Le radici

La casa è come un punto di memoria, le tue radici danno la saggezza e proprio questa è forse la risposta e provi un grande senso di dolcezza. E te li senti dentro quei legami, i riti antichi e i miti del passato. E te li senti dentro come mani, ma non comprendi più il significato …

O forse lo immagini e credi di comprenderlo.

Mi ha fatto un certo effetto riprendere in mano una foto come quella evidenziata. E’ una bella foto anche se scattata un po’ di corsa. Soprattutto è stata per me – specialmente di recente – molto importante per la consapevolezza di essere legato a qualcosa e a qualcuno di presente, di passato e, in un certo senso, di futuro.

Ho trovato risposta alla domanda che mi ponevo ogni qualvolta prendevo in mano l’album Radici di Francesco Guccini. Il famoso Lp riporta a tutta copertina la foto di antenati di famiglia. La domanda era “che senso ha questa immagine”? E la risposta era quasi sempre la stessa fino a quando ho intravisto qualcosa di importante anche in coloro che non ho mai incontrato di persona. Già da giovane mi rispondevo che era importante il legame familiare perché era chi direttamente o indirettamente mi aveva aiutato a nascere, a crescere e a diventare una persona adulta. Magari senza tante parole, oppure con esempi, sicuramente con scelte di vita semplici e complicate. Qualcuno finendo la propria vita in giovane età, qualcun altro facendo la propria parte fino a quasi cent’anni. Qualcuno vivendo in serenità nonostante tutto e qualcun altro lottando e soffrendo contro le avversità preponderanti nella sua vita. Chi in solitudine per scelta o disavventura, chi contribuendo ad una famiglia numerosa, chi senza famiglia oppure senza possibilità di generare. Ci sono state anche malattie devastanti oppure meno, ma quello che ricordo è la ricerca non costante ma presente di contatto e dialogo.

Ad un certo punto mi sono reso conto che capivo fino in fondo quel celebre detto: senza radici non si vola. (1)

Sì, ho cominciato a sentire con chiarezza dentro di me che non solo non si poteva fare a meno degli antenati vicini e lontani, ma che ogni singolo aveva a suo modo contribuito anche al mio destino. Con una reciprocità che come minimo interessava tante persone, tutte le persone presenti e non presenti della foto riportata.

L’importanza dell’antenato (nato prima) va assolutamente riscoperta. Non basta una vita per riuscirci, essendo al contempo in campo per essere noi antenati di qualcuno.

E’ una ruota che gira, si potrebbe dire. In realtà sento che è un filo invisibile che ci lega tutti assieme, alcuni più di altri. Ma tutti siamo collegati a quel filo, del quale non conosciamo né l’inizio né dove finisce. Conosciamo solo un tratto, in parte corrispondente al nostro vissuto.

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Citazione: da Radici di Francesco Guccini (brano tratto dall’album Radici EMI 1972)

Immagine: foto parenti del 1962 da archivio storico famiglia Pamato – Marchioro – Faccin – Lionello

Riferimenti testo: (1) Senza radici non si vola di Bert Hellinger – Ed. Crisalide 2001 (libro sulla terapia sistemica)


Chiarità

” … diffusa luminosità dell’aria, chiarore …”

Come d'incanto esce il sole
il vento rallenta le onde spumose
che mantengono il loro ritmo incalzante
il fragore permane sulla spiaggia
che si presenta con sabbia mista a ciottoli
e pare polvere di tufo
le nuvole sembrano dissolversi 
lasciando il posto ad un cielo terso
si diffonde un'aria tiepida 
accompagnata da una luminosità penetrante
è la chiarità

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Citazione: da Treccani, testi di Boccaccio e G. Pascoli

Immagini di galleria: foto GiFa 2022 – scorci di Senigallia 9 giugno 2022


Io e Sars-Cov-2

Eccomi, anch’io ci sono passato …breve storia semiseria

In realtà ci sono ancora dentro mentre sto scrivendo. Voglio rimanere positivo, ma ovviamente non per il virus.

Ci sono voluti due anni e tre mesi, nonché diverse varianti virali e sottovirali, ma alla fine anche io ci sono caduto dentro. E’ stato fatale allentare le misure di sicurezza, ricercare gli spazi perduti e, gli indizi precisi li ho tutti, non rispettare alcuni canoni di distanziamento tra le persone. E’ fondamentale festeggiare e vivere, ma le cautele sono e, forse saranno sempre, necessarie. Oggi siamo in un mondo strano, in cui anziché cercare di capire come tutelarsi e farlo si preferisce rischiare e dedicarsi ad attaccare i medici definendo farsesca la gestione della pandemia, quando in realtà siamo in tantissimi che parliamo senza sapere spesso di cosa si tratta. Parliamo, parliamo e parliamo, contagiandoci mentalmente oltreché fisicamente. E poi ci lamentiamo e colpevolizziamo … Questo è.

A questo punto voglio precisare, venendo al semiserio, che in questo mondo strano può succedere anche qualcosa di interessante, quando la malattia non vada oltre certi limiti sostenibili, e lo dico perché dobbiamo sempre ricordarci di quante persone – compresi i medici – non ci sono più oppure sono ancora in sofferenza a causa di questa influenza. Precisato questo, sento di narrare con ironia le cose che più mi hanno colpito di questa vicenda divenuta personale.

In effetti non avendola mai sperimentata ho vissuto in prima persona le conseguenze gestibili ma pesanti della malattia che corrispondono a quanto viene raccontato dai media, visto che ormai sono loro le fonti di verità: trattandosi di variante Omicron, che è finora la versione mutata del virus che ha generato più casi a livello globale a causa delle sue sottovarianti, come la più recente Omicron 5 (BA.5), in genere, l’infezione si presenta con naso chiuso e che cola, affaticamento, stanchezza e malessere diffuso, mal di gola, tosse e mal di testa e febbre. Azzeccate quasi tutte a parte il mal di gola e il mal di testa. Questa circostanza non mi dispiace, ma devo aggiungere per completezza che c’é un generale stato di rincoglionimento, uno stato di indolenza generale, in contrasto con un aumento dell’appetito e di una particolare voglia di parlare. Passata la febbre (tre giorni oltre 38 gradi), ho sentito stimoli verso un inedito desiderio di rinnovamento personale. Questa cosa sarà tutta da scoprire e ci lavorerò.

E tornando a bomba, come si dice, visto il malessere ho scritto al mio medico il quale mi ha risposto immediatamente stupendomi perché era un giorno festivo. Ho fatto presente i sintomi e di aver eseguito un tampone fai da te con esito positivo. Il medico mi ha consigliato di rifarlo in farmacia per riceverne conferma ufficiale e di prendere alcuni medicinali. Mi ha detto di ricontattarlo per aggiornarlo, tanto anche lui era in casa in quanto contagiato dal virus. Così ho fatto. Gli ho riscritto spiegandogli tutto. Mi ha risposto: continui la terapia, ma si avvisano gli utenti che per urgenze è meglio contattare il call center. Poverino, lo capisco, è positivo …

In questi giorni ho avuto molti contatti che ho apprezzato: se devo rilevare delle particolarità, cosa che amo fare, c’é di tutto nell’enorme affetto che mi è stato rivolto. Per esempio delle vere e proprie ricette mediche: prendi la tachipirina 1000, prendi tante vitamine di questo tipo, oppure prendi il moment oppure l’aspirina, qualcuno mi ha consigliato zenzero naturale a nastro, qualcuno di bere molta acqua, altri di mangiare molta verdura cotta, c’é chi mi ha vietato di uscire e prendere aria oppure di bere alcolici; e domande a cui non sapevo rispondere con esattezza. Alcuni esempi: “Quanti giorni dopo il contagio hai fatto il tampone?”, “Con che sintomo è partita la malattia?”, “Come fai con la tosse?”, “Quando pensi di fare il tampone di guarigione?”, “Tua moglie è positiva?”, “Riesci comunque a parlare nonostante la tanta tosse?”, Quando torni redivivo?” …

Mi ha colpito molto l’intervista dell’Aulss, da cui “dipendo”, telefonata dolce al femminile e tempestiva il giorno dopo il tampone: “Buongiorno signor Gianni, sono … dell’Aulss 7 …, ieri ha fatto il tampone, oggi come si sente?” … Mi ha fatto piacere, non mi era mai capitato una telefonata sanitaria così semplice ed efficace in decenni neanche dal dottore di famiglia. Che sia merito anche questo del Covid-19? O di Zaia? Credo sia merito del tampone ufficiale …

Alcune persone care mi hanno fatto sentire bene avendo continuato a chattarmi per sapere l’andamento tenuto conto che avevo tosse e avrei fatto fatica a parlare: “Se hai possibilità di parlare, chiamami, io ci sono” – “Se non hai voglia di fare niente coltiva questi spazi di svogliatezza e trova il gusto del non far niente, approfittane …”, “Sei isolato, pensa … nessuno che ti possa disturbare …”, “Voglio solo sapere come stai e non disturbarti oltre …”, “Ciao, come va oggi, va meglio?”, “Pensa solo a riposarti, approfittane”.

Si tratta di “ricette d’amore” che fanno meglio delle medicine. Invece questa cosa che essendo isolato non sarò disturbato mi attira, ma al contempo mi ricorda chi vive male l’esperienza della solitudine e dell’isolamento, come sta succedendo in qualche struttura pubblica per anziani, qui nella mia città in questi giorni. Dunque non posso dire di accettarlo.

L’esperienza centrale è quella che mi sta fecendo riscoprire il valore della “distanza”: esserci nel rispetto dei tempi/spazi miei e altrui. Valore che si può collegare alle necessità di distanziamento fisico.

In effetti il distanziamento fisico in casa è un’altra partita, che avrebbe senso se anticipata rispetto ai sintomi. In pratica abbiamo chiuso la stalla a buoi scappati. Io positivo e Angela negativa, per ora. Dunque lei va tutelata per quanto possibile. Camere separate quindi, dopo decenni di “condivisione”.

Nel 2020 in queste circostanze istruivano: I membri della famiglia devono soggiornare in altre stanze o, se non è possibile, mantenere una distanza di almeno 1 metro dalla persona malata e dormire in un letto diverso. Chi assiste il malato deve indossare una mascherina chirurgica accuratamente posizionata sul viso quando si trova nella stessa stanza.

Appena sospettato si trattasse del virus più citato al mondo, mia moglie ha deciso: teniamo una distanza fisica adeguata ed evitiamo avvicinamenti, inoltre abbiamo questa possibilità, dormiamo in camere separate. Necessario, doveroso, opportuno. Ma ho bisogno di dirlo, la cosa non mi piace.

E’ anche vero che dopo tanti anni forse è giusto dire che me lo potevo aspettare … Ma è soltanto una battuta!

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Immagine: emoticon con mascherina by web

Riferimento medico: da normativa comportamentale per la lotta contro il Covid-19


Verdi occhi

“Il linguaggio dell’amore sta negli occhi”

Sguardo colorato by Pixabay

Verde come i tuoi occhi.
Occhi spesso malinconici, quasi tristi.
Occhi sognanti.
Occhi attenti e stanchi.
Occhi svegli mai sazi di novità.
Occhi che scrutano.
Occhi blu con lampi gialli.
Occhi che cercano e che chiedono.
Occhi trepidanti d'attesa.
Occhi stupendi che si stupiscono.
Occhi amorevoli.
Occhi che sempre accarezzano.
Occhi mai distanti.
I tuoi occhi.
Verdi occhi.

Citazione: by John Fletcher, scrittore e drammaturgo inglese


Fragore

 Fragore ... rumore incessante, costante e nonostante ciò pace.
Onde a tratti robuste che s'infrangono regolarmente sulla battigia di ciotoli
ciascuno simile ma non uguale all'altro.
Dopo ogni massaggio d'acqua nessuno è più dove prima.

In diversi posti di mare ho potuto leggere una frase tratta dal web che riporto sotto, soltanto aggiungo è assolutamente vera. Eccola: Se il rumore del mare sovrasta quello dei pensieri, sei nel posto giusto.

Immagini: scatti by GiFa 2022 Senigallia: battigia e parete “animata” di una seahouse

Testo: versi by GiFa2019 iniziato tre anni fa e finito oggi a Senigallia


Venti opposti

Nessuno che sia sempre stato libero può comprendere il terribile fascino della speranza di libertà per chi non è libero.

E’ passato poco più di un mese dall’ultimo scritto, su questo blog. Un po’ mi è mancato lo scrivere, ma poi mi sono ricordato che è importante fare una pausa. Pausa che mi ha permesso di accelerare nelle mie letture. Non solo studio, documentazione, aggiornamento e lettura creativa. Ho desiderato e sono riuscito a leggere per il gusto di leggere. Ho proseguito nel riscoprire, come si può dedure dalle mie ultime uscite, certi classici già letti nell’adolescenza. Ho inziato a leggere una scrittrice da sempre a me cara Pearl S. Buck. Le sue storie sono sempre ambientate in Asia e raccontano i drammatici scontri fra generazioni che si sviluppano nelle famiglie cinesi o indiane di antiche tradizioni. Sono racconti e romanzi ambientati tra il 1930 e il 1950 che raccolgono quasi sempre il forte contrasto tra poli opposti (occidente e oriente, uomo e donna, modernità e tradizione, ricchi e poveri, democrazia e monarchia, ecc.). L’autrice riesce sempre a evidenziare per esempio quanto l’uomo e la donna possano avvicinarsi e integrarsi ma quanto siano distanti per formazione culturale, carta d’identità, pregiudizio e adesione religiosa. Lo stesso vale per gli altri poli. Guardando ai contesti, questi passano dall’apparente impossibile dialogo tra nuovo e vecchio mondo come dal perdurare di guerre di invasione tutte asiatiche (vedi il perenne conflitto Cina – India).

Immagine Wikipedia

La scrittrice, premio Nobel nel 1938 per la letteratura, mi ha sempre colpito con le sue opere, e ci riesce ancora. Rileggendola, oggi, mi sono trovato a ripercorrere moltissime tappe, scrupolosamente descritte minuto per minuto dai media, riguardanti la guerra in Europa. A volte pare un “copiaincolla”. I libri della Buck sono ispirati a vicende vere di quasi un secolo fa. Quella che viviamo oggi, molto simile ai resoconti che si trovano in quei libri, non è un romanzo, è una grande tragedia anche perché ci dimostra con il sangue di moltissime persone che come umani non siamo stati capaci di progredire veramente.

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Citazione: https://le-citazioni.it/autori/pearl-s-buck/

Immagine: P.S. Buck da https://it.wikipedia.org/wiki/Pearl_S.Buck#/media/File:Pearl_Buck(Nobel).jpg


Sì, Ti vedo

… ed essere veramente connessi.

Ti vedo.
Ti vedo nelle piccole cose dette e non dette.
Quando ti fermi e rimani soprappensiero.
Nei tuoi sorrisi sempre gentili.
Quando sei incerta nelle decisioni, quando trovi la sorpresa di un piccolo cambiamento.
Nei tuoi pensieri di preoccupazione.
Ti vedo.
Ti vedo quando sei impassibile all’apparenza.
Quando per non ferire taci e succede spesso.
Quando desideri condividere e avviene sempre.
Nel tuo cercare vicinanza.
Ti vedo.
Ti vedo quando agisci e parti decisa.
Quando nonostante tutto procedi superando ogni dubbio.
Quando sai essere presente e attenta a chi ti viene vicino.
Nella piena autenticità.
Ti vedo.
Ti vedo quando cerchi di aiutarmi ad essere migliore, con delicatezza e franchezza.
Quando lo fai con dolce ironia.
Quando cerchi il confronto e lo scambio.
Nel tuo cercarmi e ritrovarmi qui.
Ti vedo.
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Connessione

Immagine by GiFa – elaborazione da componenti Pixabay


L’arbre et le vieux banc

Uno sguardo attento e amorevole sulle persone e le cose della nostra vita ci dischiude la possibilità di scoprire l’oro nell’esistenza quotidiana.

Prefazione brevissima

Chi segue questo blog e mi legge potrebbe essere tentato di pensare che io sia fissato con panche e panchine. Non è così. Dico soltanto che ne noto alcune ogni mattina quando guardo fuori per ammirare la vista, prima di vòlgere lo sguardo altrove.

Ne osservo una in particolare, la osservo a lungo, non ho capito ancora perché, e mi accorgo di sfumature e situazioni mai percepite prima. Mi succede a qualsiasi ora del giorno, ma specialmente di presto mattino e la sera, verso l’imbrunire.

Invece sono sicuramente fissato con altre cose, per esempio con la lingua francese. In tal caso so perché.

Come che sia, se si impara ad osservare quanto ci circonda, a partire dalle cose più semplici, nascono sensazioni e immagini inaspettate.

Bene veniamo alla storia. E’ giusto ch’io dica che quanto scritto è in parte veritiero e in parte frutto di fantasia. Non distinguerò le due versioni.

L’albero e la vecchia panchina

Accadde nel mese di agosto. Fu uno strano mese solitamente caratterizzato da grande calura, anche in alta montagna. Quella volta sembrò autunno. Un autunno quasi invernale.

Prima faceva caldo, caldo, caldo. Poi agli inizi del mese noto per le ferie e le vacanze estive, d’improvviso, fece freddo, freddo, freddo.

I turisti furono presi di sorpresa, non avendo sempre con sé l’abbigliamento adeguato. Gli stessi paesani, abituati agli sbalzi di temperatura ma impreparati, furono spiazzati.

Chi aveva appena iniziato un breve periodo di ferie appariva sconsolato, a dir poco.

Qualcuno se ne tornò a casa, in pianura. Qualcun altro accese la stufa. Ci fu senz’altro chi sopportò mentre il piagnisteo collettivo si diffondeva anche sui social, anzi specialmente sui social. Molti si preoccuparono, altri ancora fecero finta di niente.

Presso la macelleria, uno dei più frequentati luoghi d’incontro, meglio che la posta o la farmacia, si potevano ascoltare le consuete lagnanze, tra una domanda e l’altra del macellaio: un tempo così non capitava da decenni… un tempo così variabile non è mai capitato… speriamo arrivino il sole e più caldo… la televisione dice che il bello deve ancora venire… il tempo non si può controllare… e ancora… si sa il tempo fa quello che vuole, non si è mai sposato

Eravamo allo sbando stagionale…

Non c’erano segnalazioni di presenza di funghi, cosicché i soliti cercatori – sempre assatanati al riguardo – si arresero. L’attività ludica all’aperto dei bambini, con i loro tradizionali vocii e schiamazzi si arrestò.

Le inizitive sportive, solitamente ben programmate e coinvolgenti, che riguardavano sia tennisti sia calciatori, sembrarono sparire.

Perfino le attività al coperto, hochey su pista, smisero di colpo.

I mercatini di prodotti locali, solito appuntamento annuale per gli amanti della gastronomia di montagna, non si presentarono alle date usuali.

Anche le iniziative indoor di tipo culturale fecero fatica a trovare partecipanti.

Colpì l’attenzione di alcuni osservatori la situazione delle tre istituzioni storiche: la messa in parrocchia fu celebrata solo nei giorni festivi (ma qui anche per altri motivi dovuti alla curia, non essendoci più un prete di stanza), il consiglio comunale venne sospeso dal sindaco che nel frattempo si trasferì in una vicina località balneare alla ricerca del sole e di tranquillità e l’associazione consumatori, molto presente tra i paesani, venne sciolta, ad majora.

Scherzi del freddo agostano? Non penso sia stato solo quello. Ma una cosa era sicura: faceva freddo assai.

Passarono i primi giorni di agosto e ancora faceva freddo, freddo, freddo.

Il cielo si schiariva, poi si annuvolava, poi si vedeva uno squarcio di sereno, poi tornava il nuvoloso, con colorazioni grigio scuro, cielo plumbeo.

In certi momenti, pur consapevoli che sopra le nuvole stava il sole a campeggiare, si temeva il peggio. Quando si alzava l’aria fredda e aggressiva, capitava di sentirsi sferzati in viso da qualcosa che poteva essere una frasca gelida e a tratti bagnata.

Ecco che si correva rapidi, rapidi, rapidi in casa al sicuro.

Si abbassavano saracinesche, persiane e si chiudevano i battenti.

Pioveva, pioveva, pioveva. I vecchi pluviali traboccavano e mettevano in luce tutti i loro punti deboli. Sui tetti, la presenza di erba e foglie, vicino ai lucernari, ostacolava il fluire dell’abbondante acqua, formando piccoli acquitrini aerei, premessa per inevitabili e costosi interventi di manutenzione.
L’andirivieni anomalo di topi dalle piccole dimensioni, già era un dato che incuriosiva non poco i paesani. I piccoli roditori si comportavano come fosse in arrivo l’inverno e andavano e venivano per procacciarsi minuscoli gusci o noci selvatiche. Lo facevano anche di giorno, poi si nascondevano negli anfratti.

Insomma vivevamo un robusto anticipo di stagione fredda, fuori stagione.

Innanzi a noi si vedevano meno le scorribande di caprioli, di solito ben presenti per nutrirsi di erba fresca.

Il tormentone più in uso era: Ma quando torna il bel tempo? Ma quando potremo riprendere le passeggiate?

Ed in effetti, era evidente come anche le tipiche passeggiate nei boschi avevano subito una decisa battuta d’arresto.

Dai vicini sentieri che portavano verso gli alti boschi cedui, partivano di rado escursionisti o semplici amanti delle passeggiate nel bosco.

E fu proprio questo pensiero che ci accompagnava che ad un certo punto ci fece scorgere un cambiamento all’inizio di uno dei sentieri più noti.

Riguardava la panchina ben visibile da lontano. Essa pur autoreferenziale per molte ore al giorno, occasionalmente era sostegno per il viandante ignaro di tanta disponibilità. Era là per lui.

Era la storica panca che stava di solito sola in mezzo al prato e che era un simbolo di beata solitudine, di benefico isolamento, di riposo incontrastato, di rifugio pacifico in mezzo alla natura, silenzionsa e profumata.

Ebbene, non era più così. Si era mossa.

Difficile immaginare uno spostamento tattico disposto da qualche passante.

Difficile credere si fosse spostata autonomamente.

Di sicuro non si era spostato l’albero, che si trova in quel posto da decenni.

Fatto sta che, una mattina di agosto, tra il feddo e la pioggia, la panca è stata vista in compagnia di un vecchio albero. Sodalizio definitivo a quanto sembrava.

Fun senz’altro una sorpresa, almeno per noi.

Il vecchio albero, non altissimo, era stato avvicinato dalla panca, pure in età avanzata.

Ecco che i due, non più curati dai passanti, peraltro spesso distratti da altre cose, avevano deciso di farsi compagnia e di stringere un patto.

Si è senza dubbio trattato di un compromesso: entrambi soli e emarginati, l’albero era stufo di non essere guardato, ammirato, fotografato; mentre la panca, solitamente supporto per chiunque, era stanca di non poter essere utile, di non riuscire ad essere ristoro per qualcuno, occasione di pausa per chi volesse trovare rifugio nel “momento presente”.

Per comune necessità era nata una collaborazione: offrire al passante un momento di pace all’ombra di un vecchio albero, proprio in un periodo in cui, visto il meteo incombente, l’ombra e la pace non erano le cose principali ricercate dalle persone.

E passarono i giorni e le settimane.

Alla fine tornò timidamente il bel tempo, quasi inaspettato. Non fu più caldo, caldo, caldo, ma nemmemo freddo, freddo, freddo. Seguirono giornate di estate, ma con aspetti che facevano pensare all’autunno imminente.

Successivamente albero e panca rimasero insieme, non più in solitudine e distanza, ma accoppiate e unite in un unico scopo: offrire accoglienza e ristoro. Dare un’opportunità, a chiunque.

Siamo al vero autunno. Il tempo rimane variabile, ma il sole insiste nel voler uscire tra le nuvole, se non altro a ricordare chi effettivamente governa.

Agli occhi attenti di chiunque osservi, ancor oggi, appare una tenera abbinata di legno, tra il legno vivo di un vecchio albero e il legno usato, intagliato e verniciato di una vecchia panchina. Entrambi più vigili di qualunque passante e più accoglienti di moltissimi umani.

Lo dimostra la loro attuale immagine: distanti quanto basta, vicini il necessario, anzi, vicini,vicini, vicini.

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Citazione: da L’oro interiore di Anselm Grün – Ed. Saint Pauls

Immagini: foto e galleria by GiFa 2021


Cucciolo …

… sei la cosa più bella che mi sia mai accaduta…

Non è per emozioni o pensieri. Non è per solo ricordo e conseguente ripensamento. Ma è per amore e visione. Per visione d’amore.

Non c’è altro da aggiungere. Il brano del mio cantautore preferito è troppo bello e significativo.

Vale sempre, di padre in padre. E’ dichiarazione d’amore e progetto di vita.

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Mio cucciolo d'uomo, così simile a me, 
di quello che sono vorrei dare a te
solo le cose migliori e tutto quello che ho imparato dai miei errori, 
dai timori che ho dentro di me.
Ma c'è una cosa sola che ti vorrei insegnare:
è di far crescere i tuoi sogni e come riuscirli a realizzare.
Ma anche che certe volte non si può proprio evitare
e se diventano incubi li devi sapere affrontare.
E se ci riuscirò un giorno sarai pronto a volare,
aprirai le ali al vento e salirai nel sole.
E quando verrà il momento spero solo di ricordare
che è ora di farmi da parte e di lasciarti andare.
Mio piccolo uomo, così diverso da me
ti chiedo perdono per tutto quello che
a volte io non sono e non so nemmeno capire perché.
Non vorrei che le mie insicurezze si riflettessero su di te.
E c'è una sola cosa che io posso fare: 
è di nutrire i tuoi sogni e poi lasciarteli realizzare.
Ma se le tue illusioni si trasformassero in delusioni
Cercherò di darti la forza per continuare a sperare
E se ci riuscirò un giorno sarai pronto a volare.

Eppure certe volte mi sembra ancora solo di giocare
alle responsabilità, alla casa da pagare.
Forse fra quarant'anni anche mio figlio mi domanderà
"Ti sembrava solo un gioco papà, tanto tempo fa".
E se ci riuscirò un giorno sarai pronto a volare
aprirai le ali al vento e salirai nel sole.
Ma quando verrà il momento spero solo di ricordare
che è ora di farmi da parte e di lasciarti andare.

Citazione: da Diario 2021 di Gianni Faccin – Gedi 2021

Immagine e premessa by GiFa

Versi: da Il mio cucciolo d’uomo di Eugenio Finardi da album Millennio 1991


L’Amore è Forza

L’amore non guarda con gli occhi ma con l’anima.

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Di questi tempi abbondano sempre di più le occasioni di auto apprendimento e auto riflessione, basta cercare sui social, ce n’è per tutti i gusti. Ci sono anche i corsi per apprendere l’amore. In questo caso viene definito da qualche esperto una ‘competenza’. E certamente si tratta di qualcosa che si impara, che si vive e si sperimenta.

A me piace pensare che sia una “forza”. Di sicuro è un qualche cosa di non ben definibile, ma è la parola “forza” che più si attaglia all’amore, questo sentimento che fa girare tutto l’universo.

La forza dell’amore si declina in diverse modalità. Per esempio nella “distanza”. Quella qualità che è senz’altro un modo di vivere il sentimento, ma che va oltre, rappresentando qualcosa di più e di distinto. Ti spinge a cercare qualcosa o qualcuno, e nel contempo ti fa scegliere di tenere una posizione di distacco, per rispettare i tempi altrui, i sentimenti altrui.

E’ distanza silenziosa e nello stesso tempo di attesa. C’è aspettativa, ma rispettosa e fiduciosa. Non c’è ossessione o ansia, non c’è calcolo e non c’è paura. C’è invece presenza fatta di serenità e fiducia. E’ insomma una molla e anche un freno ben calibrati insieme.

“Come con un figlio cresciuto. Desideri il suo contatto più di ogni altra cosa. Speri di essere cercato, di venire chiamato. Sospiri per ogni possibile difficoltà, anche solo immaginata. Lo cerchi e poi, quando si fa trovare, ti sospendi e non fai quelle domande che avresti voluto fare, cambi argomento e … respiri il suo respiro … pur lontano. Ed è allora che senti la “forza” e scopri che è scambiata, è reciproca perché a doppio senso di marcia.

… Amore è anche un “sapore”. Può essere amaro perché tuo figlio ti dice qualcosa che non vorresti mai ascoltare e che accetti tuo malgrado. Ma può essere anche estremamente dolce e gradevole, quando guardandoti negli occhi o ascoltandoti al telefono ti esprime la sua essenza fatta di sogni, desideri, non solo di preoccupazioni o malesseri. E ti dona se stesso. Lo fa invitandoti a specchiare la tua anima nella sua”. (*)

È la forza dell'amore quella che non fa dormire 
Finché il sole con l'alba non verrà 
Con la forza dell'amore sognavamo di suonare 
Più che per voglia per necessità 
E le ore ad aspettare che i tuoi si decidessero a partire 
Per rubare un po' di felicità 
Ma la forza dell'amore non si fermerà.

Citazione: da frasi di William Shakespeare

Foto by GiFa: opera di Angela Canale (Raggio di luce 2021 – particolare)

Riferimento testo (*): da Diario 2021, Gianni Faccin – Gedi 2021

Versi: dal brano La forza dell’amore di Eugenio Finardi, tratto da album La forza dell’amore 1990