Visione

Avere una visione significa intravedere il proprio futuro focalizzandosi sul presente, forti dell’esperienza trascorsa.

Il bello delle feste di fine anno e di inizio anno nuovo è che, se si vuole, c’è spazio per pensieri e propositi per l’anno nuovo che inizia. Nel mio caso, la fase di riflessione si sviluppa a partire dagli ultimi giorni che precedono il capodanno e si muove nei giorni successivi. E si muove molto. A me così capita.

E ogni anno sempre di più. Infatti, col passare del tempo, sono finiti gli sforzi di festeggiamento a tutti i costi, mentre sono aumentate le ricerche di ripensamento, un laboratorio personale, intimo e spontaneo fatto di sguardi, verso il passato, non soltanto quello recente, il presente e le prospettive di futuro.

Il finale d’anno, in genere, è veramente accattivante ma di fatto effimero. Tutto sommato, è sempre stato così nella mia esperienza. Considero l’inizio d’anno nuovo meno labile e più utile, essendo più prospettico.  Finita la baldoria, finiti i fumi nella loro varietà, finite le illusioni dell’ipotetico no-problem o dell’ipocrita andrà tutto bene, si metabolizza che il tempo è lo stesso, è un continuum, e si deve affrontare la vita, bella o problematica che sia.

È interessante come in questa occasione, che segue difilato le sante festività, ci si impegni nel ritrovarsi sempre più virtualmente con auguri e frasi di buon auspicio tra persone che si frequentano abitualmente, tra persone lontane geograficamente, tra parenti stretti o che non si incontrano mai e tra persone con le quali ci si inviano messaggi una o due volte l’anno. Pare che partecipare a questa “recita” a scadenza fissa faccia comunque bene all’anima di qualcuno, pertanto stiamo pure al gioco, dico io. Anche se spesso mi pesa e mi è pesato farlo … non sentendolo autentico.

Di lampante c’è un fatto, e quest’anno mi è stato molto più chiaro che in passato. Il fatto è che sento profondamente il senso di gratitudine per quanto ricevuto in questa vita. Non è sempre andato tutto bene, ma alla fine tutto è stato importante per mettermi in discussione e per farmi crescere. Alla fine sono stati importanti fatti ed eventi della vita, ma quello che appare come determinante è sempre stato l’incontro con persone, nelle relazioni, in famiglia e nella società. Guardo spesso al futuro vicino e lontano. L’ho sempre fatto e sempre l’ho vissuto intensamente grazie a progetti nati da visioni della vita reale. Visioni che ancora ci sono, magari rinnovate, ma ben presenti.

Avere una visione della vita è importante perché ci guida nella lunga camminata che spesso si presenta accidentata.

Oltre a questo, è importante sentire dentro quella “pace” di cui tanto si parla ma che pare non esserci più.

Questo senso di serenità interiore accompagnato dalla forza che promana dal credere in qualcosa di superiore non fa che aggiungere ancora senso di gratitudine per quanto è stato, è e sarà.

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Citazione: da Si fa presto a dire … vado volontario! di Gianni Faccin Gedi ed.

Immagine in evidenza: cartolina augurale 2024 by GiFa2024

Immagine di chiusura: dal web, preghiera indianoi nativi


Abitando il Natale

In viaggio verso il S. Natale: L’amore che si dona torna sempre indietro

Ormai ci siamo: “Black friday” e Natale coincidono …  Nel timing, non soltanto nella valenza. Infatti, sono sempre più accelerate ed intensificate le manipolazioni commerciali che giocano senza pudore alcuno sui sentimenti, sui valori e sui principi e che ti dicono come comportarti già subito dopo la festa di Ognissanti, anzi no, in realtà il fenomeno inizia la sera prima, una volta assorbiti i fasti di Halloween.

E noi? Che facciamo? Ci adeguiamo in tutta tranquillità. Come le stelle di un famoso romanzo di Cronin … stiamo a guardare. E stando così le cose, sembra ci vada bene.

Forse, allorquando il S. Natale ed altre ricorrenze importanti nella nostra tradizione diventeranno un retaggio per pochi, solo allora le manipolazioni commerciali e mediatiche cambieranno destinazione. Ma a quale prezzo?

Anche quest’anno, come già in passato mi sono soffermato e mi soffermo, anche io in anticipo, sul senso del S. Natale. Questa felice ricorrenza rimane per me e penso per tutti o per tanti un’occasione, una nuova opportunità, dono di un tempo scelto per riflettere, per guardarsi attorno e dentro di noi stessi. Uno spazio per trovare un nuovo inizio, per migliorare nella relazione che conta veramente e che giustifica il nostro passaggio in questo mondo: con noi stessi, con gli altri e con l’Alto.

Quest’anno, in modo più marcato, vorrei fuggire lontano da ogni tentazione di ipocrisia, dall’esteriorità, dalle abitudini consolidate che non siano quelle che hanno il sapore dell’autenticità e non del “pandoro”, della “cioccolata calda” o degli addobbi a tutti i costi. Vorrei agire lontano dalla pianificazione di feste e di regali.

Semmai, vorrei riscoprire ancora e ancora il senso della relazione sia in famiglia, sia nella società.

Infine vorrei ridare slancio, nuovo e rinnovato, al mio bambino interiore e alla sua originalità, proprio ricordando il significato del “bambino di Natale”. Il desiderio è di essere estremamente autentico nel dire a chiunque Buon Natale! Chiudo queste righe con una frase recentemente ascoltata durante un serial tv basata proprio sulle varie sfumature della festa del Natale che mi ha molto colpito e che voglio far mia reinterpretandola: L’Amore che si dona torna sempre indietro, infatti l’Amore che dai non va mai perduto … E ancora: … Siamo tutti alla ricerca dell’Amore, ma l’unico modo per riceverlo è donarlo …”.

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Immagine: Jesusretrouvé – momento tratto da serial tv Odio in Natale (st 1 ep 6)

Riferimento nel testo e citazione: frasi riprese da serial tv Odio in Natale (st 1 ep 6) e dal film Love actually – l’amore davvero di Richard Curtis – 2003

Riferimenti: cit. romanzo di A.J. Cronin, E le stelle stanno a guardare – 1935 – edito da Bompiani


Luce che ci dà vita

Abbiamo assolutamente bisogno di luce …

Stiamo vivendo tempi complicati, difficili, in cui tutti noi tendiamo a vedere nero, buio e null’altro. Anche se spesso il tutto è ottenebrato, come nascosto e reso non presente, da eventi inimmaginabili oppure da azioni umane che neanche gli animali avrebbero il coraggio di pianificare.

C’è assolutamente bisogno di luce, quella luce che c’è comunque, al di là di ogni nostro misfatto, che come il sole è presente anche sopra le nuvole, allorquando noi vediamo il cielo oscurato e percepiamo l’assenza dei suoi raggi, quasi che non fosse più presente, che non determinasse più l’inizio e la fine di ogni giorno.

Invece la luce c’è ed occorre crederci ancora di più a questa luce, cercarla e impegnarsi ad afferrarla perché solo in questo modo potremo dare un senso ad ogni evento.

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Citazione: by GiFa

Immagine: Luce di vita by AnCa2023

Testo: GiFa2023

Versi: 6e38 tratto da Versi librati di Gianni Faccin 2023 ( Gedi – in fase di pubblicazione)


Dolcetti, scherzetti o … altro?

Silenzio, intorno: solo, alle ventate, odi lontano, da giardini ed orti, di foglie un cader fragile. È l’estate, fredda, dei morti.

Ma quali dolcetti! Ma quali scherzetti! Ma quale festa di fantasmi e zombie!

In verità, nella giornata del 2 novembre si celebra in Italia ogni anno la commemorazione dei defunti. Una ricorrenza che ha paralleli in molte culture ed epoche, ad evidenziare la speciale attenzione richiesta per relazionarsi con la perdita di una persona cara. Il processo di lutto è stato ampiamente studiato e analizzato e il modello più noto è quello delle cosìddette “cinque fasi del dolore”, non uno schema qualsiasi, ma uno strumento utile a sviluppare consapevolezza delle emozioni, che in generale è una dimensione che ci manca tantissimo anche come collettività, visto le tragedie che ci accompagnano giornalmente.

Tornando al titolo e all’incipit d’inizio, non ce l’ho con le feste tipiche di altri paesi e da noi acquisite senza alcun spirito critico, ma sta di fatto che per me il mese di novembre rappresenta sempre di più, e ben prima che inizi il relativo calendario, un periodo di riflessione (introspezione mi verrebbe da dire). E i versi di Cioran qui pubblicati il giorno di Ognissanti, per quanto ermetici ad una prima lettura, mi hanno profondamente colpito. Mi hanno accompagnato il giorno stesso e i giorni successivi nella visita al Camposanto ove i miei cari che non ci sono più sono ospitati in una piccola città di defunti con le loro storie vicine e lontane. Tantissime storie solo in minuscola parte a me note.

Torno volentieri all’appuntamento d’inizio novembre, oggi più di un tempo. E in questo periodo penso a tante persone, non soltanto a quelle che conosco direttamente, che ai primi giorni del mese di novembre ricordano e ricordano, pensano e ripensano, si nascondono, si ritirano dalle relazioni, con i pensieri che si accavallano, accompagnati da sentimenti di mancanza, voglia di fuggire, inconsistenza di relazioni, assenze, sensi di abbandono, inutilità della vita, senso di solitudine.

E la solitudine, in queste persone, non è mai un piacere desiderato, ma un ulteriore stato di sofferenza.

Finché non si è dentro a questa bolla di dolore, finché non si è passati attraverso questo malessere, è difficile capire, ed è difficile comprendere quanto gli altri hanno provato o stanno provando.

Per me è stato difficile, fino a poco tempo fa, riconciliarmi con questa ricorrenza, spesso vissuta con distacco voluto per non farmi poi domande delicate …, quelle domande che mi rivolgo sempre più spesso e che mi portano a dare significato ad ogni evento, anche piccolo o di ordinaria quotidianità. Domande che mi spingono ad essere migliore, a rispettare la realtà altrui, iniziando dall’accettazione della mia realtà.

Sono cresciuto con i miei genitori che mi portavano spessissimo al cimitero per salutare nonni, cugini prematuramente scomparsi, zii, amici. Mia madre ci teneva a far visita in questo luogo ove da tempo aveva voluto preparare urne di famiglia, anche in modo particolarmente anticipato. Non riuscivo a capirla bene questa sua voglia di anticipare …

Oggi, che è ancora qui ben presente, la questione appare quantomai attuale e al contempo “normale”. Il posto c’è, ci sarà, ma conta vivere il momento attuale nel modo più autentico possibile. Ho capito, sto capendo in verità, finalmente …

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Citazione: Novembre da Mirycae di Giovanni Pascoli – Ed. Sansoni

Immagine: Occhichepiangonosbavando da idea di https://lamenteemeravigliosa.it/6-tipi-lutto/

Immagine a chiusura: Giallo nudo by ANCA 2023

Riferimenti nel testo: https://www.aiutoallapersona.it/blog/tipi-di-lutto e pezzi precedenti sul medesimo argomento


L’Asinello

Versi non miei

Muto ciò che pervenne alla vita, muto. Travasa le urne.

Urna di terra, cui la mano del vasaio crebbe tenace.

Urna di terra, che la mano di un’ombra chiuse per sempre.

Urna di terra col sigillo dell’ombra.

Pietra, ovunque guardi, pietra.

Fa entrare l’Asinello. Trotterellante.

Trotterellante nella neve sparsa da nudissima mano.

Trotterellante davanti alla parola che si richiuse da sé.

Trotterellante Asinello, che bruca il sonno dalla mano.

Splendore, che non sa confortare.

I morti implorano ancora, Francesco …

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Citazione e titolo: a cura GiFa

Fonte: da Assisi, poesia di Paul Celan (dal testo Di soglia in soglia, Einaudi ed.)

Immagine: zionp by GiFa2023


Tran Tran

Chiedono “Come va?”, “Come va?”, “Come va?”. Ma noi non cambiamo mai no, mai no, mai …

Non so voi, ma a me capita periodicamente di rendermi conto, ogni volta come fosse la prima volta, che “tutto quello che è non è mai come appare”.

Eppoi, come non bastasse, abbiamo sotto il naso la realtà oggettiva, ma non è che non la vediamo o che non ci arriviamo, è che non la vogliamo vedere, perché è scomoda, decidiamo che va contro di noi, o almeno così pensiamo sia. Spesso c’è anche l’orgoglio oppure c’è un po’ di superbia … Figurarsi se mi affido ad un professionista oppure – al limite – ad un valido dispositivo che mi faccia essere veramente attore protagonista della mia scena di vita …

C’è un vero rifiuto che pare quasi sia una sorta di “lesa maestà … Figurarsi se mi adatto …

Insomma il passaggio dal problema alla soluzione non è mai agevole. Anche se la strada è tracciata, indicata, intravista chiaramente. Ma non è mai scontata, automatica.

Ho verificato personalmente come in più di una situazione ci affidiamo molto a soluzioni pianificate sostenute da modalità valide e concrete. Talmente valide da essere prese seriamente in considerazione per tante eventualità, non soltanto per le finalità specifiche. Mi riferisco per esempio alle nuove tecnologie e ai numerosissimi dispositivi che permettono cose inaudite se immaginate solo dieci anni fa: geolocalizzazione, relazioni on line di qualsiasi tipo, contatti con reciproca visualizzazione tramite telefono cellulare, lettura di libri e riviste su dispositivi portatili, lo stesso per le agenzie giornalistiche, meteo aggiornatissimo che permette di sapere a che ora arriverà la tempesta e altro tramite radar, acquisti di prodotti diversissimi on line e recapito diretto a casa, salvavita, controllo del territorio tramite droni e l’elencazione potrebbe essere interminabile.

Ormai tutti abbiamo le soluzioni in casa, in ufficio o addosso. Dispositivi con applicazioni per ogni esigenza. Chiedi e hai una risposta anche vocale.

Stando alle abitudini che abbiamo oggi quasi tutti, ogni problema parrebbe che avesse una facile soluzione, e in effetti spesso ce l’ha.

Se attendo una telefonata importante posso stare tranquillo perché ho sempre il cellulare con me, anche quando sono sotto la doccia (!), ma è chiaro che se lo tengo silenzioso non mi accorgerò della chiamata entrante e magari così succederà che il problema serio si trasforma in questione ancora più seria se non grave.

Dico un esempio semplice (perché mi riguarda) per spiegare che a fronte di una situazione problematica o d’interesse primario la risposta concreta c’è, è alla portata di chiunque sia come mezzo, sia come soluzione. Ma questa viene disattesa altrettanto agevolmente se non applichiamo delle semplici regole di comportamento note a chiunque.

Ora mi chiedo perché succede questo? Anche nelle situazioni più complesse, gravi, di grande rilevanza per esempio in tema di salute e sicurezza?

Tra problemi e soluzioni ci sta la persona con le sue caratteristiche personali, che possono favorire o anche ostacolare il processo. Indichiamo alcuni esempi:

– voglio sentire quando mi chiamano, perché è importante che io risponda, ma preferisco tener silenzioso il telefono o me lo dimentico che è silenzioso perché relativizzo il problema valutato in origine oppure perché ho cambiato idea o scala di priorità;

– voglio attivare ad un familiare il salvavita per ovvi motivi di sicurezza, ma il familiare pure capendone l’importanza lo tollera senza usarlo concretamente secondo le istruzioni. In effetti alla fine lo tiene sempre in carica ma se lo dimentica facilmente in cucina rischiando seriamente in termini di sicurezza, questo perché vuole seguire i propri schemi mentali o non accetta cambiamenti al suo tran tran;

– voglio arrivare puntuale ad un incontro fuori città e per sicurezza attivo il GPS dell’auto. Inserito l’indirizzo esatto seguo le indicazioni per un po’, ma poi esco dal tragitto proposto perché in verità non mi fido molto del GPS. In effetti alla fine arrivo intuitivamente alla sede dell’incontro ma in ritardo. Mi arrabbio pure e me la prendo con il GPS perché non gode della mia fiducia, mentre dovrei prendermela con me stesso …

Potrebbero esserci tanti esempi da richiamare, ma è sempre la stessa storia: per un motivo o per l’altro vogliamo essere noi gli artefici di scelte, azioni, comportamenti, anche quando non ne abbiamo la capacità o quando qualcuno o qualcosa ci indica un diverso approccio.

In certi casi abbiamo bisogno di farci aiutare, non soltanto dal professionista, anche dal dispositivo. Solo in certi casi serve l’esperienza spiacevole o addirittura traumatica.

 Spesso ci intestardiamo che va bene la nostra impostazione. Forse c’è bisogno che facciamo un passo in avanti, con maggior umiltà riducendo invece l’arroganza da parte nostra e soprattutto inserendo quel coraggio che ci aiuta a vedere l’essenziale nonostante le apparenze.

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Citazione: da Tran tran canzone di Sfera Ebbasta

Immagine: Float by Clker F V I per Pixanbay


Tempo giusto

Agosto mese di pause … riposo, pace, riflessione, riconnessione … ma anche di investimento. Investimento in cosa? In nuovi impegni? No, in coraggio …

Mai come il corrente mese è stato, è e sarà un mese di potenziale ricentratura, come mi è stato detto di recente da qualcuno. Ricentrarsi, riconnettersi, rigenerarsi, ripartire … Insomma, un nuovo inizio. D’accordo, ma questo può esserci durante e dopo un ritrovato momento di pausa che quasi sempre significa ascolto di sé e silenzio. Se invece continuiamo a controllare e a interpretare o semplicemente osservare le notifiche che inevitabilmente ci arrivano a tutte le ore da destra e da sinistra, da sotto e da sopra, non credo che una autentica centratura si possa raggiungere, semmai riusciremo riconnettere soltanto i nostri dispositivi … Non si tratta di attivare uno spam generalizzato, ma di mettere in standby ogni nostra sovrastruttura, a cominciare dagli stessi smartphone di cui siamo ormai schiavi.

Mi sovviene il ricordo di chi se ne va in ferie per godersi la necessaria e desiderata vacanza (etimologia: vacare = essere vuoto) e porta con sé del lavoro per non farsi mancare nulla, anzi per riempire quel vuoto.

Credo che questo mese, che si ripete negli anni, sia una delle rare occasioni per fermarsi e fare della pausa un “tempo giusto”. Per regalarsi un nuovo inizio, appunto.

Le parole chiave sono investimento e coraggio. Investire significa, tra le altre cose, attribuirsi un diritto, un titolo, un potere; e ancora, conferire diritti e dignità. Peccato che, nell’uso comune, sia collegato essenzialmente ad operazioni finanziarie o immobiliari oppure ad incidenti stradali.

Coraggio significa, in una delle più note accezioni, forza d’animo connaturata, o confortata dall’altrui esempio, che permette di affrontare, dominare, subire situazioni scabrose, difficili, avvilenti, e anche la morte, senza rinunciare alla dimostrazione dei più nobili attributi della natura umana. Cosa vuol dire avere coraggio? Questa parola richiama al cuore. Deriva dal latino cor habeo, che vuol dire avere cuore, agire con il cuore. Il coraggio quindi è quella forza d’animo che ci viene quando facciamo le cose a cui davvero teniamo. Quella “forza nascosta” che ci fa affrontare le paure e i pericoli. Peccato che, nell’uso comune, sia collegato spesso ad eventi caratterizzati essenzialmente da impudenza e sfacciataggine.

Oggi una persona mi ha detto: “Già, ma per cambiare qualcosa bisognerebbe trovare il coraggio …”. Ecco, sono d’accordo, ma aggiungo che per trovare dentro di sé il coraggio, occorre mettersi in ricerca, altrimenti quella forza nascosta oltre a continuare a rimanere tale resterà anche disattivata.

Trova il coraggio, quindi. Ma per trovarlo cercalo! Comincia col metterti in pausa vera. Chi te lo impedisce?

A te che leggi lo auguro di cuore, e lo faccio con dei versi di una splendida persona, professionista e poeta.

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Bellissimi versi il cui titolo potrebbe essere anche: Stacca Cerca Trova! Il vero coraggio, si alimenta da subito nel momento in cui riusciamo a prendera la giusta distanza nel “tempo giusto”. Presupposto di autentica serenità.

A rileggerci a settembre!

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Citazione: Incipit dell’autore

Immagine 1: Embrace by Pixabay

Immagine 2: Serenity by Mitacon Onlus

Riferimenti nel testo: Treccani.it e Wikipedia

Versi: Trova il coraggio di Alessandra Galiotto – https://www.poetipoesia.com/?audiolibro=alessandra-galiotto-barba


Chi ha piantato questo chiodo?

Il “chiodo”, nel linguaggio familiare, indica sempre qualcosa di doloroso e fastidioso: un cruccio, una preoccupazione, un’ossessione amorosa; ma anche, in maniera scherzosa, un debito …

Rimanendo in tema di “chiodi” (con riferimento al pezzo precedente), qualcuno li definisce il simbolo dell’asse cosmico (*). Raffigurano il destino, la necessità. Come diversi simboli del “legame”, ricordiamo la corda, le manette, i nodi, i ceppi, i lacci, i fili, ecc. Quindi il chiodo rappresenterebbe un intrappolamento. Altri affidano ai chiodi un significato che va molto oltre (**). A livello simbolico i chiodi, per il fatto di essere appuntiti, rappresentano e sono in grado di richiamare gli spiriti e le forze oscure che possono rivelarsi negative. Ma i chiodi hanno anche un’altra funzione: quella di fissare. E per questo assumono anche una valenza positiva in determinate circostanze. Varie sono poi le superstizioni sui chiodi che si sono diffuse dall’antichità ad oggi. Si dice per esempio che chi trova un chiodo farebbe bene a raccoglierlo onde evitare disgrazie. Infatti trovare un chiodo è considerato un segno di fortuna. Il chiodo ritrovato andrebbe assolutamente conservato tenendolo a portata di mano. In alternativa si può fissarlo alla porta d’entrata. In epoca medievale si pensava che mettere un chiodo sulla porta potesse servire a tenere lontani i fantasmi, le forze negative e gli animali feroci. Credenze dal valore diverso che trasformano un oggetto di uso comune in un elemento dai molteplici significati.

E nella Bibbia? Faccio un solo richiamo, perché ci sarebbe molto da scrivere. Dice il teologo (***): “L’idea di un chiodo ci trasporta nell’ambito di materiali che si uniscono per mezzo di un cuneo, ci parlano di un legame consistente e fermo reso possibile da una trasformazione, un prodotto con caratteristiche diverse dalle sostanze utilizzate, sovente con funzioni differenti o molteplici. Nel campo spirituale sono quei punti inseriti come macigni nella mente dell’uomo, che ne condizionano il pensiero e l’agire. Ecco perché abbiamo sempre bisogno di verificare alla luce della Bibbia, quale sia in noi lo stato della mente di Gesù Cristo …”.

Fin qui tutto bene. O quasi.

E nell’arte? Che ruolo e che senso potrebbe avere un chiodo?

Non è semplice. E resta il fatto, che ad una domanda chiave non sono ancora riuscito a dare una risposta. E forse non ci riuscirò mai.

Tutto nasce da una circostanza vissuta all’estero circa quindici anni fa. Ci penso spesso, ma pur avendo ben presente situazione, persone, stato d’animo e fisico, emozioni, pensieri e altro, non sono ancora arrivato a capire. O forse sì?

Immaginiamo di trovarci in una grande città europea, una capitale. Di visitarne un importante museo in cui sono esposte opere d’arte di grande rilievo storico e moderno. Di apprezzare vari artisti e varie opere famose, ma anche quelle poco conosciute. Di trovarsi improvvisamente dinnanzi ad un quadro di interessanti dimensioni, senza cornice, solo delineato ai bordi di un verde salvia e completamente dipinto di bianco – tipo parete bianca – con al centro un chiodo ben piantato ma inserito parzialmente. Un chiodo non subito visibile, ma successivamente ben visibile ad un occhio calmo e attento. Immaginiamo lo stupore e il senso di disorientamento per un’opera che nell’immediato si percepisce anonima, semplificata, resa sicuramente essenziale, ma indecifrabile. Un disorientamento che a gradi si trasforma, si scatena e diventa dapprima una specie di angoscia e poi uno sfogo di riso misto a pianto … Questo, proprio nel momento in cui si legge prima una domanda posta nell’angolo alto a sinistra (punto di vista dell’osservatore): Chi ha piantato questo chiodo? – e poi una riposta posizionata nell’angolo alto a destra: Io non lo so. – ed è impossibile rimanere impassibili.

L’opera è del 1972 (****), autore un russo, divenuto statunitense, deceduto proprio quest’anno. Dicono trattarsi di art-pop influenzata da neodadaismo piuttosto che da un nuovo realismo.

Approfondendo quest’opera e altri lavori dell’artista, ho notato come la sua regola fosse non dare importanza all’oggetto rappresentato (il chiodo, nel quadro in questione), ma invece a tutto lo spazio circostante (il bianco, nel caso). Uno spazio vergine che apre a nuovi, diversi ed imprevedibili scenari. Il rischio è quello di concentrarsi sul chiodo, del perché sia lì e in quello stato, e di voler scoprire chi l’abbia “piantato”. Curiosità? Gioco di percezioni? Di luci e ombre? Di colori? Sicuramente, meglio aprirsi a nuovi punti di vista, distogliendo l’attenzione dalle facili e comode apparenze. In questo caso distogliendo l’attenzione da un chiodo che sembrerebbe tanto sperduto in un deserto bianco, quanto ingombrante, inutile e al contempo intrigante.

Come che sia, anch’io, come credo lo stesso autore, non ho trovato ancora una risposta alla domanda, ma forse sono altre le domande a cui cercare di dare risposta.

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Citazione: by Accademia della Crusca

Immagine in evidenza: Nail by Pixabay

Note:

(*) Da Axis Mundi by Wikipedia;

(**) Il significato del chiodo nella tradizione popolare by rivelazioni.com/

(***) Un chiodo: simbolico, di ferro o spirituale di Ferruccio Iebole by lamostradellabibbia.com/

(****) Qui a planté ce clou? Je ne sais pas – 1972 Ilya Iossifovich Kabakov (Opera esposta a Parigi presso il Centre Pompidou – descrizione completa: Olga Petrovna Panina: Qui a planté ce clou? – Yanna Borisovna Koshkina: Je ne sais pas)

Post Scriptum:

Consigliabile visitare il sito https://www.centrepompidou.fr/fr/ressources/oeuvre/cj74zgd


Fran!

Quindi, conosci il tuo corpo e goditi lo spettacolo!

Stanotte mi sono svegliato di soprassalto perché ho sentito un colpo forte e secco. Preoccupato, sono rimasto in ascolto pensando a qualcosa di brutto, poi, con calma, ho cercato di dare un nome a quel botto in piena oscurità e nel grande silenzio. Non sentendo alcunché, assonnato com’ero, mi sono lasciato andare sul cuscino e ho ripreso sonno, con una coda interrogativa che via via andava scemando.

La curiosità si è manifestata appena alzato. Infatti, N. ha cercato di capire e ha subito scoperto cos’era stato quel botto notturno.

Nel ricevere questa telefonata, ho subito pensato a quanto era successo collegandolo ad un brano di un bellissimo film tratto da Novecento di Alessandro Baricco (*). E infatti era la stessa situazione, proprio identica a quella descritta nella telefonata. Io credo che se non fosse stato qualcosa di singolare, molto singolare, N. non me l’avrebbe raccontato. Invece stamane presto, la prima cosa riferita in un bel “vocale” come è molto in uso oggi, è stato descrivere subito la circostanza.

Ma quale circostanza?

In casa, nel pieno della notte, un quadro era caduto insieme al suo chiodo. Beh, ogni tanto succede …

È una casualità? È un segno? Una presenza? Pensandoci su, una domanda sorge spontanea: che significato possiamo dare ad un quadro che cade improvvisamente? E di notte?

Conosco persone che non danno a questa evenienza un significato particolare. Ne conosco altre che ne danno un senso malefico o che lo considerano importante, profetico, oppure che pongono la questione in termini di superstizione o addirittura attinenti a temi religiosi.

Come che sia, penso che forse il quadro aveva bisogno di cambiare posizione e lo ha aiutato il chiodo che magari si era semplicemente stancato di stare male imbucato. E in effetti, quando il quadro è stato appeso non è detto che il chiodo fosse quello adatto e non è stato interpellato il quadro se gli andava di stare lì. A volte le spiegazioni sono davvero sotto il nostro naso, anzi appese davanti a noi …

Umorismo per umorismo mi piace pensare al brano succitato che grosso modo si avvicina alla mia versione appena espressa. Quindi, lo riporto di seguito perché ogni riduzione lo ridurrebbe, appunto. Prima di riportarlo, aggiungo un’altra domanda (multipla) cui sarebbe interessante rispondere: se il quadro fosse caduto di giorno, la circostanza avrebbe avuto lo stesso impatto? E come può essere la circostanza non significativa se è stata la prima cosa a voler essere comunicata di presto mattino? Quasi prima del buongiorno?

Di certo, la risposta è in ognuno di noi. Forse sarebbe meglio che imparassimo da queste piccole cose a meglio conoscerci dentro e fuori, come dice l’autrice di un bellissimo blog (**), “conosciamo noi stessi e godiamoci lo spettacolo!”.

Ecco il brano che è poi un dialogo fantastico.

“A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un’anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall’inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d’accordo, allora buonanotte, ‘notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto, fran.

Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all’Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: “A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave”. Ci rimasi secco. Fran.”

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Citazione: vedi riferimenti nel testo (**)

Immagine: Picture by Pixabay

Riferimenti nel testo: (*) Il film è La leggenda del pianista sull’oceano (1998) di Giuseppe Tornatore, tratto dal libro (monologo teatrale) Novecento di Alessandro Baricco, ed. Feltrinelli 1994.

(**) Cristina Gagliano autrice del blog https://www.sonovolubile.it/perche-i-quadri-cadono-di-notte.

(***) Brano tratto da Novecento di Alessandro Baricco, ed. Feltrinelli 1994 (scena inerente ai quadri che cadono improvvisamente)