Caro Gesù …

…  complicato immaginare quali auguri sperare di fare o ricevere quest’anno, visto che da mesi accadono cose un po’ fuori dalla “grazia di Dio” …

Concordo appieno su quanto scrivono, provocatoriamente, i redattori di Edizioni La Meridiana nel pezzo “augurale” della “vigilia”. Sono riflessioni ormai diffuse che ci trovano sempre più nell’incertezza della storica domanda: che fare? – ma al contempo nella certezza del reiterato senso di prospettiva: sentirsi portati verso un presente migliore. Ecco il testo come pubblicato.

Caro Gesù Bambino, c’è una questione di una gravità mostruosa per la quale verrebbe da dire che la grotta in cui sei nato puoi rapportarla a una Spa dei nostri giorni. Lì, almeno, il calore e l’ospitalità di chi venne a trovarti l’hai ricevuta. Per quelli per cui oggi non c’è posto, ci siamo inventati un sistema di accoglienza che esporta le persone. Qualcuno per difenderlo parla di ‘modello che tutti ci invidiano’ e, rispetto ai costi elevatissimi di una operazione disumana, si attarda in giustificazioni che chiedono le attenuanti per questa ‘fase sperimentale’, promettendo un futuro non ben precisato in cui questo sistema ‘funzionerà’. Di certo la cosa non era nei tuoi desiderata quando hai pensato di imbarcarti nell’avventura dell’incarnazione per insegnarci i due comandamenti più grandi. Quindi, in tema di accoglienza, a te è andata meglio. 

Anche a Maria e Giuseppe è andata tutto sommato bene: mettendoti al mondo, infatti, non si sono macchiati di un reato universale. Allora non si parlava di maternità surrogata. Ma in fondo tuo Padre, che poi sei anche tu, non aveva forse preso, senza nemmeno chiedere il permesso, l’utero di Maria per farti venire al mondo? 

C’è poi la questione della guerra, che non è una novità. Anche chi aspettava te immaginava saresti stato il più grande tra tutti i re, capace di spazzare via i nemici. Un Dio guerriero è sempre preferibile a un principe della pace. Ma questa cosa della guerra ci è proprio sfuggita di mano. Gli interessi economici sono alti, come anche altissimi sono i numeri dei bambini che stanno morendo: pezzi di futuro che stiamo perdendo uno dopo l’altro. A confronto, i numeri della strage degli innocenti di Erode sono quisquiglie. 

A guardarci intorno, verrebbe da dire che potevi risparmiarti la tua venuta e quei trentatré anni a dirci e a mostrarci che la vera forza sta nell’accogliere l’altro, nel rimettere la spada nel fodero, nell’implorarci di farci come bambini e non di ammazzare i bambini.

Non ci siamo. Ci siamo persi e ti abbiamo perso. 

Fai così: quest’anno metti a riposo gli angeli, i pastori, le pecorelle, i magi. Prenditi una pausa. Perché se qualcosa è andato storto di certo a sbagliare per primi siamo stati noi, tuoi discepoli, riducendo il Vangelo alla favola bella per mandare a letto i bambini che attendono Babbo Natale e i suoi ricchi doni.

Aspettaci …

Aspettaci dopo le Feste per accompagnarci, da pellegrini di Speranza, in un anno giubilare nel quale magari qualche metanoia alla luce del tuo Vangelo riusciamo a compierla.

Riposati, e poi torna a incalzarci. Ecco l’unico augurio che, questo Natale, sentiamo di fare e farci.

Redazione edizioni la meridiana
elvira, norina, isidoro, antonio, marilena, donatella, linda, cinzia, paola, eleonora, isa

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Citazione e testo riprodotto: da https://lameridiana.us3.list-manage.com/track/click?u=6e318395b22e5ee134cd9ab06&id=6a8def4ef4&e=ac3e4a7504

Immagine: Natività dal web


Parole per Natale

Je te donne des mots …

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Immagine: Abbracci da Milanotoday.it

Testo: versi adattati dall’autore presi dal brano Je te lasserai des mots di Patrick Watson


Iesus

‘Ιησοῦς Χριστός

Presto saremo in vista dell’estate che speriamo sarà più vicina alla normalità di quella della scorso anno, chiaro ricordo per un periodo di sfogo verso la libertà pur sapendo tutti che non sarebbe durata.

Quest’anno veniamo da una diversa situazione: siamo in attesa di essere vaccinati o in corso di vaccinazione, ma siamo anche in attesa ci siano i vaccini migliori, e che i vaccini arrivino in quantità adeguata. Siamo in attesa, come lo eravamo da almeno sei mesi…

In questo maggio, qualcosa è già successo di buono, ma ci stiamo portando dietro il fardello di oltre un anno di pensieri negativi, di illusioni e speranze tradite. Abbiamo collettivamente sulla schiena il peso di un evento tragico che ci ha colto tutti alla sprovvista. Non è assolutamente un’epoca favorevole, alla faccia delle famose consolazioni del tipo “andrà tutto bene”.

E oggi, che va anche decisamente meglio, manteniamo le cautele, le attenzioni, osserviamo le norme, curiamo la distanza…

Questa situazione mi ricorda l’attesa raccontata dalle nostre nonne, che la guerra finisca, che passi la spagnola, che torni il familiare disperso, che si possa riabbracciare il fratello emigrato in America, che riaprano le fabbriche. Attesa che fa a pugni con quei periodi a cui siamo tutti abituati, per consuetudine, adesione religiosa o per puri aspetti commerciali in occasione del Natale o della Pasqua cristiana,

C’è l’Avvento nel primo caso e la Quaresima nel secondo. Sono periodi di “preparazione e attesa”. L’Avvento è il periodo dell’anno liturgico che lo inaugura e che prepara al Natale, alla stessa maniera in cui la Quaresima prepara alla Pasqua. E sappiamo bene come, specialmente a dicembre, più ci si avvicina alla festività più i giorni diventano “magici”. Meno a Pasqua, forse perché non ci sono molte tradizioni tipiche come quelle che anticipano il nostro 25 dicembre. Eppure credo sia la Pasqua ad essere veramente il momento cruciale per chi crede. Lasciamo stare il marketing od altri aspetti.

Mi sorprende sempre in queste occasioni, come ci sia una corsa agli auguri reciproci. E’ una cosa piacevole, importante, ma poi finisce tutto lì?

Per me è prevalente l’occasione di incontro e di relazione verso parenti, amici, collaboratori e chiunque si incontri. Ma è pur vero che mi sconvolge la rapidità con cui si passa dagli auguri sentiti, autentici, mirati, benevoli, speciali perché unici momenti di contatto, alla consueta routine, quasi che quei contatti augurali fossero stati un miraggio o, peggio, una formalità.

Mi sono chiesto spesso il senso di tutto ciò. Ma in realtà la domanda vera che poi mi arriva, specialmente negli ultimi anni, a cui cerco anche di rispondere, riguarda il protagonista di questa storia bimillenaria, colui al quale dobbiamo il messaggio per cui facciamo gli auguri, perfino in maniera generalizzata o massiva sui social.

Infatti se ci facciamo gli auguri di Buon Natale e poi di Buona Pasqua, o ci piace raccontarcela e far parte di un teatrino oppure c’é sotto qualcosa, e non dev’essere qualcosa da poco.

E’ Iesu. E’ lui l’artefice, il protagonista, e pare che sia così dall’inizio di tutto, con i dovuti adattamenti storici tramandatici nei secoli.

Torniamo alla mia domanda, o meglio alle mie domande che sono quelle che mi premono.

Quale è la grande novità che ci ha portato Iesu? Come può essere rapportata nel 2021? Cosa c’é di innovativo nel suo messaggio che mi possa veramente far risorgere come essere umano? Che dimensione si può dare alla cosiddetta resurrezione?

Ho trovato uno spunto iniziale ed interessante in un testo di meditazione che riporto integralmente: “Qual è l’innovazione portata da Gesù Cristo? La prima comunità cristiana, quei cristiani che hanno frequentato Gesù di Nazareth, hanno scoperto e sperimentato una verità inaudita, nel senso originario del termine, cioè “mai udita prima”: non che sarebbero risorti dai morti, ma che è possibile vivere da risorti”.

Ecco, fuor di ogni ragionamento teologico, mi aiuta molto questa scoperta, senza con questo abbandonare il significato umano e cristiano della morte. E’ assolutamente innovativo, oggi, nel 2021, impegnare la propria esistenza per vivere da risorti.

Giorno per giorno.

Infatti si tratta, se lo vogliamo, di ritrovare il soffio, qui adesso. E non occasionalmente, quasi fosse materia di alcuni appuntamenti fissi di calendario.

Lo dice bene il priore di Bose: “Siamo abituati a pensare la resurrezione come evento che segue alla morte, ben più che come esperienza qui e ora, e a pensarla come evento individuale, personale, non comunitario. Ma la fede nella resurrezione di Gesù chiede un inveramento (*) nella comunità: va riscoperta la sua dimensione comunitaria, la resurrezione di un gruppo di discepoli, dunque la resurrezione come vissuto qui e ora“.

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Citazione: Gesù Cristo da Greco antico

Fonti:

Immagine in evidenza: Pixabay – Ritrovarsi

Note: (*) diventare realtà concreta

Immagine Pixabay: uomo nuovo e mondo reale

Shabbat

Giorno di Vita

Per moltissime persone la parola del titolo richiama quello che è anche per noi occidentali, ossia il Sabato. Con l’iniziale maiuscola in quanto vuole essere un momento sacro, oltre che di riposo, in altre parole di pausa.

Di solito pensiamo ad una pausa dal lavoro, dallo studio o altro. Insomma ad una vacanza che altro non è che una sospensione di un’attività, di lavoro o di studio, spesso in corrispondenza di particolari ricorrenze o festività (*).

In realtà è una parola che richiama il prendersi cura di sé. Ecco perché “Giorno di Vita”. Giorno sacro.

Il web, quasi sempre ben informato e documentato, la descrive così:

Sebbene lo Shabbat non sia considerata una festività da molte altre culture e religioni, l’ebraismo gli riconosce lo status di gioiosa festività. La halakhah (**) conosce lo Shabbat come la festività più importante del calendario ebraico. Tra l’altro essa:

  • è la prima festività menzionata nella Bibbia e Dio è stato il primo ad osservarlo;
  • nella Liturgia lo Shabbat viene paragonata ad una sposa, una regina o un re, come riporta il Mishnenh Torah (***) …

Sappiamo come Shabat o la sua versione anglicizzata Sabbath siano universalmente tradotti come “riposo” o “tempo del riposo … da qui si arguisce che una traduzione più letterale sarebbe “lo smettere” con l’induzione a “smettere di lavorare”. Poiché Shabat è il giorno della cessazione del lavoro, sebbene il riposo ne sia un’implicazione, non è necessariamente una connotazione della parola stessa... Da questa e altre argomentazioni capiamo anche la questione teologica sul perché, nel settimo giorno della creazione, così come riportato nel libro della Genesi, Dio abbia avuto bisogno di riposare. Una volta compreso che Dio ha smesso di lavorare piuttosto che si sia riposato, l’ottica cambia e diventa biblicamente più aderente alla figura di un Dio onnipotente che non ha necessità del riposo.

Quindi, ferma restando questa doverosa chiarificazione, questa voce seguirà la traduzione più comunemente accettata di Shabat con “riposo sabbatico”, da cui pausa di riflessione o periodo sabbatico, comunemente usati.

Bene, e se rivalutassimo il nostro Sabato anche riposandoci di più, ma destinandolo soprattutto ad una vera “pausa”? Se riuscissimo a smettere di fare alcune cose e ne facessimo altre di maggior valore?

Nella mia vita, dal punto di vista dello smettere potrei elencare molte cose: verificare le email, dedicarmi ai media e ai social, rispondere a tutto e a tutti, pianificare le cose da fare nel mese e nella settimana, visionare le ultime notizie verificandone la veridicità, curiosare, giudicare, invadere il terreno altrui, parlare troppo, andare di corsa, ecc.

Dal punto di vista del fare, basterebbe dedicassi maggior spazio al “fare silenzio” intorno a me e dentro la mente, all’essere disponibile all’ascolto di me stesso e degli altri, chiunque essi siano.

Mi è chiaro che quest’ultime cose riescono meglio se si riesce a smettere tutto ciò che riempie e spesso rischia di inquinare il proprio spazio personale.

Mi sto impegnando a provarci, nella prospettiva di riuscire in tutti i Sabati dell’anno a fare ” vera pausa” e a costruire “Giorni di Vita”.


Fonti e riferimenti:

  • Wikipedia: ogni passo in corsivo e asteriscato
  • in particolare: (*) https://it.wikipedia.org/wiki/Shabbat – (**) Halakhah (in ebraico הלכה) è la tradizione “normativa” religiosa dell’Ebraismo – (***) La Mishneh Torah (in ebraico מִשְׁנֶה תּוֹרָה  o “Ripetizione della Torah”) sottotitolato Sefer Yad HaHazaka (ספר יד החזקה “Libro della Mano Forte,”) è un codice ebraico scritto da Maimonide che è uno dei rabbini più importanti della storia ebraica. Il Mishneh Torah fu compilato tra l’anno 1170 e il 1180. .. Mishneh Torah consiste di quattordici libri suddivisi in sezioni, capitoli e paragrafi. È l’unica opera medievale che riporti nei particolari tutte le osservanze e pratiche ebraiche, incluse quelle leggi che furono applicabili solo durante l’esistenza del Tempio di Gerusalemme, e un’opera molto importante nell’Ebraismo.

Foto: in evidenza by Wikipedia photo – Rituale havdalah di chiusura (Spagna XIV secolo)

Galleria immagini: Il riposo dello Shabbat (Samuel Hirszenberg) – Le candele dello Shabbat (entrambe by Wikipedia photo) – The Torah (Pixabay) – Hanukkah (Pixabay)

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