All’ombra del campanile

L’ombra del mio campanile si staglia nello spazio-tempo …

È vero, siamo cresciuti all’ombra del campanile, e siamo in tanti. Oggi abbiamo quasi tutti superato – o ci stiamo avvicinando – il confine statistico che dà inizio alla cosiddetta terza età. La nuova terza età, quella che qualcuno ha fissato dai 65 agli 80.

Senz’altro anche altre generazioni hanno avuto questa occasione, di crescere all’ombra del campanile, ma noi, le nostre generazioni, abbiamo avuto una grande possibilità. Possibilità tendenzialmente rigida e strutturata, per niente liquida.

Ma di che cosa stiamo parlando?

Il detto assai diffuso “all’ombra del campanile”, che pare derivi da un proverbio medievale toscano, assumerebbe vari significati a seconda dell’epoca, delle storie e delle credenze, con molte distinzioni da regione a regione. Per esempio uno dei significati secondo il citato proverbio (1) è che “si vive meglio quando si abita in un luogo noto e familiare”. Ma anche che “si vive bene a spese della Chiesa”. Detto anche per indicare chi è tutelato da un potere superiore. In questo senso “All’ombra del campanile” è diventata una locuzione di uso comune.

Interessanti i molti altri significati o usi. Ma nel mio (nostro) caso mi rifaccio all’infanzia fino all’adolescenza (5 – 17 anni) e a tutta una serie di esperienze vissute in ambito parrocchiale e quindi, giocoforza, all’interno e in prossimità delle strutture parrocchiali compresa la chiesa e anche il campanile, che in verità nel mio personale caso non c’era, essendo la chiesa una struttura che si diceva moderna (in realtà lo è ancora oggi) e al posto del campanile, esternamente, presenta un bel “battistero”. (2)

Da qui una particolare curiosità a stampo ironico: sono cresciuto (siamo) all’ombra del campanile vicino ad una chiesa senza campanile. Avremmo potuto dire “all’ombra del battistero”, ma francamente non mi sono mai posto il problema. E non ho mai sentito nessuno che ne parlasse.

Era la metafora che mi (ci) faceva pensare e dire all’ombra del campanile. E ancor oggi con qualcuno la metafora viene replicata agevolmente e tra noi ci capiamo.

In quegli anni (dal 1962 fino a tutto il 1974), principalmente verso l’adolescenza, prima di cercare di fidanzarsi e cercare lavoro, l’obiettivo era socializzare e trovarsi in gruppo, sia per giocare e divertirsi, sia per impegnarsi in qualcosa di più grande che aveva spesso a che fare con ideali alti e condivisi.

Si facevano feste in gruppo. Si facevano raccolte carta e ferro vecchio per le missioni, si partecipava a gruppi parrocchiali di varia natura, si aiutavano i preti che già allora dicevano di essere pochi … Ci si impegnava nel catechismo cattolico, si andava a messa tutti insieme, si incontravano gruppi di altre parrocchie, si organizzava la sagra parrocchiale, si facevano mostre e recital, si organizzavano campeggi o campi-scuola, si partecipava (solo alcuni) a corsi di formazione o a dibattiti, si andava insieme al cinema, si diventava per un po’, qualcuno per tutta la vita, animatori sociali, alcuni anche seminaristi, pochi impegnati in politica. Come che sia, si discuteva moltissimo (troppo) di come le cose dovevano andare nella nostra comunità, spesso senza sapere i dettagli che riguardavano questioni serie, ma che oggi farebbero, anzi fanno sorridere rispetto ai problemi del mondo attuale che sta cadendo a pezzi.

Personalmente, ho vissuto difficoltà – sempre all’ombra – per le modalità con cui venivano proposti (imposti) temi esistenziali, sociali e soprattutto religiosi.

Per esempio, quando ho cominciato a ragionare mi sono accorto di confondere religione e fede, ma al contempo detta confusione mi ha portato a farmi tutta una serie di domande e ho capito che avere fede non significa non avere dubbi, anzi sono proprio i dubbi che mi possono aiutare a muovermi nella nebbia.

È un fatto di ricerca interessata. Un moto interno che mi spinge a ricercare, sapendo già che non conoscerò fino in fondo …

Oggi, pare essere meno gettonata questa ombra del campanile. Del resto negli anni citati non esistevano tante altre possibilità: o facevi gruppo in parrocchia oppure lo facevi al bar nella migliore delle ipotesi. Soltanto, agli inizi degli anni ’80 hanno cominciato a svilupparsi: strutture di quartiere, strutture di volontariato, associazionismo, strutture culturali e sportive.

E guardando all’attualità basta un breve sguardo all’indietro per accorgersi dei cambiamenti avvenuti: ad ogni epoca le sue espressioni e manifestazioni, per esempio oggi lo stesso volontariato si rivolge ad altri lidi come l’ambiente, la natura, il ben essere. Sono alcune tra le dimensioni che hanno preso il sopravvento e che presentano una miriade di proposte ed iniziative.

Forse viviamo tempi, oggi, in cui l’offerta indistinta di attività è talmente elevata da creare molteplici occasioni di ritrovo e di socializzazione, ma anche molta confusione che non aiuta la persona a fare scelte consapevoli e ben mirate.

In ogni caso, ricordo, anche con un pochino di nostalgia, quando si poteva crescere all’ombra del campanile, pur nella rigidità e chiusura di certe visioni di chi ci guidava, riuscendo a scoprire la forza del gruppo e a sognare nella realizzazione di un mondo migliore senza restare fermi o indifferenti. Un po’ più uomini autentici … lo siamo diventati.

Forse, è stato fondamentale il riferimento al campanile, che nel mio caso non esisteva, con la sua ombra, che a mio avviso era ben presente. Del resto, come ha scritto un giornalista 10 anni fa (3), nel paesaggio urbano il campanile è sicuro punto di orientamento. Spesso è anche indicatore del centro del borgo o della città, nel caso di una cattedrale. Ma il campanile non è solo un termine visivo, è anche profondamente simbolico nella sua capacità di accentrare valore topografico, religioso e civico. (4)

Per farla semplice, e chiudo, ecco per me un altro simbolo importante che può essere ancor oggi riferimento per i propri comportamenti, pensieri e scelte di vita, sia come individui, sia come comunità.

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Citazione e immagine: a cura dell’autore

Note: (1) da www.sapere.virgilio/proverbi/; (2) è l’edificio separato da una chiesa in cui si svolge il rito del battesimo. La separazione dei due luoghi ha origine nei primi secoli dell’era cristiana, quando i non ancora battezzati non erano ammessi alle celebrazioni eucaristiche che si svolgevano all’interno dei luoghi di culto consacrati (https://it.wikipedia.org/wiki/Battistero); (3) Alessandro Beltrami in https://www.avvenire.it/agora/pagine/campanile-; (4) idem in (3).


La casetta nel bosco

Ricordiamo il nostro posto sicuro … e con esso ciò che è, grazie a ciò che è stato.

Erano anni bellissimi. Tutti presenti dai neonati alle nonne. Generazioni non a confronto ma insieme per voglia di farlo, di condividere, di esserci, di fare famiglia.

Non lo facevamo spesso, ma quelle poche volte che c’incontravamo, solitamente in montagna nei pressi del bosco e d’estate, fuori da ogni inquinamento sonoro e d’aria, ci sentivamo uniti, sereni e inseriti in un vero angolo di pace, quello che oggi qualcuno chiamerebbe “borgo del respiro”.

Gli abeti ci facevano da contorno e ci riparavamo nelle ore di sole, quando cominciavamo a predisporre la “cucina da campo”.

Da seduti, ma anche stando in piedi, i fili d’erba più cresciuti ci solleticavano le gambe nude. Qualche gruppo di ciclamini ci ricordava che eravamo in un posto speciale, ma non ci impediva di predisporre tutti insieme un mega tavolo da dedicare all’arte della cucina alla boscaiola.

Quest’ultima era fatta di vari tipi di cibarie perché in questi casi non si faceva qualcosa stile l’apericena, ma si gustava qualche biscotto salato e si brindava con un buon bianco secco o con un analcolico e con tante risate, in modo da ben disporci ai numerosi assaggi successivi e in particolare al piatto forte: la carne ai ferri che alcuni di noi, pochi per la verità, si candidavano a grigliare su imponenti barbecue disponibili a tutti e per chi desiderava vivere un pic-nic in libertà. C’era anche chi arrivava sul posto due ore prima dell’ora fissata per il ritrovo, per non rischiare il trovare gli spazi già occupati. Ed era il caso nostro.

Eravamo tutti molto in confidenza, ma nel ritrovarci c’era sempre quella fase in cui si capiva bene quando cominciavano i convenevoli, ma non era mai chiaro quando sarebbero finiti. Se ci avessero filmato ne sarebbe scaturito un ottimo lungometraggio da far invidia agli sceneggiatori della Disney. E rimanendo nella cinematografia, certe scene avrebbero ricordato per la bizzarria le interpretazioni della Bruni Tedeschi.

La scelta delle cibarie non seguiva un preciso filo conduttore. Infatti, nonostante gli accordi preliminari, aventi lo scopo di facilitare il convegno, alla fine ognuno si organizzava secondo le proprie ispirazioni e questo ci portava a rendere la fase “mangiatoia” come la chiamavamo, complicata, intensa, variegata e tutt’altro che leggera.

Non mi è mai stato chiaro come siamo sempre riusciti a finire tutte le riserve alimentari.

La parte più esilarante riguardava la preparazione dei tavolini su cui appoggiarsi e le seggioline tutte diverse una dall’altra. Non mancava nulla. Mai che succedesse che si dimenticasse una forchetta o un altro attrezzo utile, tanto era l’entusiasmo che portava ad una meticolosa preparazione tecnica dei nostri convegni.

A ben vedere non eravamo tantissimi, ma il numero era secondario rispetto al “momento famiglia” che vivevamo. Un momento che significava tante cose, soprattutto il clima di intimità, condivisione, desiderio di raccontarci fatti antichi o recenti, ognuno con la sua carica interna di mettere in mezzo al gruppo storie importanti o anche semplicemente divertenti.

Si finiva con il caffè, scrupolosamente preparato a casa e custodito in comodi térmos per darci la sensazione di gustarlo come fosse appena fatto. Per qualcuno c’era anche la correzione a parte, come si usava dire.

Ad un certo punto i discorsi rallentavano coerentemente con l’aumentare dell’incapacità a restare svegli, anche se c’era chi proseguiva nei suoi racconti e pareva non esaurire mai la benzina.

Alcuni facevano subito a gara per mettere su lettini improvvisati i bimbi che “dovevano” fare il sonnellino pomeridiano.

Momenti e contesto decisamente fondamentali che davano ai bambini il loro spazio di riposo, alle madri il respiro dalle incombenze impegnative, come a tutti è noto, ai nonni e zii di proseguire nelle discussioni e alle nonne di riordinare quello che non serviva riordinare visto che eravamo tutti all’aperto, quasi dentro nel bosco. Ma a quel punto bisognava rendersi utili e quindi c’era da riordinare …

Diversamente dai nonni e dagli zii che insistevano nelle discussioni, noi, che eravamo padri moderni …, desideravamo appoggiarci nei materassini di fortuna, vicino ai bambini quasi dormienti per far loro una silenziosa custodia protettiva.

Era una sfida, ma si sapeva che il sonno avrebbe presto conquistato i nostri pargoli e questo ci avrebbe permesso, zitti zitti, di seguirli nel mondo boschivo di Morfeo.

Ci fu un anno, in cui praticammo il convegno familiare un po’ più su, più addentro nel bosco, nei pressi di una vecchia casetta fatta di pietre, a relativamente poca distanza dalla zona barbecue. Era uno spazio che ricordava favole, vicende magiche, ma anche storie di vecchie feste e tradizionali ritrovi. Anche un noto scrittore ne scrisse in un suo famoso romanzo. (*)

Allora l’erba sfoltita, gli abeti intorno, i faggi, i ciclamini e i gruppi di lamponi ci facevano da cornice. Ci rilassammo un mondo. Era un piccolo paradiso di pace e serenità. I bimbi al loro risveglio correvano avanti indietro dalla nostra postazione alla casetta così come è oggi, anche se tutto intorno la natura ha preso ampi spazi, mentre sono state tagliate molte piante storiche e l’erba cresce disordinata.

E la casetta comincia a celarsi anche se ancora si riesce ad intravederla tra i cespugli e le altre piante selvatiche che hanno preso piede negli ultimi anni.

Passeggiando, in questi giorni, vicino alla casetta nel bosco, sono riandato a tanti ricordi come quelli descritti e a molti altri momenti.

C’è stata vita in quei posti, che sono cambiati, si sono trasformati, in parte modificati per il tempo che passa – come successo anche a noi -, per l’abbandono o per le intemperie spesso sconvolgenti, ma che si sono anche rigenerati, perché tutto rinasce. Il bello è che ci siamo stati anche noi, e che siamo stati bene insieme in quella natura.

Purtroppo, tante delle persone che si univano a noi per stare insieme in alcuni angoli del borgo del respiro, per partecipare a convegni familiari, ai barbecue e a quei momenti di pura felicità, non sono più tra noi.

È anche per questo che passare vicino alla casetta nel bosco è ogni volta come tornare a casa.

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Immagini: Il chiosco nel bosco – by GiFa2025

Note: (*) Rif. a Piccolo mondo moderno di Antonio Fogazzaro


Occhi+

Hai gli occhi più grandi della bocca …

La citazione è nota, ma per me l’autrice è mia madre, visto quanto me lo ripeteva.

E sul concetto c’è anche molto da dire.

Se fosse un nuovo prodotto o una nuova app, per effetto di una revisione anche soltanto estetica, si chiamerebbe occhiplus, meglio occhi+. Se fosse un nuovo software o programma televisivo occhipremium.

Invece si tratta di un fenomeno illustrato da un vecchio detto popolare, a me molto familiare anche oggi. Altro che gioco di immaginazione. E’ una frase che racchiude in sé integralmente situazione-immagine-desiderio, in una interpretazione, sia da parte di chi la pronuncia sia di chi se la sente rivolgere, che va oltre le battute, le definizioni e le denunce o i semplici aspetti descrittivi.

Non ci sono un titolo o un’esclamazione, c’è ben di più: proviamo a ripeterla ad occhi chiusi … Hai gli occhi più grandi della bocca.

A me non accade più tanto spesso, ma accade.

Mi ritrovo in situazioni nelle quali mi sento a mio agio, ma che mi riportano alla mente quella frase detta spesso un tempo da mia mamma, alla quale seguiva sempre un grandissimo sorriso, quasi a giustificare il misfatto.

E quale era il misfatto? Anzi quale è ancora oggi il misfatto?

Si tratta di situazioni in cui, trovandomi dinnanzi ad un piatto particolarmente appetibile, assalito da un certo languore, ma diciamolo non è veramente tale, e soprattutto da una certa spinta interiore che è più una pulsione, una voglia, mi ritrovo a aggredire il piatto e a mangiarne il contenuto con un approccio non stop.

Di solito la frase in evidenza è rivolta ad una persona che ritiene di avere un grande appetito e poi lascia nel piatto buona parte del cibo che ha voluto. 

Non è il mio caso, perché in alcune situazioni non abbandono assolutamente il cibo, anzi non disdegnerei per talune pietanze di accogliere bis e tris.

Qualche volta questo comportamento, se da un lato mi ha dato grandi soddisfazioni, dall’altro mi ha creato qualche malessere fisico.

Un po’ tale circostanza e un po’ l’essermi reso conto che si può esaltare la qualità a scapito della quantità, mi hanno reso più equilibrato nella gestione dei desideri personali.

Non ho ancora raggiunto un equilibrio perfetto, ma posso dire che il ricordo di quella frase mi aiuta a ricercarlo con il sorriso, immaginando i miei occhi di bambino che sono più grandi della mia bocca.

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Immagine: adattamento di foto di repertorio dell’autore


I Giù

… quando il tempo non esiste

I Giù erano spesso insieme. Coniugi d’altri tempi si erano sposati giovani per quegli anni arroventati dalle guerre mondiali, e poi contrassegnati dai tristi e poverissimi dopoguerra. I Giù, Giuseppe e Giustina, si erano conosciuti alle feste di paese durante il primo dopoguerra. Erano gli anni venti, i cosiddetti “anni ruggenti” in America, ma in realtà, da noi, erano “anni bruciati”.

Lui amava festeggiare e andare al ballo di paese, alle sagre, che erano momenti di amara socializzazione che in tanti ricercavano per dimenticare le tragedie passate e quelle in corso. Festa, ballo e buon vino. Vi si recava con il suo primo amore, la sua Gilera, compagna di tante scorribande anche oltre il Vicentino. Giuseppe veniva da un comune oggi inesistente perché incorporato in un altro più grande: Magrè Vicentino. Giustina invece abitava con la famiglia a Lugo Vicentino. Entrambi nati negli ultimi anni del 1900, si conobbero e iniziarono a frequentarsi presto. Lei non ballava perché aveva un impedimento fisico ad una gamba, pare dalla nascita. Ma era partecipe di feste e sagre. Il loro incontrarsi divenne presto un amore intenso.

Qualche volta si racconta tra i familiari che un giorno Giuseppe, forse troppo allegro alla guida della moto, non si accorse di aver perso Giustina che stava seduta sul sedile posteriore. Per fortuna senza danni. Ad un certo punto se ne accorse e la recuperò.

Fu così che si sposarono e si stabilirono nella casa di lui, a Magrè, in quella che ancora oggi si chiama via Parafitta. Lui lavorava da meccanico ed era molto bravo. Lei si occupava della casa e della famiglia che subito si era capito sarebbe ben cresciuta. Infatti tra gli anni venti e trenta arrivarono quattro figli, solo il primo maschio. Poi tre femmine. Lei era brava nel cucito e nel cucinare.

Fu grande amore, e i nipoti ne fanno ancora tesoro.

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Immagine in evidenza: I Giù da repertorio fotografico di famiglia


Bellezza di un volatile della famiglia dei fagiani

Tec, tec, tec …

Il gallo cedrone e il suo cantare segreto

Proposta riguardante la natura, le emozioni, l’esistenza, la bellezza … e l’ascoltare.

Nel mio soggiornare in montagna, divenuto ormai consuetudine, trovo molte occasioni per rivisitare ricordi e racconti di un passato più o meno recente.

In effetti, posso contare anche su parecchio carteggio che è soggetto inevitabilmente – di volta in volta – al rischio di eliminazione oltre che di rimanere accantonato.

Tra i vari manoscritti e testi di un tempo lontano ho trovato questo racconto del 1977 scritto dal noto maestro di San Pietro Valdastico che essendo un caro parente ha ripetuto più volte anche a noi nipoti e pro-nipoti la storia dell’urogallo.

Il pezzo, pubblicato su una rivista locale, porta il titolo Il canto segreto del gallo cedrone. Mi piace molto questo breve racconto che, essendo io amante dell’ascoltare non solo della natura, mi riporta al mio/nostro bisogno di tendere l’orecchio, fare silenzio, accorgersi della bellezza, stare nel presente, essere grati …

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Il gallo cedrone, massimo rappresentante di tetraonidi (nota 1) viventi sui nostri monti, è un volatile di tutto rispetto. Sentirlo partire in volo quasi spaventa. Il frullo fa tremare l’aria e il cuore. Vederlo lanciarsi, volare ad ali aperte per solcare le valli, è pure un’altra visione, che non si dimentica. La sua aerodinamica è perfetta; la velocità, quella del fulmine.

Anche il gallo cedrone canta, ma solo in primavera e fino a stagione avanzata. Ascoltare questo canto sarò dato solamente ad un ristrettissimo numero di appassionati, dotati di sensibilità particolare e di genuino amore per la montagna e le sue bellezze. Perché, il gallo cedrone canta di notte.

Non è facile individuare il luogo dove canta. La partenza sarà prevista per dopo mezzanotte, verso l’una. Ed eccoci al bosco di Costa del vento, a quota 1500. Giunti allo spiazzo, il motore tace, i fari si spengono. Subito ti investe e ti avvolge un silenzio opprimente, pauroso e la notte ti serra nel suo tetro mantello. Solo in cielo brillano le stelle. Si procede sul terreno accidentato sotto gli alberi sempre più fitti, sempre più alti. Il passo è incerto, sospeso, ora trova un rialzo, ora una cavità, ora un tappeto di muschio o un ramo marcio, quando non calpesta ancora un metro di neve gelata. La tenebra è nera come l’inchiostro.

Tec, tec, tec.

Alt. L’orecchio è teso. Senti? Niente. Avanti ancora a tentoni. Fermo. Eccolo. Dopo mezz’ora, la guida, che ha l’orecchio addestrato, ti annuncia che il gallo è là a 50 metri. Ma io non lo sento.

Sottovoce dice: – Ascolta bene … Sì, ecco, sento … come una goccia di acqua che cade ad intervalli su pietra liscia; come il rumore che fa il televisore appena spento dopo essere stato acceso a lungo. Tec, tec, tec, leggero, leggero, alle tre dopo la mezzanotte nel silenzio del bosco.

Questo è il canto del gallo che noi avviciniamo approfittando dei momenti in cui emette le ultime note che sembrano un gorgogliare spasmodico. Siamo sotto il grande abete e la massa nera è là contro il cielo su un ramo secco. Non bisogna guardarlo direttamente, perché per un flebilissimo gioco di luci proveniente dalle stelle, i nostri occhi diventerebbero minutissime lampadine immediatamente viste dagli occhi del tetraonide.

Il gallo cedrone continua il canto fino all’alba, per chiamare le femmine, perché presto è il tempo di rinnovellare la vita attraverso le nuove covate. Un nostro movimento falso, e le grandi ali si aprono. Con una falcata e una virata improvvisa, sparisce inghiottito di nuovo dal bosco. Fra poco sarà l’aurora e le mille voci e i canti rincorrentisi annunceranno il sorgere del nuovo giorno.

Ma non fu un’altra notte, anni fa.

Il mio solito accompagnatore, quella volta, venne con un’altra persona armata di fucile, ai piedi di un alto abete. Un lampo, uno schianto e il cantore notturno crollò con un tonfo privo di vita. Gli furono accanto, lo raccolsero, mentre si dimenava nell’estrema agonia e soppesarono e tastarono in silenzio quel corpo inerte.

Era nero, bello, grande come l’aquila, il collo e la testa penzoloni. Dopo pochi attimi di perdurante silenzio, ecco uscire dalla bocca del cacciatore delle tenebre alcune parole angosciose: “Ades che l’ho copà nol canta più!”.

Avesse potuto ridargli la vita!

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Quando la bellezza e l'amore gratuito ci aiutano ad essere autentici

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Citazione ed introduzione: a cura dell’autore

Immagini: in evidenza Night bird by https://www.xn--diversit-forestale-mrb.ch/esperienza-nella-foresta/gallo-cedrone – a chiusura del testo Bird by Pixabay

Nota 1: da Wikipedia, I Tetraoni (Tetraoninae) sono una sottofamiglia di uccelli appartenenti ai Fasianidi. Secondo alcune versioni il nome tetraonidi deriva da tetra, che significa quattro, e rappresenta le zampe degli stessi formata da 4 artigli. Inoltre un’altra caratteristica fondamentale sono i tarsi piumati. I tetraoni abitano le regioni temperate e subartiche dell’emisfero boreale. Costituiscono un’ottima preda e spesso vengono cacciati per le loro carni. In alcune specie i maschi sono poligami e compiono elaborate parate di corteggiamento. La maggior parte delle specie sono stanziali e non migrano. Questi uccelli si nutrono soprattutto di vegetali, ma possono nutrirsi anche di insetti, specialmente in età giovanile.

Testo riportato: Il canto segreto del gallo cedrone di Carlo Pesavento tratto da Il Cimone – giugno 1977 e ripreso nel manoscritto Lastebasse Pedemonte Tonezza del Cimone Valdastico Terra di confine di Antonio Brazzale ed. La Serenissima


Manifestazione

La befana vien di notte …

Il 6 gennaio di ogni anno: … Triciclo (già in uso al cugino più grande e rimesso a nuovo dallo zio meccanico), mandorlato, mandarini, uva passa, noci, arachidi (i noti bagigi che piacevano tanto a papà), guanti di lana e calze (tutto fatto a mano dalla nonna materna con grande enfasi casuale di mamma), pallone o scarpette da calcio (che non entravano per le dimensioni nella “calzetta” predisposta per la befana), arance (poche anche se piacevano tanto a papà ma erano troppo care), ecc.

Insomma, è sempre stata un’occasione di festa, fin da piccolissimo. E di doni. Utili e molto semplici, ma immancabili. Insomma, la befana veniva di notte e, pare, con le scarpe tutte rotte … Ma come facevano i genitori a saperlo dal momento che nella realtà, così mi veniva assicurato, nessuno la incontrava e nessuno l’aveva potuta vedere? E come faceva ad entrare dal camino? Tanto più che a casa nostra non c’era un vero camino … E dove c’era il camino, magari acceso o spento ma ancora fumante, come faceva a non bruciarsi? Le sue scarpe erano rotte o bruciate?

Eccole le vecchie grandi domande che sono rimaste ancora oggi senza risposta!

Pur tuttavia, viaggiando indietro nel tempo permangono in me tanti bei ricordi, perché l’attesa della befana veniva sapientemente miscelata con i significati religiosi e in particolare con l’arrivo dei (t)re magi. Non capivo bene che c’entrasse la befana con il presepio, ma i miei genitori parevano molto autorevoli nel sostenerne la sacra relazione.

La presente è una premessa che anticipa un pensiero di questi giorni e che coincide con la festa dell’Epifania (Manifestazione) dal punto di vista religioso e con la l’arrivo della befana, dal punto di vista folcloristico e delle usanze polari.

È stato qualcosa di tanto semplice quanto pregiato. Un dono grandissimo.

In pratica, ieri, 6 gennaio 2024, mi sono tornati alla mente tanti ricordi e in un lampo ho capito. Ho ricevuto un dono. Un dono arrivato tramite uno scambio telefonico.

Mi ha chiamato la mia persona speciale, ultranovantenne, che mi ha chiesto come va e poi mi ha raccontato della salute, del tempo, dei suoi programmi e delle sue preoccupazioni. Dopo alcune altre parole, come faccio spesso, le ho chiesto come sta vivendo questo momento. Questa stupenda vecchina mi ha detto pressappoco così: Sono contenta di come sono nonostante la stanchezza per l’età avanzata e nonostante gli acciacchi. Sono contenta perché vedo tante cose belle e sono fortunata di quanto ho ricevuto e ricevo ancora dalla vita. Quindi, vivo questo momento con gratitudine. Bisogna rendersi conto di quello che si ha e di tutto quello che ci circonda che non è fatto solo di problemi. Bisogna anche accettare quello che non è in linea con le nostre aspettative. Il mondo è cambiato tanto rispetto a com’era ai miei tempi. Anzi, mi pare che cambi fortemente almeno ogni decina d’anni. Quello che per me era impensabile un tempo, oggi rientra nella normalità. È difficile, ma accorre cercare di capire le novità e i cambiamenti e, ove possibile, accettarli per vivere meglio e sentirsi utili. Eppoi non bisognamai perdere speranza e fiducia.

Come non essere d’accordo e come non essere grati di questo dono?

Grazie, mia cara vecchina!

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Citazione: da La befana viene di notte filstrocca popolare (varie versioni)

Immagine: vecchia che rischia di bruciare by GiFa2024

Riferimento nel testo: riflessione telefonica by AnPa2024


I passi …

… dell’affidarsi

"Seguire i passi - di chi? - sulla sabbia.
Fermarsi e chiudere gli occhi, ascoltare, ascoltare e basta, avvolti dall'aria fresca e salata.
Sentire a tratti il silenzio e subito il ritorno dell'onda che s'infrange sulla scura sabbia.
E' un continuo, regolare e interminabile respiro del grande mare che si apre davanti.
Senso di energia e pace nello stesso tempo.
Scambio d'amore interminabile, senza tempo, tra Mare e Terra".

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Foto by GiFa – maggio 2016 – Orme

Riferimenti: Marina di Cecina – maggio 2016


La panchina

a piccoli passi …

E’ vecchia quella panchina e apparteneva alla nostra famiglia.

Noi, ultimi arrivati, non l’abbiamo considerata. Anzi l’abbiamo emarginata.

Alla fine non sapevamo che farci e in più si sarebbe dovuto ormai risanarla e riverniciarla.

Finalmente l’abbiamo posizionata vicino alla nostra recinzione. Quasi a prepararne un addio.

Improvvisamente l’abbiamo vista oltre il cancello, anch’esso in rovina.

Qualcuno l’aveva scelta, perché giudicata utile.

Eccola a sostenere corpi di tifosi stanchi e distratti

E corpi giovani, muscolosi o smunti da terre lontane.

Ben presto dal terreno di gioco vicino l’abbiamo vista spostata più in là, oltre la strada che delimita il terreno di gioco, anch’esso ormai abbandonato.

Sono passati anni e la panchina, che si era spostata lentamente ancora di dieci, venti metri più su, ha trovato una prima collocazione di fianco ad un nuovo campo da gioco.

Sport diverso, ma sempre accompagnato da osservatori distratti e stanchi.

Poi, non soddisfatta, si è spostata ancora appresso al sentiero che dalla strada sale verso la collina.

Il tutto in pochi metri.

Non più sport o giochi, ma semplice servizio per i camminatori di tutte le età.

E il tempo è passato. Oggi la nostra panca pare si sia sistemata.

La possiamo vedere da dove abitiamo, come un sito sicuro, in mezzo al verde o al bianco, non lontano dalla casa di origine, dal terreno che l’ha avuta per molti anni, dal primo terreno di gioco, dalla strada e dal sentiero che sale verso su.

E’ bella da lontano e da vicino. Anche se non è risanata.

E’ spesso meta di persone anziane che trovano un momento di pausa prima di arrampicarsi sul sentiero impegnativo. Di coppie che trovano un momento di romanticismo. Di solitari che si fermano a guardare il paradiso naturalistico circostante. Di chiunque passi di là.

E’ divenuta un simbolo di riposo, quiete e serenità. Un traguardo, un premio, un balsamo.

Noi la guardiamo sempre.

Spesso ci avviciniamo per toccarla, osservarla, verificare se resiste alle intemperie.

Anche se desiderassimo riportarla a casa, sarebbe veramente un peccato sprecare questa storia, anche se si tratta solo di una panchina.

Distruggeremmo in un attimo quanto quella panchina si è costruita in pochi metri ma in tanti anni.

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Citazione e testo by Gianni Faccin

Foto by GiFa – La panchina di famiglia 2021