Stai con me

… non solo inno d’amore

Quando la notte è arrivata e la terra è ricoperta dall’oscurità
e la luna è l’unica luce che possiamo vedere
no, io non avrò paura, io non avrò paura
fino a quando tu sei, sei accanto a me
.

Se il cielo che guardiamo sopra di noi
dovesse precipitare e cadere
oppure le montagne dovessero rotolare nel mare
io non piangerò, non piangerò
no io non verserò una lacrima
fino a quando tu rimani, rimani accanto a me
.


Ci sono momenti nella vita in cui proviamo sensazioni dentro di noi che non riusciamo a tradurre in parole e ad esprimere facilmente. A ritrasmettere. E’ questione di attimi…

Poi le riviviamo nell’ascolto di una melodia o nel fare nostro un testo di una canzone incrociata casualmente. Magari di una canzone sentita spesso, ma sulla quale non ci siamo mai soffermati a pensare. Salvo cantarellarla distrattamente, senza conoscerne il profondo significato.

Quello sopra riportato è un esempio in cui, oltre 60 anni fa, veniva valorizzato l’amore vissuto nella sua forma più semplice e al tempo stesso autentica.

Stare insieme, condividere e aiutarsi specialmente nei momenti difficili, che è normale ci siano nella vita di ognuno di noi.

Non è normale che non riusciamo a cogliere questa grande opportunità di “essere insieme”.

Non è questo un ingrediente fondamentale del cosiddetto Amore?

Amore che si può declinare nelle parole “accanto” e “stammi vicino”, e che, per me, non sono solamente richiami alla vita sentimentale o di amicizia, ma rappresentano anche una forte ispirazione alla vita di comunità.

.

Brano: traduzione da Stand by me, testo interpretato da Ben E. King (1961) scritto da Ben E. King, Jerry Leiber e Mike Stoller 

Immagine by Pixabay: Divertimento in amicizia


TosaTore

Il regalo più grande che tu possa fare a qualcuno è il tuo tempo. Perché regali un pezzo della tua vita che non ti ritornerà mai indietro.

Mi sento un tosatore tutte quelle volte che mi spingo a tagliare l’erba del prato. Meglio un T-osa-T-ore.

La consonante “t” ripetuta due volte è maiuscola perché evidenza l’importanza del “tempo”.

Questo che mi è venuto naturale scrivendo è un esercizio che si avvicina quasi alla ricerca di acrostici.

All’interno “osa” e “ore”, due sostantivi caratteristici che riguardano l’invito a osare, la prima e l’unità di misura del tempo, la seconda.

Riprendo da quest’ultimo. Il tempo è un argomento tanto citato quanto dibattuto. Eppure è necessario che lo consideriamo meglio un po’ tutti. Infatti ciò che conta non è la quantità di tempo ma la qualità in cui esso viene impiegato. Come dice Pessoa, il valore delle cose non sta nel tempo in cui esse durano, ma nell’intensità con cui vengono vissute. Per questo esistono momenti indimenticabili, cose inspiegabili e persone incomparabili. E Randolph, il tempo è la più preziosa e la più deperibile delle nostre risorse, in quanto il passato è passato e non lo possiamo recuperare. Il futuro lo possiamo realizzare, ma non c’è ancora. Soltanto il presente ci appartiene.

Ecco la parola ore. Un’ora è fatta di soli 60 minuti, seguendo la legge dell’orologio. Mi piacerebbe riuscire a non sprecare neanche un minuto delle ore che mi appartengono. E sappiamo bene come passino veloci i minuti.

Osare, ossia ardire. Avere il coraggio di andare oltre, uscire dagli schemi, muoversi controcorrente, fare una cosa rischiosa, per esempio essere sinceri quando tutti fingono, parlare quando tutti tacciono, farsi vedere quando tutti si nascondono.

Osa! Questo è l’invito che mi rivolgo più spesso. Abbi il coraggio, mi dico, anche di scegliere, di fermarti, di lasciare andare, di dire dei no. Forse dipende dal tempo che passa inesorabile, per dirla con Napoleone: puoi chiedermi tutto quello che vuoi, tranne che il tempo.

E l’erba del prato? Che c’entra?

Quando taglio l’erba è un momento per sentire il momento presente. Vedo il passato che se ne va all’istante (l’erba tagliata) e il futuro lo intravvedo sul presente che è reale ed è un bel tappeto erboso uniforme, ed immagino quando ricrescerà. La “tosatura” è comunque un servizio necessario, non sempre piacevole. Mi è assai gradito quando lo posso fare con calma, senza orari e pressioni.

Di solito evito di affrontare l’erba troppo alta, ma qualche volta mi succede e l’opera mi riesce più impegnativa.

Infatti è un’opera. Intendiamoci non mi ritengo un “pollice verde”, anzi non me ne intendo proprio di gestione del verde, anche se mi piacerebbe essere più esperto. Ma è sempre un momento particolare quello che riguarda la gestione del prato inglese (chissà perché lo chiamiamo inglese anche se si trova qui, in Italia) perché vorresti averlo bello, regolare né troppo alto né troppo basso, insomma da poterci giocare a golf o almeno immaginare di farlo.

Adesso che ci penso, uno dei miei vicini va spesso lontano a giocare a golf. Quando ne parlammo, molti anni or sono, mi ha spiegato che il tipo di gioco, ma soprattutto l’immenso verde – all’inglese – gli permette di ritrovarsi, senza bisogno di parlare con altri e poi il verde esteso ha un potere rilassante.

Sì, è vero, è verissimo…

Io non gioco a golf, ma quando faccio il TosaTore, quasi sempre, provo le stesse sensazioni.

.

Citazione: dal web (fonte anonima)

Immagini: orologio di Parigi e rasaerba by Pixabay

Orsay

Presenza oggi

Volere o no, siamo tutti, quanti siamo uomini sulla terra, inquieti appassionati e non mai sazi cercatori 

Non assenza.

Tanto tempo ed energie ho dedicato e dedico a me stesso. E agli altri.

Ne avevo e ne ho bisogno. Credo sia più che giusto, e molta strada ho ancora da fare.

Ma oggi ho ben chiaro di quanto sia importante e meraviglioso ch’io sia pienamente presente.

Presente per te, con te, ora e qui.

Non presenza ingombrante, arrogante, imbarazzante, invadente, dominante, indisponente.

Sì presenza alla pari, paziente, disponibile, attenta, accogliente, rispettosa.

Costruttiva e nutriente, per entrambi.

Come ho sempre – non sempre – coscientemente sperato fosse.

Che poi diventa ricchezza reciproca. La vera ricchezza.

Continuerò a lavorare su di me e in favore degli altri, com’è nella mia indole, ma rinnoverò da subito il mio essere con te.

Non assenza. Presenza autentica.

.

Citazione: tratta da Cristo con gli alpini di don Carlo Gnocchi – Ed Bur (Rizzoli)

Immagine: foto by AnCa – Movimenti nel sole – Grado settembre 2020

Testo: da Diario 2021 di Gianni Faccin Ed. Gedi


L’arbre et le vieux banc

Uno sguardo attento e amorevole sulle persone e le cose della nostra vita ci dischiude la possibilità di scoprire l’oro nell’esistenza quotidiana.

Prefazione brevissima

Chi segue questo blog e mi legge potrebbe essere tentato di pensare che io sia fissato con panche e panchine. Non è così. Dico soltanto che ne noto alcune ogni mattina quando guardo fuori per ammirare la vista, prima di vòlgere lo sguardo altrove.

Ne osservo una in particolare, la osservo a lungo, non ho capito ancora perché, e mi accorgo di sfumature e situazioni mai percepite prima. Mi succede a qualsiasi ora del giorno, ma specialmente di presto mattino e la sera, verso l’imbrunire.

Invece sono sicuramente fissato con altre cose, per esempio con la lingua francese. In tal caso so perché.

Come che sia, se si impara ad osservare quanto ci circonda, a partire dalle cose più semplici, nascono sensazioni e immagini inaspettate.

Bene veniamo alla storia. E’ giusto ch’io dica che quanto scritto è in parte veritiero e in parte frutto di fantasia. Non distinguerò le due versioni.

L’albero e la vecchia panchina

Accadde nel mese di agosto. Fu uno strano mese solitamente caratterizzato da grande calura, anche in alta montagna. Quella volta sembrò autunno. Un autunno quasi invernale.

Prima faceva caldo, caldo, caldo. Poi agli inizi del mese noto per le ferie e le vacanze estive, d’improvviso, fece freddo, freddo, freddo.

I turisti furono presi di sorpresa, non avendo sempre con sé l’abbigliamento adeguato. Gli stessi paesani, abituati agli sbalzi di temperatura ma impreparati, furono spiazzati.

Chi aveva appena iniziato un breve periodo di ferie appariva sconsolato, a dir poco.

Qualcuno se ne tornò a casa, in pianura. Qualcun altro accese la stufa. Ci fu senz’altro chi sopportò mentre il piagnisteo collettivo si diffondeva anche sui social, anzi specialmente sui social. Molti si preoccuparono, altri ancora fecero finta di niente.

Presso la macelleria, uno dei più frequentati luoghi d’incontro, meglio che la posta o la farmacia, si potevano ascoltare le consuete lagnanze, tra una domanda e l’altra del macellaio: un tempo così non capitava da decenni… un tempo così variabile non è mai capitato… speriamo arrivino il sole e più caldo… la televisione dice che il bello deve ancora venire… il tempo non si può controllare… e ancora… si sa il tempo fa quello che vuole, non si è mai sposato

Eravamo allo sbando stagionale…

Non c’erano segnalazioni di presenza di funghi, cosicché i soliti cercatori – sempre assatanati al riguardo – si arresero. L’attività ludica all’aperto dei bambini, con i loro tradizionali vocii e schiamazzi si arrestò.

Le inizitive sportive, solitamente ben programmate e coinvolgenti, che riguardavano sia tennisti sia calciatori, sembrarono sparire.

Perfino le attività al coperto, hochey su pista, smisero di colpo.

I mercatini di prodotti locali, solito appuntamento annuale per gli amanti della gastronomia di montagna, non si presentarono alle date usuali.

Anche le iniziative indoor di tipo culturale fecero fatica a trovare partecipanti.

Colpì l’attenzione di alcuni osservatori la situazione delle tre istituzioni storiche: la messa in parrocchia fu celebrata solo nei giorni festivi (ma qui anche per altri motivi dovuti alla curia, non essendoci più un prete di stanza), il consiglio comunale venne sospeso dal sindaco che nel frattempo si trasferì in una vicina località balneare alla ricerca del sole e di tranquillità e l’associazione consumatori, molto presente tra i paesani, venne sciolta, ad majora.

Scherzi del freddo agostano? Non penso sia stato solo quello. Ma una cosa era sicura: faceva freddo assai.

Passarono i primi giorni di agosto e ancora faceva freddo, freddo, freddo.

Il cielo si schiariva, poi si annuvolava, poi si vedeva uno squarcio di sereno, poi tornava il nuvoloso, con colorazioni grigio scuro, cielo plumbeo.

In certi momenti, pur consapevoli che sopra le nuvole stava il sole a campeggiare, si temeva il peggio. Quando si alzava l’aria fredda e aggressiva, capitava di sentirsi sferzati in viso da qualcosa che poteva essere una frasca gelida e a tratti bagnata.

Ecco che si correva rapidi, rapidi, rapidi in casa al sicuro.

Si abbassavano saracinesche, persiane e si chiudevano i battenti.

Pioveva, pioveva, pioveva. I vecchi pluviali traboccavano e mettevano in luce tutti i loro punti deboli. Sui tetti, la presenza di erba e foglie, vicino ai lucernari, ostacolava il fluire dell’abbondante acqua, formando piccoli acquitrini aerei, premessa per inevitabili e costosi interventi di manutenzione.
L’andirivieni anomalo di topi dalle piccole dimensioni, già era un dato che incuriosiva non poco i paesani. I piccoli roditori si comportavano come fosse in arrivo l’inverno e andavano e venivano per procacciarsi minuscoli gusci o noci selvatiche. Lo facevano anche di giorno, poi si nascondevano negli anfratti.

Insomma vivevamo un robusto anticipo di stagione fredda, fuori stagione.

Innanzi a noi si vedevano meno le scorribande di caprioli, di solito ben presenti per nutrirsi di erba fresca.

Il tormentone più in uso era: Ma quando torna il bel tempo? Ma quando potremo riprendere le passeggiate?

Ed in effetti, era evidente come anche le tipiche passeggiate nei boschi avevano subito una decisa battuta d’arresto.

Dai vicini sentieri che portavano verso gli alti boschi cedui, partivano di rado escursionisti o semplici amanti delle passeggiate nel bosco.

E fu proprio questo pensiero che ci accompagnava che ad un certo punto ci fece scorgere un cambiamento all’inizio di uno dei sentieri più noti.

Riguardava la panchina ben visibile da lontano. Essa pur autoreferenziale per molte ore al giorno, occasionalmente era sostegno per il viandante ignaro di tanta disponibilità. Era là per lui.

Era la storica panca che stava di solito sola in mezzo al prato e che era un simbolo di beata solitudine, di benefico isolamento, di riposo incontrastato, di rifugio pacifico in mezzo alla natura, silenzionsa e profumata.

Ebbene, non era più così. Si era mossa.

Difficile immaginare uno spostamento tattico disposto da qualche passante.

Difficile credere si fosse spostata autonomamente.

Di sicuro non si era spostato l’albero, che si trova in quel posto da decenni.

Fatto sta che, una mattina di agosto, tra il feddo e la pioggia, la panca è stata vista in compagnia di un vecchio albero. Sodalizio definitivo a quanto sembrava.

Fun senz’altro una sorpresa, almeno per noi.

Il vecchio albero, non altissimo, era stato avvicinato dalla panca, pure in età avanzata.

Ecco che i due, non più curati dai passanti, peraltro spesso distratti da altre cose, avevano deciso di farsi compagnia e di stringere un patto.

Si è senza dubbio trattato di un compromesso: entrambi soli e emarginati, l’albero era stufo di non essere guardato, ammirato, fotografato; mentre la panca, solitamente supporto per chiunque, era stanca di non poter essere utile, di non riuscire ad essere ristoro per qualcuno, occasione di pausa per chi volesse trovare rifugio nel “momento presente”.

Per comune necessità era nata una collaborazione: offrire al passante un momento di pace all’ombra di un vecchio albero, proprio in un periodo in cui, visto il meteo incombente, l’ombra e la pace non erano le cose principali ricercate dalle persone.

E passarono i giorni e le settimane.

Alla fine tornò timidamente il bel tempo, quasi inaspettato. Non fu più caldo, caldo, caldo, ma nemmemo freddo, freddo, freddo. Seguirono giornate di estate, ma con aspetti che facevano pensare all’autunno imminente.

Successivamente albero e panca rimasero insieme, non più in solitudine e distanza, ma accoppiate e unite in un unico scopo: offrire accoglienza e ristoro. Dare un’opportunità, a chiunque.

Siamo al vero autunno. Il tempo rimane variabile, ma il sole insiste nel voler uscire tra le nuvole, se non altro a ricordare chi effettivamente governa.

Agli occhi attenti di chiunque osservi, ancor oggi, appare una tenera abbinata di legno, tra il legno vivo di un vecchio albero e il legno usato, intagliato e verniciato di una vecchia panchina. Entrambi più vigili di qualunque passante e più accoglienti di moltissimi umani.

Lo dimostra la loro attuale immagine: distanti quanto basta, vicini il necessario, anzi, vicini,vicini, vicini.

.

.

Citazione: da L’oro interiore di Anselm Grün – Ed. Saint Pauls

Immagini: foto e galleria by GiFa 2021


2007, 14 luglio

La vita non si misura attraverso il numero di respiri che facciamo, ma attraverso i momenti che ci lasciano senza fiato.

Fu un anno molto particolare. Per gioie e dolori. Un anno di quelli che difficilmente si dimenticano e che ancor oggi fanno emozionare.

E il 14 luglio è una data importante per me, per noi.

In quell’anno, tra tanti sentimenti ed emozioni ci fu anche spazio per un soggiorno all’estero che ci emozionò in modo speciale.

Otto giorni, non di riposo, ma vissuti anch’essi intensamente, questa volta in una delle capitali più note, frequentate, nominate, spesso a sproposito, eppure così stimolanti ed intimistiche.

Era di luglio e faceva caldo.

Non era la prima volta che ci andavamo e non fu l’ultima. Ma in quell’occasione ci abbandonammo, anche senza renderci conto, alla vita sociale, sotto tutti i punti di vista.

Vorrei dire in maniera quasi compulsiva: volevamo vedere tutto, vivere ogni momento tipico della città. Esserci anche a scapito delle ore di riposo.

All’aperto si respirava un’aria frizzante di grande libertà. Le persone che incrociavamo erano estranee ma ci parevano conosciute. Specialmente nei café o nei bistrot, seduti vicini, vicini, pur provenendo da mondi lontani e diversi. Parlare e parlare, mangiare, bere e sorseggiare. E ancora parlare e osservare. Poi improvvisamente andare, per fermarsi altrove ad ammirare, osservare e chiacchierare. O semplicemente lasciarsi andare a pensare in leggerezza.

Tutti uguali e fratelli? Perché no? Certo non ci ponevamo questa domanda, né cercavamo risposte, desideravamo soltanto tuffarci nella mischia ed esserci.

Eravamo molto ben accompagnati, con Chiara e Nicola che erano in vacanza.

C’era affollamento, un grande affollamento che oggi ci sogneremmo.

Continuo a tutte le ore, a terra, in aria e sottoterra. Anzi sotto di noi percepivamo un altro mondo fatto di moltissime persone che andavano e venivano, senza sosta. Era la città sotterranea comune a molte capitali, ma che a Parigi è senz’altro tutta particolare. Una città sotto terra, viva, in movimento inesauribile, pullulante di persone dalle più svariate origini. Esempio, questo, della presenza di chiari contesti multiculturali.

Se ci fossimo, come è poi successo, elevati sulla cima della Tour Eiffel, avremmo visto, guardando giù nelle profondità – dentro alla Metro – una specie di grandissimo formicaio … Credo questo rendi l’idea.

Furono otto giorni di festa.

Fu specialmente festoso il 14 luglio, noto per la festa nazionale che si svolge in Francia dal 1880, in seguito alla “presa della Bastiglia”. Cadde di sabato, e già il venerdì sera, complice la pausa lavorativa, iniziarono i festeggiamenti in tutte le case e per le strade. Non fu solo l’alcol a fare la parte del protagonista, ma molti giovani e adulti, uomini e donne, ci dettero dentro a festeggiare senza limiti. Quasi ci fosse da perderci qualcosa.

Era una festa di tutta la collettività.

Facemmo da cornice a questi festeggiamenti, ma fummo dentro anche noi, a modo nostro. Camminammo molto.

Ci piacque moltissimo – durante il giorno – partecipare alle parate militari al gran concerto del 14 luglio al Champ de Mars, davanti alla Torre Eiffel.

Ma fu stupendo, la sera, dopo il concertone, sotto le zampe metalliche e giganti della torre, immergerci nel fiume umano che faceva concorrenza alla Senna. Ascoltammo, in super amplificazione, Chopin, Mozart, Bizet, Beethoven, poi Morricone e molti altri. Alla fine ci furono dei grandiosi ed interminabili fuochi d’artificio.

Ogni scia di fuoco nell’innalzarsi accompagnava meravigliose melodie musicali le cui note parevano scaturire dalla folla sottostante in movimento.

Era una scenografia fantastica dalla quale ci si sarebbe staccati con difficoltà. Anche la torre più famosa del mondo, che pareva di fuoco con i suoi 20.000 flash, vibrava con la musica.

La notte pareva non aver fine. Le luci non mancavano mai. Fu bellissimo perderci e ritrovarci in mezzo alla folla festante. Non c’erano differenze di genere, d’età, di cultura o di altro.

Fu in quegli attimi che perdemmo nuovamente contatto tra noi, ma ci ritrovammo subito dopo.

In quegli istanti non eravamo soli o smarriti. Eravamo con la nostra gioia, che la faceva da padrone. Eravamo in sintonia col mondo.

Alla fine decidemmo di rientrare seguendo il tragitto della Senna che – grande serpentone nero – si intravedeva di fianco a noi.

Momenti memorabili.

.

Citazione: Maya Angelou, poetessa

Foto by GiFa luglio 2007:

.in evidenza “Ai piedi della T. Eiffel 1” –

.sotto: “Ai piedi della T. Eiffel 2” e “Momento di ristoro aspettando il concertone con Chiara – Rosella – Nicola”

.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA: “Ai piedi della T. Eiffel 2”
OLYMPUS DIGITAL CAMERA: “Momento di ristoro aspettando il concertone con Chiara – Rosella – Nicola”

Dobbiamo?

Mi sento come quel bimbo cui regalano un pacchetto di dolci: i primi li mangia con piacere, ma quando si accorge che gliene rimangono pochi, comincia a gustarli intensamente.

Da qualche anno a questa parte, forse per i cambiamenti importanti che ho incontrato e vissuto, ho ripreso a farmi le domande della vita. Certe domande in particolare, della vita e della morte.

Mi chiedo spesso come sarà e cosa sarà. Non è una novità, mi sono sempre interrogato, ma sono sempre andato di fretta (*) per un motivo o per l’altro, fermandomi poco a stare con me su questi interrogativi.

Forse sono anche fuggito dai dubbi conseguenti, oppure avevo altre domande a cui cercare di dare presto una risposta.

Oggi più che mai ho la sensazione di aver vissuto intensamente, di aver affrontato e anche superato tante prove, di aver fatto una marea di errori accompagnati sempre anche da tante cose belle. Sento intensamente come il tempo sia letteralmente volato e che tanti sogni si siano pienamente realizzati. Sogni e desideri personali, progetti e traguardi cercati e condivisi con altre persone.

Ho anche una sensazione, in genere sgradevole, di “fretta” vissuta eccessivamente. Fretta di partire, di arrivare, di cogliere, di offrire, di esserci, di non mancare, di realizzare, di non perdermi cose importanti, di valore. Nei momenti di pausa mi è sempre arrivata puntuale la consapevolezza che quanto era stato non interessava più a nessuno, perché … acqua che passa non macina più (**), per dirla con una ripetutissima frase di un vecchio collega di lavoro.

Del resto durante la mia vita professionale datata mi affascinava e al tempo stesso mi infastidiva un dirigente che dichiarava spesso a gran voce, e in quest’ambito gli slogan si sprecano, un’altra frase assai significativa: dobbiamo correre fermandoci e dobbiamo fermarci correndo!

Ebbene, l’ho fatto spesso. Nel lavoro e nella vita. Nell’ambito sociale e nell’ambito personale e familiare.

Ho avuto per tanto tempo questa impressione, di fare pausa in piena corsa, pausa perché indispensabile, fisicamente e mentalmente. Ma anche di fare corse sfrenate, con poca pausa, perché le pause interrompono qualcosa di ritenuto priorità assoluta e fermarsi è vergognoso, colpevole …

Ed ecco una prima domanda: ma chi l’ha detto che “dobbiamo”?

Chi l’ha deciso che dobbiamo essere sempre di corsa, e per arrivare dove? Anzi accelerare perché sembrerebbe che non ci fosse più tempo.

E’ proprio il verbo “dovere” che rompe le scatole. E’ un verbo che richiama immediatamente sensi di costrizione, di obbligo, talora l’anticipazione di conseguenze negative nel caso in cui non si riuscisse a svolgere un compito.

Anche da questo deriva l’atteggiamento di “fretta”, almeno per me. Ed è stato così da sempre.

Fin da bambino “dovevo” rispondere alle aspettative altrui. Poi adolescente e giovane adulto “dovevo” comportarmi secondo le giuste regole, a casa, con gli amici, a scuola e negli studi. Poi con la ragazza. Sono sempre stato abbastanza diligente, ma, lo riconosco, sempre un po’ ribelle. Ho avuto la fortuna di riflettere molto su tutto quello che mi capitava, sulle esperienze che andavo facendo, ma ho avuto una fortuna grandissima se penso a quanto mi hanno testimoniato i miei genitori e alla libertà che mi hanno permesso di avere, a quanto mi hanno donato amici veri che ancora oggi ricordo con affetto, a quanto mi hanno maturato le esperienze variegate che ho vissuto. L’incontro con la donna che oggi è ancora mia moglie, è stato alla fine determinante. La relazione con Angela mi ha permesso di crescere e diventare veramente e pienamente uomo. Mi ha aiutato ad esorcizzare la “fretta” distruttiva e a trasformarla, passo dopo passo, in cura per il momento presente.

E’ vero, il tempo finirà per ognuno di noi. Ma se vogliamo possiamo averne cura, qui adesso, e gustarlo intensamente.


Citazione: da “La mia anima ha fretta” di Mario de Andrade

Foto: By Angela Canale – Valle delle Lanze 1 marzo 2021

Note:

(*) fretta: Necessità o desiderio di fare presto: ho fd’arrivaredi finirenon posso trattenermi perché ho una gran f.; … Include spesso l’idea di rapidità eccessiva; s’accompagna perciò spesso all’agg. o avv. troppoparli troppo in f.; giudichi con troppa fretta (https://www.treccani.it/vocabolario)

(**) Aghe passade no masàne plui – Friuli Venezia Giulia; Acqua passata non macina mulinu – Calabria. Cosa vuol dire? L’acqua che è già passata sotto la ruota del mulino, non può far muovere la mola per macinare ancora una volta. Si dice per azioni, atteggiamenti, sentimenti che ebbero valore un tempo ma non ne hanno più (da https://dettieproverbi.it/)


Sogno incompleto

… o completo?

Mi scopro essere in un ambiente indefinito e al tempo stesso familiare. Non riconosco persone e oggetti presenti ma ne distinguo fattezze e caratteristiche che comunque mi sembrano non estranee.

C’è una bella luce e mi muovo con agilità come fossi a casa mia.

M’imbatto in un adulto che accompagna un bambino, dapprima assai piccolo, poi nel proseguo un po’ più grande. Parla inizialmente con suoni e parole non ben pronunciate e non chiare nel loro significato. Il bambino ha un bell’aspetto, una bella espressione del viso e sorride. Ha i capelli biondi, corti e solo più avanti intuisco essere una bambina.

Non so quale sia il suo nome e ha inizio un dialogo al quale l’adulto non partecipa, se non a tratti. Più avanti l’adulto, non sono più sicuro sia uomo o donna, sparisce. Forse, essendo impegnato, affida a me la custodia.

Succede che la bambina inizia a rivolgermi domande una dopo l’altra. Non faccio a tempo a pensare alle risposte.

E’ energica, mi spinge ad accompagnarla nei locali in cui ci troviamo. Le chiedo se ha bisogno di me, lei gingilla un po’ e poi mi chiede di aiutarla.

Pare non finire mai, c’è una forte sintonia tra noi. Mi sento quasi paterno, ma che vuol dire paterno?

Protettivo? Sostitutivo di un vero genitore? Ma cos’è “vero genitore”? Supplente? Quasi amico? Custode? Guardiano? Osservatore?

Domande e sensazioni che mi vengono tutte dannatamente assieme come solo in un sogno può capitare. Una magia che sembra realizzarsi in un millesimo di secondo.

E ho la percezione di svegliarmi …

Da svegli è assai difficile avere coscienza di una serie di concetti-stato d’animo, tutti concentrati e uniti in una sola confezione, non per questo oscuri, sacrificati e inutilizzabili, e fruibili in frazioni minuscole di tempo.

Mi ricaccio forsennatamente, almeno così mi sembra, nella situazione.

Riprendo da lì, come un film sospeso, e la bambina, che non pare disposta a darmi spiegazioni leggendomi in anticipo nel pensiero, è ciò che arguisco, mi prende per mano perché ha fretta di uscire all’aperto, dove c’è forse qualcuno ad attendere.

E’ una piacevole situazione questo essere preso per mano. La manina si perde dentro la mia, che non è una manona, eppure è una manina determinata la sua, che sa quel che vuole, che mi dirige.

Mi chiedo: dove andremo? Chi ci aspetta?

Stiamo uscendo dai locali, ma tutto pare evaporare, ci sono persone, un bel po’, irriconoscibili e che si decompongono velocemente, si annullano. La scena, d’improvviso, si frantuma in tantissimi piccole schegge, dalle sembianze di vetro e cristallo.

Sento una voce, e non è nel sogno: prendiamo il caffè?

Sono sveglio, non del tutto. Non vedo più lo scenario precedente, ma percepisco le persone incontrate e la loro presenza invisibile.

Tenendo gli occhi ben chiusi, non ricordo più i tratti delle persone e della bambina. Ricercandola nelle immagini mentali sento una piacevole sensazione, una carezza.

Provo a ricreare le scene vissute, ma sento che è molto diverso, anche se c’è l’illusione di riprendere la storia, da dove è finita. Provo a ripassare dall’inizio, cerco i particolari, i presunti significati,  ma non è più come prima.

Apro gli occhi e decido di aprirmi al nuovo giorno.

Mi alzo e, pur intontito, sensazione che mi è molto familiare, assaporo un buon caffè e … buona giornata!

.

Immagini: by Pixabay (Bambina per mano e Buon risveglio)

Momento: Schio, venerdì 19 marzo 2021


Scrivo …

Il fatto

Quale è il fatto? Il fatto è che quando scrivo sono felice.

 Scrivo e mi sento nel qui e ora.
 Scrivo e sento tutto me stesso e mi sento pieno di questa intimità come non mai.
 Scrivo, penso e mi ascolto.
 Sono ribelle, ma equilibrato.
 Sono matto, ma non troppo,
 Sono solidale, sempre.
 Sono senza limiti, ma entro un confine.
 Sono misurato, ma senza dubbi.
 Sono bambino, quanto basta.
 Sono maturo, ma senza essere arrivato.
 Sono cercatore, ma senza fretta.
 Sento tutto me stesso in un incrocio senza semafori, in cui avviene l'incontro delle mie identità. 

Citazione by Gianni Faccin

Foto GiFa 2013: Autoritratto in ufficio (Cariverona Thiene Piazza Chilesotti)


S. Natale 2020 …

Io-Tu-Noi

Qui nella casa in cui sono nato e in cui ho vissuto, qui con mia moglie e mia madre vicine, per me oggi è Natale. Sento ogni momento della giornata come una tregua dei pensieri e delle preoccupazioni pur presenti, dunque come una pausa di festa tutta mia, tutta nostra.

L’idea e il desiderio di questo blog, da tempo in gestazione, sono venuti a maturazione durante la recente ricorrenza del S. Natale.

Tutti ci ripetiamo da mesi, che l’anno appena trascorso ce lo ricorderemo per sempre. Non ci sono dubbi al riguardo.

Il 2020 è stato anche l’anno degli slogan, come “Andrà tutto bene”, “Restiamo a casa”, “Ripartiamo”, e così via.

In realtà possiamo pure raccontarcela, ma temo che non andrà tutto bene, per quanto continueremo a restare a casa e a ripartire.

Ci sono troppi aspetti da chiarire, non solo di tipo sanitario, e ci sono troppe contraddizioni e punti deboli in noi che la pandemia ha fatto venire a galla.

Punti talora oscuri su cui dovremo lavorare a lungo.

E il Natale appena trascorso rimarrà nelle nostre menti e nei nostri cuori come un momento veramente particolare e contrastato. Non fosse altro che per la evidente forte conflittualità tra i desideri e i bisogni di festa, di riposo, di vacanza, e anche di ritrovo tra persone che aspirano a stare finalmente insieme, da una parte; e le paure derivanti dal rischio di contagio reciproco accompagnate dalle tensioni derivanti dall’imposizione di non incontrarsi, di non avvicinarsi, per usare un verbo abusato, di non “fare assembramento”, dall’altra.

Un momento che pare interminabile, in uno scenario fatto di crescenti situazioni di sofferenza fisica e morale, di distacco fatale tra persone della stessa famiglia o parenti o amiche.

Io invece ho avuto la grande fortuna di ritrovare la mia famiglia, pur colpita inaspettatamente dal virus, nei giorni che hanno preceduto il Natale.

E potrei gridarlo forte: è stato un momento di grande preoccupazione, ma giorno per giorno anche di grande condivisione, vicinanza e sollievo per tutti noi.

Una vicinanza imprevista, ma inevitabile per poter prestare assistenza, come nel caso di mia madre.

Di tutto questo sono grato.

.

Citazione by Gianni Faccin

Immagine by Pixabay: Donna in attesa