, provocatoriamente, i redattori di Edizioni La Meridiana nel pezzo “augurale” della “vigilia”. Sono riflessioni ormai diffuse che ci trovano sempre più nell’incertezza della storica domanda: che fare? – ma al contempo nella certezza del reiterato senso di prospettiva: sentirsi portati verso un presente migliore. Ecco il testo come pubblicato.

Caro Gesù Bambino, c’è una questione di una gravità mostruosa per la quale verrebbe da dire che la grotta in cui sei nato puoi rapportarla a una Spa dei nostri giorni. Lì, almeno, il calore e l’ospitalità di chi venne a trovarti l’hai ricevuta. Per quelli per cui oggi non c’è posto, ci siamo inventati un sistema di accoglienza che esporta le persone. Qualcuno per difenderlo parla di ‘modello che tutti ci invidiano’ e, rispetto ai costi elevatissimi di una operazione disumana, si attarda in giustificazioni che chiedono le attenuanti per questa ‘fase sperimentale’, promettendo un futuro non ben precisato in cui questo sistema ‘funzionerà’. Di certo la cosa non era nei tuoi desiderata quando hai pensato di imbarcarti nell’avventura dell’incarnazione per insegnarci i due comandamenti più grandi. Quindi, in tema di accoglienza, a te è andata meglio. 

Anche a Maria e Giuseppe è andata tutto sommato bene: mettendoti al mondo, infatti, non si sono macchiati di un reato universale. Allora non si parlava di maternità surrogata. Ma in fondo tuo Padre, che poi sei anche tu, non aveva forse preso, senza nemmeno chiedere il permesso, l’utero di Maria per farti venire al mondo? 

C’è poi la questione della guerra, che non è una novità. Anche chi aspettava te immaginava saresti stato il più grande tra tutti i re, capace di spazzare via i nemici. Un Dio guerriero è sempre preferibile a un principe della pace. Ma questa cosa della guerra ci è proprio sfuggita di mano. Gli interessi economici sono alti, come anche altissimi sono i numeri dei bambini che stanno morendo: pezzi di futuro che stiamo perdendo uno dopo l’altro. A confronto, i numeri della strage degli innocenti di Erode sono quisquiglie. 

A guardarci intorno, verrebbe da dire che potevi risparmiarti la tua venuta e quei trentatré anni a dirci e a mostrarci che la vera forza sta nell’accogliere l’altro, nel rimettere la spada nel fodero, nell’implorarci di farci come bambini e non di ammazzare i bambini.

Non ci siamo. Ci siamo persi e ti abbiamo perso. 

Fai così: quest’anno metti a riposo gli angeli, i pastori, le pecorelle, i magi. Prenditi una pausa. Perché se qualcosa è andato storto di certo a sbagliare per primi siamo stati noi, tuoi discepoli, riducendo il Vangelo alla favola bella per mandare a letto i bambini che attendono Babbo Natale e i suoi ricchi doni.

Aspettaci …

Aspettaci dopo le Feste per accompagnarci, da pellegrini di Speranza, in un anno giubilare nel quale magari qualche metanoia alla luce del tuo Vangelo riusciamo a compierla.

Riposati, e poi torna a incalzarci. Ecco l’unico augurio che, questo Natale, sentiamo di fare e farci.

Redazione edizioni la meridiana
elvira, norina, isidoro, antonio, marilena, donatella, linda, cinzia, paola, eleonora, isa

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Citazione e testo riprodotto: da https://lameridiana.us3.list-manage.com/track/click?u=6e318395b22e5ee134cd9ab06&id=6a8def4ef4&e=ac3e4a7504

Immagine: Natività dal web


Amore non basta?

Forse l’amore è il processo con il quale ti riconduco dolcemente a te stesso. Non a ciò che
io voglio che tu sia, ma a ciò che sei …

L’amore non mi basta più... L’amore non esiste … L’amore, l’amore … l’amore. Sono alcuni esempi noti e attuali di contraltare rispetto ad altri pure noti come per esempio Amare non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione. L’amore è come la pioggia fine che cade in silenzio quasi senza farsi notare ma che è in grado di far traboccare fiumi e ancora Non conosco altra ragione di amarti che amarti

Mamma mia, eppure se guardiamo alla derivazione latina della parola amore scopriamo che significa semplicemente e scandalosamente “senza morte” (dal latino a-mors). Dico scandalosamente perché ne sottolinea la potenza accostandolo al suo contrario e confinante, la morte. Il che farebbe immaginare uno stato senza fine.

Ma siamo nel 2024, ed chiaro che le cose, tutte le cose siano divenute … fluide rispetto ad un tempo passato (basta riferirsi agli autori delle citazioni nel testo non tutti del passato remoto). Insomma pare che l’amore non basti …

Lo dicono vari artisti musicisti, scrittori e registi di cinema.

Forse si sono messi tutti d’accordo, oppure, più semplicemente, sono i tempi che sono appunto cambiati e noi con essi.

Ma di quale amore stiamo parlando?

I testi o le trame di canzoni e film sono spesso vicini alla realtà di noi tutti. Quindi, possiamo crederci alla possibilità che l’amore non basti.

Con le motivazioni più diverse.

In realtà possiamo anche credere che se vissuto appieno possa bastare, anche se apparentemente non all’infinito, giacché l’uomo e la donna sono liberi di costruire e vivere una relazione a vita, oppure no. Possono scegliere di stare soli o di vivere più relazioni. Del resto lo sappiamo già che siamo venuti al mondo per essere in relazione e non per stare isolati.

Dunque, l’amore vissuto fino in fondo può anche finire, ad una prima narrazione e così pare non essere necessariamente una scelta definitiva. Ma questo amore così profondo, così coinvolgente, così assoluto, nel momento della sua massima espressione è totalizzante, assoluto, indeterminato nel tempo, potrebbe protrarsi all’infinito. È così, ed è qualcosa difficile da spiegare a parole.

È proprio così, altrimenti non è amore, ma è qualcosa di diverso, per esempio un pretesto, un passatempo, un’illusione, uno strumento, un mezzo di trasporto, un film che uno si proietta, un calesse … come diceva Troisi (Pensavo fosse amore … e invece era un calesse – 1991). Il titolo, molto curioso, di quel film lo spiegò proprio Troisi dicendo che “Riguarda la delusione di qualcosa le cui aspettative non sono state mantenute. Si sarebbe potuto usare un qualsiasi altro oggetto, una sedia o un tavolo, che si contrappone come oggetto materiale all’amore spirituale che non c’è più”.

La tesi è che se è vero amore, allora non può non bastare. Oppure … non bastare mai …

E il testo di una canzone piuttosto nota lo dimostra. Mi riferisco a L’amore non mi basta più.  Accade spesso che i testi di canzoni siano, come è il caso di altre opere artistiche, introspettivi. La canzone citata, infatti, è introspettiva e dedicata ai sentimenti, ed in particolare alla fine contrastata di una relazione di passione, una grande passione tra i due amanti che non riesce più a supplire ad altre mancanze importanti. Da qui lo spegnimento del rapporto o la sua troncatura . E dell’amore, ma era amore o passione fatta di forte attrazione?

Sembrerebbe, sempre di più nell’attuale immaginario collettivo, che amore fosse soltanto o prevalentemente una relazione di sesso o di scambi e aiuti materiali. L’impossibilità di un progetto comune, anche di coppia, pare essere una dimensione aliena, lo stesso il camminare mano nella mano nella vita. Questa difficoltà sembrerebbe sempre più diffusa, cosicché il sentimento amoroso va via via assumendo il significato di soddisfazione sessuale, di ricerca di forti emozioni e di avventura.

E condurre una vita mano nella mano può non essere per sempre, ma non esclude neanche una vita insieme.

Amore vero, allora … L’amore vero è quello semplice e autentico, che non giudica e che non pretende feedback. Non risponde ad aspettative rigide. Non solo razionalizzato, non solo emotivo. 

Del resto, non ci si deve mettere con una persona per la paura di rimanere da soli, oppure per comodità, o per compiacimento, l’amore è amore e basta e non soccombe davanti ai pregiudizi.

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Citazione: da Vivere, amare, capirsi di Leo Buscaglia – Oscar Mondadori

Citazioni e riferimenti nel testo: L’amore non mi basta più canzone di Emma – L’amore non esiste di M.Gazzè, N. Fabi, D. Silvestri – Tre citazioni nell’ordine: da Cittadella di A. de Saint-Exupéry – Frasi di Paulo Coelho e di Fernado Pessoa

Immagine: Flowers of ninikvaratskhelia by Pixabay

Ispirazione: L’amore non basta – pezzo musicale di Piernicola Di Muro inserito nell’omonimo film di Stefano Chiantini (2008)


Tran Tran

Chiedono “Come va?”, “Come va?”, “Come va?”. Ma noi non cambiamo mai no, mai no, mai …

Non so voi, ma a me capita periodicamente di rendermi conto, ogni volta come fosse la prima volta, che “tutto quello che è non è mai come appare”.

Eppoi, come non bastasse, abbiamo sotto il naso la realtà oggettiva, ma non è che non la vediamo o che non ci arriviamo, è che non la vogliamo vedere, perché è scomoda, decidiamo che va contro di noi, o almeno così pensiamo sia. Spesso c’è anche l’orgoglio oppure c’è un po’ di superbia … Figurarsi se mi affido ad un professionista oppure – al limite – ad un valido dispositivo che mi faccia essere veramente attore protagonista della mia scena di vita …

C’è un vero rifiuto che pare quasi sia una sorta di “lesa maestà … Figurarsi se mi adatto …

Insomma il passaggio dal problema alla soluzione non è mai agevole. Anche se la strada è tracciata, indicata, intravista chiaramente. Ma non è mai scontata, automatica.

Ho verificato personalmente come in più di una situazione ci affidiamo molto a soluzioni pianificate sostenute da modalità valide e concrete. Talmente valide da essere prese seriamente in considerazione per tante eventualità, non soltanto per le finalità specifiche. Mi riferisco per esempio alle nuove tecnologie e ai numerosissimi dispositivi che permettono cose inaudite se immaginate solo dieci anni fa: geolocalizzazione, relazioni on line di qualsiasi tipo, contatti con reciproca visualizzazione tramite telefono cellulare, lettura di libri e riviste su dispositivi portatili, lo stesso per le agenzie giornalistiche, meteo aggiornatissimo che permette di sapere a che ora arriverà la tempesta e altro tramite radar, acquisti di prodotti diversissimi on line e recapito diretto a casa, salvavita, controllo del territorio tramite droni e l’elencazione potrebbe essere interminabile.

Ormai tutti abbiamo le soluzioni in casa, in ufficio o addosso. Dispositivi con applicazioni per ogni esigenza. Chiedi e hai una risposta anche vocale.

Stando alle abitudini che abbiamo oggi quasi tutti, ogni problema parrebbe che avesse una facile soluzione, e in effetti spesso ce l’ha.

Se attendo una telefonata importante posso stare tranquillo perché ho sempre il cellulare con me, anche quando sono sotto la doccia (!), ma è chiaro che se lo tengo silenzioso non mi accorgerò della chiamata entrante e magari così succederà che il problema serio si trasforma in questione ancora più seria se non grave.

Dico un esempio semplice (perché mi riguarda) per spiegare che a fronte di una situazione problematica o d’interesse primario la risposta concreta c’è, è alla portata di chiunque sia come mezzo, sia come soluzione. Ma questa viene disattesa altrettanto agevolmente se non applichiamo delle semplici regole di comportamento note a chiunque.

Ora mi chiedo perché succede questo? Anche nelle situazioni più complesse, gravi, di grande rilevanza per esempio in tema di salute e sicurezza?

Tra problemi e soluzioni ci sta la persona con le sue caratteristiche personali, che possono favorire o anche ostacolare il processo. Indichiamo alcuni esempi:

– voglio sentire quando mi chiamano, perché è importante che io risponda, ma preferisco tener silenzioso il telefono o me lo dimentico che è silenzioso perché relativizzo il problema valutato in origine oppure perché ho cambiato idea o scala di priorità;

– voglio attivare ad un familiare il salvavita per ovvi motivi di sicurezza, ma il familiare pure capendone l’importanza lo tollera senza usarlo concretamente secondo le istruzioni. In effetti alla fine lo tiene sempre in carica ma se lo dimentica facilmente in cucina rischiando seriamente in termini di sicurezza, questo perché vuole seguire i propri schemi mentali o non accetta cambiamenti al suo tran tran;

– voglio arrivare puntuale ad un incontro fuori città e per sicurezza attivo il GPS dell’auto. Inserito l’indirizzo esatto seguo le indicazioni per un po’, ma poi esco dal tragitto proposto perché in verità non mi fido molto del GPS. In effetti alla fine arrivo intuitivamente alla sede dell’incontro ma in ritardo. Mi arrabbio pure e me la prendo con il GPS perché non gode della mia fiducia, mentre dovrei prendermela con me stesso …

Potrebbero esserci tanti esempi da richiamare, ma è sempre la stessa storia: per un motivo o per l’altro vogliamo essere noi gli artefici di scelte, azioni, comportamenti, anche quando non ne abbiamo la capacità o quando qualcuno o qualcosa ci indica un diverso approccio.

In certi casi abbiamo bisogno di farci aiutare, non soltanto dal professionista, anche dal dispositivo. Solo in certi casi serve l’esperienza spiacevole o addirittura traumatica.

 Spesso ci intestardiamo che va bene la nostra impostazione. Forse c’è bisogno che facciamo un passo in avanti, con maggior umiltà riducendo invece l’arroganza da parte nostra e soprattutto inserendo quel coraggio che ci aiuta a vedere l’essenziale nonostante le apparenze.

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Citazione: da Tran tran canzone di Sfera Ebbasta

Immagine: Float by Clker F V I per Pixanbay


Chi ha piantato questo chiodo?

Il “chiodo”, nel linguaggio familiare, indica sempre qualcosa di doloroso e fastidioso: un cruccio, una preoccupazione, un’ossessione amorosa; ma anche, in maniera scherzosa, un debito …

Rimanendo in tema di “chiodi” (con riferimento al pezzo precedente), qualcuno li definisce il simbolo dell’asse cosmico (*). Raffigurano il destino, la necessità. Come diversi simboli del “legame”, ricordiamo la corda, le manette, i nodi, i ceppi, i lacci, i fili, ecc. Quindi il chiodo rappresenterebbe un intrappolamento. Altri affidano ai chiodi un significato che va molto oltre (**). A livello simbolico i chiodi, per il fatto di essere appuntiti, rappresentano e sono in grado di richiamare gli spiriti e le forze oscure che possono rivelarsi negative. Ma i chiodi hanno anche un’altra funzione: quella di fissare. E per questo assumono anche una valenza positiva in determinate circostanze. Varie sono poi le superstizioni sui chiodi che si sono diffuse dall’antichità ad oggi. Si dice per esempio che chi trova un chiodo farebbe bene a raccoglierlo onde evitare disgrazie. Infatti trovare un chiodo è considerato un segno di fortuna. Il chiodo ritrovato andrebbe assolutamente conservato tenendolo a portata di mano. In alternativa si può fissarlo alla porta d’entrata. In epoca medievale si pensava che mettere un chiodo sulla porta potesse servire a tenere lontani i fantasmi, le forze negative e gli animali feroci. Credenze dal valore diverso che trasformano un oggetto di uso comune in un elemento dai molteplici significati.

E nella Bibbia? Faccio un solo richiamo, perché ci sarebbe molto da scrivere. Dice il teologo (***): “L’idea di un chiodo ci trasporta nell’ambito di materiali che si uniscono per mezzo di un cuneo, ci parlano di un legame consistente e fermo reso possibile da una trasformazione, un prodotto con caratteristiche diverse dalle sostanze utilizzate, sovente con funzioni differenti o molteplici. Nel campo spirituale sono quei punti inseriti come macigni nella mente dell’uomo, che ne condizionano il pensiero e l’agire. Ecco perché abbiamo sempre bisogno di verificare alla luce della Bibbia, quale sia in noi lo stato della mente di Gesù Cristo …”.

Fin qui tutto bene. O quasi.

E nell’arte? Che ruolo e che senso potrebbe avere un chiodo?

Non è semplice. E resta il fatto, che ad una domanda chiave non sono ancora riuscito a dare una risposta. E forse non ci riuscirò mai.

Tutto nasce da una circostanza vissuta all’estero circa quindici anni fa. Ci penso spesso, ma pur avendo ben presente situazione, persone, stato d’animo e fisico, emozioni, pensieri e altro, non sono ancora arrivato a capire. O forse sì?

Immaginiamo di trovarci in una grande città europea, una capitale. Di visitarne un importante museo in cui sono esposte opere d’arte di grande rilievo storico e moderno. Di apprezzare vari artisti e varie opere famose, ma anche quelle poco conosciute. Di trovarsi improvvisamente dinnanzi ad un quadro di interessanti dimensioni, senza cornice, solo delineato ai bordi di un verde salvia e completamente dipinto di bianco – tipo parete bianca – con al centro un chiodo ben piantato ma inserito parzialmente. Un chiodo non subito visibile, ma successivamente ben visibile ad un occhio calmo e attento. Immaginiamo lo stupore e il senso di disorientamento per un’opera che nell’immediato si percepisce anonima, semplificata, resa sicuramente essenziale, ma indecifrabile. Un disorientamento che a gradi si trasforma, si scatena e diventa dapprima una specie di angoscia e poi uno sfogo di riso misto a pianto … Questo, proprio nel momento in cui si legge prima una domanda posta nell’angolo alto a sinistra (punto di vista dell’osservatore): Chi ha piantato questo chiodo? – e poi una riposta posizionata nell’angolo alto a destra: Io non lo so. – ed è impossibile rimanere impassibili.

L’opera è del 1972 (****), autore un russo, divenuto statunitense, deceduto proprio quest’anno. Dicono trattarsi di art-pop influenzata da neodadaismo piuttosto che da un nuovo realismo.

Approfondendo quest’opera e altri lavori dell’artista, ho notato come la sua regola fosse non dare importanza all’oggetto rappresentato (il chiodo, nel quadro in questione), ma invece a tutto lo spazio circostante (il bianco, nel caso). Uno spazio vergine che apre a nuovi, diversi ed imprevedibili scenari. Il rischio è quello di concentrarsi sul chiodo, del perché sia lì e in quello stato, e di voler scoprire chi l’abbia “piantato”. Curiosità? Gioco di percezioni? Di luci e ombre? Di colori? Sicuramente, meglio aprirsi a nuovi punti di vista, distogliendo l’attenzione dalle facili e comode apparenze. In questo caso distogliendo l’attenzione da un chiodo che sembrerebbe tanto sperduto in un deserto bianco, quanto ingombrante, inutile e al contempo intrigante.

Come che sia, anch’io, come credo lo stesso autore, non ho trovato ancora una risposta alla domanda, ma forse sono altre le domande a cui cercare di dare risposta.

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Citazione: by Accademia della Crusca

Immagine in evidenza: Nail by Pixabay

Note:

(*) Da Axis Mundi by Wikipedia;

(**) Il significato del chiodo nella tradizione popolare by rivelazioni.com/

(***) Un chiodo: simbolico, di ferro o spirituale di Ferruccio Iebole by lamostradellabibbia.com/

(****) Qui a planté ce clou? Je ne sais pas – 1972 Ilya Iossifovich Kabakov (Opera esposta a Parigi presso il Centre Pompidou – descrizione completa: Olga Petrovna Panina: Qui a planté ce clou? – Yanna Borisovna Koshkina: Je ne sais pas)

Post Scriptum:

Consigliabile visitare il sito https://www.centrepompidou.fr/fr/ressources/oeuvre/cj74zgd


… E l’indifferenza uccide!

Ricorda l’indifferenza uccide! Perciò avvicinati a chi è nel bisogno rialza chi è caduto e carezza il volto di chi piange cerca di essere voce per chi non ha voce allevia la sofferenza che incontri non partecipare all’omicidio consumato da quelli che sono gli indifferenti.

Un noto brano musicale ripeteva: “Nel 2000 io non so se vivrò ma il mondo cambierà il sole scenderà su di noi / Nel 2023, 23 Se il mio cuore batterà non lo so ma troverà qualcosa che lo farà batter più di te …

Di recente ha scritto al riguardo Fabiano Minacci:“Il testo era di Daniele Pace, accennando al misterioso futuro che incombeva, aggiungendo la frase “Nel 2023 l’uomo avrà smesso di lavorare” (ci andò vicino). Il brano era americano, cantato da Zager & Evans e in origine si chiamava “In The Year 2525”. Rick Evans la scrisse nel 1964, rimase chiusa in un cassetto fino al 1968. Il duo la incise all’inizio di giugno, entrò al n. 95 in America e il 12 luglio era al n. 1, grazie alle radio texane che la programmarono a rotta di collo, scalzando dal podio Elvis Presley, i Beatles e Stevie Wonder. Roba da non credere …”. In ogni caso il blogger afferma: “La canzone di Dalida Nel 2023 è una delle più catastrofiche di tutti i tempi”.

Anch’io come Minacci considero quel brano fra i più tendenzialmente catastrofici di sempre anche se in tal caso ci sono previsioni azzeccate e non. Del resto è sempre così, quando ci fanno previsioni generalizzate a lunga gittata, in parte, ci si azzecca sempre.

Come che sia, ci fu un tempo anche per me in cui pensavo al futuro come a qualcosa di migliorativo, di crescita per tutti, di evoluzione collettiva. Non soltanto di miglioramento personale, che, francamente, vedevo come cosa più complicata.

È stato così? Che c’entra la canzone richiamata?

È indubbio che il mondo, in questi circa 60 anni, sia migliorato sotto vari aspetti e abbia avuto varie fasi di progresso economico, culturale e sociale, e al contempo vari punti di crisi. Mi è difficile dare una misurazione di tali miglioramenti. Forse mi verrebbe più facile valutare le crisi, sempre più frequenti, spesso evidenziate da scosse di terremoto – anche violente – di tipo finanziario, politico, economico e sociale. Di recente anche di tipo sanitario (pandemia), non dimenticando i disastri ecologici puntualmente evocati, registrati, commentati e poi archiviati; e di tipo bellico (importante guerra in territorio europeo), non dimenticando l’intolleranza dialogica ormai persistente anche nelle sale politiche internazionali considerate democratiche.

Mi chiedo se a fronte di importanti avanzamenti (scambi multiculturali, discussione sui diritti umani, progresso tecnologico e sviluppo della ricerca, diffusione della conoscenza, opportunità della rete, per dirne solo alcuni) che sono sotto gli occhi di tutti non ci sia un imbarbarimento generalizzato che sta prendendo piede con forza. Sta dilagando.

Circa la pandemia: temo che stia diventando un brutto ricordo; parleremo di prevenzione e cautele non appena (speriamo di no) ne arriverà una di nuova. L’aviaria in essere non è una favola.

Circa la guerra: d’accordo ci sono decine di guerre nel mondo, da decenni e stanno aumentando; in Europa un conflitto così importante non era immaginato da nessuno; ci siamo abituati agli aggiornamenti sul conflitto, e anche alle statistiche sui morti e basta.

Circa gli immigrati: questa catastrofe è senza fine; l’indifferenza generale nasce da lontano, ma ultimamente è divenuta quasi un imperativo. Muoiono sotto gli occhi delle telecamere, quindi sotto i nostri occhi, “persone” che scappano da situazioni di profonda sofferenza e che se decidono di partire, pagando e rischiando, preferiscono questo ai soprusi in atto da parte dei loro conterranei. Quando poi sono bambini che vengono sacrificati rimanere indifferenti significa ancor di più complicità criminale.

Il fatto è che anziché unire le forze per trovare soluzioni adeguate, ci si dedica alla ricerca delle colpe e dei colpevoli dichiarando di avere la “coscienza a posto”. Questo atteggiamento sempre più praticato a tutti i livelli si basa su di una piattaforma che è alimentata dall’indifferenza: succedono certe cose ma non le voglio vedere, non mi riguardano oppure non mi conviene interessarmene, non è di mia competenza. Siamo passati dal lavarsi le mani (come Pilato – nda) di fronte ad un evento irrilevante all’arte di scaricare le responsabilità sugli altri di fronte ai peggiori crimini umani.

Tornando al brano musicale, che è uno spunto per uscire dalle usuali ovvietà, canzone proposta in Italia nel 1968/69, trovo che le cose non siano andate tutte male, anzi. Ci sono però anche segnali importanti di regresso. Che fanno pensare al peggio. Per esempio la vera catastrofe oggi, nel 2023, è evidente ed è quella dell’indifferenza diffusa. In tutti gli ambiti citati. Più che prevedere cosa accadrà occorre non essere indifferenti nelle situazioni in cui siamo immersi. Ed è vero: l’indifferenza uccide, come nella citazione.

Certo ci sono cose che possiamo fare ed altre che sono più difficili da realizzare.

Personalmente penso sia importante innanzitutto concentrarsi sulle prime.

Quali sono le cose che possiamo fare?

Anche su questo, sono convinto che possiamo ognuno di noi dare una risposta. Cominciando ad essere attenti. Poi impegnandosi ad essere consapevoli e a stare nel presente mettendo a disposizione le nostre capacità, senza esagerare, facendo la nostra parte.

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Citazione: L’indifferenza uccide! di Enzo Bianchi – Twitter

Immagine: Ragazzo del Togo in maglietta rossa – Giovanna Boteri su Facebook

Riferimenti nel testo: Nel 2023, brano proposto in Italia da Dalida e da Caterina Caselli – blog Biccy.it /F. Minacci


Nebbia

La nebbia a gl’irti colli piovigginando sale …, ma … Respirano lievi gli altissimi abeti racchiusi …

Impressioni del mio Gennaio (II)

Cos’è la nebbia in fin dei conti?

Nebbia è una parola che usiamo spesso per dire che qualcosa non va per il verso giusto o desiderato.

Oh! Mio Dio! C’é nebbia, e adesso?, quale espressione di un senso di impotenza. Con questa nebbia meglio starsene in casa!, quale espressione di rassegnazione. Oppure nel nostro parlare: Siamo nella nebbia più assoluta, per dire che siamo nella confusione e non sappiamo da che parte andare; siamo annebbiati, ossia confusi, disorientati; ho nebbia davanti a me, per dire che sono nell’estrema incertezza, tale che non vedo nulla se non la nebbia.

Parola assai significativa, molto usata, di sicuro non è attraente o simpatica. Chi per lavoro attraversa zone tipicamente nebbiose la odia senza dubbio.

Ma la nebbia è un fenomeno naturale. Come si sa, si forma attraverso una concentrazione di infinite piccole gocce d’acqua, che si creano vicino al terreno, ma anche sopra il mare o gli specchi d’acqua e lungo i corsi provocando una graduale diminuzione della visibilità. E spesso incidenti.

Un ammasso informe di vapore che si muove lentamente oppure pare stabilirsi in un determinato luogo senza dare idea di volersene andare. Ci sentiamo avvolti fin dentro le ossa. Immersi in una gigantesca bolla che quasi ci toglie il respiro.

Ebbene, quasi sempre possiamo essere noi a muoverci e ad uscire da questo ammasso indistinto.

Quante volte ci perdiamo in esso e ci lamentiamo per la situazione che viviamo. E ci impegniamo molto a farlo. Quando in realtà basta poco per cambiare tutto.

Dico che è un po’ come andare in montagna.

Fintanto che rimango sulle mie, resto fermo nella mia area confortevole, vedo la nebbia che mi dà fastidio e mi disturba, ma non mi attivo per cambiare e trovare di meglio, continuerò a rosicare, a essere a disagio e aumenterò il senso di confusione e di incertezza … Non potrò stare meglio.

Se invece con coraggio mi attiverò avviandomi fuori dalle comodità superando ogni pigra giustificazione fatta di alibi e pretesti, spesso inventati, riuscirò a vedere con occhi nuovi e me ne rallegrerò.

Dopo una passeggiata nella nebbia, mettendoci impegno, forza di volontà, fatica, sacrificio, attenzione, si può salire in quota e superare quella che sembrava un cortina di grigiore impenetrabile. Soltanto allora si vedrà un cielo limpido, azzurro, con uno scenario illuminato da un sole che pareva non esserci più. La nebbia c’é ancora, ma è al di sotto, e sparisce ogni confusione ed ogni incertezza. Ci si accorge che bastava uno sforzo, quello di impegnarsi a cambiare punto di vista.

Si scopre così che è proprio vero: Ogni cosa, anche la più buia, può essere illuminata. Ogni cosa, ossia tutta la vita.

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Citazioni: miscela di versi da San Martino di Giosuè Carducci e da Gennaio di Rainer Maria Rilke

Citazione nel testo: da testi di Ludwig Monti

Immagine in evidenza: Panorama quasi nebbioso by GiFa2023

Immagine in chiusura: Nella nebbia passeggiando su M. Cimone by AnCa 2023


Buon Natale, davvero?

Non so voi, ma io, sinceramente, non me la sento di fare gli auguri di circostanza e di pensare a festeggiare, quando ciò che ci circonda ha sempre più spesso il sapore del dramma e della tragedia. Della manipolazione e dell’ingiustizia.

E non è solo questione di pandemia o di regole infrante …

Qualcuno mi ha detto che le tragedie ci sono sempre state, oggi c’é internet che ti racconta tutto e di più, quindi siamo costretti a sapere tutto di tutti. E’ meglio non pensarci per non farci il sangue cattivoMeglio pensare a distrarsi e a festeggiare

Io rigetto questa impostazione di vita.

Nel fare di tutto per pensare in positivo, desidero fare mie alcune parole sul Natale di una grande uomo e prete, don Tonino Bello:

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo.

Io,  invece, vi voglio infastidire.

Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.

Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.

Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!”.

L’invito è di leggere l’intera lettera scritta oltre vent’anni fa in occasione del Santo Natale (riporto sotto il relativo link).

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Immagine: occhio d’anziano by Pixabay

Riferimento nel testo: da https://www.famigliacristiana.it/articolo/gli-auguri-scomodi-di-don-tonino-bello.aspx