Silenzio sonoro

Il pettirosso annuncia l’arrivo della stagione fredda e della neve. Simbolo della vita che resiste all’inverno, di rinascita e di rinnovamento, il pettirosso porta con sè speranza, ottimismo, buoni auspici per l’anno nuovo …

In molte località montane, anche nelle nostre zone (1), è possibile incontrare o osservare il pettirosso, un piccolo uccello noto per il suo caratteristico piumaggio rosso-arancio su petto. Anche il suo canto è particolare. È fatto di un tic sonoro o di una serie di tic-ic-ic-ic e può essere udito ormai durante tutto l’arco dell’anno. Non più soltanto d’inverno. Qui, in montagna, permane una ricca biodiversità, compresa la presenza di questa specie di uccello. Il pettirosso (2) è un uccello piccolo e tondo, con grandi occhi espressivi, lungo fino a circa 14 cm. Il suo dorso è solitamente bruno-oliva, il ventre bianco, e le zampe sottili e rossicce. Il pettirosso è facilmente riconoscibile per la sua macchia rosso-arancio su petto e faccia, presente sia nei maschi che nelle femmine. Il suo canto è caratterizzato da note malinconiche e frizzanti (3). 

Boh! Sarà così. Resta il fatto che il suo svolazzare mai incerto, mai lento e mai casuale, si presenta come una costante di tutto rispetto. I suoi voli ti colgono di sorpresa, passandoti all’improvviso a 50 cm dal viso ad una velocità che supera i limiti di centro abitato. I suoi giochi amorosi, così sembrano, attirano l’attenzione e dimostrano le sue capacità atletiche nel volo creativo di coppia. I suoi trasferimenti da una pianta all’altra evidenziano la sua grande adattabilità e la sua sicurezza ambientale. Senso di libertà?

Quel che mi sorprende oltre ogni misura è la sua capacità canora. Un canto che invade ogni spazio e al contempo consacra il significato e il valore della calma e del silenzio.

In tempi in cui – specialmente durante le vacanze – si fatica a stare fermi e zitti, in silenzio mantenendosi calmi, l’ascolto di questi veri e propri concerti aiuta molto. È qualcosa di miracoloso che ti permette di fare il vuoto dentro di te, di mollare le menate (4) e di fare deserto intorno e dentro di te.

L’amico pettirosso non è più l’amico d’inverno, ma è un esserino che promette bel tempo ogni giorno dell’anno, che ci sia sole oppure no, alla faccia di chi si lamenta sempre e di chi vede solo il bicchiere mezzo vuoto. E il suo canto, se ben ascoltato, invita alla speranza e all’ottimismo.

Sì, è l’emblema di rinascita e di rinnovamento, in quanto simbolo della vita che resiste alle avversità.

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Citazione: da intitolazione alla scultura Il pettirosso, presso Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi)

Immagini: Robin by Jon Pauling of Pixabay (in evidenza) e Il pettirosso – foto GiFa2025: due dei punti di vista da Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi) (a piè di pagina)

Note: (1) Alto Vicentino – Vicenza (Veneto); (2) Passeriforme Erithacus rubecula; (3) Dettagli da Wikipedia e dal web; (4) Espressione che è un invito a smettere di preoccuparsi eccessivamente e a dedicarsi a qualcosa di più leggero e piacevole, come il canto. L’espressione “menate” in questo contesto si riferisce a pensieri negativi, ansie o problemi che occupano la mente e impediscono di godersi il momento presente. Il canto, invece, è visto come un’attività liberatoria, che può portare gioia e benessere. Espressione presa da Musica ribelle di Eugenio Finardi.


Natura morta?

Ritorniamo

Giorni di vento e d'intemperie quasi inaspettate.
Poi, erba calda troppo cresciuta che si raffredda, invadente e fastidiosa.
Macerata e odorosa di qualche fiore ormai appassito ma riconoscibile.
Ecco, è ormai raccolta l’erbaccia con un po’ di fieno e di steli che fan paglia.
Rimanenze inutili che infestano anche quando non servono più.
È finito questo giro, ma il ciclo riparte, come per ogni cosa.
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Immagine: Natura morta? by GiFa2025


Invecchiare …

Già, è così … sta succedendo!

Non passa giorno che non me ne accorga. Incontri, letture, ascolto di persone, annunci e avvisi, anche battute.

E non rifuggo la realtà, l’accompagno, perché va bene così, cerco di riempire di valore il tempo e lo spazio che ogni giorno mi sono dati di vivere.

E, aiutandomi, penso, rifletto e prego. E agisco …

Di recente lo faccio spesso recuperando le parole di un noto operatore sociale (*) che non è più tra noi, che ho fatto mie perché, guardando bene, la vita ci prepara al “distacco” e lo fa aiutando a distaccarci in varie occasioni, anche le meno immaginabili.

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Signore, insegnami a invecchiare!

Convincimi che la comunità non compie alcun torto verso di me, se mi va esonerando da responsabilità, se non mi chiede più pareri, se ha indicato altri a subentrare al mio posto.

Togli da me l’orgoglio dell’esperienza fatta, il senso della mia indispensabilità.

Che io colga, in questo graduale distacco dalle cose, unicamente la legge del tempo, e avverta in questo avvicendamento di compiti una delle espressioni più interessanti della vita che si rinnova sotto l’impulso della tua Provvidenza.

Fa’, o Signore, che io riesca ancora utile al mondo, contribuendo con l’ottimismo, e la preghiera, alla gioia e al coraggio di chi è di turno nella responsabilità, senza rimpianti sul passato, facendo delle sofferenze umane un dono di riparazione sociale.

Che la mia uscita dal campo di azione sia semplice e naturale come un felice tramonto di sole . (**)

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Immagine: Sunset by Pixabay

Note: (*) Livio Labor, figura centrale nella storia del Paese e in quella delle Acli, di cui fu presidente dal 1961 al 1969. È stato un politico, giornalista e sindacalista italiano. Membro della Compagnia di San Paolo e della Democrazia Cristiana, divenne in seguito senatore della Repubblica per il Partito Socialista Italiano.

(**) Preghiera scritta da Livio Labor.


Ricordo di Rinetta

Rinetta

Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano ma sono dovunque noi siamo

Ci siamo. Te ne sei andata, sei partita oggi in punta di piedi.

Solo poche ore fa eri già in procinto di farlo, e noi qui vicino a te ad accompagnarti nell’unico modo possibile. Attesa strana di congiunti che ti hanno amato e ti amano, consapevoli che il distacco fisico si stava manifestando.

Il tuo respiro era sempre più lento e diradato. Sembrava che tu stessi dormendo, ma in realtà eri qui presente in modalità “non cosciente” per effetto dei farmaci e il tuo fisico richiedeva aria, anche se avevamo capito che sarebbero state le ultime tue necessità.

Caterina, per tutti Rina, ma per me Rinetta!

Sì, perché il tuo viaggio nella vita è stato intenso e prolungato, toccando ben oltre quota 96. Non più raro ma non così per tanti.

Hai avuto una vita in cui hai provato sofferenze, non tutte note, ma in cui hai provato anche gioie, tante gioie, quelle a noi ben note.

Non hai potuto avere figli e ti sei dedicata con Carlo, il maestro tuo marito, agli altri lasciando sempre la tua porta di casa aperta a chiunque chiedesse di entrare anche solo per un caffè o un breve dialogo.

Sei stata circondata sempre da molte persone e lo sei anche ora nella evidente e sempre triste modalità del distacco e dell’addio.

I sentimenti tristi si possono diradare se pensiamo che hai avuto una vita piena, intensa e anche felice pur con le inevitabili difficoltà sopraggiunte soprattutto con la morte di Carlo, i distacchi successivi e gli inevitabili problemi di salute.

Del resto è privilegio dell’età avanzata poter arrischiarsi su pendii ripidi e scivolosi che non garantiscono di affrancarsi da acciacchi e malanni nonché dalla probabile perché inevitabile solitudine.

A far data da oggi, non ci sarà più la Rina ad aprirci la porta con il suo consueto sorriso di benvenuto.

Io ricorderò sempre Rinetta che, ancorché “forte come una roccia” o “punto di riferimento” della sua famiglia allargata, donna d’altri tempi, moderna e al contempo tradizionale, sensibile e al contempo orgogliosa, aperta e al contempo ferma nelle proprie convinzioni, ha sempre ricercato affetto, tenerezza e amore, non nascondendo la propria umana fragilità in ogni caloroso abbraccio.

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Citazione: da Frasi sulla morte di S. Agostino

Immagine: con Rinetta in località Laghi – 2018 – repertorio GiFa


Parole per Natale

Je te donne des mots …

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Immagine: Abbracci da Milanotoday.it

Testo: versi adattati dall’autore presi dal brano Je te lasserai des mots di Patrick Watson


Occhi+

Hai gli occhi più grandi della bocca …

La citazione è nota, ma per me l’autrice è mia madre, visto quanto me lo ripeteva.

E sul concetto c’è anche molto da dire.

Se fosse un nuovo prodotto o una nuova app, per effetto di una revisione anche soltanto estetica, si chiamerebbe occhiplus, meglio occhi+. Se fosse un nuovo software o programma televisivo occhipremium.

Invece si tratta di un fenomeno illustrato da un vecchio detto popolare, a me molto familiare anche oggi. Altro che gioco di immaginazione. E’ una frase che racchiude in sé integralmente situazione-immagine-desiderio, in una interpretazione, sia da parte di chi la pronuncia sia di chi se la sente rivolgere, che va oltre le battute, le definizioni e le denunce o i semplici aspetti descrittivi.

Non ci sono un titolo o un’esclamazione, c’è ben di più: proviamo a ripeterla ad occhi chiusi … Hai gli occhi più grandi della bocca.

A me non accade più tanto spesso, ma accade.

Mi ritrovo in situazioni nelle quali mi sento a mio agio, ma che mi riportano alla mente quella frase detta spesso un tempo da mia mamma, alla quale seguiva sempre un grandissimo sorriso, quasi a giustificare il misfatto.

E quale era il misfatto? Anzi quale è ancora oggi il misfatto?

Si tratta di situazioni in cui, trovandomi dinnanzi ad un piatto particolarmente appetibile, assalito da un certo languore, ma diciamolo non è veramente tale, e soprattutto da una certa spinta interiore che è più una pulsione, una voglia, mi ritrovo a aggredire il piatto e a mangiarne il contenuto con un approccio non stop.

Di solito la frase in evidenza è rivolta ad una persona che ritiene di avere un grande appetito e poi lascia nel piatto buona parte del cibo che ha voluto. 

Non è il mio caso, perché in alcune situazioni non abbandono assolutamente il cibo, anzi non disdegnerei per talune pietanze di accogliere bis e tris.

Qualche volta questo comportamento, se da un lato mi ha dato grandi soddisfazioni, dall’altro mi ha creato qualche malessere fisico.

Un po’ tale circostanza e un po’ l’essermi reso conto che si può esaltare la qualità a scapito della quantità, mi hanno reso più equilibrato nella gestione dei desideri personali.

Non ho ancora raggiunto un equilibrio perfetto, ma posso dire che il ricordo di quella frase mi aiuta a ricercarlo con il sorriso, immaginando i miei occhi di bambino che sono più grandi della mia bocca.

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Immagine: adattamento di foto di repertorio dell’autore


Taicun

Detto anche “magnate” …

Considero difficile tacere, fingere non sia successo nulla. Impensabile è per me tenere una distanza che dovrebbe essere eccessiva per mandare agevolmente giù l’amaro boccone. Eppure osservando il mondo, vicino e lontano, pare sia tutto come prima o quasi.

Ma andiamo con ordine.

Nel titolo ho riportato una delle traduzioni originali di “tycoon “, il termine molto usato, tra i tanti, per definire un ricco imprenditore o possidente. Mentre nel sotto titolo una delle traduzioni italiane. E viene subito alla mente a chi ci si può riferire, visto che negli ultimi anni il termine inglese è stato assegnato ad un ricchissimo quanto discusso uomo americano. Un personaggio che in questi giorni novembrini fa già parlare oltremodo di sé. Un politicante che non conosce la sconfitta e non conosce la vittoria (altrui). Se c’è vittoria che conta è solamente la sua personale.

Un uomo come chiunque di noi, se non fosse altro che, ricchissimo appunto, è divenuto dominatore, influenzatore e manipolatore di persone, popoli e governi. Ottenendo un potere di fatto quasi assoluto. E il suo “successo”, ma credo che la parola sia posta malamente, è da tempo divenuto ed è tuttora riferimento, modello, esempio e stile da copiare per molti altri “ominicchi” che puntano, e si illudono a mio parere, di bissare i suoi risultati.

Ma torniamo alla definizione.

Il termine citato pare derivare dal giapponese taicun, a sua volta dal cinese, indicava in origine un titolo onorifico assegnato a governanti privi di discendenza imperiale, con il significato di “grande signore” o “comandante supremo”.

Nel nostro caso, escluderei il primo, mentre non avrei dubbi, purtroppo, sul secondo.

Perché?

Perché è troppo facile vincere con i soldi e cavalcando smisuratamente il malcontento di turno. E mi basta questo.

La stampa ha dato varie letture sullo strapotere dichiarato del personaggio in modo prevalentemente autoreferenziale:

… Privo di mezze misure, spietato come un nababbo del primo Novecento la cui ricchezza smisurata si accompagnava allo spregiudicato sfruttamento di ogni risorsa possibile (naturale, finanziaria, umana), aggressivo e irrispettoso nei confronti delle donne, dei disabili, dei meno fortunati, dei poveri, degli emarginati come di chiunque gli fosse avversario, …

Stiamo vivendo il tempo della non politica o, meglio della fine della politica. Viviamo gli anni, inevitabili, del più forte che schiaccia il più debole.

Osserviamo l’enfasi del trasformismo sfacciato, c’è la fila di tanti che si inchinano al comandante supremo.

E l’Italia? Beh, siamo tra i migliori.

Una cosa è certa. Sentiamo la mancanza sempre più evidente non di un comandante supremo ma di una “grande signore”, che ci sappia guidare veramente, da vero uomo politico e non da politicante, che punti all’interesse comune non a parole (al riguardo non ci sono più neanche quelle) ma a fatti concreti. Più vera politica – che manca – e molto meno propaganda – che sovrabbonda.

Mi piace riportare uno scritto di un uomo che fu presidente degli Usa, nel bene e nel male, ma che seppe guidare una grande comunità in tempi difficili, osando e ispirando (T. Roosevelt):

Non è colui che critica a contare, né colui che indica quando gli altri inciampano o che commenta come una certa azione si sarebbe dovuta compiere meglio. L’onore spetta all’uomo nell’arena. L’uomo il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore e dal sangue. L’uomo che lotta con coraggio, che sbaglia ripetutamente, sapendo che non c’è impresa degna di questo nome che sia priva di errori e mancanze. L’uomo che dedica tutto sé stesso al raggiungimento di un obiettivo, che sa entusiasmarsi e impegnarsi fino in fondo e che si spende per una causa giusta. L’uomo che, quando le cose vanno bene, conosce finalmente il trionfo delle grandi conquiste e che, quando le cose vanno male, cade sapendo di aver osato. Quest’uomo non avrà mai un posto accanto a quelle anime mediocri che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta.

Meditiamo, meditiamo e non solo.

Ma quale tycoon?

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Immagini: in evidenza Rooster by Pixabay – Teddy Roosevelt by Fondazione Italia Usa

Riferimenti nel testo: Wikipedia – https://italiausa.org/lamerica-e-gli-americani-secondo-teddy-roosevelt/ – Avvenire.it


Bellezza di un volatile della famiglia dei fagiani

Tec, tec, tec …

Il gallo cedrone e il suo cantare segreto

Proposta riguardante la natura, le emozioni, l’esistenza, la bellezza … e l’ascoltare.

Nel mio soggiornare in montagna, divenuto ormai consuetudine, trovo molte occasioni per rivisitare ricordi e racconti di un passato più o meno recente.

In effetti, posso contare anche su parecchio carteggio che è soggetto inevitabilmente – di volta in volta – al rischio di eliminazione oltre che di rimanere accantonato.

Tra i vari manoscritti e testi di un tempo lontano ho trovato questo racconto del 1977 scritto dal noto maestro di San Pietro Valdastico che essendo un caro parente ha ripetuto più volte anche a noi nipoti e pro-nipoti la storia dell’urogallo.

Il pezzo, pubblicato su una rivista locale, porta il titolo Il canto segreto del gallo cedrone. Mi piace molto questo breve racconto che, essendo io amante dell’ascoltare non solo della natura, mi riporta al mio/nostro bisogno di tendere l’orecchio, fare silenzio, accorgersi della bellezza, stare nel presente, essere grati …

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Il gallo cedrone, massimo rappresentante di tetraonidi (nota 1) viventi sui nostri monti, è un volatile di tutto rispetto. Sentirlo partire in volo quasi spaventa. Il frullo fa tremare l’aria e il cuore. Vederlo lanciarsi, volare ad ali aperte per solcare le valli, è pure un’altra visione, che non si dimentica. La sua aerodinamica è perfetta; la velocità, quella del fulmine.

Anche il gallo cedrone canta, ma solo in primavera e fino a stagione avanzata. Ascoltare questo canto sarò dato solamente ad un ristrettissimo numero di appassionati, dotati di sensibilità particolare e di genuino amore per la montagna e le sue bellezze. Perché, il gallo cedrone canta di notte.

Non è facile individuare il luogo dove canta. La partenza sarà prevista per dopo mezzanotte, verso l’una. Ed eccoci al bosco di Costa del vento, a quota 1500. Giunti allo spiazzo, il motore tace, i fari si spengono. Subito ti investe e ti avvolge un silenzio opprimente, pauroso e la notte ti serra nel suo tetro mantello. Solo in cielo brillano le stelle. Si procede sul terreno accidentato sotto gli alberi sempre più fitti, sempre più alti. Il passo è incerto, sospeso, ora trova un rialzo, ora una cavità, ora un tappeto di muschio o un ramo marcio, quando non calpesta ancora un metro di neve gelata. La tenebra è nera come l’inchiostro.

Tec, tec, tec.

Alt. L’orecchio è teso. Senti? Niente. Avanti ancora a tentoni. Fermo. Eccolo. Dopo mezz’ora, la guida, che ha l’orecchio addestrato, ti annuncia che il gallo è là a 50 metri. Ma io non lo sento.

Sottovoce dice: – Ascolta bene … Sì, ecco, sento … come una goccia di acqua che cade ad intervalli su pietra liscia; come il rumore che fa il televisore appena spento dopo essere stato acceso a lungo. Tec, tec, tec, leggero, leggero, alle tre dopo la mezzanotte nel silenzio del bosco.

Questo è il canto del gallo che noi avviciniamo approfittando dei momenti in cui emette le ultime note che sembrano un gorgogliare spasmodico. Siamo sotto il grande abete e la massa nera è là contro il cielo su un ramo secco. Non bisogna guardarlo direttamente, perché per un flebilissimo gioco di luci proveniente dalle stelle, i nostri occhi diventerebbero minutissime lampadine immediatamente viste dagli occhi del tetraonide.

Il gallo cedrone continua il canto fino all’alba, per chiamare le femmine, perché presto è il tempo di rinnovellare la vita attraverso le nuove covate. Un nostro movimento falso, e le grandi ali si aprono. Con una falcata e una virata improvvisa, sparisce inghiottito di nuovo dal bosco. Fra poco sarà l’aurora e le mille voci e i canti rincorrentisi annunceranno il sorgere del nuovo giorno.

Ma non fu un’altra notte, anni fa.

Il mio solito accompagnatore, quella volta, venne con un’altra persona armata di fucile, ai piedi di un alto abete. Un lampo, uno schianto e il cantore notturno crollò con un tonfo privo di vita. Gli furono accanto, lo raccolsero, mentre si dimenava nell’estrema agonia e soppesarono e tastarono in silenzio quel corpo inerte.

Era nero, bello, grande come l’aquila, il collo e la testa penzoloni. Dopo pochi attimi di perdurante silenzio, ecco uscire dalla bocca del cacciatore delle tenebre alcune parole angosciose: “Ades che l’ho copà nol canta più!”.

Avesse potuto ridargli la vita!

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Quando la bellezza e l'amore gratuito ci aiutano ad essere autentici

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Citazione ed introduzione: a cura dell’autore

Immagini: in evidenza Night bird by https://www.xn--diversit-forestale-mrb.ch/esperienza-nella-foresta/gallo-cedrone – a chiusura del testo Bird by Pixabay

Nota 1: da Wikipedia, I Tetraoni (Tetraoninae) sono una sottofamiglia di uccelli appartenenti ai Fasianidi. Secondo alcune versioni il nome tetraonidi deriva da tetra, che significa quattro, e rappresenta le zampe degli stessi formata da 4 artigli. Inoltre un’altra caratteristica fondamentale sono i tarsi piumati. I tetraoni abitano le regioni temperate e subartiche dell’emisfero boreale. Costituiscono un’ottima preda e spesso vengono cacciati per le loro carni. In alcune specie i maschi sono poligami e compiono elaborate parate di corteggiamento. La maggior parte delle specie sono stanziali e non migrano. Questi uccelli si nutrono soprattutto di vegetali, ma possono nutrirsi anche di insetti, specialmente in età giovanile.

Testo riportato: Il canto segreto del gallo cedrone di Carlo Pesavento tratto da Il Cimone – giugno 1977 e ripreso nel manoscritto Lastebasse Pedemonte Tonezza del Cimone Valdastico Terra di confine di Antonio Brazzale ed. La Serenissima


Giorno perfetto

È qui e ora che riusciamo ad essere noi fino in fondo …

Siamo nel “borgo del respiro”, circondato da spazi verdi e celesti che fanno vivere fuori del tempo. Ogni tanto ci sono sparsi scrosci d’acqua che offrono meritato rinfresco alla natura troppo provata dalla interminabile calura pomeridiana di un caliente mese di luglio. Sono brevi ma intense precipitazioni che fanno aprire insistentemente la “porta” a dibattiti e lamentazioni su come è cambiato il clima. Ma il respiro prosegue incessantemente. Si fa beffe delle lamentazioni e conduce a brani di giornata in cui le diverse manifestazioni naturalistiche si esprimono apertamente e senza vincoli.

E oggi è un giorno di quelli, in cui la perfezione fa capolino, fa vedere che esiste. La natura è. Non si nasconde, si espone con la massima apertura. Si pavoneggia, almeno per chi la vuol ammirare e per chi se ne accorge.

Dopo un breve tragitto siamo arrivati a piedi in quota, verso i 1600 metri, i percorsi sono ordinati e ben tenuti da dove la carrabile diventa sentiero bianco, per niente polveroso.

Calma impressionante, quasi irreale.

Siamo circondati da cielo e famiglie di conifere che fanno gli onori di casa dapprima con larici, abeti e pini, e ben presto, con diffusissimi cespugli di mughi che ci affiancano generosamente. Si percepisce da vicino l’aroma meraviglioso che viene rilasciato dalle resine delle loro minuscole pigne in parte non ancora dischiuse

Siamo finalmente contornati da fiori di mille colori che tutti assieme offrono all’occhio attento pezzi di arcobaleno che, non tanto velatamente, cercano di allungarsi verso l’alto.

Ci si sente privilegiati a far parte, seppur momentaneamente, di questo stupendo habitat.

In lontananza si notano benissimo molteplici picchi, alcuni più in evidenza e altri talmente distanti da apparire grazie alle loro sfumature biancheggianti o grigie come artificiali. Sono le nostre montagne delle quali spesso non ci accorgiamo. Eppure ci sono da tempo immemore, delimitano la nostra vista e ci danno un piccolo assaggio del “grande mistero”.

Dalla corona circolare di picchi ora bianchi o dorati di roccia, ora grigio-verdi si muovono verso di noi ampi boschi di conifere in genere d’un verde scuro che lasciano frequentemente partire enormi pascoli verdeggianti che accarezzano la vista nonostante i diffusi pendii adatti a mucche esperte.

Ora siamo arrivati in cima.

La croce solitaria è ben visibile senza mania di protagonismo. È un legno nero che parla pur senza profferire parola.

Qui non esiste tempo.

Il silenzio sovrasta tutto con qualche leggera pausa per lasciare passare aria che arriva a colpi irregolari. Poi riprende posizione. È l’attore principale della scena.

L’aria è comunque tiepida perché il sole incombe e abbronza senza chiedere permesso. Solo a tratti arriva addosso e in pieno viso qualcosa di freschissimo e refrigerante che sa di buono e puro e che ci ricorda dove siamo.

Il panorama è bellissimo. Le montagne lontane appartengono a moltissimi nomi improbabili eppure hanno visto tutte quanto è successo solo qualche decennio fa proprio qui, dove ora poggiamo i nostri piedi.

Sono i testimoni più fedeli del nostro destino.

Vediamo due pianure giù, in lontananza, una più grande che scivola dietro ad una nota cima. Entrambe le strisce ci ricordano una terra promessa. Eppure veniamo da là.

Rimaniamo quassù per un po’, ma vorremmo restarci.

Ci pare sia proprio un giorno perfetto, questo, fatto di autenticità, semplicità, naturalezza e consapevolezza.

Sì, consapevolezza. È qui e ora che riusciamo ad essere noi fino in fondo, ad accettare e amare come siamo e come sono gli altri, a dare importanza alle cose che contano veramente, a lasciar andare … ed a esser grati per tutto.

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Citazione e immagini: a cura di GiFa2024 e AnCa2024

Testo: GiFa 22 luglio c.a.


Amore non basta?

Forse l’amore è il processo con il quale ti riconduco dolcemente a te stesso. Non a ciò che
io voglio che tu sia, ma a ciò che sei …

L’amore non mi basta più... L’amore non esiste … L’amore, l’amore … l’amore. Sono alcuni esempi noti e attuali di contraltare rispetto ad altri pure noti come per esempio Amare non è guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione. L’amore è come la pioggia fine che cade in silenzio quasi senza farsi notare ma che è in grado di far traboccare fiumi e ancora Non conosco altra ragione di amarti che amarti

Mamma mia, eppure se guardiamo alla derivazione latina della parola amore scopriamo che significa semplicemente e scandalosamente “senza morte” (dal latino a-mors). Dico scandalosamente perché ne sottolinea la potenza accostandolo al suo contrario e confinante, la morte. Il che farebbe immaginare uno stato senza fine.

Ma siamo nel 2024, ed chiaro che le cose, tutte le cose siano divenute … fluide rispetto ad un tempo passato (basta riferirsi agli autori delle citazioni nel testo non tutti del passato remoto). Insomma pare che l’amore non basti …

Lo dicono vari artisti musicisti, scrittori e registi di cinema.

Forse si sono messi tutti d’accordo, oppure, più semplicemente, sono i tempi che sono appunto cambiati e noi con essi.

Ma di quale amore stiamo parlando?

I testi o le trame di canzoni e film sono spesso vicini alla realtà di noi tutti. Quindi, possiamo crederci alla possibilità che l’amore non basti.

Con le motivazioni più diverse.

In realtà possiamo anche credere che se vissuto appieno possa bastare, anche se apparentemente non all’infinito, giacché l’uomo e la donna sono liberi di costruire e vivere una relazione a vita, oppure no. Possono scegliere di stare soli o di vivere più relazioni. Del resto lo sappiamo già che siamo venuti al mondo per essere in relazione e non per stare isolati.

Dunque, l’amore vissuto fino in fondo può anche finire, ad una prima narrazione e così pare non essere necessariamente una scelta definitiva. Ma questo amore così profondo, così coinvolgente, così assoluto, nel momento della sua massima espressione è totalizzante, assoluto, indeterminato nel tempo, potrebbe protrarsi all’infinito. È così, ed è qualcosa difficile da spiegare a parole.

È proprio così, altrimenti non è amore, ma è qualcosa di diverso, per esempio un pretesto, un passatempo, un’illusione, uno strumento, un mezzo di trasporto, un film che uno si proietta, un calesse … come diceva Troisi (Pensavo fosse amore … e invece era un calesse – 1991). Il titolo, molto curioso, di quel film lo spiegò proprio Troisi dicendo che “Riguarda la delusione di qualcosa le cui aspettative non sono state mantenute. Si sarebbe potuto usare un qualsiasi altro oggetto, una sedia o un tavolo, che si contrappone come oggetto materiale all’amore spirituale che non c’è più”.

La tesi è che se è vero amore, allora non può non bastare. Oppure … non bastare mai …

E il testo di una canzone piuttosto nota lo dimostra. Mi riferisco a L’amore non mi basta più.  Accade spesso che i testi di canzoni siano, come è il caso di altre opere artistiche, introspettivi. La canzone citata, infatti, è introspettiva e dedicata ai sentimenti, ed in particolare alla fine contrastata di una relazione di passione, una grande passione tra i due amanti che non riesce più a supplire ad altre mancanze importanti. Da qui lo spegnimento del rapporto o la sua troncatura . E dell’amore, ma era amore o passione fatta di forte attrazione?

Sembrerebbe, sempre di più nell’attuale immaginario collettivo, che amore fosse soltanto o prevalentemente una relazione di sesso o di scambi e aiuti materiali. L’impossibilità di un progetto comune, anche di coppia, pare essere una dimensione aliena, lo stesso il camminare mano nella mano nella vita. Questa difficoltà sembrerebbe sempre più diffusa, cosicché il sentimento amoroso va via via assumendo il significato di soddisfazione sessuale, di ricerca di forti emozioni e di avventura.

E condurre una vita mano nella mano può non essere per sempre, ma non esclude neanche una vita insieme.

Amore vero, allora … L’amore vero è quello semplice e autentico, che non giudica e che non pretende feedback. Non risponde ad aspettative rigide. Non solo razionalizzato, non solo emotivo. 

Del resto, non ci si deve mettere con una persona per la paura di rimanere da soli, oppure per comodità, o per compiacimento, l’amore è amore e basta e non soccombe davanti ai pregiudizi.

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Citazione: da Vivere, amare, capirsi di Leo Buscaglia – Oscar Mondadori

Citazioni e riferimenti nel testo: L’amore non mi basta più canzone di Emma – L’amore non esiste di M.Gazzè, N. Fabi, D. Silvestri – Tre citazioni nell’ordine: da Cittadella di A. de Saint-Exupéry – Frasi di Paulo Coelho e di Fernado Pessoa

Immagine: Flowers of ninikvaratskhelia by Pixabay

Ispirazione: L’amore non basta – pezzo musicale di Piernicola Di Muro inserito nell’omonimo film di Stefano Chiantini (2008)