Viandante

Viaggiare dovrebbe sempre significare vivere una esperienza, e si può avere un’esperienza preziosa soltanto in luoghi, in ambienti con i quali ci troviamo in un rapporto spirituale.

Ho avuto il piacere recentemente di incontrarmi con un poeta e le sue poesie. E anche con un romanzo autobiografico. Casualmente. Si fa per dire … I versi e il romanzo mi sono capitati in mano, leggendo altro, e c’è sempre una spiegazione.

Era da un po’ che ripensavo a questa dimensione del viandante, dell’essere in viaggio, del muoversi, nel viaggio della vita.

È una dimensione sulla quale mi ero già soffermato circa cinque anni fa. Ne scrissi anche, trovandone giovamento e maggior chiarezza nel mio procedere.

E mi piaceva quella parola, forse perché la sua potenza mi portava da una parte a fondere insieme molte mie sfumature personali e dall’altra a fare finalmente chiarezza dentro di me.

Solamente quando c’è chiarezza si possono fare scelte consapevoli e coerenti con la visione che si ha di sé.

Il fatto è che nella mia vita ho avuto molti sé.

Per mia fortuna ho sempre fatto selezione, anche di recente. Ma non abbastanza.

È questa circostanza che mi ha tenuto per anni “in calda” e spesso a disagio con me stesso e con gli altri. Ho sempre faticato a dire no. Fatico anche oggi, ma la parola viandante mi aiuta.

È una definizione che mi calza bene da sempre, oggi di più, e che mi è giunta inaspettatamente e improvvisamente, senza suggerimento alcuno.

Qualche giorno fa l’ho cercata nei dizionari.    Viandante significa – secondo Garzanti – chi compie un lungo viaggio a piedi. Hoepli dice: chi intraprende un viaggio a piedi, per recarsi in un luogo definito o senza meta. Dizionario italiano: chi copre lunghe distanze a piedi, perlopiù fuori città. Treccani: chi va per via; in particolare chi passa per vie fuori di città, viaggiando a piedi, per raggiungere luoghi anche lontani. Leggendole, a tutta prima, sembrano definizioni uguali. In realtà non è così, ci sono diversità. Guardando bene si può notare come quanto evidenziato porti a significati molto diversi e particolari.

A me è arrivato immediatamente un gruppo di immagini-significato:

–             lungo viaggio, ovvero la vita;

–             andare a piedi, ovvero con le proprie doti e dotazioni;

–             raggiungere luoghi definiti o senza meta, ovvero destinazione precisa, ma anche no;

–             lontani, ovvero visione ampia lunga;

–             fuori città, ovvero andando oltre i confini.

Mi ci ritrovo appieno.

È un nuovo programma di vita con nuovi e ritrovati punti di vista.

Lungo viaggio è il periodo che tutti vorremmo lunghissimo su questa nostra terra. Un viaggio che non sappiamo in anticipo come sarà. Lo conosciamo momento per momento.

L’andare a piedi è fantastico. Richiama non solo il far affidamento sulle proprie abilità personali e sulle proprie caratteristiche. Ma anche il poter decidere di far conto dei propri mezzi naturali affrancandosi da tutto quello che è superfluo o non necessario. Di tutto quello che, ingombrante, ci condiziona e ci toglie benessere. Ci impedisce di essere migliori.

Di tutte quelle sovrastrutture e strutture che non ci aiutano a volare più alti o addirittura a spiccare il volo desiderato. Insomma si tratta di divenire autentici passando per una pulizia generale e particolare del proprio contesto fatto di oggetti, comportamenti, abitudini, ambienti, ma anche di relazioni e contatti con persone e di illusioni.

Servirebbero pulizie frequenti, le stagionali non sono sufficienti, almeno per me.

Raggiungere luoghi rappresenta il classico piano di obiettivi che ciascuno di noi si costruisce, fin da quando è piccolo. Non è soltanto farsi accompagnare a Gardaland, al parco giochi o ai centri estivi, oppure, da grandi, andare in centro città, oppure scalare una vetta. Non è soltanto andare al cineforum oppure ad una serata enogastronomica. Non è soltanto fare un pellegrinaggio a Lourdes oppure fare il Cammino di Santiago. Non è visitare una capitale importante oppure fare un viaggio in Amazzonia, in Africa o raggiungere il Tibet.

Raggiungere luoghi non è solo questo, per quanto importante, ma è come viviamo e quindi come impostiamo il viaggio stesso. Sappiamo fino ad un certo punto le sue caratteristiche. Conosciamo alcune fermate programmate o potenziali. Abbiamo il desiderio di fare certe tappe, ma come sarà effettivamente il viaggio lo sapremo solo durante e dopo. E’ fondamentale stabilire gli obiettivi intermedi e l’obiettivo finale per riuscire a raggiungere luoghi definiti, ma è altrettanto fondamentale essere aperti a novità e a scoperte inattese. Comprese le possibili deviazioni e, se opportuno, compreso un repentino e utile cambio di rotta.

Chi va abitualmente per il mondo lo sa bene.  Spesso è preferibile non pianificare il viaggio con troppi dettagli, è meglio lasciare spazio alle sorprese che si spera gradite. È meglio lasciarci sorprendere.  Affidarsi. Ecco perché viaggiare talvolta senza meta.

Luoghi lontani non solo geograficamente parlando, ma anche collegati a storie antiche, da dove tutti veniamo. Viaggi nel tempo quindi recuperando storia vera, ma anche miti e leggende.

Tutto questo per meglio guardare in avanti e darsi una prospettiva che vada ben oltre il cosiddetto breve termine. Visione di lungo, almeno come tentativo di darsi un senso di vita.

Fuori città è uno spunto che mi propone un’immagine assai intrigante. E’ quella dimensione di andare oltre che mi accompagna da molti anni e alla quale non sono sempre riuscito a collegarmi adeguatamente. Oltre i confini, oltre le facili sicurezze, oltre ciò che diamo per scontato, oltre i nostri limiti, oltre ciò che non fa più per noi, oltre ciò che è andato. Sentirmi a casa anche fuori città. Andare fuori città può scombinarci, disorientarci, farci sentire inadeguati, insicuri e incerti, ma è solo così che ci rimettiamo in gioco e tocchiamo con mano la nostra essenza.

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Riflettevo qualche mese fa, quando sono fuori città, oggi, mi sento in armonia con me stesso e con il mondo, scopro nuove cose di me e degli altri. So che tornerò ai miei indirizzi di sempre, ma so che la mia casa è anche fuori città. Soprattutto fuori.

Per finire e per mia fortuna ho ricoperto molte parti finora, in almeno sei decenni. Sono esperienze irrinunciabili. Quel che mi succede ora è che tali parti vengono assorbite in una.

Sono stato: io figlio e fratello, io animatore in parrocchia, io volontario, io fidanzato, io amico, io studente universitario, io calciatore, io militare, io bancario, io marito e padre, io genero e cognato, io sindacalista, io politico, io consigliere comunale, io zio, io dirigente aziendale, io animatore sociale, io guida relazionale, io tirocinante, io counselor, io reader, io blogger, io scrittore, io facilitatore, io libero professionista, io vicino, io amministratore, io studioso, io coordinatore, io progettista, io motivatore, io tutor e supervisore, io consulente, io fotografo, io pescatore, io giardiniere … Oggi:  io viandante.

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Citazione: da Il viandante di Hermann Hesse – Oscar Mondadori

Immagine in evidenza: Illuminazione, foto del particolare del Cammino di San Francesco – Assisi a cura di Angela Canale

Immagine affiancata: foto “Visione del cammino” a cura dell’autore


ibiscus

La bellezza non svanirà

… e la bellezza ci salverà?

Non possiamo dire di vivere nella pace, nella tranquillità e nella normalità. Il bello ci circonda, ma siamo spinti a vedere altro, siamo costretti a toccare, molti anche con mano, le tante brutalità, crudeltà e falsità di una vita che viene ormai costantemente inquinata, stupidamente riempita di tremendi eventi, spesso provocati di proposito, che non ci saremmo mai immaginati di vivere e rivivere.

Siamo ormai in un territorio “glocal”: sappiamo in diretta quanto avviene sotto casa come quanto succede dall’altra parte del pianeta. E dappertutto, quanto avviene pare abbia ormai lo stesso denominatore: prevalere nel dominio di qualcuno, meglio se diverso e meglio ancora se fragile … Il tutto in base ad una comunicazione unilaterale, arrogante e autoreferenziale, che definire “violenta” rappresenta ormai un complimento.

Quanto avvenuto e in corso a Ceuta, di certo località non nota a tutti fino a qualche giorno fa, è uno dei tantissimi esempi che dovrebbero farci cambiare, oltre ogni ingenuità e ogni incanto, qualche cosa nelle nostre routine quotidiane e anche nelle nostre agende quotidiane.

Attenzione, non dico che sia augurabile vivere guardando in continuazione ai drammi e alle tragedie, ma dico che non possiamo continuamente fare finta di niente, rimanendo nei nostri comodi divani, o cercando continuamente le vie di fuga che il mondo ci offre, malgrado tutto.

Ci sono momenti, se non ci giriamo dall’altra parte, che ci pare tutto perduto o non salvabile. Pensavamo quattro anni or sono di essere usciti dal tunnel delle paure, delle sofferenze, delle tragedie … Già da subito, invece, siamo tornati come umani all’autodistruzione negando l’esistenza di prospettiva e di aspetti positivi (umanità, ricerca, scienze, trascendenza, solidarietà internazionale, pace, giustizia, dialogo, democrazia, ecologia, lotta alle povertà …) e mettendo benzina nella ricerca di potere e quindi alimentando l’arte – che arte non è – della prevaricazione, della supremazia e della legge della giungla (con massimo rispetto da parte mia per le regole animali che sembrano funzionare assai meglio di quelle umane).

Eppure, sono certo, che la bellezza non svanirà.

La certezza così espressa non è solo il titolo di un famoso e stupendo romanzo (*), ma è quanto sento dentro di me e quanto mi sento di sperare e augurare al mondo intero, a partire da tutte le persone che mi sono care.

Nel romanzo in parola, che si svolge in parte nella Parigi dei Fauves e dei Cubisti, si mescolano figure reali della bohème artistica, come Modigliani, Rousseau. E la scena si sposta poi dai pittoreschi bistrot parigini alla tragica solitudine del paesaggio spagnolo e alle dolci colline d’Inghilterra. Il romanzo, ricco di caratteri umani e di ritmo narrativo, mostra la dimensione dell’autore e raggiunge la pienezza di una testimonianza sul drammatico divorzio fra arte e società.

In tal caso, non è il solo titolo del libro ad avermi colpito, ma lo scenario raccontato che si avvicina di molto a quanto stiamo vivendo. Oggi, infatti anche l’arte rischia di diventare strumento in mano ai comandanti di turno.

Occorre veramente tornare a riprenderci il bello che c’é e questo significa aver il coraggio di vivere con un senso di positività.

Come che sia, non si tratta solo di pensare positivo, ma di dare attenzione e apprezzamento al bello che ci circonda in ogni dove, nella consapevolezza del disordine sociale nel mondo.

Come si può recuperare una certa serenità, nonostante tutto?

Personalmente, in aggiunta all’impegno personale nel sociale, guardo spesso dal vivo e nel ricordo scene come quella riportata nell’immagine in evidenza, oppure come quelle nelle immagini in galleria, a corredo del testo, e subito penso che non svanirà la bellezza!

E la bellezza ci salverà!

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Citazione: da L’Idiota di Fedor Dostoevskij

Immagini in evidenza e in galleria affiancata da repertorio fotografico a cura di Gianni Faccin

Nota (*) e titolo: da La bellezza non svanirà di Archibald Joseph Cronin – Ed. Bompiani


Emo

Racconto di un uomo speciale

In paese capita non di rado di trovare sue tracce e di ascoltare la testimonianza di chi l’ha conosciuto. È gente non più giovane che a suo tempo lo frequentò oppure fece pratica presso il suo laboratorio di falegnameria. Sì, parlo di Emo che faceva il falegname per opere utili alla famiglia e ai paesani, e che accoglieva molti giovani perché imparassero l’arte di lavorare il legno. Era la sua passione prima ancora che la sua professione. Ci sono tante sue tracce nelle costruzioni in legno con cui ha attrezzato e abbellito la casa edificata sopra il laboratorio.

Ci sono anche tracce nei carteggi che ha lasciato, progetti, documenti vari; e ci sono nelle foto di quando all’estero (Francia e Germania soprattutto) partecipava a grandi cantieri per la costruzione di immobili, condomini, opere pubbliche come ponti importanti …

Io ho avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo. Ho subìto un piacevole esame di controllo quando mi conobbe e aveva capito il mio interesse per la sua cara nipote. Le sue domande mi hanno colpito e piacevolmente impressionato. Sorpreso, ovviamente.

Emo faceva il falegname, ma in realtà aveva molti altri interessi. Non solo passioni, ma, da quello che ho capito, valori importanti in cui credeva e ai quali destinava gli esiti delle sue attività.

Oggi parlo di lui perché è stato ed è nei miei ricordi una persona speciale. Lo faccio riportando un testo pubblicato dal vecchio parroco del paese nel bollettino parrocchiale n. 265 dell’agosto 2003. Il testo fu scritto da persone amiche e vicine di casa, della famiglia soprannominata del “Generale”.  Ho ritrovato con piacere tra i miei taccuini una vecchia copia che non a caso avevo conservato, forse l’unica esistente.

Emo

Era il 1907 e, prima della guerra abitava in Contra’ Canale. È sempre stato buono, generoso, gioviale, dotato di grande equilibrio e per noi del “Generale” considerato come un fratello. Era rimasto orfano ancora piccolo e quando frequentava le elementari era stato preso in simpatia dalla maestra che aveva un fratello, dirigente delle Ferrovie dello Stato, sposato e senza figli che abitava a Roma. Subito dopo la guerra la maestra convinse il fratello ad adottare Emo e nella primavera del 1919 mise il ragazzino sul treno e lo spedì a Roma dove il fratello lo avrebbe accolto. Durante il viaggio però, Emo fece amicizia con un gruppo di operai che si recava in Piemonte per lavoro. Probabilmente poco propenso per l’adozione, fu facilmente convinto a seguirli e, stracciata la lettera con cui doveva presentarsi a Roma, andò a fare il “bocia” in un cantiere. Da qui poi rientrò a Tonezza.

In quel tempo, aveva cominciato a frequentare la nostra famiglia, facendo il garzone nella falegnameria che nostro padre aveva allestito nel piano sotto strada. Era diventato presto un artigiano provetto ed un aiuto indispensabile per nostro padre che invece era continuamente impegnato in altre attività quali la conduzione dell’albergo, il commercio del legnale, la vita familiare con i numerosi figli che stavano animando la nostra casa. Proprio per questi impegni nostro padre non aveva il tempo, ma forse nemmeno l’interesse e la simpatia verso i doveri politici. Quando doveva presenziare a qualche riunione ad Arsiero, mandava Emo al proprio posto …

Storia di un uomo speciale

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Come gran parte dei Tonezzani cominciò ad emigrare per lavoro e fu per molti anni in Francia e in Germania. Partivano in primavera e ritornavano in autunno. Emo ottenne sempre validi riconoscimenti per la serietà del comportamento e per le grandi capacità professionali. Sposatosi con la compaesana Maria crebbe una famiglia felice finché non fu toccata da una grave malattia dell’unico figlio maschio. Nonostante il dolore e le difficoltà, Emo riusciva a dimostrare serenità senza far pesare sugli altri la sua preoccupazione. Seguiva il figlio in ogni sua esigenza senza lamentarsi. Con i risparmi che faticosamente aveva accantonato si era costruito la casa in via Duca d’Aosta sul terreno che nostro padre gli aveva venduto.

Alla morte di mio padre, Emo ci rivelò che non era stato steso alcun documento circa la proprietà del terreno perché tutto era affidato alla parola e ad una stretta di mano; accordo che è stato poi onorato anche da noi fratelli davanti ad un notaio.

Emo negli ultimi anni della sua vita ci raccontava le vicende della gioventù; ne aveva una grande nostalgia. Rideva fino alle lacrime quando raccontava l’episodio di cui fu protagonista il futuro presidente del consiglio Mariano Rumor. Allora, Mariano, era un bambino vivace che spesso veniva in falegnameria e metteva le mani dappertutto interrompendo il lavoro di nostro padre. Che alle volte si arrabbiava. Un giorno, in cui nostro padre era particolarmente nervoso, il piccolo Mariano, armeggiava vicino alla stufa dove c’era il pentolino della colla. Ad un certo punto, nonostante gli avvertimenti, il pentolino cadde riversando la colla sul pavimento: mio padre allora, perso il controllo, prese con una mano il pennello e con l’altra sollevò il baschetto del bambino e gli diede una pennellata di colla sui capelli mandandolo a casa piangente. Il commendator Giuseppe Rumor, suo padre, non si adirò: il giorno dopo si scusò con nostro padre per le interferenze del figliolo e tutto finì lì.

Emo è stato una figura importante per noi, e lo vogliano ricordare con tutta la simpatia che lo circondava quando era con noi.

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Citazioni e brano inserito: tratto da Tonezza – Pubblicazione socio-religiosa a cura di don Giuseppe Marcazzan – n. 265 (345) agosto 2003 cip;

Immagine in evidenza: Disegno progettuale by Pxabay;

Immagine nel testo: Emo con un amico – foto originale da repertorio fotografico di Emo Canale.


Non si può fermare il Vento

E non si può vivere di slogan

I giorni sono proprio questi, anche questi.

Ci hanno detto tante cose nel tempo, tanti slogan, tante parole … E ce ne diranno molte altre, cercando di distrarci o intortarci.

Ora ci hanno detto e ci stanno dicendo che non si può fermare il vento, quasi che sia una cosa ineluttabile, scontata, fatta, quasi messianica …

Ed è vero, il vento non si può fermare, fa la sua parte, pulisce via il secco e l’umido, spazza via le polveri sottili e ogni cosa leggera che si faccia sorprendere, toglie di mezzo ciò che è superato e anche le distrazioni di turno. Ma non tutti i venti sono salubri, anzi, spesso sono insalubri. E non tutti hanno una durata, anzi, sono sempre temporanei.

Non si può fermare il Vento, ma ci si può riparare dal vento e dalle sue conseguenze. Meglio, si può canalizzarlo verso un cambiamento, una nuova rotta che non è detto sia quella che ci si aspetta e che ci vogliono somministrare.

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Citazione e testo: a cura dell’autore

Immagine: Fog by Pixabay


Silenzio sonoro

Il pettirosso annuncia l’arrivo della stagione fredda e della neve. Simbolo della vita che resiste all’inverno, di rinascita e di rinnovamento, il pettirosso porta con sè speranza, ottimismo, buoni auspici per l’anno nuovo …

In molte località montane, anche nelle nostre zone (1), è possibile incontrare o osservare il pettirosso, un piccolo uccello noto per il suo caratteristico piumaggio rosso-arancio su petto. Anche il suo canto è particolare. È fatto di un tic sonoro o di una serie di tic-ic-ic-ic e può essere udito ormai durante tutto l’arco dell’anno. Non più soltanto d’inverno. Qui, in montagna, permane una ricca biodiversità, compresa la presenza di questa specie di uccello. Il pettirosso (2) è un uccello piccolo e tondo, con grandi occhi espressivi, lungo fino a circa 14 cm. Il suo dorso è solitamente bruno-oliva, il ventre bianco, e le zampe sottili e rossicce. Il pettirosso è facilmente riconoscibile per la sua macchia rosso-arancio su petto e faccia, presente sia nei maschi che nelle femmine. Il suo canto è caratterizzato da note malinconiche e frizzanti (3). 

Boh! Sarà così. Resta il fatto che il suo svolazzare mai incerto, mai lento e mai casuale, si presenta come una costante di tutto rispetto. I suoi voli ti colgono di sorpresa, passandoti all’improvviso a 50 cm dal viso ad una velocità che supera i limiti di centro abitato. I suoi giochi amorosi, così sembrano, attirano l’attenzione e dimostrano le sue capacità atletiche nel volo creativo di coppia. I suoi trasferimenti da una pianta all’altra evidenziano la sua grande adattabilità e la sua sicurezza ambientale. Senso di libertà?

Quel che mi sorprende oltre ogni misura è la sua capacità canora. Un canto che invade ogni spazio e al contempo consacra il significato e il valore della calma e del silenzio.

In tempi in cui – specialmente durante le vacanze – si fatica a stare fermi e zitti, in silenzio mantenendosi calmi, l’ascolto di questi veri e propri concerti aiuta molto. È qualcosa di miracoloso che ti permette di fare il vuoto dentro di te, di mollare le menate (4) e di fare deserto intorno e dentro di te.

L’amico pettirosso non è più l’amico d’inverno, ma è un esserino che promette bel tempo ogni giorno dell’anno, che ci sia sole oppure no, alla faccia di chi si lamenta sempre e di chi vede solo il bicchiere mezzo vuoto. E il suo canto, se ben ascoltato, invita alla speranza e all’ottimismo.

Sì, è l’emblema di rinascita e di rinnovamento, in quanto simbolo della vita che resiste alle avversità.

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Citazione: da intitolazione alla scultura Il pettirosso, presso Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi)

Immagini: Robin by Jon Pauling of Pixabay (in evidenza) e Il pettirosso – foto GiFa2025: due dei punti di vista da Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi) (a piè di pagina)

Note: (1) Alto Vicentino – Vicenza (Veneto); (2) Passeriforme Erithacus rubecula; (3) Dettagli da Wikipedia e dal web; (4) Espressione che è un invito a smettere di preoccuparsi eccessivamente e a dedicarsi a qualcosa di più leggero e piacevole, come il canto. L’espressione “menate” in questo contesto si riferisce a pensieri negativi, ansie o problemi che occupano la mente e impediscono di godersi il momento presente. Il canto, invece, è visto come un’attività liberatoria, che può portare gioia e benessere. Espressione presa da Musica ribelle di Eugenio Finardi.


Ancora una nuova possibilità …

Pasqua 2024, è “passare oltre” …

Sarà un caso, ma dicono che il caso non esiste, e tutto sommato lo penso anche io.

Non è la prima volta che in tempi di riflessione profonda, che non significa certo stare ore a pensare, ma riscoprirsi in pace a tratti e poi, come mi succede, anche nella bufera, scoprirsi a farsi domande con successivi immediati tentativi di risposta, di spiegazione, di giustificazione, alla fine di riuscire ad accettare aspetti pesanti e aspetti leggeri, pensieri oscuri e, fortunatamente, immagini di tanti ricordi belli.

In realtà non è un caso.

Non è un caso che tutto inizi con un vecchio ricordo, molto vecchio, che improvvisamente ti torni alla memoria come fosse ieri e che ti metta in uno stato di confusione magari momentaneo ma sicuramente molto intenso. Un po’ come un forte vento che ti colpisce all’improvviso e che ti faccia provare per alcuni lunghi istanti tutta la tua inadeguatezza, la tua esilità e la tua essenza apparentemente “sbagliata” o semplicemente “fuori luogo”.  Pare uno stato di congelamento, perché quel vento è talmente forte e gelido che non riesci a fare un passo, anzi devi resistere per non dover indietreggiare, quando indietro assolutamente non vuoi andare.

In quei momenti sento di dovermi aggrappare a qualcosa di importante per me, qualcosa che mi aiuti a “tener botta” e a proseguire pur guardando in faccia la realtà.

Troppo facile sarebbe scappare, cambiare sentiero, nascondersi. Comodo lo è stato e troppo in passato.

Oggi, ancora, riesco a trovare sostegni che altro non sono che punti fermi sempre conosciuti e non sempre portati alla piena personale consapevolezza.  Pur con tanti dubbi.

Senso della vita, fede in qualcosa di grande e misterioso, Dio …

Riflettere su questo mi è sempre più congeniale, proprio nei momenti di fragilità. E che senso ha oggi per me dire … Buona Pasqua!  … a qualcuno?

Il senso della vita non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, ma una tensione costante, che offre la direzione al nostro andare.  Bene o male, ognuno di noi ha un progetto di vita (al limite anche inconsapevole). Se il nostro progetto esistenziale può danneggiare qualcuno, è meglio pensarci bene prima di attuarlo.  Ci vuole fede in qualcosa di grande, e al di là della fede ognuno di noi può attingere a una personale risorsa potentissima, la speranza. Per esempio per me “aver fede” significa proprio questo: avere speranza, che è uno sguardo che pensa al domani.

E come scrisse un noto biblista, la “ricerca di Dio non è un puro cammino culturale, né una ricerca teorica, intellettuale e speculativa, né una ricerca mistica, chiusa nell’intimo, bensì una ricerca pratica, nell’amore concreto …”.

In definitiva, Pasqua è veramente una nuova possibilità, offerta a me e a tutti.

Lo è anche quest’anno.

Sì, perché il messaggio della croce e della risurrezione è una buona novella. Mi dice: non c’è niente nella mia vita che non possa essere cambiato. Quando persino il modo più tremendo di morire viene trasformato in risurrezione da Dio, allora in me non c’è oscurità che non venga illuminata dalla luce.

Buona Pasqua, buona possibilità a tutti!

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Citazione: elaborazione dell’a. con riferimenti da Wikipedia [Riprende il nome della festività di Pasqua (alla quale fa riferimento anche il nome Pasquale), durante la quale i cristiani celebrano la resurrezione di Cristo; deriva dal latino ecclesiastico Pascha, “passaggio”, “transito”, a sua volta dal greco πάσχα (pascha), in ultimo dall’aramaico פסח (pesach), “passare oltre”, ” …]

Immagine: springawakening by Myriams Foto of Pixabay

Spunti nel testo: da scritti di Serena Banzato, Bruno Maggioni, Anselm Grün (parte finale in corsivo), Luciano Masi e Luca Vitali


Credo in te

Non ti dico grazie mille volte perché conto ancora sul tuo aiuto, ma ti dico grazie per credere in me
... Io ci provo perché inizio da qualche parte, per me è un inizio ...
Ti comunico questa cosa perché è giusto tu lo sappia ....
Sei la prima persona che mi ha aiutato.

Voglio continuare a collaborare insieme, ci tengo ai progetti di cui abbiamo parlato e su cui abbiamo tanto pensato insieme ... ma mi devo dedicare a questo nuovo lavoro.

Non è quello che voglio, ma mi devo dedicare perché ... ho bisogno di farlo.

Ci sono tante cose da dire, ma ti dico solo grazie, grazie, grazie.
Perché sei la prima persona che mi ha veramente aiutato ...
e hai capito la mia voglia di mettermi in gioco.




Talvolta ci sono parole donate che diventano versi, poesia, gratitudine pura.

Grazie A.

Sono io che ti ringrazio per avermi donato l’opportunità di dare al nostro incontro una significato profondo, prima ancora che un senso di ricerca e di pratica utilità.

E ringrazio Dio, l’Universo e quanto c’é di Superiore per questa ricchezza che si fa gioia reciproca, condivisa.

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Citazione by A.M.A.

Immagine by Pixabay: La gioia

Testo in versi by A.M.A.


Sappi …

I’m on your side, sono dalla tua parte

Quando sei affaticato e ti senti inutile o piccolissimo. 
Quando vorresti piangere ma non riesci a farlo e ti senti bloccato, come fossi congelato dentro, sappi che io ci sono. 
 Ci sono sempre stato, anche quando non lo credevi possibile.

Quando le situazioni si presentano difficili, dure, a prima vista insuperabili e pare non ci sia nessuno ad aiutare o ad ascoltare, sappi che io ci sono.
Ci sono, come un ponte sopra acque tormentate.

Quando sei veramente giù, quando ti senti solo, quando ti pare di aver sbagliato tutto, quando desideri venga sera e poi la sera diventa difficile amare i pensieri e non riesci a dormire, sappi che io ci sono.
Ci sono, come un ponte sopra acque tormentate.

Quando viaggi e in auto ti senti un’isola, quando soffri e ti sembra che nessuno lo comprenda, quando devi ingoiare torti e tutto pare muoversi contro di te, quando ti sembra di essere fuori dal coro e invece ci sei dentro più che mai, e questo non ti consola, quando ti manca il respiro al pensiero di dover cambiare la tua vita, sappi che io ci sono.
Ci sono, come un ponte sopra acque tormentate.
Ci sono sempre stato, anche quando non lo credevi possibile.

Sappi che puoi partire se lo vuoi.
Fallo, non attendere oltre.
Il tuo momento è adesso. Fai brillare i tuoi desideri.
Io ci sono, come un ponte sopra acque tormentate.
Ci  sono, ma sto indietro e ti guardo le spalle.

Citazione da canzone di Simon & Garfunkel (vedi sotto)

Foto by Pixabay: Garzetta in volo libero

Testo di versi by Gianni Faccin, liberamente tratto da Bridge over troubled water di Simon & Garfunkel


Amici

“E’ bello rimirare oltre le foglie l’imminente”.

Quando si dice amicizia!

Succede che non ti vedi per lungo tempo, e che quando avviene inaspettatamente di incontrarsi tutto si risolva in breve e con scambi superficiali.

Ma non è sempre così.

Talvolta infatti riesci a fermarti veramente e trovi nell’altro quello che pareva non esserci più e che invece c’è sempre stato, solo che era come sopito.

E così avviene un risveglio reciproco e tutto pare magico.

Ti fermi con lui e il tempo si ferma.

E quel che c’è sempre stato ci sarà sempre.

Poi ognuno riprende la propria strada.

E’ l’amicizia, quella cosa che supera ogni limite e che non si aspetta in cambio alcun profitto.

Si mette in gioco continuamente e ti aiuta a credere che ci sia qualcosa di più.

Anche quando guardi verso l’ignoto e non sai quel che sarà.

Guardi avanti e ti senti forte perché insieme si guarda nella stessa direzione.

Ma l’amico non lo vedi, eppure è lì e ti guarda le spalle.

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Citazione e foto by Bruno Zattara (Excalibur Tonezza del Cimone 2019)

Testo by Gianni Faccin


Fede

Manda il tuo pane

Manda il tuo pane sul volto delle acque: perché in molti giorni lo troverai

Sono cresciuto cattolico. Molto cattolico.

Per dirla con le parole di mia mamma, lei “mi ha fatto cattolico“, e secondo il suo senso mi ha cresciuto bene, come persona, con valori importanti, principi strettamente legati agli insegnamenti evangelici. Ma con rispetto dei valori umani più che dei dogmi inculcati.

Mia mamma è cresciuta in un ambiente che mi sento di definire ortodosso, che l’ha portata però ad uno sviluppo interessante per i suoi tempi, infatti ha cercato di applicare nella realtà il suo “credo” senza fermarsi alle parole o alle dichiarazioni. Mettendoci sempre anima e corpo, e pagando di persona, sia nella società sia in privato.

Mia madre mi ha trasfuso il senso di ribellione, verso tutto ciò che tende ad essere imposto. Un senso molto interiore, ma che tende continuamente a fluire. Per me è proprio così, come lo è ancora oggi per lei che è molto presente nonostante l’età avanzata.

Questo ed altri sensi – consapevoli – non mi impediscono di credere.

A chi mi ha chiesto, di recente, se ho fede in Dio e perché, ho risposto affermativamente. Ho fede perché ho tanti dubbi, forse ne ho più oggi che in passato. Questo si spiega con il fatto che più passa il tempo e più mi faccio domande. Alle quali cerco anche di rispondere. Secondo me avere fede è collegato all’essere generosi ed aver fiducia in qualche cosa di misterioso, che nulla ha a che vedere con le cose programmate o certificate. Ho trovato bellissimo uno passo tratto da un libro di De Luca che parla dell’offerta generosa e che spiega bene quello che intendo. Eccola a seguire.

“Sì, troverai quella singola offerta spontanea, insensata, la troverai ricevendola in cambio molte volte, in molti giorni. Non ti verrà restituita secondo una semplice simmetria, secondo il ragionevole postulato della fisica per cui a ogni azione corrisponde un’azione uguale e contraria, non ti verrà corrisposta come un prestito o un rimborso, ma la troverai moltiplicata nei giorni. Perché la grazia aggiunge di suo e largamente a ricompensa di chi offre il proprio pane alla corrente. Al generoso restituisce col soverchio. …c’è una legge misteriosa di Dio che somiglia a quella di natura per la quale il seme gettato dal contadino sulla superficie della terra ritorna, nel tempo, ingigantito in pianta, in albero, in raccolto”.

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Citazione by Qohelet 11.1

Brano citato by Erri De Luca (Kohèlet/Ecclesiaste – Ed Feltrinelli 2018)

Foto by GiFa 2020