Spello

Fare un po’ di deserto, lasciare di tanto in tanto gli uomini, cercare la solitudine per rifare nel silenzio e nella preghiera prolungata il tessuto della tua anima, questo è indispensabile, e questo è il significato del deserto nella tua vita spirituale.

Ti ricordi?

Se ti ricordi, l’hai senz’altro vissuto e non sarebbero necessarie parole in più per attualizzare valori, ispirazioni, motivazioni, esperienze …

Il titolo avrebbe potuto benissimo essere “Deserto”, ma trovo che “Spello” sia appropriato da ogni punto di vista.

Ci penso spesso, ogni volta che mi accingo ad ascoltare il silenzio o a ricercarlo nella natura, ma anche ovunque ci si possa ritirare per riuscire a tornare ad essere centrati, facendo “deserto” intorno a noi.

In quella cittadina umbra di circa ottomila abitanti, meglio nota come borgo tra i più belli del nostro Paese, risiede un piccolo ma importante centro turistico, ma ancor di più un centro di richiamo alla spiritualità che per decenni ha attratto persone (molti giovani) da tutto il mondo.

Personalmente, l’esperienza Spello è stata un’esperienza di ricerca spirituale e di conoscenza di me stesso alla luce dei vangeli proposti da tanti testimoni e in particolare da Carlo Carretto. (1)

C’era una grande sete di spiritualità negli anni settanta. Come c’è sempre stata. Ma oggi, al di là della caduta – sembrerebbe – di ogni attrazione religiosa, vedo e sento che la sete di spiritualità si è ingigantita e lo provano le tante iniziative che vanno ovviamente in ordine sparso a raccogliere istanze di giovani e meno giovani e a dare continuo stimolo collettivo con iniziative le più disparate.

Francamente, molto spesso è la risposta “commerciale” ad una domanda di senso che necessariamente cresce dal basso e si sviluppa fortemente in un mondo in cui le poche ed usuali certezze sono di fatto scomparse.

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Io sono di quelli che – pur con tanti dubbi e tante perplessità – riesce a mantenere, almeno intimamente, un percorso di riferimento religioso che ha a che vedere con la Fede più che con le liturgie, con la Parola più che con le regole, con le Testimonianze più che con le prediche, con la Vita autentica più che con le tradizioni. E che ha visto (e vede) nell’esperienza di Spello segni di speranza per un dialogo profondo tra diverse anime religiose che vibrano nel mondo, senza che la religione professata diventasse (o diventi) un muro invalicabile. Insomma credo ancora in quell’utopia che a Spello è stata il pane comune. Impegnarsi dal basso e nel piccolo ad aprire finestre e a non ergere muri, in tutte le dimensioni e situazioni  umane.

A Spello c’è stata una buona semina. Eppure l’esperienza ha chiuso ufficialmente i battenti in concomitanza con la chiusura della Fraternità dei Piccoli fratelli del Vangelo. Questo per effetto, come dappertutto in Occidente, della cosiddetta crisi vocazionale.

Cos’è stata la buona semina? Secondo Mariano Borgognoni (2) “Spello è diventata e poi è stata per molti decenni un crocevia di cercatori di fede, di senso, di vita, di accoglienza, di fraternità, all’inizio, nel lontano 1965, intorno alla presenza di Carlo Carretto … Una scuola di semplicità e di speranza che ha orientato tante vite con la testimonianza feriale di un vangelo ridotto all’osso, vissuto in una spoliazione autentica, consumato nella condivisione dei lavori più umili o nel silenzio dei chiostri senza orpelli, o nel cammino pensoso e liberato dalle angosce tra gli alberi dell’altra metà del Subasio francescano, o davanti a un pane spezzato, profumato da fiori di campo, sopra la tavola della Cena.

Fratelli universali sì, ma compiendo scelte nette che mettano dalla parte degli sfruttati, dei sofferenti, dei dimenticati. Di questa fraternità conservo tanti ricordi e tanta gratitudine”.

Buona semina perché, continua Borgognoni, ed è anche il mio punto di vista, “penso davvero che ognuno abbia conservato qualcosa di essenziale di quelle esperienze più remote e più recenti, uno scandaglio, una bussola, una lampada che ha orientato e fatto almeno un po’ di luce sulla propria esistenza. La traccia della buona semina ricorda il presentimento di Francesco. (3) … Tutto questo parla in quest’epoca ad ogni comunità che vorrebbe essere cristiana: l’importante non è pensarsi eterni ma portare qualche frutto buono nel tempo che ci è dato”.

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Citazione: da Le lettere dal deserto di Carlo Carretto – Ed. La Scuola 1964 – brano a pag. 82

Immagine in evidenza: Eremo S. Maria del Paradiso – Spello foto by https://www.iluoghidelsilenzio.it/eremo-di-santa-maria-del-paradiso-spello/;

Immagini nel testo: Soggiorno di gruppo a Spello e Visite ad Asisi (1982) – immagini di repertorio a cura dell’autore; Abbazia di San Girolamo da ttps://www.iluoghidelsilenzio.it/

Note nel testo: (1) Carlo Carretto è una figura di primo piano nella spiritualità cristiano.cattolica eppure è scarsamente conosciuto. È stato un religioso, teologo, e saggista italiano della Congregazione cattolica dei Piccoli Fratelli del Vangelo. Il suo è un profilo molto interessante. Vedere https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Carretto/; (2) Mariano Borgognoni è direttore della rivista Rocca – rivista quindicinale della Pro Civitate Christiana di Assisi; (3) Il presentimento: intimo avvertimento colto da Simone Weil quando passò in Umbria ed arrivò da non battezzata ad inginocchiarsi presso la Porziuncola. Un presentimento di chi venne accolto dalla parte più umile della gente in un impeto di accoglienza e di chiunque cercasse una fede autentica, non convenzionale, non abitudinaria e non estranea alla realtà. È quanto avvenne con S. Francesco secoli or sono ed è quanto è successo nel 2013 con Papa Francesco. In quest’ultimo caso con l’attesa di un nuovo stile di Chiesa maturato dai tempi del Concilio Vaticano II.


Chi ha piantato questo chiodo?

Il “chiodo”, nel linguaggio familiare, indica sempre qualcosa di doloroso e fastidioso: un cruccio, una preoccupazione, un’ossessione amorosa; ma anche, in maniera scherzosa, un debito …

Rimanendo in tema di “chiodi” (con riferimento al pezzo precedente), qualcuno li definisce il simbolo dell’asse cosmico (*). Raffigurano il destino, la necessità. Come diversi simboli del “legame”, ricordiamo la corda, le manette, i nodi, i ceppi, i lacci, i fili, ecc. Quindi il chiodo rappresenterebbe un intrappolamento. Altri affidano ai chiodi un significato che va molto oltre (**). A livello simbolico i chiodi, per il fatto di essere appuntiti, rappresentano e sono in grado di richiamare gli spiriti e le forze oscure che possono rivelarsi negative. Ma i chiodi hanno anche un’altra funzione: quella di fissare. E per questo assumono anche una valenza positiva in determinate circostanze. Varie sono poi le superstizioni sui chiodi che si sono diffuse dall’antichità ad oggi. Si dice per esempio che chi trova un chiodo farebbe bene a raccoglierlo onde evitare disgrazie. Infatti trovare un chiodo è considerato un segno di fortuna. Il chiodo ritrovato andrebbe assolutamente conservato tenendolo a portata di mano. In alternativa si può fissarlo alla porta d’entrata. In epoca medievale si pensava che mettere un chiodo sulla porta potesse servire a tenere lontani i fantasmi, le forze negative e gli animali feroci. Credenze dal valore diverso che trasformano un oggetto di uso comune in un elemento dai molteplici significati.

E nella Bibbia? Faccio un solo richiamo, perché ci sarebbe molto da scrivere. Dice il teologo (***): “L’idea di un chiodo ci trasporta nell’ambito di materiali che si uniscono per mezzo di un cuneo, ci parlano di un legame consistente e fermo reso possibile da una trasformazione, un prodotto con caratteristiche diverse dalle sostanze utilizzate, sovente con funzioni differenti o molteplici. Nel campo spirituale sono quei punti inseriti come macigni nella mente dell’uomo, che ne condizionano il pensiero e l’agire. Ecco perché abbiamo sempre bisogno di verificare alla luce della Bibbia, quale sia in noi lo stato della mente di Gesù Cristo …”.

Fin qui tutto bene. O quasi.

E nell’arte? Che ruolo e che senso potrebbe avere un chiodo?

Non è semplice. E resta il fatto, che ad una domanda chiave non sono ancora riuscito a dare una risposta. E forse non ci riuscirò mai.

Tutto nasce da una circostanza vissuta all’estero circa quindici anni fa. Ci penso spesso, ma pur avendo ben presente situazione, persone, stato d’animo e fisico, emozioni, pensieri e altro, non sono ancora arrivato a capire. O forse sì?

Immaginiamo di trovarci in una grande città europea, una capitale. Di visitarne un importante museo in cui sono esposte opere d’arte di grande rilievo storico e moderno. Di apprezzare vari artisti e varie opere famose, ma anche quelle poco conosciute. Di trovarsi improvvisamente dinnanzi ad un quadro di interessanti dimensioni, senza cornice, solo delineato ai bordi di un verde salvia e completamente dipinto di bianco – tipo parete bianca – con al centro un chiodo ben piantato ma inserito parzialmente. Un chiodo non subito visibile, ma successivamente ben visibile ad un occhio calmo e attento. Immaginiamo lo stupore e il senso di disorientamento per un’opera che nell’immediato si percepisce anonima, semplificata, resa sicuramente essenziale, ma indecifrabile. Un disorientamento che a gradi si trasforma, si scatena e diventa dapprima una specie di angoscia e poi uno sfogo di riso misto a pianto … Questo, proprio nel momento in cui si legge prima una domanda posta nell’angolo alto a sinistra (punto di vista dell’osservatore): Chi ha piantato questo chiodo? – e poi una riposta posizionata nell’angolo alto a destra: Io non lo so. – ed è impossibile rimanere impassibili.

L’opera è del 1972 (****), autore un russo, divenuto statunitense, deceduto proprio quest’anno. Dicono trattarsi di art-pop influenzata da neodadaismo piuttosto che da un nuovo realismo.

Approfondendo quest’opera e altri lavori dell’artista, ho notato come la sua regola fosse non dare importanza all’oggetto rappresentato (il chiodo, nel quadro in questione), ma invece a tutto lo spazio circostante (il bianco, nel caso). Uno spazio vergine che apre a nuovi, diversi ed imprevedibili scenari. Il rischio è quello di concentrarsi sul chiodo, del perché sia lì e in quello stato, e di voler scoprire chi l’abbia “piantato”. Curiosità? Gioco di percezioni? Di luci e ombre? Di colori? Sicuramente, meglio aprirsi a nuovi punti di vista, distogliendo l’attenzione dalle facili e comode apparenze. In questo caso distogliendo l’attenzione da un chiodo che sembrerebbe tanto sperduto in un deserto bianco, quanto ingombrante, inutile e al contempo intrigante.

Come che sia, anch’io, come credo lo stesso autore, non ho trovato ancora una risposta alla domanda, ma forse sono altre le domande a cui cercare di dare risposta.

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Citazione: by Accademia della Crusca

Immagine in evidenza: Nail by Pixabay

Note:

(*) Da Axis Mundi by Wikipedia;

(**) Il significato del chiodo nella tradizione popolare by rivelazioni.com/

(***) Un chiodo: simbolico, di ferro o spirituale di Ferruccio Iebole by lamostradellabibbia.com/

(****) Qui a planté ce clou? Je ne sais pas – 1972 Ilya Iossifovich Kabakov (Opera esposta a Parigi presso il Centre Pompidou – descrizione completa: Olga Petrovna Panina: Qui a planté ce clou? – Yanna Borisovna Koshkina: Je ne sais pas)

Post Scriptum:

Consigliabile visitare il sito https://www.centrepompidou.fr/fr/ressources/oeuvre/cj74zgd