Silenzio

Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca. 

Chi non ha bisogno si svuotare la testa, di mettersi in pausa, di alleggerirsi di pensieri, occupazioni mentali, pesi interni? Una differenza c’è nelle persone, e si nota, tra chi ci riesce a sospendere i pensieri e chi invece rimane stabilmente ostaggio di quei pensieri. E la possibilità vivere più leggeri c’è per tutti …

La mia formula, quella che per me è funzionale, è quella di chiudere gli occhi e immaginare i miei posti sicuri e i ricordi belli anche per pochi minuti o, alternativamente, entrare in contatto con la natura. Per esempio, occupandomi di giardinaggio, non tanto e non più per dare massima dignità al giardino, ma per ordinarlo al meglio possibile e toccare con mano o attraverso gli arnesi, la terra, le piante, i fiori, le erbe …  Per esempio, camminando lentamente e osservando i dettagli che incontro nei boschi e nei prati e riempirmi dei diversi “verdi” … Per esempio, seguendo sentieri montani, boschivi, mai ben conosciuti, e ricercare il silenzio sonoro degli alberi, delle foglie o percependo i suoni vicini e lontani che nel bosco arrivano attutiti, ovattati quasi sordi.

Un tempo, ho provato anche altre modalità, nel senso di approfittare di situazioni obbligate, non brevi come viaggiare in treno o in auto, ma non sono le mie preferite. Più facile invece, il percorrere a piedi anche in città tragitti stabiliti e obbligati, ma in tal caso l’ansia di arrivare alla meta non mi agevola. In ogni caso, è il bisogno di vivere un “silenzio vero”, tangibile, che spinge alla sospensione, al di là della modalità di turno.

Mi piace lo spunto tratto da un recente libro di un noto romanziere e sceneggiatore di fiction tv poliziesche (*).  Anche il suo personaggio sente spesso il bisogno impellente di sospendere i pensieri e l’autore lo descrive benissimo.

“Per svuotare la testa, Elsa M. sfruttava il tragitto dal commissariato a casa, non un percorso impervio per una camminatrice esperta come lei.

Un’operazione non sempre facile: lasciare andare le complicazioni connesse al lavoro, i risvolti dei casi che affrontava, le concatenazioni tra gli eventi; e ripulirsi dentro prima di entrare nell’altra quotidianità. Certo, in montagna le veniva più agevole. Nei posti in cui era nata, gli elementi favorivano tanto la concentrazione quanto il libero abbandonarsi al nulla. Il silenzio, per esempio: nei borghi tra le vette bastava spostarsi di poco e si finiva immersi nella natura. E il tratto distintivo della natura era senza dubbio il silenzio.

Nel silenzio si può parlare con sé stessi, pensava Elsa. Le distrazioni si allontanano, l’ambiente si ritrae e se ne sta per conto proprio, e tu puoi discutere fra te e te”.

Qui, l’autore rafforza il messaggio contrapponendo una situazione opposta, pure questa molto efficace nella sua concretezza.

Al contrario, nella dannata, inarrestabile baraonda di quella città sul mare la quiete era merce impossibile da reperire. Non c’era ora e non c’era giorno – fosse l’alba o il tramonto, fosse agosto o dicembre – che trascorresse senza avere intorno qualcuno che urlava, due che discorrevano ad alta voce, una maledetta finestra spalancata dalla quale strepitava un televisore … D’estate il fenomeno si amplificava, perché il caldo non dava tregua e non c’era una sola porta o apertura qualsiasi che rimanesse chiusa, e ognuno stava lì a chiamarsi da un capo all’altro, a litigare, a protestare, a comunicare, urlando per farsi sentire o anche soltanto perché quello era il tono usuale. Il secondo tratto distintivo era la totale assenza di riservatezza. A furia di starsene così, … non c’era uno che si sentisse immune dal farsi i fatti altrui”.

Insomma dal paradiso all’inferno, si potrebbe commentare.

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Citazione: Dono del silenzio – frase celebre assegnata a Charlie Chaplin

Immagine: Claire2019 – foto a cura dell’autore

Note: (*) da Figli – Per i bastardi di Pizzofalcone (cap. XXIV pagg. 153-154) di Maurizio De Giovanni – 2026 Einaudi


Viandante

Viaggiare dovrebbe sempre significare vivere una esperienza, e si può avere un’esperienza preziosa soltanto in luoghi, in ambienti con i quali ci troviamo in un rapporto spirituale.

Ho avuto il piacere recentemente di incontrarmi con un poeta e le sue poesie. E anche con un romanzo autobiografico. Casualmente. Si fa per dire … I versi e il romanzo mi sono capitati in mano, leggendo altro, e c’è sempre una spiegazione.

Era da un po’ che ripensavo a questa dimensione del viandante, dell’essere in viaggio, del muoversi, nel viaggio della vita.

È una dimensione sulla quale mi ero già soffermato circa cinque anni fa. Ne scrissi anche, trovandone giovamento e maggior chiarezza nel mio procedere.

E mi piaceva quella parola, forse perché la sua potenza mi portava da una parte a fondere insieme molte mie sfumature personali e dall’altra a fare finalmente chiarezza dentro di me.

Solamente quando c’è chiarezza si possono fare scelte consapevoli e coerenti con la visione che si ha di sé.

Il fatto è che nella mia vita ho avuto molti sé.

Per mia fortuna ho sempre fatto selezione, anche di recente. Ma non abbastanza.

È questa circostanza che mi ha tenuto per anni “in calda” e spesso a disagio con me stesso e con gli altri. Ho sempre faticato a dire no. Fatico anche oggi, ma la parola viandante mi aiuta.

È una definizione che mi calza bene da sempre, oggi di più, e che mi è giunta inaspettatamente e improvvisamente, senza suggerimento alcuno.

Qualche giorno fa l’ho cercata nei dizionari.    Viandante significa – secondo Garzanti – chi compie un lungo viaggio a piedi. Hoepli dice: chi intraprende un viaggio a piedi, per recarsi in un luogo definito o senza meta. Dizionario italiano: chi copre lunghe distanze a piedi, perlopiù fuori città. Treccani: chi va per via; in particolare chi passa per vie fuori di città, viaggiando a piedi, per raggiungere luoghi anche lontani. Leggendole, a tutta prima, sembrano definizioni uguali. In realtà non è così, ci sono diversità. Guardando bene si può notare come quanto evidenziato porti a significati molto diversi e particolari.

A me è arrivato immediatamente un gruppo di immagini-significato:

–             lungo viaggio, ovvero la vita;

–             andare a piedi, ovvero con le proprie doti e dotazioni;

–             raggiungere luoghi definiti o senza meta, ovvero destinazione precisa, ma anche no;

–             lontani, ovvero visione ampia lunga;

–             fuori città, ovvero andando oltre i confini.

Mi ci ritrovo appieno.

È un nuovo programma di vita con nuovi e ritrovati punti di vista.

Lungo viaggio è il periodo che tutti vorremmo lunghissimo su questa nostra terra. Un viaggio che non sappiamo in anticipo come sarà. Lo conosciamo momento per momento.

L’andare a piedi è fantastico. Richiama non solo il far affidamento sulle proprie abilità personali e sulle proprie caratteristiche. Ma anche il poter decidere di far conto dei propri mezzi naturali affrancandosi da tutto quello che è superfluo o non necessario. Di tutto quello che, ingombrante, ci condiziona e ci toglie benessere. Ci impedisce di essere migliori.

Di tutte quelle sovrastrutture e strutture che non ci aiutano a volare più alti o addirittura a spiccare il volo desiderato. Insomma si tratta di divenire autentici passando per una pulizia generale e particolare del proprio contesto fatto di oggetti, comportamenti, abitudini, ambienti, ma anche di relazioni e contatti con persone e di illusioni.

Servirebbero pulizie frequenti, le stagionali non sono sufficienti, almeno per me.

Raggiungere luoghi rappresenta il classico piano di obiettivi che ciascuno di noi si costruisce, fin da quando è piccolo. Non è soltanto farsi accompagnare a Gardaland, al parco giochi o ai centri estivi, oppure, da grandi, andare in centro città, oppure scalare una vetta. Non è soltanto andare al cineforum oppure ad una serata enogastronomica. Non è soltanto fare un pellegrinaggio a Lourdes oppure fare il Cammino di Santiago. Non è visitare una capitale importante oppure fare un viaggio in Amazzonia, in Africa o raggiungere il Tibet.

Raggiungere luoghi non è solo questo, per quanto importante, ma è come viviamo e quindi come impostiamo il viaggio stesso. Sappiamo fino ad un certo punto le sue caratteristiche. Conosciamo alcune fermate programmate o potenziali. Abbiamo il desiderio di fare certe tappe, ma come sarà effettivamente il viaggio lo sapremo solo durante e dopo. E’ fondamentale stabilire gli obiettivi intermedi e l’obiettivo finale per riuscire a raggiungere luoghi definiti, ma è altrettanto fondamentale essere aperti a novità e a scoperte inattese. Comprese le possibili deviazioni e, se opportuno, compreso un repentino e utile cambio di rotta.

Chi va abitualmente per il mondo lo sa bene.  Spesso è preferibile non pianificare il viaggio con troppi dettagli, è meglio lasciare spazio alle sorprese che si spera gradite. È meglio lasciarci sorprendere.  Affidarsi. Ecco perché viaggiare talvolta senza meta.

Luoghi lontani non solo geograficamente parlando, ma anche collegati a storie antiche, da dove tutti veniamo. Viaggi nel tempo quindi recuperando storia vera, ma anche miti e leggende.

Tutto questo per meglio guardare in avanti e darsi una prospettiva che vada ben oltre il cosiddetto breve termine. Visione di lungo, almeno come tentativo di darsi un senso di vita.

Fuori città è uno spunto che mi propone un’immagine assai intrigante. E’ quella dimensione di andare oltre che mi accompagna da molti anni e alla quale non sono sempre riuscito a collegarmi adeguatamente. Oltre i confini, oltre le facili sicurezze, oltre ciò che diamo per scontato, oltre i nostri limiti, oltre ciò che non fa più per noi, oltre ciò che è andato. Sentirmi a casa anche fuori città. Andare fuori città può scombinarci, disorientarci, farci sentire inadeguati, insicuri e incerti, ma è solo così che ci rimettiamo in gioco e tocchiamo con mano la nostra essenza.

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Riflettevo qualche mese fa, quando sono fuori città, oggi, mi sento in armonia con me stesso e con il mondo, scopro nuove cose di me e degli altri. So che tornerò ai miei indirizzi di sempre, ma so che la mia casa è anche fuori città. Soprattutto fuori.

Per finire e per mia fortuna ho ricoperto molte parti finora, in almeno sei decenni. Sono esperienze irrinunciabili. Quel che mi succede ora è che tali parti vengono assorbite in una.

Sono stato: io figlio e fratello, io animatore in parrocchia, io volontario, io fidanzato, io amico, io studente universitario, io calciatore, io militare, io bancario, io marito e padre, io genero e cognato, io sindacalista, io politico, io consigliere comunale, io zio, io dirigente aziendale, io animatore sociale, io guida relazionale, io tirocinante, io counselor, io reader, io blogger, io scrittore, io facilitatore, io libero professionista, io vicino, io amministratore, io studioso, io coordinatore, io progettista, io motivatore, io tutor e supervisore, io consulente, io fotografo, io pescatore, io giardiniere … Oggi:  io viandante.

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Citazione: da Il viandante di Hermann Hesse – Oscar Mondadori

Immagine in evidenza: Illuminazione, foto del particolare del Cammino di San Francesco – Assisi a cura di Angela Canale

Immagine affiancata: foto “Visione del cammino” a cura dell’autore


ibiscus

La bellezza non svanirà

… e la bellezza ci salverà?

Non possiamo dire di vivere nella pace, nella tranquillità e nella normalità. Il bello ci circonda, ma siamo spinti a vedere altro, siamo costretti a toccare, molti anche con mano, le tante brutalità, crudeltà e falsità di una vita che viene ormai costantemente inquinata, stupidamente riempita di tremendi eventi, spesso provocati di proposito, che non ci saremmo mai immaginati di vivere e rivivere.

Siamo ormai in un territorio “glocal”: sappiamo in diretta quanto avviene sotto casa come quanto succede dall’altra parte del pianeta. E dappertutto, quanto avviene pare abbia ormai lo stesso denominatore: prevalere nel dominio di qualcuno, meglio se diverso e meglio ancora se fragile … Il tutto in base ad una comunicazione unilaterale, arrogante e autoreferenziale, che definire “violenta” rappresenta ormai un complimento.

Quanto avvenuto e in corso a Ceuta, di certo località non nota a tutti fino a qualche giorno fa, è uno dei tantissimi esempi che dovrebbero farci cambiare, oltre ogni ingenuità e ogni incanto, qualche cosa nelle nostre routine quotidiane e anche nelle nostre agende quotidiane.

Attenzione, non dico che sia augurabile vivere guardando in continuazione ai drammi e alle tragedie, ma dico che non possiamo continuamente fare finta di niente, rimanendo nei nostri comodi divani, o cercando continuamente le vie di fuga che il mondo ci offre, malgrado tutto.

Ci sono momenti, se non ci giriamo dall’altra parte, che ci pare tutto perduto o non salvabile. Pensavamo quattro anni or sono di essere usciti dal tunnel delle paure, delle sofferenze, delle tragedie … Già da subito, invece, siamo tornati come umani all’autodistruzione negando l’esistenza di prospettiva e di aspetti positivi (umanità, ricerca, scienze, trascendenza, solidarietà internazionale, pace, giustizia, dialogo, democrazia, ecologia, lotta alle povertà …) e mettendo benzina nella ricerca di potere e quindi alimentando l’arte – che arte non è – della prevaricazione, della supremazia e della legge della giungla (con massimo rispetto da parte mia per le regole animali che sembrano funzionare assai meglio di quelle umane).

Eppure, sono certo, che la bellezza non svanirà.

La certezza così espressa non è solo il titolo di un famoso e stupendo romanzo (*), ma è quanto sento dentro di me e quanto mi sento di sperare e augurare al mondo intero, a partire da tutte le persone che mi sono care.

Nel romanzo in parola, che si svolge in parte nella Parigi dei Fauves e dei Cubisti, si mescolano figure reali della bohème artistica, come Modigliani, Rousseau. E la scena si sposta poi dai pittoreschi bistrot parigini alla tragica solitudine del paesaggio spagnolo e alle dolci colline d’Inghilterra. Il romanzo, ricco di caratteri umani e di ritmo narrativo, mostra la dimensione dell’autore e raggiunge la pienezza di una testimonianza sul drammatico divorzio fra arte e società.

In tal caso, non è il solo titolo del libro ad avermi colpito, ma lo scenario raccontato che si avvicina di molto a quanto stiamo vivendo. Oggi, infatti anche l’arte rischia di diventare strumento in mano ai comandanti di turno.

Occorre veramente tornare a riprenderci il bello che c’é e questo significa aver il coraggio di vivere con un senso di positività.

Come che sia, non si tratta solo di pensare positivo, ma di dare attenzione e apprezzamento al bello che ci circonda in ogni dove, nella consapevolezza del disordine sociale nel mondo.

Come si può recuperare una certa serenità, nonostante tutto?

Personalmente, in aggiunta all’impegno personale nel sociale, guardo spesso dal vivo e nel ricordo scene come quella riportata nell’immagine in evidenza, oppure come quelle nelle immagini in galleria, a corredo del testo, e subito penso che non svanirà la bellezza!

E la bellezza ci salverà!

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Citazione: da L’Idiota di Fedor Dostoevskij

Immagini in evidenza e in galleria affiancata da repertorio fotografico a cura di Gianni Faccin

Nota (*) e titolo: da La bellezza non svanirà di Archibald Joseph Cronin – Ed. Bompiani


Figli …

il compito primo – il più alto e il più difficile – dei genitori è quello di avere fede nel segreto incomprensibile del figlio e nel suo splendore.

Scrive De Giovanni nel suo ultimo libro: “… la vita è fatta di genitori e di figli, così come di amanti e di mogli, di mariti e di amici, ma in primo luogo di genitori e di figli, perché se gli altri si possono unire e separare, possono avvicinarsi o allontanarsi, i figli e i genitori no, non si possono separare, perché sono un obbligo e un impegno, perché sono indissolubili e irreversibili, perché sono inevitabili”.

È di questi giorni la notizia, ovviamente di larga diffusione sui media, e, come di consueto, di ampia discussione con varietà di giudizi, della madre che non riesce più a far fronte al grande dolore per la perdita dell’unico figlio. Dice di averle provate tutte, non è fisicamente malata ma lo è spiritualmente e vuole raggiungerlo non riuscendo a lasciarlo andare, chiedendo in Svizzera il suicidio assistito. Pare che ci siano stati personali tentativi di togliersi la vita e che non abbiano avuto l’esito cercato. Per questo ora chiede l’eutanasia.

Ed è probabile che, nel momento in cui scrivo, il procedimento di fine vita sia in svolgimento o sia già stato eseguito.

Al di là delle necessarie considerazioni morali ed etiche, nonché normative sul caso che fa tanto clamore e su cui è arduo inserirsi anche con almeno un minimo di certezze e un minimo di serenità, io sono colpito fortemente, come che sia, dal legame indissolubile che esiste tra genitori e figli.

Un legame che per sua natura considero “indissolubile e senza tempo” nel momento in cui diviene sigillo di messa al mondo, accoglienza, crescita, autonomia, rispetto e libertà. In pratica uno speciale “passaggio di testimone”.

Certo, rimane un vincolo, ma che è fatto di amore e non necessariamente di sangue e cellule. Un vincolo spirituale che possa favorire una reciprocità: da parte del figlio di dire e pensare “Bene, sono grato, ma ora tocca a me” e da parte del genitore di dire e pensare: “Ecco, ti lascio andare perché ora tocca anche a te”.

È un cammino non facile, senz’altro ad ostacoli, ma è “il cammino”. Credo che un diverso procedere non apra alla vita e, anzi, sia nefasto.

Concordo con lo scrittore, figli e genitori non si possono separare, semmai si possono solo distinguere, inevitabilmente.

Struggenti quanto illuminanti, gli altri passi di De Giovanni nel capitolo di chiusura (XXXVII pag. 232 e seguenti) del libro citato. Eccone alcuni.

“Ah, i figli. Quanto sarebbe facile, senza di loro. Uno potrebbe pensare solo a sé stesso, fronteggiare un problema con coraggio, all’occorrenza perfino con superficialità, chi se ne frega, tanto le conserguenze ricadono solo su di me. Invece i figli amplificano i problemi, perché gli effetti si riversano per forza su di loro, allora attenzione, per carità, attenzione a non sbagliare. Almeno si capisse che cosa accidenti vogliono, almeno si capisse da che parte è meglio andare. Sono incomprensibili, i figli”…

“Questi figli. Sembrano semplici da gestire, come marionette di cui si tengono i fili. Come fossero ancora uguali a quando erano piccoli, e si nascondevano loro le cose per vederli correre in cerca, per poi fargliele trovare in un punto dove avevano già controllato … Questi figli, che crescono e non ti avvisano” …

“I figli, i figli. È proprio vero: quando non li hai, non ti mancano. Ti sembra di poter vivere con leggerezza, avendo l’unica responsabilità di te stesso. Anzi, finché non li hai ti senti giovane, puoi continuare ad essere figlio a tua volta, a farti coccolare dai genitori, se hai la fortuna di averli ancora” …

“Questi figli. Sono un pezzo di futuro, i figli. Per carità, uno che i figli non li ha non è che sia passato per il mondo invano. … Mica sono inutili, le vite senza i figli. Se ci metti dentro il giusto quantitativo di amore, sono comunque meravigliose. Ma i figli sono un’eredità lasciata al mondo. Sono un viaggio nel tempo, i figli” …

“I figli, diciamocelo, sono un guaio. Perché quando ti arrivano tra capo e collo non ne puoi prevedere il carattere, la maniera d’agire, l’istinto. Puoi educarli, certo. E puoi controllarne le amicizie, le frequentazioni. Puoi provare a tenerli sotto controllo, a sorvegliarli e a indagare quello che fanno. Puoi cercare di orientarne gusti e tendenze, e puoi perfino illuderti di esserci riuscito. Ma loro ti stupiranno. E faranno a modo loro, e a te non rimarrà che lamentarti, e adattarti. Perché i figli fanno sempre come gli pare” …

“Ah, i figli. Non li puoi scegliere, non li puoi orientare, non li puoi cambiare. I figli , come ti capitano, così te li devi tenere. Non ci puoi fare niente, coi figli. Proprio niente”.

Nota a margine = L’ultimo lavoro crime di De Giovanni (scrittore e sceneggiatore) è una lode alla genitorialità, pertanto il romanzo come viene definito è sempre meno crime e sempre più prossimo ai temi dell’empatia e del vissuto emotivo. Ecco che diventa sempre più emotiva anche la penna dell’autore che scava nelle ombre che si allungano sulla vita privata dei suoi personaggi: i figli, i genitori e il rapporto tra figli, ovvero quell’amore devastante che riesce a mettere tutto il resto in secondo piano.

Citazione: da Il segreto del figlio – Da Edipo al figlio ritrovato di Massimo Recalcati (Feltrinelli 2017)

Immagine: foto bay Diego Villacob of Pixabay

Testi riportati: da Figli – Per i bastardi di Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni (Einaudi 2026)


Quale pace?

Vedere un sorriso di chi è laggiù tocca profonda la mia umanità
Chi fa la guerra non ha mai ragione il dialogo è sempre la strada migliore

Quando diciamo o sentiamo dire “pace”, di cosa stiamo parlando e a cosa pensiamo? A quale concetto ci riferiamo?

Quando diciamo “auguriamo ci sia la pace”, che cosa auguriamo?

Quando siamo invitati a sperare per la pace, o a pregare per la pace, o a invocare la pace, di che cosa ci stiamo occupando?

Ho l’impressione che la cosa non sia così semplice e neanche chiara.

Oppure ognuno intende la sua pace, quella personale o quella più conveniente. Per lui conveniente.

Si punti ad una pace giusta! In tanti si stanno riempiendo la bocca con un invito che pare abbia più risvolti promozionali di consenso e che punti a marcare la propria presenza sul palcoscenico, anziché andare dritti al sodo. E il sodo, l’accordo di pace non può che avvenire dopo un compromesso che non sarà mai giusto in assoluto perché determinerà dei vincoli o degli abusi diretti o indiretti. E perché si arrivi al compromesso serve un confronto un percorso che siano rispettosi e non ostili da tutte le parti in gioco.

Eppoi, occorre sapere che significa pace. Quella che partendo dall’etimologia (*) potremmo sintetizzare con il famoso detto: Patti chiari, amicizia lunga.

La parola in questione viene da una famiglia terminologica molto variegata, come scrive l’esperto (**). È la famiglia pàngere che significa conficcare. Quindi la parola pace è centrale infatti dal “palo” al “patto”, dalla “pagina” al “paese”. Dice sempre la fonte citata: Il paese è un derivato di pagus, il villaggio (da cui il ‘pagano’), di cui sono fissati i termini, i confini. Il palo non è solo un grosso bastone, non è una trave: il suo scopo è essere conficcato. La pagina è, meravigliosamente, il pergolato di vite piantato a terra nel campo. Il patto risulta dalla la pace — pactus deriva da pax. Il latino pax viene dalla stessa pianta del pàngere col senso di ‘cosa fissata’, significato che per noi è più vicino al patto, un accordo fissato fra più parti.

Dopotutto la pace la troviamo anche presso la pozza d’acqua cristallina nella radura; in un silenzio in cui non cerchiamo e non siamo cercati; nel lasciare andare, alla fine e misteriosamente, un peso che ci portavamo in cuore. Non roba pattizia, si direbbe, anzi non di rado ha un respiro unilaterale.

La pace non è quiete — o meglio, non solo. È assenza di conflitto, di agitazione; è concordia fuori e tranquillità dentro. Ha una dimensione profonda e capillare e schietta, esiste male in apparenza.

La saggezza antica che ha messo a punto, accordato questo concetto — una saggezza con idee molto chiare sulla pace e più che capace alla guerra — è che la pace (calma, benevolenza, concordia) si batte come una pietra di confine …

Quindi, speriamo nell’applicazione del proverbio latino “Clara pacta, amicitia longa”.

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Citazione: strofa dalla canzone Voglio la Pace dei bambini delle scuole di Fano

Immagine: Team da https://cittadeibambini.comune.fano.pu.it/consigliobambini/consiglio-dei-bambini/attivita-2017-2018/attivita-speciali/canzone-della-pace/

Note: * Sign.  Assenza di lotte; concordia; tranquillità interiore / **da https://unaparolaalgiorno.it/


Taccuino, taccuini

Fonti non scontate

Qual’è il significato della parola “taccuino”?

Secondo la Treccani: derivazione dall’arabo taquīm, lat. mediev. tacuinum. –  Libriccino con fogli bianchi per appunti. Estensioni: In letteratura, titolo di opere formate da pezzi varî, quasi frammentarî e inorganici come le note di un taccuino (per es., Taccuino di Arno Borghi di A. Soffici, 1933; Il t. del vecchio, raccolta di poesie di G. Ungaretti, 1960). Nel tardo medioevo, titolo (per lo più nella forma lat. mediev.) di raccolte di prescrizioni mediche e igieniche, o anche di piccole enciclopedie di medicina (per es., Tacuinum sanitatis). Piccolo album per disegni, schizzi, abbozzi: i t. di disegni del fronte della guerra 1915-18, di L. Viani. Calendario, lunario, almanacco, con previsioni astrologiche sugli avvenimenti dell’anno. Portamonete. Io preferisco rimanere nella accezione iniziale, quella letteraria e – senza farla lunga – dichiaro che mi piace ispirarmi, nel metodo, ai Taccuini di Fitzgerald e di Camus.

Già. Anche io ho i miei “taccuini”, non uno, ma più taccuini, in cui sono raccolti pensieri, frasi, spunti da libri che mi hanno dato motivazione, spinta, senso, scoperta di significati e di differenti punti di vista. Si tratta di raccolte talvolta disordinate o estemporanee, brevi o articolate, in ogni caso importanti per me, per confrontarmi con me stesso. Infatti, ci sono anche lettere, messaggi, riflessioni, riassunti, resoconti …

In molti casi, i brani su cui mi sono soffermato dopo o durante una lettura di un libro o di un pezzo giornalistico, non mi è chiaro fin da subito come collocarli dentro o fuori di me, in altri casi mi possiedono immediatamente e devo fermare l’elaborazione con uno scritto o riportando il testo originale. Dal prossimo anno (2026), inizierò ad alimentare questo “blog” nel sotto-elemento dal titolo su riportato.

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Immagini: Alcuni miei taccuini foto GiFa 2025

Riferimenti nel testo: Treccani.it e Wikipedia


Invecchiare …

Già, è così … sta succedendo!

Non passa giorno che non me ne accorga. Incontri, letture, ascolto di persone, annunci e avvisi, anche battute.

E non rifuggo la realtà, l’accompagno, perché va bene così, cerco di riempire di valore il tempo e lo spazio che ogni giorno mi sono dati di vivere.

E, aiutandomi, penso, rifletto e prego. E agisco …

Di recente lo faccio spesso recuperando le parole di un noto operatore sociale (*) che non è più tra noi, che ho fatto mie perché, guardando bene, la vita ci prepara al “distacco” e lo fa aiutando a distaccarci in varie occasioni, anche le meno immaginabili.

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Signore, insegnami a invecchiare!

Convincimi che la comunità non compie alcun torto verso di me, se mi va esonerando da responsabilità, se non mi chiede più pareri, se ha indicato altri a subentrare al mio posto.

Togli da me l’orgoglio dell’esperienza fatta, il senso della mia indispensabilità.

Che io colga, in questo graduale distacco dalle cose, unicamente la legge del tempo, e avverta in questo avvicendamento di compiti una delle espressioni più interessanti della vita che si rinnova sotto l’impulso della tua Provvidenza.

Fa’, o Signore, che io riesca ancora utile al mondo, contribuendo con l’ottimismo, e la preghiera, alla gioia e al coraggio di chi è di turno nella responsabilità, senza rimpianti sul passato, facendo delle sofferenze umane un dono di riparazione sociale.

Che la mia uscita dal campo di azione sia semplice e naturale come un felice tramonto di sole . (**)

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Immagine: Sunset by Pixabay

Note: (*) Livio Labor, figura centrale nella storia del Paese e in quella delle Acli, di cui fu presidente dal 1961 al 1969. È stato un politico, giornalista e sindacalista italiano. Membro della Compagnia di San Paolo e della Democrazia Cristiana, divenne in seguito senatore della Repubblica per il Partito Socialista Italiano.

(**) Preghiera scritta da Livio Labor.


Taicun

Detto anche “magnate” …

Considero difficile tacere, fingere non sia successo nulla. Impensabile è per me tenere una distanza che dovrebbe essere eccessiva per mandare agevolmente giù l’amaro boccone. Eppure osservando il mondo, vicino e lontano, pare sia tutto come prima o quasi.

Ma andiamo con ordine.

Nel titolo ho riportato una delle traduzioni originali di “tycoon “, il termine molto usato, tra i tanti, per definire un ricco imprenditore o possidente. Mentre nel sotto titolo una delle traduzioni italiane. E viene subito alla mente a chi ci si può riferire, visto che negli ultimi anni il termine inglese è stato assegnato ad un ricchissimo quanto discusso uomo americano. Un personaggio che in questi giorni novembrini fa già parlare oltremodo di sé. Un politicante che non conosce la sconfitta e non conosce la vittoria (altrui). Se c’è vittoria che conta è solamente la sua personale.

Un uomo come chiunque di noi, se non fosse altro che, ricchissimo appunto, è divenuto dominatore, influenzatore e manipolatore di persone, popoli e governi. Ottenendo un potere di fatto quasi assoluto. E il suo “successo”, ma credo che la parola sia posta malamente, è da tempo divenuto ed è tuttora riferimento, modello, esempio e stile da copiare per molti altri “ominicchi” che puntano, e si illudono a mio parere, di bissare i suoi risultati.

Ma torniamo alla definizione.

Il termine citato pare derivare dal giapponese taicun, a sua volta dal cinese, indicava in origine un titolo onorifico assegnato a governanti privi di discendenza imperiale, con il significato di “grande signore” o “comandante supremo”.

Nel nostro caso, escluderei il primo, mentre non avrei dubbi, purtroppo, sul secondo.

Perché?

Perché è troppo facile vincere con i soldi e cavalcando smisuratamente il malcontento di turno. E mi basta questo.

La stampa ha dato varie letture sullo strapotere dichiarato del personaggio in modo prevalentemente autoreferenziale:

… Privo di mezze misure, spietato come un nababbo del primo Novecento la cui ricchezza smisurata si accompagnava allo spregiudicato sfruttamento di ogni risorsa possibile (naturale, finanziaria, umana), aggressivo e irrispettoso nei confronti delle donne, dei disabili, dei meno fortunati, dei poveri, degli emarginati come di chiunque gli fosse avversario, …

Stiamo vivendo il tempo della non politica o, meglio della fine della politica. Viviamo gli anni, inevitabili, del più forte che schiaccia il più debole.

Osserviamo l’enfasi del trasformismo sfacciato, c’è la fila di tanti che si inchinano al comandante supremo.

E l’Italia? Beh, siamo tra i migliori.

Una cosa è certa. Sentiamo la mancanza sempre più evidente non di un comandante supremo ma di una “grande signore”, che ci sappia guidare veramente, da vero uomo politico e non da politicante, che punti all’interesse comune non a parole (al riguardo non ci sono più neanche quelle) ma a fatti concreti. Più vera politica – che manca – e molto meno propaganda – che sovrabbonda.

Mi piace riportare uno scritto di un uomo che fu presidente degli Usa, nel bene e nel male, ma che seppe guidare una grande comunità in tempi difficili, osando e ispirando (T. Roosevelt):

Non è colui che critica a contare, né colui che indica quando gli altri inciampano o che commenta come una certa azione si sarebbe dovuta compiere meglio. L’onore spetta all’uomo nell’arena. L’uomo il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore e dal sangue. L’uomo che lotta con coraggio, che sbaglia ripetutamente, sapendo che non c’è impresa degna di questo nome che sia priva di errori e mancanze. L’uomo che dedica tutto sé stesso al raggiungimento di un obiettivo, che sa entusiasmarsi e impegnarsi fino in fondo e che si spende per una causa giusta. L’uomo che, quando le cose vanno bene, conosce finalmente il trionfo delle grandi conquiste e che, quando le cose vanno male, cade sapendo di aver osato. Quest’uomo non avrà mai un posto accanto a quelle anime mediocri che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta.

Meditiamo, meditiamo e non solo.

Ma quale tycoon?

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Immagini: in evidenza Rooster by Pixabay – Teddy Roosevelt by Fondazione Italia Usa

Riferimenti nel testo: Wikipedia – https://italiausa.org/lamerica-e-gli-americani-secondo-teddy-roosevelt/ – Avvenire.it


Sognare, immaginare, navigare …

… capire che ciò che conta di fronte a tanta libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno, che valga tutta quell’acqua da attraversare.

Può capitare che il sogno, l’immaginazione, la fantasia, si colleghino alla realtà. A me succede quasi sempre nei passaggi di stagione o, almeno e soprattutto, con l’arrivo della primavera e poi dell’estate.

E quando leggo brani come questo mi ci ritrovo dentro, immerso come in un oceano. E amo stare in navigazione.

Erano giunti nella dimora dell’Estate, donde essa ogni anno si parte per le terre australi. Durante il giorno il sole era un abbagliante disco di bronzo, col cielo livido e polito tutto intorno, e di notte i grandi pesci nuotavano in tondo attorno alla nave, seguiti da una scia di sinuosi fiumi di fuoco pallido. La prua tagliente scagliava lontano miriadi di diamanti in volo. Il mare era un lago rotondo dalle molli ondulazioni, teso in una epidermide di seta. Lenta, lentissima l’acqua nel fluire verso poppa e oltre imprigionava il cervello in una piacevole ipnosi. Era come guardare entro un gran fuoco. Non si vedeva nulla, e tuttavia solo con un grande sforzo si riusciva a distoglierne lo sguardo; e infine la mente scivolava nel sogno, benché si rimanesse desti.

C’è una pace negli oceani caldi che trascende il desiderio di comprendere. La meta non è più uno scopo, e il fine è solo di navigare, navigare, fuor del regno del tempo.

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Citazione: da scritti di Alessandro D’Avenia (adattamento a cura dell’autore)

Immagine: Sunrise by Syaibatulhamdi of Pixabay

Testo riportato: da La santa Rossa di John Steinbeck (pag. 74) Oscar Mondadori 1975


Sassi-passi perduti e agavi

La forza dell’indifferenza! − È quella che ha permesso alle pietre di durare immutate per milioni di anni.

Il minimo movimento interessa tutta la natura: il mare intero cambia per una pietra.

Alzi la mano chi di voi non ha avuto complicazioni con i propri sassi-passi. Sassi che simboleggiano immagini positive, belle, reali ed irreali della propria esistenza, nonché momenti travagliati o momenti esperienziali che hanno lasciato il segno o meglio il peso. Del resto ci sono sassi piccoli e non pesanti, ma che danno fastidio a tenerli in mano o a camminarci sopra. E ci sono sassi grossi e pesanti, difficili da tenere in mano e da utilizzare, per esempio da collocare semplicemente in giardino, tra le piante o a sostegno di muretti consolidati ma in fase di iniziale sgretolamento.

A proposito di giardino, ci sono anche i passi cosiddetti “perduti”, perché sembrano perdersi uno dopo l’altro nel verde dei prati erbosi, anche se a tutta prima pare crescano dall’erba stessa quando questa diventa fiorente e ben verdeggiante.

Mi collego ai passi perché sono dei sassi squadrati, lastre bianchissime che ornano i giardini ma che simboleggiano un percorso sul terreno al fine di non calpestare l’erba, oppure di avviare ad una direzione precisa, per fare prima o per raggiungere direttamente un posto utile, specialmente in caso di cattivo tempo.

Proprio in vista della primavera, qualche giorno fa, ho dato inizio ai lavori di sistemazione del mio giardino, cogliendo i suoi primi segnali di rinascita, nei fiori selvatici che crescono un po’ qua un po’ là, più o meno nascosti, nelle piante alte, nelle siepi di edera o di gelsomino, ciascuno con i suoi modi e i suoi tempi.

Il mio giardino è mobile, nel senso che ha assunto forme diverse negli anni, subendo anche rivoluzioni quando i gusti e le necessità stavano cambiando. Ma pur nei cambiamenti i sassi ci sono sempre stati, quasi inamovibili. Lo stesso per le bianche piastre che ho sempre inquadrato come passi perduti, e su di esse ho sempre trovato una direzione, la stessa. Di recente, in particolare in questi giorni, i passi sono diventati meno scontati, le piastre non sono più candide per effetto delle intemperie, i miei passi oltrepassano gli ornamentali camminamenti. Mi sento diverso. La mia attenzione è rivolta ad altro.

Infatti, ho riscoperto la bellezza delle agavi che hanno, poco per volta, invaso l’ambiente esterno familiare. Sono numerose, piccole, medie e alcune più grandi. Aver cura di esse mi impone quasi quotidianamente di dirigere i miei movimenti al di fuori di strutture, sassi-passi più o meno perduti, e di gustare la libertà assoluta nel calpestare il prato, respirando l’aria frizzante delle prime ore mattutine e gustare il tiepido raggio del sole nella sua fase dedicata a dare buongiorno al mondo.

Sono decisamente delicate queste piante, anche se si presentano già da cucciole come robuste e in carne. Sono ben strutturate e sanno difendersi con spine terminali affilate e margini dentati talvolta spinosi ben distribuiti lungo tutte le foglie. Le schede botaniche le definiscono piante succulente perenni con portamento a rosetta e con fusto breve generalmente non visibile.

Perché questo mio spiccato interesse per le agavi?

Me lo chiedono spesso i miei familiari e i passanti.  Soprattutto me lo chiedo io.

In realtà non lo so ancora. Ma alcuni indizi li ho trovati. Nell’agave c’è tanto mistero, ma anche tanta sacralità.

Se da un lato il fiore dell’agave sembra fiorisca una sola volta nella vita della pianta, ogni 20 – 30 anni pare, annunciando così la sua “fine”, secondo quanto raccontano le relative leggende, dall’altro la pianta, nella mia consolidata esperienza, produce “piccole agavi” in continuazione e questo mi ha sempre offerto e mi consegna un forte senso simbolico, ossia un senso di rigenerazione, di trasformazione e di apertura amorevole verso l’universo e la natura.

Hanno scritto che “oltre alla sua bellezza, la fioritura dell’agave ha anche un significato culturale. Nelle culture indigene del Messico, per esempio, l’agave è considerata una pianta sacra, e la sua fioritura è vista come un segno di rinascita e rigenerazione”.

Ed è così, per me.

Andando finalmente oltre l’attaccamento ai miei onnipresenti sassi-passi ed ad ogni tentazione di indifferenza.

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Citazione: Cesare Pavese da Il mestiere di vivere ed. Einaudi e Blaise Pascal da Pensieri Oscar Mondadori

Immagine: Succulent bu Pixabay