Sorellina

Una sorella è un pezzo del tuo cuore che vive in un’altra persona …

Non è arrivata dalla porta, non ha suonato il campanello. La panciona della mamma è tornata una pancina. Benvenuta sorellina …

È l’affettuoso diminutivo che abbiamo sempre usato. È capitato anche in questi giorni. Come quella volta durante il Covid-19: Sorellina! Ho esclamato, e tu guardandomi dritto negli occhi, che in entrambi emergevano da mascherine poste malamente, hai risposto: fratellone!

Già questo incrocia il nostro essere veramente fraterni, ma anche la nostra storia.

Ovviamente per me lei più piccola e per lei io più grande.

Quando avevo 5 anni, sei arrivata tu a riempire, non inaspettatamente, la vita di mamma e papà e anche la mia. Solo che io non ero così “ometto” come recitava spesso mamma. Ero un bambino al quale si voleva dare importanza, ruolo attivo, responsabilità.

Ho deciso di non giudicare questa cosa, è andata così.

L’hai tanto voluta questa bimba, dice ancora oggi nostra madre.

Sono stato preparato minuziosamente al tuo arrivo, forse perché non ci fossero differenze di attenzione, gelosie, invidie, o altro. Insomma per agevolare la novità.

Ad un certo punto non so che cosa io pensassi. Ma mi era chiaro che stava succedendo qualcosa di molto importante.

Ero emozionato (paura?) e fremente anche di curiosità.

Ricordo solo pochi dettagli di quell’estate … In particolare i discorsi e le preghiere di mamma prima della tua nascita. Non credo sia stata una gravidanza facile.

Poi ricordo che rimasi da solo a casa con nonna Giustina e siccome questo era un fatto inusuale era evidente, a me bambino, che c’era qualche cosa di strano nell’aria che stava evolvendo. Non si vedevano le stesse cose di tutti i giorni. Non si respirava la stessa aria. Mamma non c’era a casa e papà non si capiva dove fosse. Nonna faceva discorsi evasivi. Io giocavo in quello che sarebbe poi diventato cortile. Oggi ho capito che mi stavo distraendo e cercavo di riempire il tempo dell’attesa.

Non so perché, ma giocando in solitaria, mi pareva ci fosse aria di festa.

La nonna si teneva, ma era chiaro che c’era apprensione per la figlia e esultanza per la nascita imminente della sua prima nipotina. Sicuramente anche timore che le cose non andassero bene.

Poi, al tuo arrivo, ricordo la prima visita in ospedale a Thiene, tu eri placida e tranquilla nella tua postazione di vetri. Tutto lasciava ben sperare.

Nei primi mesi, a casa, mamma mi coinvolgeva in tutte le incombenze di cura che ti riguardavano.

Non ricordo gelosie o altro.

Ma quando avevi circa dieci mesi, durante una notte ci fu una grande subbuglio in casa al piano superiore. Stavi male e non si sapeva che cosa fare. Papà, agitato ma non lo voleva far vedere, si dava da fare per chiamare qualcuno. Non tutti avevano il telefono. Mamma era disperata. Non avendo automobili ed essendo notte, grazie all’intervento provvidenziale di una giovane pediatra ospedaliera [*] riuscisti a venirne fuori con sollievo dei nostri genitori e anche mio, perché avevo pensato che avresti potuto cambiare idea e ritornartene da dove eri venuta.

Invece non era così. Ci volevi mettere alla prova per capire se veramente ti avevamo desiderato. E dopo averlo verificato decidesti di restare.

Ne furono felici anche la pediatra, i parenti e tutto il vicinato.

Da quel momento, dopo una specie di tirocinio, io venni nominato in pianta stabile tuo “protettore”, da parte materna. Non ricordo di aver sentito pronunciamenti paterni al riguardo. Ho sempre pensato che fossi di più la sua “figlietta”. In effetti il vestito di fratello maggiore lo sentivo un po’ stretto, ma francamente non mi dispiaceva questa responsabilità. L’idea di protettorato durò per anni, e sono convinto che per nostra madre sia ancora un po’ così. Invece non ho mai capito che cosa ne pensassi tu di questa” tutela” dichiarata.

Oggi, io vedo questa cosa come un’esperienza che ci ha fatto crescere e restare legati, senza giudizio e con comprensione reciproca.

Anche con equilibrata distanza.

La trovo anche divertente a discapito delle incertezze di un tempo.

Infatti le vicende successive, soprattutto quelle adolescenziali, mi affrancarono da questo ruolo, e ciò perché ognuno di noi si costruisce giustamente una propria strada affettiva e di esperienze personali.

Ci si emancipa.

Come che sia, oggi rimane, e non è poco, il sapere che ci siamo, io per te e tu per me, nel rispetto reciproco, nel dialogo che è aumentato con l’età.

Sono passati diversi lustri e su certi aspetti dobbiamo fare ancora strada, e sto pensando a me, ma in “famiglia estesa” riusciamo ad ascoltarci molto e questo consolida i nostri vincoli d’amore.

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Citazione: da fonte anonima in https://aforisticamente.com/

Immagini: dal repertorio familiare

Note: [*] Dott.ssa Silene Thiella, nota professionista di Schio – medico pediatra, neuropsichiatra e scrittrice

Testo: pezzo riordinato e aggiornato dal libro Diario 2021piccole storie molto personali (in parte transpersonali) di Gianni Faccin – GEDI 2021


The little bird

... Felice mi spargo nell’atmosfera: abbandono le fatue passioni e mi spingo in alto a purificarmi
verso la regalità dei cieli

Oggi giorno è di pioggia e non svolazzi come al solito, apparentemente senza meta.

C’è anche vento forte e non si sente il tuo cinguettare, che ai più non pare mancare.

Eppure i tuoi concerti gratuiti sono ben presenti a tutte le ore del giorno.

Rivolti a tutti da mane a sera.

Oggi sarai nascosto tra i rami di qualche folta pianta, solo o con altri uccellini.

Oppure sarai in uno dei tuoi rifugi fatti di cemento da cui entri ed esci dalle fessure che il tempo e le intemperie hanno provocato.

I tuoi movimenti incuriosiscono e consegni a noi umani il senso della vita facendoci rivolgere lo sguardo alla nostra interiorità spesso rivolta a questioni non del tutto importanti.

Tu voli libero e veloce, con una meta che a noi sfugge.

Guardi all’essenziale e affronti i bisogni del momento.

Rincorri le necessità tue e di altri, ma rimani libero.

Incuriosiscono anche i tuoi “non movimenti”, dal momento che il brutto tempo consiglia di fare riposo, prendere pausa, stando nascosti.

Dove sarai? Come ti muoverai? Avrai un programma?

Ti ho incontrato ieri, vicinissimo, è mi ha impressionato che subito non sei volato via. Mi hai osservato, misurato, e cos’altro?, e poi ti sei spostato su altri rami per poi volare altrove.

Noi pensiamo spesso che la vita di un piccolo uccello non abbia senso. In verità rappresenta una libertà meravigliosa, al punto che val la pena d’essere ammirata e descritta. A saperlo cogliere, il volo e i movimenti suoi assumono contorni più luminosi di un giorno azzurro e senza nuvole.

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Citazione: da Libero come un uccello di Teodoro De Cesare (Poesiaeracconti.it)

Immagine: Bird by Pixabay


Quando qualcosa finisce

… uno scopo più grande e una soddisfazione maggiore nel tempo che ci rimane …

Quando qualcosa d’importante finisce, nel ripensarci mi succede di abbinare quanto è avvenuto ad un distacco esistenziale di rilevante portata. È automatico. Il pensiero mi torna immancabilmente a quel fenomeno che ci riguarda tutti, ma proprio tutti. Nessuno ne è esente: persone semplici e normali, poveri e ricchi, fragili e potenti, persone sconosciute e persone note, che sono sulla bocca di tutti oppure sui media, quasi che questo servisse loro ad esorcizzare pene e destini. Alla fine sui media succede anche che questo fenomeno venga spettacolarizzato, quasi che il processo mediatico ne impedisse l’amara realizzazione. Mi riferisco alla morte, quella parola che i più non amano pronunciare e dalla quale si tende tutti a fuggire.

Sembra sia una cosa dell’altro mondo, invece è di questo mondo e fa parte della nostra vita.

Mi torna in mente sempre più spesso questa “cosa” che, non trovo comunque agevole trattare. Forse dipende molto dal tempo che passa e che in occasione degli ultimi miei anniversari mi rende consapevole che la famosa piramide della vita anagrafica si sta avvicinando al vertice. Un vertice non noto, che nessun GPS è in grado di localizzare, ma che – lo spero ardentemente – mantenga la posizione preventivata, almeno quella stabilita statisticamente. Ed è questa una concausa della mia situazione attuale in cui sento chiaramente che la mia anima ha fretta. Una fretta che sento però di dover arginare. Probabilmente devo a questa fretta il desiderio di trovare chiarezza ed equilibrio nel mio vivere il presente che si costruisce giorno per giorno. Consapevolmente.

Ma alla fine (appunto, alla fine) è il tema della morte che condiziona, in positivo e in negativo, la vita. Sia che ne siamo coscienti, sia che non lo siamo. La differenza la facciamo veramente se affrontiamo il fenomeno.

Per esempio si tratta forse di dare più spazio a quanto ci può essere di positivo. Ma come fare?

Ecco, io credo che si possa fare, ma non è scontato, infatti occorre prepararsi a questo, lavorarci, non subire in passività, con vittimismo o qualunquismo …

La testimonianza più grande è quella di persone che hanno affrontato la morte consapevoli di stare per andare via, per motivi d’età, appunto, o perché persone molto malate o malate terminali.

Tra quanto ho letto di recente mi è piaciuto molto un racconto (storia vissuta) che parla di una relazione tra una badante e una vecchia signora malata, ormai in fase di fine vita.

È interessante questo discorso perché, magari non ci rendiamo conto, siamo circondati da una “cura della persona”, soprattutto anziana, diffusissima sul territorio. Tra le altre cose siamo sempre prevenuti quando si parla di stranieri, ma sono soprattutto le donne straniere a fare le badanti e ad occuparsi di chi sta male, spesso prendendosi cura dei nostri cari.

Ecco un brano tra i tanti toccanti presenti nel famoso libro Vorrei averlo fatto (*): “Essendo cresciuta prima in una fattoria per l’allevamento del bestiame e poi delle pecore, avevo visto tanti animali morti o in fin di vita. Non era una novità per me, sebbene fossi sempre terribilmente sensibile alla cosa. Ma la società in cui vivevo, la società moderna della cultura occidentale, non esponeva la sua popolazione al contatto con i corpi morenti. Non era come in certe culture dove la morte umana avviene allo scoperto ed è una parte evidente della vita quotidiana. La nostra società ha tagliato fuori la morte, negandone quasi l’esistenza. Questo rifiuto lascia sia la persona morente che la famiglia, o gli amici, del tutto impreparati a qualcosa di inevitabile. Siamo tutti destinati a morire. Ma invece di riconoscere l’esistenza della morte, cerchiamo di nasconderla. È come se cercassimo di convincerci che ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’ funzioni davvero. Ma non è così, perché ci ostiniamo nel tentativo di affermarci attraverso la vita materiale e i comportamenti dettati dalla paura che ne conseguono”.

Fin qui il presupposto. E ora ecco il passo decisivo: “Se riuscissimo a rapportarci in anticipo e con sincera accettazione alla nostra inevitabile dipartita, allora cambieremmo le nostre priorità prima che sia troppo tardi. In questo modo avremmo la possibilità di volgere le nostre energie verso i veri valori e verremmo guidati da ciò che vuole veramente il nostro cuore. Una volta riconosciuto che ci resta un tempo limitato, sebbene non sappiamo di quanto si tratti, siamo mossi meno dall’ego e smettiamo di dare importanza a ciò che gli altri pensano di noi. Riconoscere che ci avviciniamo inevitabilmente alla morte ci dà l’opportunità di trovare uno scopo più grande e una soddisfazione maggiore nel tempo che ci rimane”.

Un vecchio personaggio della televisione (*) direbbe: “Meditate gente, meditate”.

Quando qualcosa finisce, resta sempre un peso.

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Citazione: da Vorrei averlo fatto, di Bronnie Ware – Ed. MyLife 2015

Immagini: in evidenza Sunset by GiFa2023 – sotto il testo Lightness da repertorio GiFa2014

Note: (*) Mi riferisco a Renzo Arbore, compleanno qualche giorno fa, ha compiuto 86 anni. Nato a Foggia il 24 giugno 1937, può essere definito a pieno titolo il maestro dell’intrattenimento italiano. Non c’è campo dello spettacolo che non abbia attraversando, lasciando il segno. Fonte Fanpage.it


Sette giorni insieme

Settimana di stacco

Non sono pochi sette giorni, eppur son volati via …
Eravamo nella nostra casetta vicinissima al Trasimeno, tutta in uno con il minuscolo centro cittadino, dal quale si poteva intravvedere il lago con due delle sue isolette verdi che sembravano galleggiare su di un calmissimo specchio ora verde ora azzurro.

Abbiamo lasciato ogni mattina la nostra casetta e la sua piazzetta per prendere confidenza con il lago e i suoi magici riflessi.
Abbiamo fatto lunghe passeggiate e alla sera siamo sempre tornati stanchi ma contenti, già desiderosi di prepararci per il giorno successivo.

La casetta è diventata un rifugio ove trovare riposo.

Tornare è stato sempre un sollievo ed abitare in questa casetta un sogno. Siamo stati molto bene e ci è parso di essere veramente “a casa nostra”, tranquilli, rilassati e al sicuro.

C’è un vecchio pezzo dell’epoca dei cantautori che mi torna sempre in mente in certe occasioni come quelle che si vivono in vacanza. Non so perché. So soltanto che mi vengono automaticamente in mente note e parole. E a quel punto mi chiedo: che c’entra questa canzone con quanto sto vivendo?

Forse questa canzone è una di quelle che mi hanno sempre accompagnato nella realizzazione di alcuni miei desideri … È una canzone del duo Loy & Altomare, “Quattro giorni insieme” (1974) che dice tra l’altro: … non ci annoiavamo mai. Sempre uniti insieme noi ci amavamo allegramente ed alla fine di ogni volta ci piacevamo un po’ di più. … C’era in ogni tua espressione quell’entusiasmo che tira su. … Stavi infondendomi la voglia di prender tutto come viene e di non chiedersi mai perché. Quattro giorni insieme senza mai avere dei contrasti senza un minuto di stanchezza contenti solo di star così.

Ecco, questi sette giorni sono stati proprio così. Quindi, da ripetere ben presto …

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Immagini: in evidenza Particolare portale casa a Tuoro (Reginetta), foto AnCa2023; in galleria Trasimeno da sopra, foto AnCa2023 – Giallo dal traghetto, foto GiFa2023 – Isola dall’isola, foto GiFa2023 – Riflessi, foto Gifa2023 – Galleggiante, foto Gifa2023

Riferimenti nel testo: brani dalla canzone Quattro giorni insieme di Loy & Altomare tratti dall’LP Chiaro del 1974


Rimpiangere?

La vita è qui da vivere e non da rimpiangere …

Rimpianto ha che fare con il ricordo. Infatti è il ricordo nostalgico e dolente di persone o cose perdute, o di occasioni mancate. Deriva dal verbo rimpiangere che significa rammentare una persona o una cosa con desiderio e nostalgia, ma insieme con la consapevolezza – spesso dolente – di non poterla avere più perché perduta o scomparsa, trascorsa o irrecuperabile. Fin qui le definizioni. Mi capita spesso di sentirne parlare dalle persone che incontro.

Ho però la sensazione che ci sia confusione tra rimpianti e rimorsi. Questi ultimi sono tutt’altro. I rimorsi sono i turbamenti che sgorgano da un errore compiuto nel passato recente o remoto, da qualcosa che si è fatto e che ha portato infelicità o dolore a noi o ad altri. Da qualcosa che si vorrebbe non aver mai fatto. Un’azione che, secondo l’etimologia, ci rimorde, che azzanna la nostra coscienza ogni volta che ci ripassa sopra, una consapevolezza tormentosa. Questo fa distinguere appunto i rimpianti che nascono da ciò che è andato perduto …

Sento anche dire: non voglio avere rimpianti! Desidero vivere senza rimpianti! Ecco, credo sia assai difficile che si realizzi una vita senza rimpianti, e lo stesso senza rimorsi. A chi non capita di perdere qualcuno e qualcosa a cui, tornando indietro, avrebbe voluto aver dedicato più tempo e più cura? E a chi non capita di aver sbagliato e, tornando indietro, non avrebbe averlo fatto? Ci sono domande che ci inseguono e talvolta ci mettono in crisi. Anche nel lungo termine. Credo che i veri rimpianti, quelli che contano veramente, possano presentarsi a noi nei momenti difficili o nei momenti più delicati nella nostra esistenza. Pensiamo a chi è in punto di morte ed è presente (cosciente) alla sua fase esistenziale. Bronnie Ware ne ha scritto in un noto libro in cui descrive i cinque rimpianti più grandi delle persone che stanno morendo. L’autrice ha lavorato come assistente ai malati terminali.

E prendiamo in visione questi “rimpianti”:

  • Vorrei essere stato coraggioso nell’esprimere i miei sentimenti;
  • Vorrei essere rimasto in contatto con gli amici;
  • Vorrei essere stato fedele ai miei principi e meno alle aspettative altrui;
  • Vorrei non essermi dedicato troppo al lavoro;
  • Vorrei essermi dato il permesso di essere felice.

C’é un verbo in comune in tutti i cinque rimpianti: “vorrei” … È un verbo condizionale. Significa che quello che volevo (o voglio) non si è potuto realizzare (non può realizzarsi) perché sono mancate (mancano) delle condizioni personali o contestuali. Ed è questo vorrei che da un lato pone un limite all’apparenza invalicabile, e dall’altro fa esplodere rimpianti, spesso a scoppio ritardato.

Come che sia, prendendo in carico a ritroso i rimpianti suddetti aggiungerò le riflessioni personali nei pezzi di questo blog che seguiranno.

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Citazione: da Frasi di Max Pezzali

Immagine: Train by Pixabay

Riassunto: by Carlo Emilio Gadda

Riferimenti nel testo: definizioni da Treccani.it – Fanpage.it – Meglio.it – Carmen Laval

Riferimenti libro: da Vorrei averlo fatto – I cinque rimpianti più grandi di chi sta per morire di Bronnie Ware – 2012 Ed. MyLife


Ieri ho incontrato …

Un mestiere dove l’utile non si distingue dal bello e dove è richiesta una lentezza, sovente raffinata, ha qualcosa in comune con l’arte.

Ieri (in verità diversi giorni fa) ho incontrato il mio gruista.

Era fiero, tranquillo, impavido, sicuro e perfino elegante.

Era tutto quello che non avrei mai pensato.

E non mi sarei mai aspettato un incontro come questo.

L’occasione ha avuto il sapore di una improvvisata, di una casualità.

Ci siamo visti, guardati e parlati. Capiti. Salutati.

Nell’antica Roma dicevano Per il savio basta una parola, divenuta proverbio, ripreso poi da Boccaccio nella sua opera massima, che è arrivato ai nostri giorni con A buon intenditor poche parole.

In questo caso i record sono stati ampiamente superati.

Sono sicuro che il mio gruista rappresenta un mondo del lavoro in cui vengono investite le migliori doti umane. Non solo di attenzione, precisione, prudenza, abnegazione, ma anche di passione, orgoglio, capacità di valutazione, di assunzione di rischi, gestione degli imprevisti, capacità direttive. E assunzione di responsabilità nell’essenzialità. Anche delle parole da usare.

Non conoscevo i compiti del gruista. Egli rappresenta un ruolo cardine nelle ditte edili e portuali. Dove sono in funzione le gru. Questa figura ha il compito di caricare, scaricare e trasportare materiali di diverse tonnellate e container per brevi tragitti, governando un braccio meccanico.

Ho visto all’opera il mio gruista e sono rimasto di stucco.

Purtroppo non è più mio, ora è di qualcun altro che abbisogna dei suoi servizi.

Altre persone a cui dedicare capacità, passioni e … poche parole ma chiare e perentorie. Financo gentili.

Da questo incontro sono tornato molto colpito, per tutto.

Spesso non sappiamo che cosa passa sopra le nostre teste. Se ci fermassimo a osservare potremmo anche spaventarci.

scarico materiali

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Citazione: da Frasi di Fabrizio Caramagna

Foto in evidenza e in chiusura del pezzo: By GiFa 2022


Ritorno a casa?

… se Paradiso unisce l’intelligenza dell’uomo all’intelligenza della natura …

C’è una città che mi fa sentire a casa ogni volta che ci torno. Ci sono andato tante volte, ho perso il conto. Da solo, in coppia, in compagnia. Ogni volta andarci è come pensare ad un Paradiso. Ripartire dispiace ma non troppo perché senti che ci ritornerai presto.

Oggi il solo pensiero di Assisi mi fa sentire a casa. Nonostante la lontananza. I ricordi sono vividi. Ci sono stato come visitatore e turista, come fervente religioso, come fervente scettico, come dubbioso, come ricercatore di qualcosa di autentico e di superiore, come distratto camminatore, come ispirato meditatore.

Sto scrivendo queste cose e sento dentro di me non solo il desiderio di tornarci presto, ma anche la certezza che entro l’autunno ci tornerò.

Assisi: Francesco è sempre qui, diceva una nota giornalista di turismo. (1)

Eppure Assisi mantiene intatta la sua particolarità di piccola città mondiale della fede e dei valori universali. In effetti tutto in questa città di neanche 30.000 abitanti, il cui nome pare derivare dal nome del torrente che l’attraversa (2), è costruito e vive attorno a quanto ha lasciato il “poverello” ed è impossibile non restarne coinvolti, sia che si creda sia che non si creda. Direi anche sconvolti se ci si immedesima solo un po’ nelle sue tracce.

E’ anche straordinaria la fusione tra arte e religione, come anche tra natura e spirito: in tante chiese e in tanti eremi e conventi, nonché nel recente nuovo “Bosco di San Francesco”, vi si possono trovare moltissimi spunti di riflessione e meditazione.

E dopo il viaggio quello vero, quello dentro di me stesso, come sempre, corro al ristoro, come quello di chi torna a casa, e pensa alla strada che ha percorso e a quella, lunga e impegnativa, che deve ancora affrontare.

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Citazione:  da Cambiamento Sociale oggi, di Gianni Faccin – Note ispirate da Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto ed. Marsilio

Immagini: Terzo Paradiso in Bosco di San Francesco Assisi – by GiFa 2018

Testo: da Ora ti ascolto … e poi? – di Gianni Faccin – Gedi 2022

Note: (1) Monica Guerrieri – TCI; (2) Wikipedia: La città umbra ebbe il nome di Asisium e fu monumentalizzata a partire dal II secolo a.C. Nell’89 a.C. divenne municipium e fu un importante centro economico e sociale dell’Impero romano. Il suo toponimo ha origini prelatine, e conservando un’incerta etimologia, viene interpretato in due differenti modi. Città del falco, o dell’astore oppure dalla base latina ossa ovvero torrente con ovvio riferimento al fiume Assino.


Anche le panche hanno un’anima

Torno a parlare di panche e panchine e con questo pezzo chiudo la serie …

Una mattina, al mio risveglio, mentre preparavo il caffè, notai come la vecchia panca ancora in buono stato, si fosse leggermente spostata dal suo posto abituale, vicino ad un albero amico, forse per prendere una pausa. Non mi sono preoccupato della cosa perché è capitato spesso che qualcuno la spostasse di qualche metro per trovare una migliore posizione panoramica. E’ divenuta una consuetudine che si ripete ormai da anni annorum.

Sta di fatto che da qualche tempo un tagliaboschi lavorava a ripulire lo spazio circostante e confinante con il sentiero che dà accesso al bosco ceduo di pini e abeti. Ogni giorno alla stessa ora, quando mi accingevo a preparare la moka per il caffè, iniziava il lungo e intermittente lamento della motosega, certamente un fastidio da vicino, ma una simpatica compagnia sonora da lontano che comunica che “c’è attività, ergo c’è vita”.

E’ bello osservare come quel sentiero, dapprima libero e distinguibile da lontano, si addentri dolcemente nel folto della boscaglia che gradatamente diventa come una grande parete rocciosa frastagliata e colorata di verde di svariate lucenti tonalità, man mano che si alza il sole.

Recentemente sono successe alcune cose che mi hanno confermato quanto già pensavo in passato: anche le panchine hanno un’anima.

Circa dieci giorni or sono il taglialegna agì con forza sull’albero amico. Ne fece legna da ardere. Quella pianta, forse malata, non c’è più. Rimangono i suoi pezzi diligentemente accatasti nelle vicinanze a fare legnaia. Non me ne accorsi subito ma a cose fatte.

Dispiace quando avvengono fatti così definitivi, ma è il senso del “ceduo”. E poi mi sono chiesto: e la panchina sua compagna di vita?

Infatti anche la panchina non era più nella zona usuale, si trovava più in alto lungo il sentiero quasi all’imbocco del bosco. Nell’immediato mi è parsa una fuga, ma non volevo drammatizzare.

Senza tirare conclusioni ho deciso così di controllare la nuova escalation giorno per giorno, anche perché il punto in questione, pur essendo lontano, si trova ben visibile esattamente di fronte al mio punto di osservazione.

E’ così che oggi, mentre scrivo, siamo agli inizi di settembre, ecco una nuova sorpresa: la panchina è sparita, se ne è andata, ha cambiato posizione perché probabilmente non ha accettato l’affronto fatto all’albero amico e secondariamente a essa stessa.

Ho chiesto in giro. Chi mi ha preso sul serio stando al gioco ha detto che forse si è stufata di essere usata, di essere spostata a seconda dei comodi altrui. Di essere allontanata dal suo habitat naturale, di non essere rispettata nei suoi spazi personali.

Non stento a credere a queste possibilità, ma mi sembra più credibile che la vecchia panchina abbia cambiato idea e si sia spostata in altra zona ove vi fosse più sintonia tra le componenti della natura.

Legno chiama legno?

Il problema è che ora ci sono sempre meno persone sulle panchine?

Troppi segreti da portare? Infatti si dice che i parchi siano pieni di segreti: sentono le confidenze che si fanno gli innamorati, gli amici e le persone che si incontrano sulle panchine.

Troppe incisioni da far male? O troppe stronzate condivise?

Sopra la panca la capra campa? Sotto la panca la capra crepa?

Difficile da dire.

Io non so cosa sia effettivamente successo, però ne possiamo derivare che anche le panche nel loro legno hanno un’anima.

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Citazione e immagina a cura di GiFa2022


Senza social

Le cose sono due: o sei social o non sei nessuno.

In questi giorni sto cercando di tenere a bada il grande fastidio che continua a crescere in me leggendo o ascoltando quanto sta avvenendo nel mondo virtuale. Lo tengo a bada perché lo sappiamo in tanti quale sarebbe la scelta più ovvia da fare il mese prossimo. Invece io ci tengo ad esercitare i miei diritti e quindi se voglio farlo è meglio che riesca a non farmi condizionare da questo immane senso di fastidio. Mi riferisco in particolare, in questo periodo, ai salotti tv e ai post sui social che dovrebbero essere educativi o almeno utili e costruttivi e non gare di mega-manipolazione, di insulto e di menzogna. Non ci sono soltanto i politici e politicanti, ma anche persone qualsiasi che di tutto parlano, spesso senza sapere di cosa stanno trattando. Sono gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, qui al maschile, ma vale anche al femminile. Cito parzialmente Leonardo Sciascia. Anzi il grande scrittore andava giù di brutto ben di più, ma questo è un altro discorso.

Nei miei piani c’era da tempo l’impegno di limitare il più possibile l’abbeverarmi al pozzo del mondo virtuale. Non ci sono ancora riuscito, ma ho deciso di dare un taglio netto e forte a questo bere. Una dieta ferrea quindi. Purtroppo mi è necessaria perché tocco costantemente con mano quanto sia distante la realtà odierna dall’approccio dei media citati. Spesso vale anche per i giornali che fanno da continua cassa di risonanza. Infatti, e non voglio generalizzare, accade giornalmente che testate storiche e consolidate riportino quanto viene scritto su Facebook, Twitter, ecc. e che spesso non me ne può fregare di meno oppure rischia di intrappolare l’attenzione su questioni di retro bottega.

Oggi il virtuale ci dice che ci sono varie cose da cambiare nel sistema e per questo occorre il nostro voto. In genere sono slogan, luoghi comuni e vere e proprie favole, che, tra l’altro, cambiano nel giro di poche ore. Forse questa frenetica corsa all’autodistruzione potrà divertire qualcuno, peccato però che al contempo ci sono milioni di poveri assoluti e che anche questo dato è in forte crescita, non cresce soltanto il prezzo del gas o l’inflazione. E si potrebbe dire ben di più.

Su questo esempio possiamo trarre la certezza che la realtà è una cosa (le bollette che stanno arrivando a tutti non sono bufale) e quanto tutti leggiamo o raccontiamo sui social è un’altra cosa che ci distrae e ci porta fuori partita.

E poi se non si scrive qualsiasi cosa sui social non ti senti parte della società. Non sei protagonista. In definitiva credo che ormai o possiedi un profilo social e non esisti. Riguarda chiunque, ad ogni età.

Penso che sia importante, non soltanto per me, non sprecare più di tanto energie e tempo per concimare il mondo social, riuscendo invece a ripristinare le vere app che contano e che, a mio parere, partono dai bisogni autentici di ognuno. Da dentro di noi.

Nel mio caso sento bisogno di prendere la distanza in modo deciso dal virtuale di massa e di dedicarmi a ciò che conta veramente e che può avvenire nell’incontro reale tra le persone. In quella che considero la connessione autentica, riuscire per esempio nella vita di tutti i giorni ad essere più assertivo ma anche più vitale e di stimolo con gli altri.

Dunque meno virtualità e più attenzione alle relazioni: cercare di sintonizzarmi con gli altri, ascoltando attivamente, rispettando i diritti di chi mi sta innanzi facilitando il reciproco arricchimento interiore; nello scrivere e nel parlare raccontando e raccontandomi in modo semplice e chiaro in ogni occasione con le parole ma anche con ogni altro mezzo disponibile; esprimermi al meglio, mostrando le parti di me, dichiarando i miei stati d’animo; instaurare relazioni soddisfacenti puntando alla condivisione di bisogni, valori e obiettivi.

Senza social si può vivere e vivere bene.

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Citazione: da codencode.it/essere-o-non-essere-social-siamo-liberi-di-scegliere/

Immagine: eyes by Pixabay

Riferimenti nel testo: Il giorno della civetta – Leonardo Sciascia – Gli Adelphi


So

Credere è “accogliere tra le proprie convinzioni o opinioni, per intima persuasione, per adesione spirituale, per un atto di fede; dare credito a qualcosa, ritenerlo vero …”

So.
So che ci sei, esisti e governi tutto.
Sì che abbiamo bisogno di Te, tutti.
Facciamo finta di riuscire ad arrangiarci, a fare da soli.
E a campare.
Scarichiamo il lunario ... illusi.
Sento che se non ci fossi tutto non avrebbe senso.
Eppure vorrei capire di più, scoprire di più, ma non è dato a nessuno di riuscirci.
Allora ricorro ai simboli e alle rappresentazioni, ai riti consolidati non sempre cercati.
Ti intravvedo in qualche immagine con cui vieni raccontato, descritto.
Solo in alcune.
In molte altre, quasi tutte, non mi ritrovo.
Non puoi essere così scontato, schematizzato ...
In ogni caso so.
So che ci sei, esisti e governi tutto.


Citazione: da Wikipedia significati

Immagine: donna che crede e prega, by Pixabay