Ritorno al Belvedere

Racconto brevissimo

Racconto brevissimo per Ferragosto.

Al Belvedere non ci torno più tanto spesso, pur essendo uno dei miei posti preferiti. Posti che offrono profonda calma, senso di sicurezza e di serenità.

Mi basta sapere che c’è e mi aspetta con pazienza.

Ti aspetta.

Ciò nonostante, ieri ci sono tornato. Pur in pieno agosto. Nonostante la facile presenza di turisti agostani.

Come sempre, un silenzio rumoroso, grazie al naturale ventilatore che muove ritmicamente l’aria facendo dialogare foglie e rami, ti accoglie.

Una volta allontanatisi i pochi turisti, visitatori occasionali o casuali, rigorosamente accompagnati dai cani attenti e fedeli, turisti che non riescono a non parlare, si gode una pace piena che nutre cuore e anima.

La bellezza della natura si estende dal bosco fin oltre lo steccato che avvisa del pericolo. Davanti si sviluppa l’orrido e si estendono verso il cielo di una impressionante serenità i monti con diverse sfumature di colori.

Un nuovo visitatore, solo, dedito alla corsa, si ferma e si porta, curioso, oltre lo steccato forse nel tentativo di trovare una scorciatoia, ma poi torna sui suoi passi. Riprende a correre.

La ricca vegetazione non nasconde i dettagli di quanto si può ammirare, perché è stata da qualche anno sacrificata con potature esperte, utili a far rinascere le piante, un tempo esorbitanti.

La luce è intensa. Come aprendo uno scuro in casa, ti assale improvvisamente e ti si aggrappa quasi a non voler lasciarti andar via.

Una gioia ti pervade e ti conquista. Non svanisce quando decidi di prendere il sentiero del ritorno.

Tanto lo sai che tornerai presto al Belvedere.

E che, in ogni caso, il Belvedere ti aspetterà paziente.

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Immagine: Il Belvedere, foto 2026 by Gianni Faccin


Silenzio

Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca. 

Chi non ha bisogno si svuotare la testa, di mettersi in pausa, di alleggerirsi di pensieri, occupazioni mentali, pesi interni? Una differenza c’è nelle persone, e si nota, tra chi ci riesce a sospendere i pensieri e chi invece rimane stabilmente ostaggio di quei pensieri. E la possibilità vivere più leggeri c’è per tutti …

La mia formula, quella che per me è funzionale, è quella di chiudere gli occhi e immaginare i miei posti sicuri e i ricordi belli anche per pochi minuti o, alternativamente, entrare in contatto con la natura. Per esempio, occupandomi di giardinaggio, non tanto e non più per dare massima dignità al giardino, ma per ordinarlo al meglio possibile e toccare con mano o attraverso gli arnesi, la terra, le piante, i fiori, le erbe …  Per esempio, camminando lentamente e osservando i dettagli che incontro nei boschi e nei prati e riempirmi dei diversi “verdi” … Per esempio, seguendo sentieri montani, boschivi, mai ben conosciuti, e ricercare il silenzio sonoro degli alberi, delle foglie o percependo i suoni vicini e lontani che nel bosco arrivano attutiti, ovattati quasi sordi.

Un tempo, ho provato anche altre modalità, nel senso di approfittare di situazioni obbligate, non brevi come viaggiare in treno o in auto, ma non sono le mie preferite. Più facile invece, il percorrere a piedi anche in città tragitti stabiliti e obbligati, ma in tal caso l’ansia di arrivare alla meta non mi agevola. In ogni caso, è il bisogno di vivere un “silenzio vero”, tangibile, che spinge alla sospensione, al di là della modalità di turno.

Mi piace lo spunto tratto da un recente libro di un noto romanziere e sceneggiatore di fiction tv poliziesche (*).  Anche il suo personaggio sente spesso il bisogno impellente di sospendere i pensieri e l’autore lo descrive benissimo.

“Per svuotare la testa, Elsa M. sfruttava il tragitto dal commissariato a casa, non un percorso impervio per una camminatrice esperta come lei.

Un’operazione non sempre facile: lasciare andare le complicazioni connesse al lavoro, i risvolti dei casi che affrontava, le concatenazioni tra gli eventi; e ripulirsi dentro prima di entrare nell’altra quotidianità. Certo, in montagna le veniva più agevole. Nei posti in cui era nata, gli elementi favorivano tanto la concentrazione quanto il libero abbandonarsi al nulla. Il silenzio, per esempio: nei borghi tra le vette bastava spostarsi di poco e si finiva immersi nella natura. E il tratto distintivo della natura era senza dubbio il silenzio.

Nel silenzio si può parlare con sé stessi, pensava Elsa. Le distrazioni si allontanano, l’ambiente si ritrae e se ne sta per conto proprio, e tu puoi discutere fra te e te”.

Qui, l’autore rafforza il messaggio contrapponendo una situazione opposta, pure questa molto efficace nella sua concretezza.

Al contrario, nella dannata, inarrestabile baraonda di quella città sul mare la quiete era merce impossibile da reperire. Non c’era ora e non c’era giorno – fosse l’alba o il tramonto, fosse agosto o dicembre – che trascorresse senza avere intorno qualcuno che urlava, due che discorrevano ad alta voce, una maledetta finestra spalancata dalla quale strepitava un televisore … D’estate il fenomeno si amplificava, perché il caldo non dava tregua e non c’era una sola porta o apertura qualsiasi che rimanesse chiusa, e ognuno stava lì a chiamarsi da un capo all’altro, a litigare, a protestare, a comunicare, urlando per farsi sentire o anche soltanto perché quello era il tono usuale. Il secondo tratto distintivo era la totale assenza di riservatezza. A furia di starsene così, … non c’era uno che si sentisse immune dal farsi i fatti altrui”.

Insomma dal paradiso all’inferno, si potrebbe commentare.

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Citazione: Dono del silenzio – frase celebre assegnata a Charlie Chaplin

Immagine: Claire2019 – foto a cura dell’autore

Note: (*) da Figli – Per i bastardi di Pizzofalcone (cap. XXIV pagg. 153-154) di Maurizio De Giovanni – 2026 Einaudi


Viandante

Viaggiare dovrebbe sempre significare vivere una esperienza, e si può avere un’esperienza preziosa soltanto in luoghi, in ambienti con i quali ci troviamo in un rapporto spirituale.

Ho avuto il piacere recentemente di incontrarmi con un poeta e le sue poesie. E anche con un romanzo autobiografico. Casualmente. Si fa per dire … I versi e il romanzo mi sono capitati in mano, leggendo altro, e c’è sempre una spiegazione.

Era da un po’ che ripensavo a questa dimensione del viandante, dell’essere in viaggio, del muoversi, nel viaggio della vita.

È una dimensione sulla quale mi ero già soffermato circa cinque anni fa. Ne scrissi anche, trovandone giovamento e maggior chiarezza nel mio procedere.

E mi piaceva quella parola, forse perché la sua potenza mi portava da una parte a fondere insieme molte mie sfumature personali e dall’altra a fare finalmente chiarezza dentro di me.

Solamente quando c’è chiarezza si possono fare scelte consapevoli e coerenti con la visione che si ha di sé.

Il fatto è che nella mia vita ho avuto molti sé.

Per mia fortuna ho sempre fatto selezione, anche di recente. Ma non abbastanza.

È questa circostanza che mi ha tenuto per anni “in calda” e spesso a disagio con me stesso e con gli altri. Ho sempre faticato a dire no. Fatico anche oggi, ma la parola viandante mi aiuta.

È una definizione che mi calza bene da sempre, oggi di più, e che mi è giunta inaspettatamente e improvvisamente, senza suggerimento alcuno.

Qualche giorno fa l’ho cercata nei dizionari.    Viandante significa – secondo Garzanti – chi compie un lungo viaggio a piedi. Hoepli dice: chi intraprende un viaggio a piedi, per recarsi in un luogo definito o senza meta. Dizionario italiano: chi copre lunghe distanze a piedi, perlopiù fuori città. Treccani: chi va per via; in particolare chi passa per vie fuori di città, viaggiando a piedi, per raggiungere luoghi anche lontani. Leggendole, a tutta prima, sembrano definizioni uguali. In realtà non è così, ci sono diversità. Guardando bene si può notare come quanto evidenziato porti a significati molto diversi e particolari.

A me è arrivato immediatamente un gruppo di immagini-significato:

–             lungo viaggio, ovvero la vita;

–             andare a piedi, ovvero con le proprie doti e dotazioni;

–             raggiungere luoghi definiti o senza meta, ovvero destinazione precisa, ma anche no;

–             lontani, ovvero visione ampia lunga;

–             fuori città, ovvero andando oltre i confini.

Mi ci ritrovo appieno.

È un nuovo programma di vita con nuovi e ritrovati punti di vista.

Lungo viaggio è il periodo che tutti vorremmo lunghissimo su questa nostra terra. Un viaggio che non sappiamo in anticipo come sarà. Lo conosciamo momento per momento.

L’andare a piedi è fantastico. Richiama non solo il far affidamento sulle proprie abilità personali e sulle proprie caratteristiche. Ma anche il poter decidere di far conto dei propri mezzi naturali affrancandosi da tutto quello che è superfluo o non necessario. Di tutto quello che, ingombrante, ci condiziona e ci toglie benessere. Ci impedisce di essere migliori.

Di tutte quelle sovrastrutture e strutture che non ci aiutano a volare più alti o addirittura a spiccare il volo desiderato. Insomma si tratta di divenire autentici passando per una pulizia generale e particolare del proprio contesto fatto di oggetti, comportamenti, abitudini, ambienti, ma anche di relazioni e contatti con persone e di illusioni.

Servirebbero pulizie frequenti, le stagionali non sono sufficienti, almeno per me.

Raggiungere luoghi rappresenta il classico piano di obiettivi che ciascuno di noi si costruisce, fin da quando è piccolo. Non è soltanto farsi accompagnare a Gardaland, al parco giochi o ai centri estivi, oppure, da grandi, andare in centro città, oppure scalare una vetta. Non è soltanto andare al cineforum oppure ad una serata enogastronomica. Non è soltanto fare un pellegrinaggio a Lourdes oppure fare il Cammino di Santiago. Non è visitare una capitale importante oppure fare un viaggio in Amazzonia, in Africa o raggiungere il Tibet.

Raggiungere luoghi non è solo questo, per quanto importante, ma è come viviamo e quindi come impostiamo il viaggio stesso. Sappiamo fino ad un certo punto le sue caratteristiche. Conosciamo alcune fermate programmate o potenziali. Abbiamo il desiderio di fare certe tappe, ma come sarà effettivamente il viaggio lo sapremo solo durante e dopo. E’ fondamentale stabilire gli obiettivi intermedi e l’obiettivo finale per riuscire a raggiungere luoghi definiti, ma è altrettanto fondamentale essere aperti a novità e a scoperte inattese. Comprese le possibili deviazioni e, se opportuno, compreso un repentino e utile cambio di rotta.

Chi va abitualmente per il mondo lo sa bene.  Spesso è preferibile non pianificare il viaggio con troppi dettagli, è meglio lasciare spazio alle sorprese che si spera gradite. È meglio lasciarci sorprendere.  Affidarsi. Ecco perché viaggiare talvolta senza meta.

Luoghi lontani non solo geograficamente parlando, ma anche collegati a storie antiche, da dove tutti veniamo. Viaggi nel tempo quindi recuperando storia vera, ma anche miti e leggende.

Tutto questo per meglio guardare in avanti e darsi una prospettiva che vada ben oltre il cosiddetto breve termine. Visione di lungo, almeno come tentativo di darsi un senso di vita.

Fuori città è uno spunto che mi propone un’immagine assai intrigante. E’ quella dimensione di andare oltre che mi accompagna da molti anni e alla quale non sono sempre riuscito a collegarmi adeguatamente. Oltre i confini, oltre le facili sicurezze, oltre ciò che diamo per scontato, oltre i nostri limiti, oltre ciò che non fa più per noi, oltre ciò che è andato. Sentirmi a casa anche fuori città. Andare fuori città può scombinarci, disorientarci, farci sentire inadeguati, insicuri e incerti, ma è solo così che ci rimettiamo in gioco e tocchiamo con mano la nostra essenza.

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Riflettevo qualche mese fa, quando sono fuori città, oggi, mi sento in armonia con me stesso e con il mondo, scopro nuove cose di me e degli altri. So che tornerò ai miei indirizzi di sempre, ma so che la mia casa è anche fuori città. Soprattutto fuori.

Per finire e per mia fortuna ho ricoperto molte parti finora, in almeno sei decenni. Sono esperienze irrinunciabili. Quel che mi succede ora è che tali parti vengono assorbite in una.

Sono stato: io figlio e fratello, io animatore in parrocchia, io volontario, io fidanzato, io amico, io studente universitario, io calciatore, io militare, io bancario, io marito e padre, io genero e cognato, io sindacalista, io politico, io consigliere comunale, io zio, io dirigente aziendale, io animatore sociale, io guida relazionale, io tirocinante, io counselor, io reader, io blogger, io scrittore, io facilitatore, io libero professionista, io vicino, io amministratore, io studioso, io coordinatore, io progettista, io motivatore, io tutor e supervisore, io consulente, io fotografo, io pescatore, io giardiniere … Oggi:  io viandante.

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Citazione: da Il viandante di Hermann Hesse – Oscar Mondadori

Immagine in evidenza: Illuminazione, foto del particolare del Cammino di San Francesco – Assisi a cura di Angela Canale

Immagine affiancata: foto “Visione del cammino” a cura dell’autore


Spello

Fare un po’ di deserto, lasciare di tanto in tanto gli uomini, cercare la solitudine per rifare nel silenzio e nella preghiera prolungata il tessuto della tua anima, questo è indispensabile, e questo è il significato del deserto nella tua vita spirituale.

Ti ricordi?

Se ti ricordi, l’hai senz’altro vissuto e non sarebbero necessarie parole in più per attualizzare valori, ispirazioni, motivazioni, esperienze …

Il titolo avrebbe potuto benissimo essere “Deserto”, ma trovo che “Spello” sia appropriato da ogni punto di vista.

Ci penso spesso, ogni volta che mi accingo ad ascoltare il silenzio o a ricercarlo nella natura, ma anche ovunque ci si possa ritirare per riuscire a tornare ad essere centrati, facendo “deserto” intorno a noi.

In quella cittadina umbra di circa ottomila abitanti, meglio nota come borgo tra i più belli del nostro Paese, risiede un piccolo ma importante centro turistico, ma ancor di più un centro di richiamo alla spiritualità che per decenni ha attratto persone (molti giovani) da tutto il mondo.

Personalmente, l’esperienza Spello è stata un’esperienza di ricerca spirituale e di conoscenza di me stesso alla luce dei vangeli proposti da tanti testimoni e in particolare da Carlo Carretto. (1)

C’era una grande sete di spiritualità negli anni settanta. Come c’è sempre stata. Ma oggi, al di là della caduta – sembrerebbe – di ogni attrazione religiosa, vedo e sento che la sete di spiritualità si è ingigantita e lo provano le tante iniziative che vanno ovviamente in ordine sparso a raccogliere istanze di giovani e meno giovani e a dare continuo stimolo collettivo con iniziative le più disparate.

Francamente, molto spesso è la risposta “commerciale” ad una domanda di senso che necessariamente cresce dal basso e si sviluppa fortemente in un mondo in cui le poche ed usuali certezze sono di fatto scomparse.

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Io sono di quelli che – pur con tanti dubbi e tante perplessità – riesce a mantenere, almeno intimamente, un percorso di riferimento religioso che ha a che vedere con la Fede più che con le liturgie, con la Parola più che con le regole, con le Testimonianze più che con le prediche, con la Vita autentica più che con le tradizioni. E che ha visto (e vede) nell’esperienza di Spello segni di speranza per un dialogo profondo tra diverse anime religiose che vibrano nel mondo, senza che la religione professata diventasse (o diventi) un muro invalicabile. Insomma credo ancora in quell’utopia che a Spello è stata il pane comune. Impegnarsi dal basso e nel piccolo ad aprire finestre e a non ergere muri, in tutte le dimensioni e situazioni  umane.

A Spello c’è stata una buona semina. Eppure l’esperienza ha chiuso ufficialmente i battenti in concomitanza con la chiusura della Fraternità dei Piccoli fratelli del Vangelo. Questo per effetto, come dappertutto in Occidente, della cosiddetta crisi vocazionale.

Cos’è stata la buona semina? Secondo Mariano Borgognoni (2) “Spello è diventata e poi è stata per molti decenni un crocevia di cercatori di fede, di senso, di vita, di accoglienza, di fraternità, all’inizio, nel lontano 1965, intorno alla presenza di Carlo Carretto … Una scuola di semplicità e di speranza che ha orientato tante vite con la testimonianza feriale di un vangelo ridotto all’osso, vissuto in una spoliazione autentica, consumato nella condivisione dei lavori più umili o nel silenzio dei chiostri senza orpelli, o nel cammino pensoso e liberato dalle angosce tra gli alberi dell’altra metà del Subasio francescano, o davanti a un pane spezzato, profumato da fiori di campo, sopra la tavola della Cena.

Fratelli universali sì, ma compiendo scelte nette che mettano dalla parte degli sfruttati, dei sofferenti, dei dimenticati. Di questa fraternità conservo tanti ricordi e tanta gratitudine”.

Buona semina perché, continua Borgognoni, ed è anche il mio punto di vista, “penso davvero che ognuno abbia conservato qualcosa di essenziale di quelle esperienze più remote e più recenti, uno scandaglio, una bussola, una lampada che ha orientato e fatto almeno un po’ di luce sulla propria esistenza. La traccia della buona semina ricorda il presentimento di Francesco. (3) … Tutto questo parla in quest’epoca ad ogni comunità che vorrebbe essere cristiana: l’importante non è pensarsi eterni ma portare qualche frutto buono nel tempo che ci è dato”.

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Citazione: da Le lettere dal deserto di Carlo Carretto – Ed. La Scuola 1964 – brano a pag. 82

Immagine in evidenza: Eremo S. Maria del Paradiso – Spello foto by https://www.iluoghidelsilenzio.it/eremo-di-santa-maria-del-paradiso-spello/;

Immagini nel testo: Soggiorno di gruppo a Spello e Visite ad Asisi (1982) – immagini di repertorio a cura dell’autore; Abbazia di San Girolamo da ttps://www.iluoghidelsilenzio.it/

Note nel testo: (1) Carlo Carretto è una figura di primo piano nella spiritualità cristiano.cattolica eppure è scarsamente conosciuto. È stato un religioso, teologo, e saggista italiano della Congregazione cattolica dei Piccoli Fratelli del Vangelo. Il suo è un profilo molto interessante. Vedere https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Carretto/; (2) Mariano Borgognoni è direttore della rivista Rocca – rivista quindicinale della Pro Civitate Christiana di Assisi; (3) Il presentimento: intimo avvertimento colto da Simone Weil quando passò in Umbria ed arrivò da non battezzata ad inginocchiarsi presso la Porziuncola. Un presentimento di chi venne accolto dalla parte più umile della gente in un impeto di accoglienza e di chiunque cercasse una fede autentica, non convenzionale, non abitudinaria e non estranea alla realtà. È quanto avvenne con S. Francesco secoli or sono ed è quanto è successo nel 2013 con Papa Francesco. In quest’ultimo caso con l’attesa di un nuovo stile di Chiesa maturato dai tempi del Concilio Vaticano II.


Taccuino, taccuini

Fonti non scontate

Qual’è il significato della parola “taccuino”?

Secondo la Treccani: derivazione dall’arabo taquīm, lat. mediev. tacuinum. –  Libriccino con fogli bianchi per appunti. Estensioni: In letteratura, titolo di opere formate da pezzi varî, quasi frammentarî e inorganici come le note di un taccuino (per es., Taccuino di Arno Borghi di A. Soffici, 1933; Il t. del vecchio, raccolta di poesie di G. Ungaretti, 1960). Nel tardo medioevo, titolo (per lo più nella forma lat. mediev.) di raccolte di prescrizioni mediche e igieniche, o anche di piccole enciclopedie di medicina (per es., Tacuinum sanitatis). Piccolo album per disegni, schizzi, abbozzi: i t. di disegni del fronte della guerra 1915-18, di L. Viani. Calendario, lunario, almanacco, con previsioni astrologiche sugli avvenimenti dell’anno. Portamonete. Io preferisco rimanere nella accezione iniziale, quella letteraria e – senza farla lunga – dichiaro che mi piace ispirarmi, nel metodo, ai Taccuini di Fitzgerald e di Camus.

Già. Anche io ho i miei “taccuini”, non uno, ma più taccuini, in cui sono raccolti pensieri, frasi, spunti da libri che mi hanno dato motivazione, spinta, senso, scoperta di significati e di differenti punti di vista. Si tratta di raccolte talvolta disordinate o estemporanee, brevi o articolate, in ogni caso importanti per me, per confrontarmi con me stesso. Infatti, ci sono anche lettere, messaggi, riflessioni, riassunti, resoconti …

In molti casi, i brani su cui mi sono soffermato dopo o durante una lettura di un libro o di un pezzo giornalistico, non mi è chiaro fin da subito come collocarli dentro o fuori di me, in altri casi mi possiedono immediatamente e devo fermare l’elaborazione con uno scritto o riportando il testo originale. Dal prossimo anno (2026), inizierò ad alimentare questo “blog” nel sotto-elemento dal titolo su riportato.

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Immagini: Alcuni miei taccuini foto GiFa 2025

Riferimenti nel testo: Treccani.it e Wikipedia


All’ombra del campanile

L’ombra del mio campanile si staglia nello spazio-tempo …

È vero, siamo cresciuti all’ombra del campanile, e siamo in tanti. Oggi abbiamo quasi tutti superato – o ci stiamo avvicinando – il confine statistico che dà inizio alla cosiddetta terza età. La nuova terza età, quella che qualcuno ha fissato dai 65 agli 80.

Senz’altro anche altre generazioni hanno avuto questa occasione, di crescere all’ombra del campanile, ma noi, le nostre generazioni, abbiamo avuto una grande possibilità. Possibilità tendenzialmente rigida e strutturata, per niente liquida.

Ma di che cosa stiamo parlando?

Il detto assai diffuso “all’ombra del campanile”, che pare derivi da un proverbio medievale toscano, assumerebbe vari significati a seconda dell’epoca, delle storie e delle credenze, con molte distinzioni da regione a regione. Per esempio uno dei significati secondo il citato proverbio (1) è che “si vive meglio quando si abita in un luogo noto e familiare”. Ma anche che “si vive bene a spese della Chiesa”. Detto anche per indicare chi è tutelato da un potere superiore. In questo senso “All’ombra del campanile” è diventata una locuzione di uso comune.

Interessanti i molti altri significati o usi. Ma nel mio (nostro) caso mi rifaccio all’infanzia fino all’adolescenza (5 – 17 anni) e a tutta una serie di esperienze vissute in ambito parrocchiale e quindi, giocoforza, all’interno e in prossimità delle strutture parrocchiali compresa la chiesa e anche il campanile, che in verità nel mio personale caso non c’era, essendo la chiesa una struttura che si diceva moderna (in realtà lo è ancora oggi) e al posto del campanile, esternamente, presenta un bel “battistero”. (2)

Da qui una particolare curiosità a stampo ironico: sono cresciuto (siamo) all’ombra del campanile vicino ad una chiesa senza campanile. Avremmo potuto dire “all’ombra del battistero”, ma francamente non mi sono mai posto il problema. E non ho mai sentito nessuno che ne parlasse.

Era la metafora che mi (ci) faceva pensare e dire all’ombra del campanile. E ancor oggi con qualcuno la metafora viene replicata agevolmente e tra noi ci capiamo.

In quegli anni (dal 1962 fino a tutto il 1974), principalmente verso l’adolescenza, prima di cercare di fidanzarsi e cercare lavoro, l’obiettivo era socializzare e trovarsi in gruppo, sia per giocare e divertirsi, sia per impegnarsi in qualcosa di più grande che aveva spesso a che fare con ideali alti e condivisi.

Si facevano feste in gruppo. Si facevano raccolte carta e ferro vecchio per le missioni, si partecipava a gruppi parrocchiali di varia natura, si aiutavano i preti che già allora dicevano di essere pochi … Ci si impegnava nel catechismo cattolico, si andava a messa tutti insieme, si incontravano gruppi di altre parrocchie, si organizzava la sagra parrocchiale, si facevano mostre e recital, si organizzavano campeggi o campi-scuola, si partecipava (solo alcuni) a corsi di formazione o a dibattiti, si andava insieme al cinema, si diventava per un po’, qualcuno per tutta la vita, animatori sociali, alcuni anche seminaristi, pochi impegnati in politica. Come che sia, si discuteva moltissimo (troppo) di come le cose dovevano andare nella nostra comunità, spesso senza sapere i dettagli che riguardavano questioni serie, ma che oggi farebbero, anzi fanno sorridere rispetto ai problemi del mondo attuale che sta cadendo a pezzi.

Personalmente, ho vissuto difficoltà – sempre all’ombra – per le modalità con cui venivano proposti (imposti) temi esistenziali, sociali e soprattutto religiosi.

Per esempio, quando ho cominciato a ragionare mi sono accorto di confondere religione e fede, ma al contempo detta confusione mi ha portato a farmi tutta una serie di domande e ho capito che avere fede non significa non avere dubbi, anzi sono proprio i dubbi che mi possono aiutare a muovermi nella nebbia.

È un fatto di ricerca interessata. Un moto interno che mi spinge a ricercare, sapendo già che non conoscerò fino in fondo …

Oggi, pare essere meno gettonata questa ombra del campanile. Del resto negli anni citati non esistevano tante altre possibilità: o facevi gruppo in parrocchia oppure lo facevi al bar nella migliore delle ipotesi. Soltanto, agli inizi degli anni ’80 hanno cominciato a svilupparsi: strutture di quartiere, strutture di volontariato, associazionismo, strutture culturali e sportive.

E guardando all’attualità basta un breve sguardo all’indietro per accorgersi dei cambiamenti avvenuti: ad ogni epoca le sue espressioni e manifestazioni, per esempio oggi lo stesso volontariato si rivolge ad altri lidi come l’ambiente, la natura, il ben essere. Sono alcune tra le dimensioni che hanno preso il sopravvento e che presentano una miriade di proposte ed iniziative.

Forse viviamo tempi, oggi, in cui l’offerta indistinta di attività è talmente elevata da creare molteplici occasioni di ritrovo e di socializzazione, ma anche molta confusione che non aiuta la persona a fare scelte consapevoli e ben mirate.

In ogni caso, ricordo, anche con un pochino di nostalgia, quando si poteva crescere all’ombra del campanile, pur nella rigidità e chiusura di certe visioni di chi ci guidava, riuscendo a scoprire la forza del gruppo e a sognare nella realizzazione di un mondo migliore senza restare fermi o indifferenti. Un po’ più uomini autentici … lo siamo diventati.

Forse, è stato fondamentale il riferimento al campanile, che nel mio caso non esisteva, con la sua ombra, che a mio avviso era ben presente. Del resto, come ha scritto un giornalista 10 anni fa (3), nel paesaggio urbano il campanile è sicuro punto di orientamento. Spesso è anche indicatore del centro del borgo o della città, nel caso di una cattedrale. Ma il campanile non è solo un termine visivo, è anche profondamente simbolico nella sua capacità di accentrare valore topografico, religioso e civico. (4)

Per farla semplice, e chiudo, ecco per me un altro simbolo importante che può essere ancor oggi riferimento per i propri comportamenti, pensieri e scelte di vita, sia come individui, sia come comunità.

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Citazione e immagine: a cura dell’autore

Note: (1) da www.sapere.virgilio/proverbi/; (2) è l’edificio separato da una chiesa in cui si svolge il rito del battesimo. La separazione dei due luoghi ha origine nei primi secoli dell’era cristiana, quando i non ancora battezzati non erano ammessi alle celebrazioni eucaristiche che si svolgevano all’interno dei luoghi di culto consacrati (https://it.wikipedia.org/wiki/Battistero); (3) Alessandro Beltrami in https://www.avvenire.it/agora/pagine/campanile-; (4) idem in (3).


Simbolo d’amore

Hibiscus: pianta perenne come l’Amore

Non so voi, ma a me capita spesso di osservare qualcuno o qualcosa e provare un sentimento profondo. Non solo osservando. Anche ascoltando o leggendo. Mi capita anche di cercarne la causa e di non trovarla. Almeno nell’immediato. Poi, con un po’ di buona volontà mi convinco di averla trovata o quasi.

Non mi piace fermarmi ai ragionamenti, se mi accorgo di essere troppo nel razionale sospendo tutto e attendo momenti migliori.

Diversamente, se riesco ad ascoltarmi in profondità non lascio scappare l’opportunità.

Non so se lo fate anche voi, ma io ricorro spesso alle immagini mentali, a volte a veri e propri video mentali. In pratica, mi faccio aiutare dai simboli. Provateci!

Sappiamo tutti, almeno spero sia così, che si definisce “simbologia” la disciplina che studia i simboli e i loro valori. I loro valori e significati, appunto.

Esiste poi il cosiddetto “pensiero simbolico”, se non lo sapete. Ed è una cosa che sa di psicologia e sembrerà strana, ma in realtà è qualcosa di molto utile oltreché reale.

Questo speciale pensiero è la capacità di figurarsi mentalmente qualcosa attraverso qualcos’altro. È un’abilità che porta a usare simboli, immagini e parole per pensare a concetti, idee o situazioni che non sono presenti realmente nell’immediato. Io lo scoprii quando studiai Jean Piaget che a sua volta studiò il gioco simbolico, nel sogno e nel linguaggio.

Orbene, mi sono trovato spesso – anche recentemente – a soffermarmi a osservare, senza che lo facessi di proposito, gli ibischi che si trovano nel mio giardino e in altri spazi di famiglia che frequento abitualmente.

Da mo’ sapevo del significato dell’ibisco, nel linguaggio floreale. Si tratta di un fiore che, soprattutto nel mondo orientale, viene spesso coltivato in giardino. È un fiore che è simbolo di benvenuto per chi viene a visitare la casa ed è spesso associato al buon augurio.

I miei ibischi presentano fiori bianchi, rosa e di un viola molto raro. Sono soprattutto quelli bianchi che mi attraggono.

Nell’osservarli mi fanno sentire qualcosa di particolare, di non sempre ben definito. Qualche cosa che ha che vedere con un senso di tenerezza e di sicurezza al contempo.

Che diamine avranno questi fiori per colpirmi in questo modo? – mi chiedo.

Mi dicono i soliti bene informati che un significato molto diffuso per esempio quando si regala un fiore di ibisco è quello legato all’amore.

Ma sì, dai! – come se regalare altri fiori belli non richiamasse qualcosa di amorevole. Approfondendo qua e là, in effetti, l’ibisco pare essere spesso considerato simbolo di armonia e di eleganza, ma anche simbolo di fragilità e di bellezza fugace, questo perché la pianta fiorisce di mattina e la sua fioritura dura solo un giorno.

Ecco, che per me, se vi interessa saperlo, l’ibisco, quello bianco in particolare, richiama in profondità significati intuiti a tratti, non sempre ben individuati, ma comunque oggi più prossimi alla consapevolezza. Mi sento portato alla autenticità e all’armonia che sviluppa bellezza, pur consapevole delle personali debolezze e della fugacità della vita.

A na certa, succede che l’ibisco, sì anche lui, continua a farmi da ponte tra ciò che è inconscio e ciò che viene finalmente a galla nella coscienza.

È sì un simbolo, d’amore.

Fantastico!

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Citazione e riferimenti testo: a cura dell’autore;

Detti: detti riportati in corsivo, correnti vari dialetti italiani o di nuovi usi di lingua italiana;

Immagine: Ibisco bianco by GiFa2025:

Modalità scrittura: adattamento sperimentale a forma colloquiale di J.D. Salinger (Il giovane Holden e Nove racconti – Einaudi ed.)


La casetta nel bosco

Ricordiamo il nostro posto sicuro … e con esso ciò che è, grazie a ciò che è stato.

Erano anni bellissimi. Tutti presenti dai neonati alle nonne. Generazioni non a confronto ma insieme per voglia di farlo, di condividere, di esserci, di fare famiglia.

Non lo facevamo spesso, ma quelle poche volte che c’incontravamo, solitamente in montagna nei pressi del bosco e d’estate, fuori da ogni inquinamento sonoro e d’aria, ci sentivamo uniti, sereni e inseriti in un vero angolo di pace, quello che oggi qualcuno chiamerebbe “borgo del respiro”.

Gli abeti ci facevano da contorno e ci riparavamo nelle ore di sole, quando cominciavamo a predisporre la “cucina da campo”.

Da seduti, ma anche stando in piedi, i fili d’erba più cresciuti ci solleticavano le gambe nude. Qualche gruppo di ciclamini ci ricordava che eravamo in un posto speciale, ma non ci impediva di predisporre tutti insieme un mega tavolo da dedicare all’arte della cucina alla boscaiola.

Quest’ultima era fatta di vari tipi di cibarie perché in questi casi non si faceva qualcosa stile l’apericena, ma si gustava qualche biscotto salato e si brindava con un buon bianco secco o con un analcolico e con tante risate, in modo da ben disporci ai numerosi assaggi successivi e in particolare al piatto forte: la carne ai ferri che alcuni di noi, pochi per la verità, si candidavano a grigliare su imponenti barbecue disponibili a tutti e per chi desiderava vivere un pic-nic in libertà. C’era anche chi arrivava sul posto due ore prima dell’ora fissata per il ritrovo, per non rischiare il trovare gli spazi già occupati. Ed era il caso nostro.

Eravamo tutti molto in confidenza, ma nel ritrovarci c’era sempre quella fase in cui si capiva bene quando cominciavano i convenevoli, ma non era mai chiaro quando sarebbero finiti. Se ci avessero filmato ne sarebbe scaturito un ottimo lungometraggio da far invidia agli sceneggiatori della Disney. E rimanendo nella cinematografia, certe scene avrebbero ricordato per la bizzarria le interpretazioni della Bruni Tedeschi.

La scelta delle cibarie non seguiva un preciso filo conduttore. Infatti, nonostante gli accordi preliminari, aventi lo scopo di facilitare il convegno, alla fine ognuno si organizzava secondo le proprie ispirazioni e questo ci portava a rendere la fase “mangiatoia” come la chiamavamo, complicata, intensa, variegata e tutt’altro che leggera.

Non mi è mai stato chiaro come siamo sempre riusciti a finire tutte le riserve alimentari.

La parte più esilarante riguardava la preparazione dei tavolini su cui appoggiarsi e le seggioline tutte diverse una dall’altra. Non mancava nulla. Mai che succedesse che si dimenticasse una forchetta o un altro attrezzo utile, tanto era l’entusiasmo che portava ad una meticolosa preparazione tecnica dei nostri convegni.

A ben vedere non eravamo tantissimi, ma il numero era secondario rispetto al “momento famiglia” che vivevamo. Un momento che significava tante cose, soprattutto il clima di intimità, condivisione, desiderio di raccontarci fatti antichi o recenti, ognuno con la sua carica interna di mettere in mezzo al gruppo storie importanti o anche semplicemente divertenti.

Si finiva con il caffè, scrupolosamente preparato a casa e custodito in comodi térmos per darci la sensazione di gustarlo come fosse appena fatto. Per qualcuno c’era anche la correzione a parte, come si usava dire.

Ad un certo punto i discorsi rallentavano coerentemente con l’aumentare dell’incapacità a restare svegli, anche se c’era chi proseguiva nei suoi racconti e pareva non esaurire mai la benzina.

Alcuni facevano subito a gara per mettere su lettini improvvisati i bimbi che “dovevano” fare il sonnellino pomeridiano.

Momenti e contesto decisamente fondamentali che davano ai bambini il loro spazio di riposo, alle madri il respiro dalle incombenze impegnative, come a tutti è noto, ai nonni e zii di proseguire nelle discussioni e alle nonne di riordinare quello che non serviva riordinare visto che eravamo tutti all’aperto, quasi dentro nel bosco. Ma a quel punto bisognava rendersi utili e quindi c’era da riordinare …

Diversamente dai nonni e dagli zii che insistevano nelle discussioni, noi, che eravamo padri moderni …, desideravamo appoggiarci nei materassini di fortuna, vicino ai bambini quasi dormienti per far loro una silenziosa custodia protettiva.

Era una sfida, ma si sapeva che il sonno avrebbe presto conquistato i nostri pargoli e questo ci avrebbe permesso, zitti zitti, di seguirli nel mondo boschivo di Morfeo.

Ci fu un anno, in cui praticammo il convegno familiare un po’ più su, più addentro nel bosco, nei pressi di una vecchia casetta fatta di pietre, a relativamente poca distanza dalla zona barbecue. Era uno spazio che ricordava favole, vicende magiche, ma anche storie di vecchie feste e tradizionali ritrovi. Anche un noto scrittore ne scrisse in un suo famoso romanzo. (*)

Allora l’erba sfoltita, gli abeti intorno, i faggi, i ciclamini e i gruppi di lamponi ci facevano da cornice. Ci rilassammo un mondo. Era un piccolo paradiso di pace e serenità. I bimbi al loro risveglio correvano avanti indietro dalla nostra postazione alla casetta così come è oggi, anche se tutto intorno la natura ha preso ampi spazi, mentre sono state tagliate molte piante storiche e l’erba cresce disordinata.

E la casetta comincia a celarsi anche se ancora si riesce ad intravederla tra i cespugli e le altre piante selvatiche che hanno preso piede negli ultimi anni.

Passeggiando, in questi giorni, vicino alla casetta nel bosco, sono riandato a tanti ricordi come quelli descritti e a molti altri momenti.

C’è stata vita in quei posti, che sono cambiati, si sono trasformati, in parte modificati per il tempo che passa – come successo anche a noi -, per l’abbandono o per le intemperie spesso sconvolgenti, ma che si sono anche rigenerati, perché tutto rinasce. Il bello è che ci siamo stati anche noi, e che siamo stati bene insieme in quella natura.

Purtroppo, tante delle persone che si univano a noi per stare insieme in alcuni angoli del borgo del respiro, per partecipare a convegni familiari, ai barbecue e a quei momenti di pura felicità, non sono più tra noi.

È anche per questo che passare vicino alla casetta nel bosco è ogni volta come tornare a casa.

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Immagini: Il chiosco nel bosco – by GiFa2025

Note: (*) Rif. a Piccolo mondo moderno di Antonio Fogazzaro


I girasoli

Un inno alla vitalità della natura –

Guarda sempre il lato positivo della vita, proprio come un girasole guarda il sole, non le nuvole.

Tutti gli anni, in estate, tornando verso casa, mi capita spesso di osservare lungo il tragitto, nel mese di luglio, a dispetto di un territorio invaso dall’edilizia, alcuni bei campi coltivati e tra questi alcuni campi di girasole.

È sempre un beneficio per la vista, non solo per il panorama, soprattutto per la bellezza che viene espressa. Lo disse bene un grande della pittura, che dipinse i girasoli, che quanto esprimono è un inno alla vitalità della natura. (1)

Per me è sempre una nuova scoperta. Non so perché, ma la presenza di questi bellissimi fiori nella zona in cui sono coltivati mi pare straordinaria, sorprendente.

Quest’anno, probabilmente a seguito del caldissimo giugno, mese anche molto secco, un primo grande campo si è presentato “bruciato”. La mancanza d’acqua ha sicuramente fatto soccombere le tantissime piante e vederle così a testa in giù o distese a terra, moribonde se non già senza vita, è stato veramente triste.

Dalla tristezza alla gioia nel vedere un campo successivo pieno, più contenuto ma circondato da uno scenario di verdi variegati, posto appena un po’ più in alto perché ai piedi di una collina, pieno e ricco di girasoli con la testolina giallissima che ti guarda ma che è già pronta a girare.

E oltre all’aspetto particolare ed originale, è proprio questa prontezza a girarsi che fa del girasole una pianta speciale. La Treccani dice che si tratta di Erba annua, originaria del Perù, oggi coltivata in tutte le regioni tropicali e temperate: ha fusti robusti, semplici o ramificati, alti anche più di tre metri, foglie grandi, cuoriformi, ruvide, capolini del diametro da 15 a 30 cm con fiori gialli e achenî commestibili; da questi si estrae per pressione a caldo l’olio, liquido inodoro, incolore o giallino, insipido che contiene soprattutto gliceridi, usato per l’alimentazione e per usi industriali (vernici, saponi). Caratteristica di questa pianta è il continuo disporsi, nei primordi della fioritura, dei peduncoli dell’infiorescenza verso la maggiore illuminazione, da cui il nome. (2)

Come che sia, il girasole ci dà un messaggio ben preciso e sta a noi coglierlo e prenderlo in considerazione: è meglio guardare sempre il lato positivo delle cose, proprio come il fiore guarda sempre il sole, non le nuvole.

La sua simbologia viene da lontano. Il girasole è anche conosciuto col nome scientifico di helianthus che significa mi rivolgo al sole perché già nell’antichità questo fiore era associato al sole e si era notato che il girasole segue il sole durante tutto il correre del giorno fino al tramonto. (3)

In effetti, nel girasole, avviene il fenomeno suddetto che si chiama eliotropismo: il girasole muove sempre il suo capolino – la corolla del fiore stesso – in direzione del sole durante i vari momenti del giorno.

Insomma, in questa circostanza, con la visione di due scenari differenti, dopo la tristezza per il campo devastato dalla siccità e dopo la gioia per il campo florido di fiori, che dire?

Beh! È proprio vero, forse i girasoli sono anche come i nostri progetti, alcuni non vanno avanti, restano sulla carta o vengono accantonati; altri invece progrediscono e si sviluppano bene quando meno ce lo aspettiamo.

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Citazioni: detti di Vincent W. Van Gogh e di Helen Keller;

Immagini: campo di girasoli by GiFa2025;

Note: (1) detto di Vincent W. Van Gogh; (2) da https://www.treccani.it/vocabolario/girasole/; (3) da https://www.interflora.it/linguaggiodelgirasole.


Lampo di memoria

E oggi non chiedo altro!

Sentiero nascosto, conosciuto.
Immerso nel silenzio e che parla di un bosco tagliato da poco.
Evidenti dalle parti grossi tronchi amputati.
Raccolti in disordine.
Ben visibili anche grossi cespugli di more potati a dare importanza al passaggio.
Ecco un profumo ricco e dolce che allieta le narici.
Aroma di resina fresca che si dona ovunque.
Silenzio imponente di cui si sente il rumore.
Neanche un piccolo passero a fare i versi.
Neanche una foglia mossa dall’aria.
Neanche un lontano scricchiolio di passi.
Neanche un vicino respiro viandante.
Vuoto pieno.
Passi lenti, misurati.
Giochi indescrivili di chiaroscuri.
Ed ecco un lampo di memoria, un ricordo lontano.

Che si fa prossimo.
Ricordo di sentieri muti alle pendici di un monte umbro.
E io sento una bella apparente solitudine.
Quella di allora.

Il tempo pare sospeso come non ci fosse più tempo.
E oggi non chiedo altro.

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Citazione: dal teasto in versi;

Immagini: da sentiero Boscati Tonezza del Cimone (Vi) by GiFa2025.