L’arbre et le vieux banc

Uno sguardo attento e amorevole sulle persone e le cose della nostra vita ci dischiude la possibilità di scoprire l’oro nell’esistenza quotidiana.

Prefazione brevissima

Chi segue questo blog e mi legge potrebbe essere tentato di pensare che io sia fissato con panche e panchine. Non è così. Dico soltanto che ne noto alcune ogni mattina quando guardo fuori per ammirare la vista, prima di vòlgere lo sguardo altrove.

Ne osservo una in particolare, la osservo a lungo, non ho capito ancora perché, e mi accorgo di sfumature e situazioni mai percepite prima. Mi succede a qualsiasi ora del giorno, ma specialmente di presto mattino e la sera, verso l’imbrunire.

Invece sono sicuramente fissato con altre cose, per esempio con la lingua francese. In tal caso so perché.

Come che sia, se si impara ad osservare quanto ci circonda, a partire dalle cose più semplici, nascono sensazioni e immagini inaspettate.

Bene veniamo alla storia. E’ giusto ch’io dica che quanto scritto è in parte veritiero e in parte frutto di fantasia. Non distinguerò le due versioni.

L’albero e la vecchia panchina

Accadde nel mese di agosto. Fu uno strano mese solitamente caratterizzato da grande calura, anche in alta montagna. Quella volta sembrò autunno. Un autunno quasi invernale.

Prima faceva caldo, caldo, caldo. Poi agli inizi del mese noto per le ferie e le vacanze estive, d’improvviso, fece freddo, freddo, freddo.

I turisti furono presi di sorpresa, non avendo sempre con sé l’abbigliamento adeguato. Gli stessi paesani, abituati agli sbalzi di temperatura ma impreparati, furono spiazzati.

Chi aveva appena iniziato un breve periodo di ferie appariva sconsolato, a dir poco.

Qualcuno se ne tornò a casa, in pianura. Qualcun altro accese la stufa. Ci fu senz’altro chi sopportò mentre il piagnisteo collettivo si diffondeva anche sui social, anzi specialmente sui social. Molti si preoccuparono, altri ancora fecero finta di niente.

Presso la macelleria, uno dei più frequentati luoghi d’incontro, meglio che la posta o la farmacia, si potevano ascoltare le consuete lagnanze, tra una domanda e l’altra del macellaio: un tempo così non capitava da decenni… un tempo così variabile non è mai capitato… speriamo arrivino il sole e più caldo… la televisione dice che il bello deve ancora venire… il tempo non si può controllare… e ancora… si sa il tempo fa quello che vuole, non si è mai sposato

Eravamo allo sbando stagionale…

Non c’erano segnalazioni di presenza di funghi, cosicché i soliti cercatori – sempre assatanati al riguardo – si arresero. L’attività ludica all’aperto dei bambini, con i loro tradizionali vocii e schiamazzi si arrestò.

Le inizitive sportive, solitamente ben programmate e coinvolgenti, che riguardavano sia tennisti sia calciatori, sembrarono sparire.

Perfino le attività al coperto, hochey su pista, smisero di colpo.

I mercatini di prodotti locali, solito appuntamento annuale per gli amanti della gastronomia di montagna, non si presentarono alle date usuali.

Anche le iniziative indoor di tipo culturale fecero fatica a trovare partecipanti.

Colpì l’attenzione di alcuni osservatori la situazione delle tre istituzioni storiche: la messa in parrocchia fu celebrata solo nei giorni festivi (ma qui anche per altri motivi dovuti alla curia, non essendoci più un prete di stanza), il consiglio comunale venne sospeso dal sindaco che nel frattempo si trasferì in una vicina località balneare alla ricerca del sole e di tranquillità e l’associazione consumatori, molto presente tra i paesani, venne sciolta, ad majora.

Scherzi del freddo agostano? Non penso sia stato solo quello. Ma una cosa era sicura: faceva freddo assai.

Passarono i primi giorni di agosto e ancora faceva freddo, freddo, freddo.

Il cielo si schiariva, poi si annuvolava, poi si vedeva uno squarcio di sereno, poi tornava il nuvoloso, con colorazioni grigio scuro, cielo plumbeo.

In certi momenti, pur consapevoli che sopra le nuvole stava il sole a campeggiare, si temeva il peggio. Quando si alzava l’aria fredda e aggressiva, capitava di sentirsi sferzati in viso da qualcosa che poteva essere una frasca gelida e a tratti bagnata.

Ecco che si correva rapidi, rapidi, rapidi in casa al sicuro.

Si abbassavano saracinesche, persiane e si chiudevano i battenti.

Pioveva, pioveva, pioveva. I vecchi pluviali traboccavano e mettevano in luce tutti i loro punti deboli. Sui tetti, la presenza di erba e foglie, vicino ai lucernari, ostacolava il fluire dell’abbondante acqua, formando piccoli acquitrini aerei, premessa per inevitabili e costosi interventi di manutenzione.
L’andirivieni anomalo di topi dalle piccole dimensioni, già era un dato che incuriosiva non poco i paesani. I piccoli roditori si comportavano come fosse in arrivo l’inverno e andavano e venivano per procacciarsi minuscoli gusci o noci selvatiche. Lo facevano anche di giorno, poi si nascondevano negli anfratti.

Insomma vivevamo un robusto anticipo di stagione fredda, fuori stagione.

Innanzi a noi si vedevano meno le scorribande di caprioli, di solito ben presenti per nutrirsi di erba fresca.

Il tormentone più in uso era: Ma quando torna il bel tempo? Ma quando potremo riprendere le passeggiate?

Ed in effetti, era evidente come anche le tipiche passeggiate nei boschi avevano subito una decisa battuta d’arresto.

Dai vicini sentieri che portavano verso gli alti boschi cedui, partivano di rado escursionisti o semplici amanti delle passeggiate nel bosco.

E fu proprio questo pensiero che ci accompagnava che ad un certo punto ci fece scorgere un cambiamento all’inizio di uno dei sentieri più noti.

Riguardava la panchina ben visibile da lontano. Essa pur autoreferenziale per molte ore al giorno, occasionalmente era sostegno per il viandante ignaro di tanta disponibilità. Era là per lui.

Era la storica panca che stava di solito sola in mezzo al prato e che era un simbolo di beata solitudine, di benefico isolamento, di riposo incontrastato, di rifugio pacifico in mezzo alla natura, silenzionsa e profumata.

Ebbene, non era più così. Si era mossa.

Difficile immaginare uno spostamento tattico disposto da qualche passante.

Difficile credere si fosse spostata autonomamente.

Di sicuro non si era spostato l’albero, che si trova in quel posto da decenni.

Fatto sta che, una mattina di agosto, tra il feddo e la pioggia, la panca è stata vista in compagnia di un vecchio albero. Sodalizio definitivo a quanto sembrava.

Fun senz’altro una sorpresa, almeno per noi.

Il vecchio albero, non altissimo, era stato avvicinato dalla panca, pure in età avanzata.

Ecco che i due, non più curati dai passanti, peraltro spesso distratti da altre cose, avevano deciso di farsi compagnia e di stringere un patto.

Si è senza dubbio trattato di un compromesso: entrambi soli e emarginati, l’albero era stufo di non essere guardato, ammirato, fotografato; mentre la panca, solitamente supporto per chiunque, era stanca di non poter essere utile, di non riuscire ad essere ristoro per qualcuno, occasione di pausa per chi volesse trovare rifugio nel “momento presente”.

Per comune necessità era nata una collaborazione: offrire al passante un momento di pace all’ombra di un vecchio albero, proprio in un periodo in cui, visto il meteo incombente, l’ombra e la pace non erano le cose principali ricercate dalle persone.

E passarono i giorni e le settimane.

Alla fine tornò timidamente il bel tempo, quasi inaspettato. Non fu più caldo, caldo, caldo, ma nemmemo freddo, freddo, freddo. Seguirono giornate di estate, ma con aspetti che facevano pensare all’autunno imminente.

Successivamente albero e panca rimasero insieme, non più in solitudine e distanza, ma accoppiate e unite in un unico scopo: offrire accoglienza e ristoro. Dare un’opportunità, a chiunque.

Siamo al vero autunno. Il tempo rimane variabile, ma il sole insiste nel voler uscire tra le nuvole, se non altro a ricordare chi effettivamente governa.

Agli occhi attenti di chiunque osservi, ancor oggi, appare una tenera abbinata di legno, tra il legno vivo di un vecchio albero e il legno usato, intagliato e verniciato di una vecchia panchina. Entrambi più vigili di qualunque passante e più accoglienti di moltissimi umani.

Lo dimostra la loro attuale immagine: distanti quanto basta, vicini il necessario, anzi, vicini,vicini, vicini.

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Citazione: da L’oro interiore di Anselm Grün – Ed. Saint Pauls

Immagini: foto e galleria by GiFa 2021


Cintura d’amore

Lontano, eppure così vicino

L’anno scorso, qualche giorno prima di Natale, mia madre ha accusato i sintomi del Covid-19.

E’ stata dura, soprattutto per lei, ma anche per i familiari che si sono trovati, preoccupatissimi, a gestire una situazione temuta, ma anche in ogni modo contrastata, grazie a tante precauzioni ed attenzioni.

Poi è arrivato il contagio. E solo alcuni di noi, pur esposti, sono rimasti esclusi dal malanno.

Mia madre a 93 anni ha affrontato anche questa esperienza e, grazie al cielo, l’ha potuta superare.

Dopo il periodo di isolamento e di cura, questa donna meravigliosa ha ripreso la sua vita fatta di cose semplici ed importanti allo stesso tempo.

Gli acciacchi degli ultimi anni pesano oggi di più, ma lei a dispetto dell’età e dei guai fisici rimane battagliera nel voler essere informata, organizzata, presente nei rapporti con gli altri, puntuale in qualche ricorrenza.

Mantiene il più possibile la casa in ordine, tiene agenda di alcuni impegni e appuntamenti, gestisce la posta in arrivo, legge le riviste preferite che le arrivano in abbonamento.

Si tiene su, è sempre pronta a sorridere. Anche nei momenti difficili è lei a prendere l’iniziativa per incoraggiare, ascoltare, esprimere parole di fiducia.

Ovviamente, ed è ovvio per chi la conosce bene, fa continua manutenzione dei propri pensieri e del proprio credo. Infatti giornalmente mantiene stabili alcuni appuntamenti televisivi con la Messa, la recita del Rosario e quando è possibile con le interviste o gli interventi di Papa Francesco.

Beh in televisione non segue soltanto programmi religiosi, essendo molto interessata ad alcune rubriche di attualità e di temi sociali.

Ci tiene a mantenere i contatti almeno telefonici, talvolta quasi giornalieri, con alcune persone care, le sorelle per esempio, per le quali si sente di essere la “maggiore”.

Posso affermare che è socialmente impegnata, anche se il suo impegno si esprime costantemente con il suo interessarsi, confrontarsi ed essere presente sulle vicende piccole e grandi che ci riguardano tutti.

E anche in questo dà a noi tutti di famiglia una continua testimonianza.

Ma come fa? Come le è nata questa forza?

Posso dire qualcosa soltanto in risposta alla prima domanda.

Oggi sono stato seduto vicino a lei per quasi quattro ore e le ho parlato, ma di più guardata e ascoltata. Posso dire che l’ho ascoltata a lungo. E ho avuto con lei momenti di condivisione e commozione.

La sua forza è misteriosa da una parte perché di primo impatto è tutta naturale, spontanea, diretta e per niente teatrale.

Dall’altra parte, ad ascoltarla bene, mia madre ha in sé un’essenza che è senza dubbio genuina, autentica ed è travolgente in quanto ti trascina facilmente dentro a quella cintura di fuoco che, a suo dire, è alimentata d’amore vero.

E’ un sentire profondo che si stacca da ogni regola o dogma di cui siamo stati a lungo informati. Un sentire alto, raffinato, apparentemente irraggiungibile. Lontano, eppure così vicino.

Oggi lei mi ha raccontato del suo rapporto con Dio e le sue parole semplici mi hanno fatto sentire immerso in quella cintura d’amore come fosse una cosa normalissima.

Fede sì, ma basata sull’amore concreto, ossia attenzione e cura dell’altro, benevolenza, rispetto, tolleranza e benedizione.

Benedizione anche, non ricordo in tanti anni di aver sentito da lei dire male di qualcuno.

Per me è chiaro che è stata ed è questa la sua forza. Quella forza che ha contribuito non poco a condurla fuori dal Covid-19, continuando a vivere con fiducia e speranza, come ha sempre fatto.

E guardando avanti.

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Foto: by Lucia Faccin (nostra madre dopo la recente vaccinazione anti-Covid

Immagine in evidenza: by Pixabay – Cuore di fuoco

Memoria: incontro del 4 aprile 2021

Il sorriso sotto la mascherina!