Bric à brac

Ho sempre amato gli oggetti fin dall’infanzia. Mi capita oggi di vedermi passare sotto gli occhi oggetti che mi sono appartenuti …

Ritorno volentieri, chissà come mai, sull’argomento di lasciare andare, buttare via, fare ordine.

Credo sia qualcosa di potenzialmente rivoluzionario nella vita delle persone.

Si tratta di saper staccarsi, chiudere un ciclo, dare aria nuova alla stanza della nostra interiorità. Ma anche aprire la mente, essere migliori verso la vita e il mondo, inevitabilmente più attraenti verso gli altri per essere nei loro confronti soprattutto migliori, più accessibili, inclusivi, non indifferenti

Prendere distanza quindi dalle cose e dagli oggetti anche storici, che ci hanno accompagnato per una vita.

Torno su questo perché rileggendo il pezzo di qualche giorno fa (Il miracolo dell’ordine del 18 gennaio) mi sono accorto che avrei potuto dare più enfasi all’attività del “fare repulisti” inerente agli armadi pieni di roba o agli scaffali pieni di cose.

Lo faccio per confermare, e mi riferisco alla mia attualità, che fare questa attività verso armadi e scaffali è altamente consigliato, essendo altamente benefico.

Vedo più difficile, almeno come inizio, eliminare messaggi, app, profili social, per quanto potrebbe essere ancor più interessante.

Veniamo agli armadi e agli oggetti.

Ho sempre amato il bric à brac. Quando ebbi l’occasione di visitare il mercato delle pulci a Parigi, del quale avevo sentito tanto parlare da mia moglie Angela, mi sentii bene, e capii da una parte quanto mi sentivo legato agli oggetti, ad alcuni in particolare; e dall’altra quanto mi riflettevo in quelle situazioni e dinamiche di conservazione e raccolta che ostentavano aspetti di rarità, pregio, legame, memoria, vicende antiche, collegamenti intimi.

La stessa cosa, ma in minor misura, mi è capitata percorrendo zone storiche della capitale francese, come la place des artistes, il Quartier latin o altre parti all’interno della nota rive gauche. La percezione alla fine era quella di sentirmi molto a mio agio, “a casa”.

Ed è proprio a casa, dove abito, che ho nel tempo ricostruito il mio personale “quartiere latino”, fatto di oggetti, cose, appunti, foto, libri e libriccini.

Possiedo ancora, e ne vado fiero, dei libri della serie Oscar Mondadori di autori importanti (Steinbeck, Hemingway, Pavese, Calvino, Cassola, per dirne alcuni di quelli a cui mi abbeveravo) che sono stati stampati nel 1970-1971 – io avevo 14 anni – e che riportano un prezzo che fa rabbrividire (lire 650).

Non riesco a non conservarli mantenendoli in buono stato. I ricordi del tempo passato assieme a quei libri è forte, più delle storie in essi contenute.

Ci sono poi oggetti e cose depositate negli armadi o sugli scaffali che sono riuscito a selezionare e a eliminare.

E non è ancora finita.

Ho preso consapevolezza che il presunto legame esistente era – come sospettato in precedenza – inconsistente o comunque si era completamente sgonfiato dentro di me.

L’eliminazione di questi oggetti e di queste cose ha sgomberato ampi spazi in me e accresciuto la soddisfazione per essere riuscito in questo passaggio, sicuramente di coraggiosa crescita.

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Citazione: Claude Lévi-Strauss ( Tropici più tristi – Nottetempo)

Immagini by Pixabay: in evidenza La rive gauche – sotto Quartier Latin


S. Natale 2020 …

Io-Tu-Noi

Qui nella casa in cui sono nato e in cui ho vissuto, qui con mia moglie e mia madre vicine, per me oggi è Natale. Sento ogni momento della giornata come una tregua dei pensieri e delle preoccupazioni pur presenti, dunque come una pausa di festa tutta mia, tutta nostra.

L’idea e il desiderio di questo blog, da tempo in gestazione, sono venuti a maturazione durante la recente ricorrenza del S. Natale.

Tutti ci ripetiamo da mesi, che l’anno appena trascorso ce lo ricorderemo per sempre. Non ci sono dubbi al riguardo.

Il 2020 è stato anche l’anno degli slogan, come “Andrà tutto bene”, “Restiamo a casa”, “Ripartiamo”, e così via.

In realtà possiamo pure raccontarcela, ma temo che non andrà tutto bene, per quanto continueremo a restare a casa e a ripartire.

Ci sono troppi aspetti da chiarire, non solo di tipo sanitario, e ci sono troppe contraddizioni e punti deboli in noi che la pandemia ha fatto venire a galla.

Punti talora oscuri su cui dovremo lavorare a lungo.

E il Natale appena trascorso rimarrà nelle nostre menti e nei nostri cuori come un momento veramente particolare e contrastato. Non fosse altro che per la evidente forte conflittualità tra i desideri e i bisogni di festa, di riposo, di vacanza, e anche di ritrovo tra persone che aspirano a stare finalmente insieme, da una parte; e le paure derivanti dal rischio di contagio reciproco accompagnate dalle tensioni derivanti dall’imposizione di non incontrarsi, di non avvicinarsi, per usare un verbo abusato, di non “fare assembramento”, dall’altra.

Un momento che pare interminabile, in uno scenario fatto di crescenti situazioni di sofferenza fisica e morale, di distacco fatale tra persone della stessa famiglia o parenti o amiche.

Io invece ho avuto la grande fortuna di ritrovare la mia famiglia, pur colpita inaspettatamente dal virus, nei giorni che hanno preceduto il Natale.

E potrei gridarlo forte: è stato un momento di grande preoccupazione, ma giorno per giorno anche di grande condivisione, vicinanza e sollievo per tutti noi.

Una vicinanza imprevista, ma inevitabile per poter prestare assistenza, come nel caso di mia madre.

Di tutto questo sono grato.

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Citazione by Gianni Faccin

Immagine by Pixabay: Donna in attesa