Luce che ci dà vita

Abbiamo assolutamente bisogno di luce …

Stiamo vivendo tempi complicati, difficili, in cui tutti noi tendiamo a vedere nero, buio e null’altro. Anche se spesso il tutto è ottenebrato, come nascosto e reso non presente, da eventi inimmaginabili oppure da azioni umane che neanche gli animali avrebbero il coraggio di pianificare.

C’è assolutamente bisogno di luce, quella luce che c’è comunque, al di là di ogni nostro misfatto, che come il sole è presente anche sopra le nuvole, allorquando noi vediamo il cielo oscurato e percepiamo l’assenza dei suoi raggi, quasi che non fosse più presente, che non determinasse più l’inizio e la fine di ogni giorno.

Invece la luce c’è ed occorre crederci ancora di più a questa luce, cercarla e impegnarsi ad afferrarla perché solo in questo modo potremo dare un senso ad ogni evento.

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Citazione: by GiFa

Immagine: Luce di vita by AnCa2023

Testo: GiFa2023

Versi: 6e38 tratto da Versi librati di Gianni Faccin 2023 ( Gedi – in fase di pubblicazione)


Foglie che scrocchiano

Abbiamo bisogno di suoni che sanno di vita …

Citazione: by GiFa

Immagine: by Germana dal Madagascar novembre 2023

Versi: Foglie di vita da Versi liberi di Germana Boschetti, sorella salesiana in Madagascar


Fran!

Quindi, conosci il tuo corpo e goditi lo spettacolo!

Stanotte mi sono svegliato di soprassalto perché ho sentito un colpo forte e secco. Preoccupato, sono rimasto in ascolto pensando a qualcosa di brutto, poi, con calma, ho cercato di dare un nome a quel botto in piena oscurità e nel grande silenzio. Non sentendo alcunché, assonnato com’ero, mi sono lasciato andare sul cuscino e ho ripreso sonno, con una coda interrogativa che via via andava scemando.

La curiosità si è manifestata appena alzato. Infatti, N. ha cercato di capire e ha subito scoperto cos’era stato quel botto notturno.

Nel ricevere questa telefonata, ho subito pensato a quanto era successo collegandolo ad un brano di un bellissimo film tratto da Novecento di Alessandro Baricco (*). E infatti era la stessa situazione, proprio identica a quella descritta nella telefonata. Io credo che se non fosse stato qualcosa di singolare, molto singolare, N. non me l’avrebbe raccontato. Invece stamane presto, la prima cosa riferita in un bel “vocale” come è molto in uso oggi, è stato descrivere subito la circostanza.

Ma quale circostanza?

In casa, nel pieno della notte, un quadro era caduto insieme al suo chiodo. Beh, ogni tanto succede …

È una casualità? È un segno? Una presenza? Pensandoci su, una domanda sorge spontanea: che significato possiamo dare ad un quadro che cade improvvisamente? E di notte?

Conosco persone che non danno a questa evenienza un significato particolare. Ne conosco altre che ne danno un senso malefico o che lo considerano importante, profetico, oppure che pongono la questione in termini di superstizione o addirittura attinenti a temi religiosi.

Come che sia, penso che forse il quadro aveva bisogno di cambiare posizione e lo ha aiutato il chiodo che magari si era semplicemente stancato di stare male imbucato. E in effetti, quando il quadro è stato appeso non è detto che il chiodo fosse quello adatto e non è stato interpellato il quadro se gli andava di stare lì. A volte le spiegazioni sono davvero sotto il nostro naso, anzi appese davanti a noi …

Umorismo per umorismo mi piace pensare al brano succitato che grosso modo si avvicina alla mia versione appena espressa. Quindi, lo riporto di seguito perché ogni riduzione lo ridurrebbe, appunto. Prima di riportarlo, aggiungo un’altra domanda (multipla) cui sarebbe interessante rispondere: se il quadro fosse caduto di giorno, la circostanza avrebbe avuto lo stesso impatto? E come può essere la circostanza non significativa se è stata la prima cosa a voler essere comunicata di presto mattino? Quasi prima del buongiorno?

Di certo, la risposta è in ognuno di noi. Forse sarebbe meglio che imparassimo da queste piccole cose a meglio conoscerci dentro e fuori, come dice l’autrice di un bellissimo blog (**), “conosciamo noi stessi e godiamoci lo spettacolo!”.

Ecco il brano che è poi un dialogo fantastico.

“A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un’anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall’inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto tra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d’accordo, allora buonanotte, ‘notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto, fran.

Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all’Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: “A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave”. Ci rimasi secco. Fran.”

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Citazione: vedi riferimenti nel testo (**)

Immagine: Picture by Pixabay

Riferimenti nel testo: (*) Il film è La leggenda del pianista sull’oceano (1998) di Giuseppe Tornatore, tratto dal libro (monologo teatrale) Novecento di Alessandro Baricco, ed. Feltrinelli 1994.

(**) Cristina Gagliano autrice del blog https://www.sonovolubile.it/perche-i-quadri-cadono-di-notte.

(***) Brano tratto da Novecento di Alessandro Baricco, ed. Feltrinelli 1994 (scena inerente ai quadri che cadono improvvisamente)


MyBamboo

… ciò che accade è determinato soprattutto da noi stessi …

Non è il nome di una nuova app che riguarda l’utilizzo dei germogli di bambù. Lo so, secondo la cucina asiatica, i germogli di bambù sono ingredienti dalle interessanti proprietà benefiche da sperimentare anche per dare un tocco orientale ai propri piatti. Lo so. Qualcuno ne va pazzo.

Io, in verità, sono incuriosito da questa pietanza, ma quanto sto scrivendo ha a che vedere con la curiosità per la pianta in quanto tale, che dopo anni ha iniziato a svilupparsi, come speravo, vicino all’orto.

Molti si preoccupano che non diventi invasiva, creando problemi di gestione.

Invece per me ha un significato di bellezza e di libertà. E perché no, di selvatichezza. In verità non so se posso definire questo bambù selvatico, ossia appartenente ad un ambiente non contaminato dalla presenza o da strutture umane, in quanto se è lì e sta crescendo dipende da noi che l’abbiamo inserito volontariamente in quella posizione. In ogni caso mettiamola così: vorrebbe essere anche selvatico. Per questo mi richiama libertà e bellezza, questo grazie al suo aspetto vigoroso e al suo puntare dritto verso il cielo, anche in pochi giorni.

MyBamboo è rimasto riflessivo per qualche anno. Poi improvvisamente, in pochi mesi, si è come svegliato, si è moltiplicato e ha iniziato a farsi notare spiccando il volo tra le erbe sgradite. Credo che in poco tempo si formerà un bell’angolo caratteristico con diverse alte canne verdi, prima che il tempo le consolidi nei fusti che ben conosciamo.

Mi è subito parso che la crescita fosse ben augurante e carica di significati. Cercando, ne ho trovato conferma in alcuni cenni storici di questa pianta, che merita un attento ascolto.  Infatti la lunga vita del bambù lo rende per i cinesi un simbolo di lunga vita, mentre in India è un simbolo di amicizia. Eppoi, diverse culture asiatiche credono che l’umanità discenda da uno stelo di bambù. Nel mito filippino della creazione, la leggenda narra che il primo uomo e la prima donna vennero liberati per l’apertura di un germoglio di bambù che emerse su un’isola creata dopo la battaglia tra le forze elementari (Cielo e Oceano). Nelle leggende della Malesia una storia simile include un uomo che sogna una bellissima donna mentre dorme sotto una pianta di bambù; si sveglia e rompe lo stelo di bambù, scoprendo la donna all’interno di esso. In Giappone, molto spesso una piccola foresta di bambù circonda un monastero scintoista come parte della barriera sacra contro il male. Si potrebbe continuare.

Nel mio caso, la pianta del bambù è un mio aggancio, in quanto depositaria non soltanto di bellezza e di libertà, ma anche di resilienza, quella parolina magica che definisce la capacità di una persona o di una collettività di affrontare e superare eventi complicati o traumatici o un periodo di indubbia difficoltà. Tener duro, essere perseveranti e affrontare le fasi della vita.

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Citazione: da Le sette regole per aver successo di Stephen R. Covey – Franco Angeli

Fonti: Wikipedia, parquet.disegnarecasa.com e Greenme.it

Immagini: foto MyBamboo1 e 2 by GiFa2023


Coraggioso

Vorrei esserlo stato nell’esprimere i miei sentimenti … e nel vivere una vita fedele ai miei principi e non quella suggerita dagli altri … [seguito di Rimpiangere]

È stato scritto che il coraggio è la forza d’animo che permette di affrontare situazioni difficili mantenendo comunque i principi e i comportamenti educati e civili. Il coraggio è quindi una caratteristica positiva, poiché ci aiuta a prendere decisioni difficili e ci spinge fuori dalla nostra zona comfort.

Ho preso per buona questa definizione, e, facendolo, vi ci ho trovato due approcci distinti e un utile collegamento da attivare.

Nel caso della forza d’animo ci ho visto il riuscire a far fronte ad una delle più importanti emozioni ovvero la paura. Si tratta di non scappare, atteggiamento più comodo, ma di saper gestire il disagio che questa emozione provoca. Essere fermi, affrontare le difficoltà create dal pericolo o dal rischio. È evidente che questa forza va costruita situazione per situazione, momento per momento. Non arriva in automatico. Tale forza va in controtendenza umana, ecco il secondo approccio, in quanto se la valorizziamo, se le permettiamo di usare lo spazio che le serve ci porta ad essere attivi e a non subire le situazioni. Diversamente, ed è profondamente umano,  saremo sempre tentati, di massima, a scappare dai disagi e a rintanarci o, come si dice dalla pandemia, a divanarci. In tal caso anche per qualcosa di diverso che è la paura dello sforzo fisico o mentale.  Talvolta soprattutto immaginari.

Un utile collegamento riguarda il mantenere i principi e i comportamenti educati e civili. Infatti il collegamento che, a mio avviso, va fatto con la suddetta forza d’animo è dato dalla nota assertività, ossia la capacità di farsi valere nell’esporre i propri punti di vista senza essere prevaricati, ma anche nel rispetto dei punti di vista altrui. Ho toccato con mano come spesso portare avanti il proprio punto di vista equivalga assolutamente a svalutare la posizione dell’altro e quindi l’altro stesso. Quasi non ci fossero che due opzioni io vinco e tu perdi e viceversa.

Una giornalista ha scritto che uno dei peggiori mali del nostro tempo è l’incapacità di esprimere i propri sentimenti alle persone. E’ la paura di aprirsi e di essere sinceri e questa paura è dovuta al dolore che può derivare dall’essere autentici, anche se fosse solo imbarazzo. Quante persone non si rivolgono la parola per non essere nell’imbarazzo? Invece da bambini eravamo forse degli alieni perché eravamo sinceri, puri, trasparenti e diretti. Oggi siamo separati gli uni dagli altri perché forse abbiamo perso per strada delle vere e proprie virtù.

Da parte mia ho nostalgia di quelle virtù, e credo di non essere il solo. Senz’altro ho anche io i miei “vorrei …”. Infatti, e ci penso spesso, vorrei avere avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti, il mio sentire, vorrei non aver ceduto alla paura di ricevere dei rifiuti, dei rimproveri, dei giudizi negativi, degli abbandoni. Vorrei non aver ceduto alla paura di dire dei “no”, magari motivandoli, ma dei “no” fermi che, superato l’iniziale imbarazzo o disagio, mi avrebbero fatto sentire realizzato e ovviamente soddisfatto.

Ci sono i “no” che riguardano le richieste di terze persone, ma garantisco che quelli più difficili, alla fine, sono i “no” da dire al mio giudice interiore per fare pace con il bambino.

Se poi guardiamo al diretto rapporto con i principi personali, vediamo quanto sia facile deragliare dai propri riferimenti. Del resto il mondo in cui tutti viviamo è fatto essenzialmente di apparenze e giudizi. Il comune vivere è caratterizzato dalla realizzazione di ciò che qualcuno si aspetta da noi o che pensiamo si aspetti da noi. Quindi diventa facile, con questo stile di vita, rinnegare i propri principi personali, per quanto siano sacrosanti.

Da questa situazione possiamo derivare sicuramente grande dispiacere, in seguito alla consapevolezza di aver compiuto degli errori anche gravi e di aver potuto evitarli inibendone ogni conseguenza.

Ho potuto notare che con il tempo che passa ogni cosa assume un peso diverso. Quello che prima mi pareva prioritario, diventa secondario e ciò che davo per scontato o che sospendevo diventa prioritario o di primaria importanza.

È chiaro, mi sarebbe piaciuto comprenderlo prima …

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Citazione: da https://abitandoladistanza.com/2023/03/21/rimpiangere/

Immagine: Old woman e Legs by Pixabay

Riferimenti nel testo: Coraggio da cescoproject.org e I peggiori mali del nostro secolo by Carmen Laval


Rimpiangere?

La vita è qui da vivere e non da rimpiangere …

Rimpianto ha che fare con il ricordo. Infatti è il ricordo nostalgico e dolente di persone o cose perdute, o di occasioni mancate. Deriva dal verbo rimpiangere che significa rammentare una persona o una cosa con desiderio e nostalgia, ma insieme con la consapevolezza – spesso dolente – di non poterla avere più perché perduta o scomparsa, trascorsa o irrecuperabile. Fin qui le definizioni. Mi capita spesso di sentirne parlare dalle persone che incontro.

Ho però la sensazione che ci sia confusione tra rimpianti e rimorsi. Questi ultimi sono tutt’altro. I rimorsi sono i turbamenti che sgorgano da un errore compiuto nel passato recente o remoto, da qualcosa che si è fatto e che ha portato infelicità o dolore a noi o ad altri. Da qualcosa che si vorrebbe non aver mai fatto. Un’azione che, secondo l’etimologia, ci rimorde, che azzanna la nostra coscienza ogni volta che ci ripassa sopra, una consapevolezza tormentosa. Questo fa distinguere appunto i rimpianti che nascono da ciò che è andato perduto …

Sento anche dire: non voglio avere rimpianti! Desidero vivere senza rimpianti! Ecco, credo sia assai difficile che si realizzi una vita senza rimpianti, e lo stesso senza rimorsi. A chi non capita di perdere qualcuno e qualcosa a cui, tornando indietro, avrebbe voluto aver dedicato più tempo e più cura? E a chi non capita di aver sbagliato e, tornando indietro, non avrebbe averlo fatto? Ci sono domande che ci inseguono e talvolta ci mettono in crisi. Anche nel lungo termine. Credo che i veri rimpianti, quelli che contano veramente, possano presentarsi a noi nei momenti difficili o nei momenti più delicati nella nostra esistenza. Pensiamo a chi è in punto di morte ed è presente (cosciente) alla sua fase esistenziale. Bronnie Ware ne ha scritto in un noto libro in cui descrive i cinque rimpianti più grandi delle persone che stanno morendo. L’autrice ha lavorato come assistente ai malati terminali.

E prendiamo in visione questi “rimpianti”:

  • Vorrei essere stato coraggioso nell’esprimere i miei sentimenti;
  • Vorrei essere rimasto in contatto con gli amici;
  • Vorrei essere stato fedele ai miei principi e meno alle aspettative altrui;
  • Vorrei non essermi dedicato troppo al lavoro;
  • Vorrei essermi dato il permesso di essere felice.

C’é un verbo in comune in tutti i cinque rimpianti: “vorrei” … È un verbo condizionale. Significa che quello che volevo (o voglio) non si è potuto realizzare (non può realizzarsi) perché sono mancate (mancano) delle condizioni personali o contestuali. Ed è questo vorrei che da un lato pone un limite all’apparenza invalicabile, e dall’altro fa esplodere rimpianti, spesso a scoppio ritardato.

Come che sia, prendendo in carico a ritroso i rimpianti suddetti aggiungerò le riflessioni personali nei pezzi di questo blog che seguiranno.

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Citazione: da Frasi di Max Pezzali

Immagine: Train by Pixabay

Riassunto: by Carlo Emilio Gadda

Riferimenti nel testo: definizioni da Treccani.it – Fanpage.it – Meglio.it – Carmen Laval

Riferimenti libro: da Vorrei averlo fatto – I cinque rimpianti più grandi di chi sta per morire di Bronnie Ware – 2012 Ed. MyLife


Le radici

La casa è come un punto di memoria, le tue radici danno la saggezza e proprio questa è forse la risposta e provi un grande senso di dolcezza. E te li senti dentro quei legami, i riti antichi e i miti del passato. E te li senti dentro come mani, ma non comprendi più il significato …

O forse lo immagini e credi di comprenderlo.

Mi ha fatto un certo effetto riprendere in mano una foto come quella evidenziata. E’ una bella foto anche se scattata un po’ di corsa. Soprattutto è stata per me – specialmente di recente – molto importante per la consapevolezza di essere legato a qualcosa e a qualcuno di presente, di passato e, in un certo senso, di futuro.

Ho trovato risposta alla domanda che mi ponevo ogni qualvolta prendevo in mano l’album Radici di Francesco Guccini. Il famoso Lp riporta a tutta copertina la foto di antenati di famiglia. La domanda era “che senso ha questa immagine”? E la risposta era quasi sempre la stessa fino a quando ho intravisto qualcosa di importante anche in coloro che non ho mai incontrato di persona. Già da giovane mi rispondevo che era importante il legame familiare perché era chi direttamente o indirettamente mi aveva aiutato a nascere, a crescere e a diventare una persona adulta. Magari senza tante parole, oppure con esempi, sicuramente con scelte di vita semplici e complicate. Qualcuno finendo la propria vita in giovane età, qualcun altro facendo la propria parte fino a quasi cent’anni. Qualcuno vivendo in serenità nonostante tutto e qualcun altro lottando e soffrendo contro le avversità preponderanti nella sua vita. Chi in solitudine per scelta o disavventura, chi contribuendo ad una famiglia numerosa, chi senza famiglia oppure senza possibilità di generare. Ci sono state anche malattie devastanti oppure meno, ma quello che ricordo è la ricerca non costante ma presente di contatto e dialogo.

Ad un certo punto mi sono reso conto che capivo fino in fondo quel celebre detto: senza radici non si vola. (1)

Sì, ho cominciato a sentire con chiarezza dentro di me che non solo non si poteva fare a meno degli antenati vicini e lontani, ma che ogni singolo aveva a suo modo contribuito anche al mio destino. Con una reciprocità che come minimo interessava tante persone, tutte le persone presenti e non presenti della foto riportata.

L’importanza dell’antenato (nato prima) va assolutamente riscoperta. Non basta una vita per riuscirci, essendo al contempo in campo per essere noi antenati di qualcuno.

E’ una ruota che gira, si potrebbe dire. In realtà sento che è un filo invisibile che ci lega tutti assieme, alcuni più di altri. Ma tutti siamo collegati a quel filo, del quale non conosciamo né l’inizio né dove finisce. Conosciamo solo un tratto, in parte corrispondente al nostro vissuto.

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Citazione: da Radici di Francesco Guccini (brano tratto dall’album Radici EMI 1972)

Immagine: foto parenti del 1962 da archivio storico famiglia Pamato – Marchioro – Faccin – Lionello

Riferimenti testo: (1) Senza radici non si vola di Bert Hellinger – Ed. Crisalide 2001 (libro sulla terapia sistemica)


Io e Sars-Cov-2

Eccomi, anch’io ci sono passato …breve storia semiseria

In realtà ci sono ancora dentro mentre sto scrivendo. Voglio rimanere positivo, ma ovviamente non per il virus.

Ci sono voluti due anni e tre mesi, nonché diverse varianti virali e sottovirali, ma alla fine anche io ci sono caduto dentro. E’ stato fatale allentare le misure di sicurezza, ricercare gli spazi perduti e, gli indizi precisi li ho tutti, non rispettare alcuni canoni di distanziamento tra le persone. E’ fondamentale festeggiare e vivere, ma le cautele sono e, forse saranno sempre, necessarie. Oggi siamo in un mondo strano, in cui anziché cercare di capire come tutelarsi e farlo si preferisce rischiare e dedicarsi ad attaccare i medici definendo farsesca la gestione della pandemia, quando in realtà siamo in tantissimi che parliamo senza sapere spesso di cosa si tratta. Parliamo, parliamo e parliamo, contagiandoci mentalmente oltreché fisicamente. E poi ci lamentiamo e colpevolizziamo … Questo è.

A questo punto voglio precisare, venendo al semiserio, che in questo mondo strano può succedere anche qualcosa di interessante, quando la malattia non vada oltre certi limiti sostenibili, e lo dico perché dobbiamo sempre ricordarci di quante persone – compresi i medici – non ci sono più oppure sono ancora in sofferenza a causa di questa influenza. Precisato questo, sento di narrare con ironia le cose che più mi hanno colpito di questa vicenda divenuta personale.

In effetti non avendola mai sperimentata ho vissuto in prima persona le conseguenze gestibili ma pesanti della malattia che corrispondono a quanto viene raccontato dai media, visto che ormai sono loro le fonti di verità: trattandosi di variante Omicron, che è finora la versione mutata del virus che ha generato più casi a livello globale a causa delle sue sottovarianti, come la più recente Omicron 5 (BA.5), in genere, l’infezione si presenta con naso chiuso e che cola, affaticamento, stanchezza e malessere diffuso, mal di gola, tosse e mal di testa e febbre. Azzeccate quasi tutte a parte il mal di gola e il mal di testa. Questa circostanza non mi dispiace, ma devo aggiungere per completezza che c’é un generale stato di rincoglionimento, uno stato di indolenza generale, in contrasto con un aumento dell’appetito e di una particolare voglia di parlare. Passata la febbre (tre giorni oltre 38 gradi), ho sentito stimoli verso un inedito desiderio di rinnovamento personale. Questa cosa sarà tutta da scoprire e ci lavorerò.

E tornando a bomba, come si dice, visto il malessere ho scritto al mio medico il quale mi ha risposto immediatamente stupendomi perché era un giorno festivo. Ho fatto presente i sintomi e di aver eseguito un tampone fai da te con esito positivo. Il medico mi ha consigliato di rifarlo in farmacia per riceverne conferma ufficiale e di prendere alcuni medicinali. Mi ha detto di ricontattarlo per aggiornarlo, tanto anche lui era in casa in quanto contagiato dal virus. Così ho fatto. Gli ho riscritto spiegandogli tutto. Mi ha risposto: continui la terapia, ma si avvisano gli utenti che per urgenze è meglio contattare il call center. Poverino, lo capisco, è positivo …

In questi giorni ho avuto molti contatti che ho apprezzato: se devo rilevare delle particolarità, cosa che amo fare, c’é di tutto nell’enorme affetto che mi è stato rivolto. Per esempio delle vere e proprie ricette mediche: prendi la tachipirina 1000, prendi tante vitamine di questo tipo, oppure prendi il moment oppure l’aspirina, qualcuno mi ha consigliato zenzero naturale a nastro, qualcuno di bere molta acqua, altri di mangiare molta verdura cotta, c’é chi mi ha vietato di uscire e prendere aria oppure di bere alcolici; e domande a cui non sapevo rispondere con esattezza. Alcuni esempi: “Quanti giorni dopo il contagio hai fatto il tampone?”, “Con che sintomo è partita la malattia?”, “Come fai con la tosse?”, “Quando pensi di fare il tampone di guarigione?”, “Tua moglie è positiva?”, “Riesci comunque a parlare nonostante la tanta tosse?”, Quando torni redivivo?” …

Mi ha colpito molto l’intervista dell’Aulss, da cui “dipendo”, telefonata dolce al femminile e tempestiva il giorno dopo il tampone: “Buongiorno signor Gianni, sono … dell’Aulss 7 …, ieri ha fatto il tampone, oggi come si sente?” … Mi ha fatto piacere, non mi era mai capitato una telefonata sanitaria così semplice ed efficace in decenni neanche dal dottore di famiglia. Che sia merito anche questo del Covid-19? O di Zaia? Credo sia merito del tampone ufficiale …

Alcune persone care mi hanno fatto sentire bene avendo continuato a chattarmi per sapere l’andamento tenuto conto che avevo tosse e avrei fatto fatica a parlare: “Se hai possibilità di parlare, chiamami, io ci sono” – “Se non hai voglia di fare niente coltiva questi spazi di svogliatezza e trova il gusto del non far niente, approfittane …”, “Sei isolato, pensa … nessuno che ti possa disturbare …”, “Voglio solo sapere come stai e non disturbarti oltre …”, “Ciao, come va oggi, va meglio?”, “Pensa solo a riposarti, approfittane”.

Si tratta di “ricette d’amore” che fanno meglio delle medicine. Invece questa cosa che essendo isolato non sarò disturbato mi attira, ma al contempo mi ricorda chi vive male l’esperienza della solitudine e dell’isolamento, come sta succedendo in qualche struttura pubblica per anziani, qui nella mia città in questi giorni. Dunque non posso dire di accettarlo.

L’esperienza centrale è quella che mi sta fecendo riscoprire il valore della “distanza”: esserci nel rispetto dei tempi/spazi miei e altrui. Valore che si può collegare alle necessità di distanziamento fisico.

In effetti il distanziamento fisico in casa è un’altra partita, che avrebbe senso se anticipata rispetto ai sintomi. In pratica abbiamo chiuso la stalla a buoi scappati. Io positivo e Angela negativa, per ora. Dunque lei va tutelata per quanto possibile. Camere separate quindi, dopo decenni di “condivisione”.

Nel 2020 in queste circostanze istruivano: I membri della famiglia devono soggiornare in altre stanze o, se non è possibile, mantenere una distanza di almeno 1 metro dalla persona malata e dormire in un letto diverso. Chi assiste il malato deve indossare una mascherina chirurgica accuratamente posizionata sul viso quando si trova nella stessa stanza.

Appena sospettato si trattasse del virus più citato al mondo, mia moglie ha deciso: teniamo una distanza fisica adeguata ed evitiamo avvicinamenti, inoltre abbiamo questa possibilità, dormiamo in camere separate. Necessario, doveroso, opportuno. Ma ho bisogno di dirlo, la cosa non mi piace.

E’ anche vero che dopo tanti anni forse è giusto dire che me lo potevo aspettare … Ma è soltanto una battuta!

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Immagine: emoticon con mascherina by web

Riferimento medico: da normativa comportamentale per la lotta contro il Covid-19


jardin… mon amour!

Il bello del giardinaggio: le mani nello sporco, la testa baciata dal sole, il cuore vicino alla natura. Coltivare un giardino non significa nutrire solo il corpo, ma anche l’anima.

Non voglio esagerare, ma la citazione sopra dice tutto.

In realtà mi sento di dare una versione più “terra terra”.

… Le mani mai pulite e mai inodori, la testa cotta dal sole estivo, il cuore tutto un battito, il mio essere immerso in un paradiso molto vasto e in certi momenti infinito. Coltivare un giardino è ritrovare la propria essenza … (1)

In ogni caso è un paradiso che riflette la vita, non è tutto bello e tranquillo. Ci sono anche momenti di pesantezza, fatica, nausea, stress. Ci sono però momenti di soddisfazione, di calma, di osservazione, di compenetrazione e sintonia con fauna e flora. E ci sono fasi in cui si ricostruisce quello che si è fatto giorni prima oppure si disfa soltanto. E’ un continuo costruire e ricostruire, piantare e ripiantare. Superata la soglia del “chi me lo fa fare” o del “basta così per oggi”, si riparte ancora, e poi ancora.

Perché ci tengo anch’io ad abbellire, nei limiti delle possibilità, il mio paradiso.

Ed è per questo che la metafora del giardino, piccolo o grande che sia, funziona. Infatti per me è un aggancio, un punto di appoggio, un richiamo.

Fare giardinaggio a casa mia significa fare ordine, spostare le cose fuori posto, togliere le erbacce in quanto superflue o dannose, concimare e irrigare, altrimenti alcune componenti soffrono e potrebbero venire meno.

Questa è una mia visione presente già da qualche anno.

Se in passato mi era diventato prevalentemente un peso, oggi posso dire che rappresenta un buon obiettivo in quanto mi ricorda continuamente l’importanza di ciò che può significare.

Per me il giardino (è uno dei significati della parola paradiso) simboleggia la mia famiglia.

Anch’essa è un giardino che può essere piccolo o grande, ma va in ogni caso curato attentamente perché ci sono sempre intralci (erbacce) e nuovi bisogni (di acqua o elementi nutritivi).

Sono le relazioni, in generale, che vanno alimentate e nutrite, in una parola, curate assiduamente.

Ma le relazioni familiari hanno un valore speciale sia guardando indietro sia nel momento presente.

Un personaggio pubblico importante vissuto in epoca romana (2), disse che se possedete una biblioteca e un giardino, avete tutto ciò che vi serve. Questa visione riflette la mia vita, i miei pensieri e i miei desideri. Lettura e giardinaggio sono per me un terreno comune di grande sfogo e ricarica, di ricerca e rinascita. In particolare leggere, in fondo, non vuol dire altro che creare un piccolo giardino all’interno della nostra memoria. Ogni bel libro porta qualche elemento, un’aiuola, un viale, una panchina sulla quale riposarsi quando si è stanchi. Anno dopo anno, lettura dopo lettura, il giardino si trasforma in parco e, in questo parco, può capitare di trovarci qualcun altro. (3)

Concludo questo pezzo con un altro testo d’autore (4) che mi aiuta a dare rilievo al mio amore per il giardinaggio: … gli uomini si dividono in quelli che costruiscono e quelli che piantano. I costruttori concludono il loro lavoro e, presto o tardi, sono colti dalla noia. Quelli che piantano sono soggetti a piogge o tempeste, ma il giardino non cesserà mai di crescere.

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Citazione: frasi di Alfred Austen

Immagini: garden by Pixabay

Note: (1) da Appunti per un diario durante la pandemia di Gianni Faccin, Ed Gedi 2021 – (2) Detto di Marco Tullio Cicerone – (3) citazione di Susanna Tamaro – (4) frase di Paulo Coelho

Giardino