La casetta nel bosco

Ricordiamo il nostro posto sicuro … e con esso ciò che è, grazie a ciò che è stato.

Erano anni bellissimi. Tutti presenti dai neonati alle nonne. Generazioni non a confronto ma insieme per voglia di farlo, di condividere, di esserci, di fare famiglia.

Non lo facevamo spesso, ma quelle poche volte che c’incontravamo, solitamente in montagna nei pressi del bosco e d’estate, fuori da ogni inquinamento sonoro e d’aria, ci sentivamo uniti, sereni e inseriti in un vero angolo di pace, quello che oggi qualcuno chiamerebbe “borgo del respiro”.

Gli abeti ci facevano da contorno e ci riparavamo nelle ore di sole, quando cominciavamo a predisporre la “cucina da campo”.

Da seduti, ma anche stando in piedi, i fili d’erba più cresciuti ci solleticavano le gambe nude. Qualche gruppo di ciclamini ci ricordava che eravamo in un posto speciale, ma non ci impediva di predisporre tutti insieme un mega tavolo da dedicare all’arte della cucina alla boscaiola.

Quest’ultima era fatta di vari tipi di cibarie perché in questi casi non si faceva qualcosa stile l’apericena, ma si gustava qualche biscotto salato e si brindava con un buon bianco secco o con un analcolico e con tante risate, in modo da ben disporci ai numerosi assaggi successivi e in particolare al piatto forte: la carne ai ferri che alcuni di noi, pochi per la verità, si candidavano a grigliare su imponenti barbecue disponibili a tutti e per chi desiderava vivere un pic-nic in libertà. C’era anche chi arrivava sul posto due ore prima dell’ora fissata per il ritrovo, per non rischiare il trovare gli spazi già occupati. Ed era il caso nostro.

Eravamo tutti molto in confidenza, ma nel ritrovarci c’era sempre quella fase in cui si capiva bene quando cominciavano i convenevoli, ma non era mai chiaro quando sarebbero finiti. Se ci avessero filmato ne sarebbe scaturito un ottimo lungometraggio da far invidia agli sceneggiatori della Disney. E rimanendo nella cinematografia, certe scene avrebbero ricordato per la bizzarria le interpretazioni della Bruni Tedeschi.

La scelta delle cibarie non seguiva un preciso filo conduttore. Infatti, nonostante gli accordi preliminari, aventi lo scopo di facilitare il convegno, alla fine ognuno si organizzava secondo le proprie ispirazioni e questo ci portava a rendere la fase “mangiatoia” come la chiamavamo, complicata, intensa, variegata e tutt’altro che leggera.

Non mi è mai stato chiaro come siamo sempre riusciti a finire tutte le riserve alimentari.

La parte più esilarante riguardava la preparazione dei tavolini su cui appoggiarsi e le seggioline tutte diverse una dall’altra. Non mancava nulla. Mai che succedesse che si dimenticasse una forchetta o un altro attrezzo utile, tanto era l’entusiasmo che portava ad una meticolosa preparazione tecnica dei nostri convegni.

A ben vedere non eravamo tantissimi, ma il numero era secondario rispetto al “momento famiglia” che vivevamo. Un momento che significava tante cose, soprattutto il clima di intimità, condivisione, desiderio di raccontarci fatti antichi o recenti, ognuno con la sua carica interna di mettere in mezzo al gruppo storie importanti o anche semplicemente divertenti.

Si finiva con il caffè, scrupolosamente preparato a casa e custodito in comodi térmos per darci la sensazione di gustarlo come fosse appena fatto. Per qualcuno c’era anche la correzione a parte, come si usava dire.

Ad un certo punto i discorsi rallentavano coerentemente con l’aumentare dell’incapacità a restare svegli, anche se c’era chi proseguiva nei suoi racconti e pareva non esaurire mai la benzina.

Alcuni facevano subito a gara per mettere su lettini improvvisati i bimbi che “dovevano” fare il sonnellino pomeridiano.

Momenti e contesto decisamente fondamentali che davano ai bambini il loro spazio di riposo, alle madri il respiro dalle incombenze impegnative, come a tutti è noto, ai nonni e zii di proseguire nelle discussioni e alle nonne di riordinare quello che non serviva riordinare visto che eravamo tutti all’aperto, quasi dentro nel bosco. Ma a quel punto bisognava rendersi utili e quindi c’era da riordinare …

Diversamente dai nonni e dagli zii che insistevano nelle discussioni, noi, che eravamo padri moderni …, desideravamo appoggiarci nei materassini di fortuna, vicino ai bambini quasi dormienti per far loro una silenziosa custodia protettiva.

Era una sfida, ma si sapeva che il sonno avrebbe presto conquistato i nostri pargoli e questo ci avrebbe permesso, zitti zitti, di seguirli nel mondo boschivo di Morfeo.

Ci fu un anno, in cui praticammo il convegno familiare un po’ più su, più addentro nel bosco, nei pressi di una vecchia casetta fatta di pietre, a relativamente poca distanza dalla zona barbecue. Era uno spazio che ricordava favole, vicende magiche, ma anche storie di vecchie feste e tradizionali ritrovi. Anche un noto scrittore ne scrisse in un suo famoso romanzo. (*)

Allora l’erba sfoltita, gli abeti intorno, i faggi, i ciclamini e i gruppi di lamponi ci facevano da cornice. Ci rilassammo un mondo. Era un piccolo paradiso di pace e serenità. I bimbi al loro risveglio correvano avanti indietro dalla nostra postazione alla casetta così come è oggi, anche se tutto intorno la natura ha preso ampi spazi, mentre sono state tagliate molte piante storiche e l’erba cresce disordinata.

E la casetta comincia a celarsi anche se ancora si riesce ad intravederla tra i cespugli e le altre piante selvatiche che hanno preso piede negli ultimi anni.

Passeggiando, in questi giorni, vicino alla casetta nel bosco, sono riandato a tanti ricordi come quelli descritti e a molti altri momenti.

C’è stata vita in quei posti, che sono cambiati, si sono trasformati, in parte modificati per il tempo che passa – come successo anche a noi -, per l’abbandono o per le intemperie spesso sconvolgenti, ma che si sono anche rigenerati, perché tutto rinasce. Il bello è che ci siamo stati anche noi, e che siamo stati bene insieme in quella natura.

Purtroppo, tante delle persone che si univano a noi per stare insieme in alcuni angoli del borgo del respiro, per partecipare a convegni familiari, ai barbecue e a quei momenti di pura felicità, non sono più tra noi.

È anche per questo che passare vicino alla casetta nel bosco è ogni volta come tornare a casa.

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Immagini: Il chiosco nel bosco – by GiFa2025

Note: (*) Rif. a Piccolo mondo moderno di Antonio Fogazzaro


I girasoli

Un inno alla vitalità della natura –

Guarda sempre il lato positivo della vita, proprio come un girasole guarda il sole, non le nuvole.

Tutti gli anni, in estate, tornando verso casa, mi capita spesso di osservare lungo il tragitto, nel mese di luglio, a dispetto di un territorio invaso dall’edilizia, alcuni bei campi coltivati e tra questi alcuni campi di girasole.

È sempre un beneficio per la vista, non solo per il panorama, soprattutto per la bellezza che viene espressa. Lo disse bene un grande della pittura, che dipinse i girasoli, che quanto esprimono è un inno alla vitalità della natura. (1)

Per me è sempre una nuova scoperta. Non so perché, ma la presenza di questi bellissimi fiori nella zona in cui sono coltivati mi pare straordinaria, sorprendente.

Quest’anno, probabilmente a seguito del caldissimo giugno, mese anche molto secco, un primo grande campo si è presentato “bruciato”. La mancanza d’acqua ha sicuramente fatto soccombere le tantissime piante e vederle così a testa in giù o distese a terra, moribonde se non già senza vita, è stato veramente triste.

Dalla tristezza alla gioia nel vedere un campo successivo pieno, più contenuto ma circondato da uno scenario di verdi variegati, posto appena un po’ più in alto perché ai piedi di una collina, pieno e ricco di girasoli con la testolina giallissima che ti guarda ma che è già pronta a girare.

E oltre all’aspetto particolare ed originale, è proprio questa prontezza a girarsi che fa del girasole una pianta speciale. La Treccani dice che si tratta di Erba annua, originaria del Perù, oggi coltivata in tutte le regioni tropicali e temperate: ha fusti robusti, semplici o ramificati, alti anche più di tre metri, foglie grandi, cuoriformi, ruvide, capolini del diametro da 15 a 30 cm con fiori gialli e achenî commestibili; da questi si estrae per pressione a caldo l’olio, liquido inodoro, incolore o giallino, insipido che contiene soprattutto gliceridi, usato per l’alimentazione e per usi industriali (vernici, saponi). Caratteristica di questa pianta è il continuo disporsi, nei primordi della fioritura, dei peduncoli dell’infiorescenza verso la maggiore illuminazione, da cui il nome. (2)

Come che sia, il girasole ci dà un messaggio ben preciso e sta a noi coglierlo e prenderlo in considerazione: è meglio guardare sempre il lato positivo delle cose, proprio come il fiore guarda sempre il sole, non le nuvole.

La sua simbologia viene da lontano. Il girasole è anche conosciuto col nome scientifico di helianthus che significa mi rivolgo al sole perché già nell’antichità questo fiore era associato al sole e si era notato che il girasole segue il sole durante tutto il correre del giorno fino al tramonto. (3)

In effetti, nel girasole, avviene il fenomeno suddetto che si chiama eliotropismo: il girasole muove sempre il suo capolino – la corolla del fiore stesso – in direzione del sole durante i vari momenti del giorno.

Insomma, in questa circostanza, con la visione di due scenari differenti, dopo la tristezza per il campo devastato dalla siccità e dopo la gioia per il campo florido di fiori, che dire?

Beh! È proprio vero, forse i girasoli sono anche come i nostri progetti, alcuni non vanno avanti, restano sulla carta o vengono accantonati; altri invece progrediscono e si sviluppano bene quando meno ce lo aspettiamo.

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Citazioni: detti di Vincent W. Van Gogh e di Helen Keller;

Immagini: campo di girasoli by GiFa2025;

Note: (1) detto di Vincent W. Van Gogh; (2) da https://www.treccani.it/vocabolario/girasole/; (3) da https://www.interflora.it/linguaggiodelgirasole.


Profit non profit

Consapevolezza!

Con uno sguardo qui, vicino, tra noi, ma anche con uno sguardo aperto al mondo, a terre lontane e al mare aperto.

Lo sappiamo tutti, l’abbiamo capito e ce lo ripetiamo in continuazione.

Le nostre vite ruotano quasi sempre attorno al profitto.

Uno scopo che “provoca in alternanza avarizia e distacco verso l’uomo”, verso l’umanità.

“Per ironia, questo inseguirsi ci fa credere che saremo più felici, ricchi, famosi, appagati, mentre invece ci fa infelici, soli e alienati”.

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Immagine: Businessman by Geralt of Pixabay

Spunto: da scritti di Steve DeMasco raccolti in Risvegli a cura di Danielle e Olivier Follmi – L’Ippocampo


Chiamala solitudine

Basterebbe un semplice sorriso, la magia di un istante di benessere per far svanire la solitudine.

Certi momenti arrivano per tutti e si è soli.
Veramente soli.
Chiamala solitudine, ma lei non ti ascolta.

Sensazione di vuoto tutt’intorno.
Voglia di scappare, verso dove e verso chi?
Chiamala solitudine, ma lei non ti lascia.

Ci si sente soli anche se siamo in compagnia.
È un po’ come in natura, certe creature.
Chiamala solitudine, ma lei non ti parla.

Si sta …
E si sta insieme da soli, sugli alberi come certi uccelli.
Chiamala solitudine, ma lei non ti vuole.

Certi momenti ti invadono e si è soli.
Oltre a sentirsi soli.
Chiamala solitudine, ma lei non risponde e non se ne va.

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Immagine: Uccelli by GiFa 2025

Citazione: tratta dal commento in https://libreriamo.it/poesie/desiderio-damore-alda-merini-poesia/


Il profumo delle piante di pomodoro

Profumi e fragranze d’orto

Oggi mi dedico ad una piccola evidenza naturalistica, meglio ortofruttifera.

Anticipo che quanto da me ben apprezzato per molti altri non lo sarà altrettanto. Lo so.

Se c’è una cosa che mi piace, nel grande miscuglio di odori, aromi e profumi estivi, è il profumo inebriante delle piante di pomodoro. Ancor di più il profumo delle piante di pomodorini che qualcuno si ostina a chiamare ciliegini.

Si dice venga emanato dalle foglie delle piante, ma in realtà, ho le prove anche quest’anno, il profumo arriva soprattutto dai gambi delle piante.

Durante gli usuali esperimenti ortofruttiferi di famiglia, abbiamo coltivato delle piante di pomodoro classico (neanche classico va bene …) a fianco a piante di pomodorini a grappolo (neanche a grappolo mi pare appropriato …).

Finora si sono ben sviluppati i gambi e le foglie, mentre i frutti arriveranno tra breve, speriamo in abbondanza.

Ed è percettibile da vicino l’aroma stupendo inviato dalle piante. Provo a descriverlo, nel mio sentire, anche se lo ritengo difficile. È una miscela di erbe e altro che risulta assai stimolante e che mi attrae. Forse è anche un misto di fiori e di frutti. Mi richiama ruvidezza con tratti, a ben sentire, di incenso e di ribes rosso. Infatti sento il pungente e l’aspro. In ogni caso è un’esperienza che mi provoca gioia, allegria ed entusiasmo.

Nel web (*) spiegano che il profumo non proviene dal frutto della pianta di pomodoro, ma viene rilasciato dai gambi e dalle loro ramificazioni. Infatti, sui gambi ci sono dei piccoli peli che, per difendere la pianta dai parassiti, producono degli oli essenziali. È per tale motivo che i pomodorini a grappolo o ciliegini, che vengono venduti con i loro gambi, profumano molto di più rispetto ai pomodori classici che vengono venduti generalmente senza gambo.

Una cosa è certa, l’attesa è per la micro-produzione di pomodori e pomodorini che fa sempre piacere, ma per me conta di più godere quotidianamente di questi aromi. Specialmente il mattino, anche per notare come varia il profumo se la notte è stata piovosa oppure no.

Un altro motivo per essere grati.

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Citazione: spunti da https://beautyscenario.com/fragrances/

Immagine: Tomato by Urszula of Pixabay

Note: (*) da https://www.consumer.bz.it/it/da-dove-viene-laroma-dei-pomodori


Silenzio sonoro

Il pettirosso annuncia l’arrivo della stagione fredda e della neve. Simbolo della vita che resiste all’inverno, di rinascita e di rinnovamento, il pettirosso porta con sè speranza, ottimismo, buoni auspici per l’anno nuovo …

In molte località montane, anche nelle nostre zone (1), è possibile incontrare o osservare il pettirosso, un piccolo uccello noto per il suo caratteristico piumaggio rosso-arancio su petto. Anche il suo canto è particolare. È fatto di un tic sonoro o di una serie di tic-ic-ic-ic e può essere udito ormai durante tutto l’arco dell’anno. Non più soltanto d’inverno. Qui, in montagna, permane una ricca biodiversità, compresa la presenza di questa specie di uccello. Il pettirosso (2) è un uccello piccolo e tondo, con grandi occhi espressivi, lungo fino a circa 14 cm. Il suo dorso è solitamente bruno-oliva, il ventre bianco, e le zampe sottili e rossicce. Il pettirosso è facilmente riconoscibile per la sua macchia rosso-arancio su petto e faccia, presente sia nei maschi che nelle femmine. Il suo canto è caratterizzato da note malinconiche e frizzanti (3). 

Boh! Sarà così. Resta il fatto che il suo svolazzare mai incerto, mai lento e mai casuale, si presenta come una costante di tutto rispetto. I suoi voli ti colgono di sorpresa, passandoti all’improvviso a 50 cm dal viso ad una velocità che supera i limiti di centro abitato. I suoi giochi amorosi, così sembrano, attirano l’attenzione e dimostrano le sue capacità atletiche nel volo creativo di coppia. I suoi trasferimenti da una pianta all’altra evidenziano la sua grande adattabilità e la sua sicurezza ambientale. Senso di libertà?

Quel che mi sorprende oltre ogni misura è la sua capacità canora. Un canto che invade ogni spazio e al contempo consacra il significato e il valore della calma e del silenzio.

In tempi in cui – specialmente durante le vacanze – si fatica a stare fermi e zitti, in silenzio mantenendosi calmi, l’ascolto di questi veri e propri concerti aiuta molto. È qualcosa di miracoloso che ti permette di fare il vuoto dentro di te, di mollare le menate (4) e di fare deserto intorno e dentro di te.

L’amico pettirosso non è più l’amico d’inverno, ma è un esserino che promette bel tempo ogni giorno dell’anno, che ci sia sole oppure no, alla faccia di chi si lamenta sempre e di chi vede solo il bicchiere mezzo vuoto. E il suo canto, se ben ascoltato, invita alla speranza e all’ottimismo.

Sì, è l’emblema di rinascita e di rinnovamento, in quanto simbolo della vita che resiste alle avversità.

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Citazione: da intitolazione alla scultura Il pettirosso, presso Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi)

Immagini: Robin by Jon Pauling of Pixabay (in evidenza) e Il pettirosso – foto GiFa2025: due dei punti di vista da Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi) (a piè di pagina)

Note: (1) Alto Vicentino – Vicenza (Veneto); (2) Passeriforme Erithacus rubecula; (3) Dettagli da Wikipedia e dal web; (4) Espressione che è un invito a smettere di preoccuparsi eccessivamente e a dedicarsi a qualcosa di più leggero e piacevole, come il canto. L’espressione “menate” in questo contesto si riferisce a pensieri negativi, ansie o problemi che occupano la mente e impediscono di godersi il momento presente. Il canto, invece, è visto come un’attività liberatoria, che può portare gioia e benessere. Espressione presa da Musica ribelle di Eugenio Finardi.


Natura morta?

Ritorniamo

Giorni di vento e d'intemperie quasi inaspettate.
Poi, erba calda troppo cresciuta che si raffredda, invadente e fastidiosa.
Macerata e odorosa di qualche fiore ormai appassito ma riconoscibile.
Ecco, è ormai raccolta l’erbaccia con un po’ di fieno e di steli che fan paglia.
Rimanenze inutili che infestano anche quando non servono più.
È finito questo giro, ma il ciclo riparte, come per ogni cosa.
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Immagine: Natura morta? by GiFa2025


Invecchiare …

Già, è così … sta succedendo!

Non passa giorno che non me ne accorga. Incontri, letture, ascolto di persone, annunci e avvisi, anche battute.

E non rifuggo la realtà, l’accompagno, perché va bene così, cerco di riempire di valore il tempo e lo spazio che ogni giorno mi sono dati di vivere.

E, aiutandomi, penso, rifletto e prego. E agisco …

Di recente lo faccio spesso recuperando le parole di un noto operatore sociale (*) che non è più tra noi, che ho fatto mie perché, guardando bene, la vita ci prepara al “distacco” e lo fa aiutando a distaccarci in varie occasioni, anche le meno immaginabili.

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Signore, insegnami a invecchiare!

Convincimi che la comunità non compie alcun torto verso di me, se mi va esonerando da responsabilità, se non mi chiede più pareri, se ha indicato altri a subentrare al mio posto.

Togli da me l’orgoglio dell’esperienza fatta, il senso della mia indispensabilità.

Che io colga, in questo graduale distacco dalle cose, unicamente la legge del tempo, e avverta in questo avvicendamento di compiti una delle espressioni più interessanti della vita che si rinnova sotto l’impulso della tua Provvidenza.

Fa’, o Signore, che io riesca ancora utile al mondo, contribuendo con l’ottimismo, e la preghiera, alla gioia e al coraggio di chi è di turno nella responsabilità, senza rimpianti sul passato, facendo delle sofferenze umane un dono di riparazione sociale.

Che la mia uscita dal campo di azione sia semplice e naturale come un felice tramonto di sole . (**)

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Immagine: Sunset by Pixabay

Note: (*) Livio Labor, figura centrale nella storia del Paese e in quella delle Acli, di cui fu presidente dal 1961 al 1969. È stato un politico, giornalista e sindacalista italiano. Membro della Compagnia di San Paolo e della Democrazia Cristiana, divenne in seguito senatore della Repubblica per il Partito Socialista Italiano.

(**) Preghiera scritta da Livio Labor.


Ricordo di Rinetta

Rinetta

Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano ma sono dovunque noi siamo

Ci siamo. Te ne sei andata, sei partita oggi in punta di piedi.

Solo poche ore fa eri già in procinto di farlo, e noi qui vicino a te ad accompagnarti nell’unico modo possibile. Attesa strana di congiunti che ti hanno amato e ti amano, consapevoli che il distacco fisico si stava manifestando.

Il tuo respiro era sempre più lento e diradato. Sembrava che tu stessi dormendo, ma in realtà eri qui presente in modalità “non cosciente” per effetto dei farmaci e il tuo fisico richiedeva aria, anche se avevamo capito che sarebbero state le ultime tue necessità.

Caterina, per tutti Rina, ma per me Rinetta!

Sì, perché il tuo viaggio nella vita è stato intenso e prolungato, toccando ben oltre quota 96. Non più raro ma non così per tanti.

Hai avuto una vita in cui hai provato sofferenze, non tutte note, ma in cui hai provato anche gioie, tante gioie, quelle a noi ben note.

Non hai potuto avere figli e ti sei dedicata con Carlo, il maestro tuo marito, agli altri lasciando sempre la tua porta di casa aperta a chiunque chiedesse di entrare anche solo per un caffè o un breve dialogo.

Sei stata circondata sempre da molte persone e lo sei anche ora nella evidente e sempre triste modalità del distacco e dell’addio.

I sentimenti tristi si possono diradare se pensiamo che hai avuto una vita piena, intensa e anche felice pur con le inevitabili difficoltà sopraggiunte soprattutto con la morte di Carlo, i distacchi successivi e gli inevitabili problemi di salute.

Del resto è privilegio dell’età avanzata poter arrischiarsi su pendii ripidi e scivolosi che non garantiscono di affrancarsi da acciacchi e malanni nonché dalla probabile perché inevitabile solitudine.

A far data da oggi, non ci sarà più la Rina ad aprirci la porta con il suo consueto sorriso di benvenuto.

Io ricorderò sempre Rinetta che, ancorché “forte come una roccia” o “punto di riferimento” della sua famiglia allargata, donna d’altri tempi, moderna e al contempo tradizionale, sensibile e al contempo orgogliosa, aperta e al contempo ferma nelle proprie convinzioni, ha sempre ricercato affetto, tenerezza e amore, non nascondendo la propria umana fragilità in ogni caloroso abbraccio.

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Citazione: da Frasi sulla morte di S. Agostino

Immagine: con Rinetta in località Laghi – 2018 – repertorio GiFa


Parole per Natale

Je te donne des mots …

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Immagine: Abbracci da Milanotoday.it

Testo: versi adattati dall’autore presi dal brano Je te lasserai des mots di Patrick Watson