ibiscus

La bellezza non svanirà

… e la bellezza ci salverà?

Non possiamo dire di vivere nella pace, nella tranquillità e nella normalità. Il bello ci circonda, ma siamo spinti a vedere altro, siamo costretti a toccare, molti anche con mano, le tante brutalità, crudeltà e falsità di una vita che viene ormai costantemente inquinata, stupidamente riempita di tremendi eventi, spesso provocati di proposito, che non ci saremmo mai immaginati di vivere e rivivere.

Siamo ormai in un territorio “glocal”: sappiamo in diretta quanto avviene sotto casa come quanto succede dall’altra parte del pianeta. E dappertutto, quanto avviene pare abbia ormai lo stesso denominatore: prevalere nel dominio di qualcuno, meglio se diverso e meglio ancora se fragile … Il tutto in base ad una comunicazione unilaterale, arrogante e autoreferenziale, che definire “violenta” rappresenta ormai un complimento.

Quanto avvenuto e in corso a Ceuta, di certo località non nota a tutti fino a qualche giorno fa, è uno dei tantissimi esempi che dovrebbero farci cambiare, oltre ogni ingenuità e ogni incanto, qualche cosa nelle nostre routine quotidiane e anche nelle nostre agende quotidiane.

Attenzione, non dico che sia augurabile vivere guardando in continuazione ai drammi e alle tragedie, ma dico che non possiamo continuamente fare finta di niente, rimanendo nei nostri comodi divani, o cercando continuamente le vie di fuga che il mondo ci offre, malgrado tutto.

Ci sono momenti, se non ci giriamo dall’altra parte, che ci pare tutto perduto o non salvabile. Pensavamo quattro anni or sono di essere usciti dal tunnel delle paure, delle sofferenze, delle tragedie … Già da subito, invece, siamo tornati come umani all’autodistruzione negando l’esistenza di prospettiva e di aspetti positivi (umanità, ricerca, scienze, trascendenza, solidarietà internazionale, pace, giustizia, dialogo, democrazia, ecologia, lotta alle povertà …) e mettendo benzina nella ricerca di potere e quindi alimentando l’arte – che arte non è – della prevaricazione, della supremazia e della legge della giungla (con massimo rispetto da parte mia per le regole animali che sembrano funzionare assai meglio di quelle umane).

Eppure, sono certo, che la bellezza non svanirà.

La certezza così espressa non è solo il titolo di un famoso e stupendo romanzo (*), ma è quanto sento dentro di me e quanto mi sento di sperare e augurare al mondo intero, a partire da tutte le persone che mi sono care.

Nel romanzo in parola, che si svolge in parte nella Parigi dei Fauves e dei Cubisti, si mescolano figure reali della bohème artistica, come Modigliani, Rousseau. E la scena si sposta poi dai pittoreschi bistrot parigini alla tragica solitudine del paesaggio spagnolo e alle dolci colline d’Inghilterra. Il romanzo, ricco di caratteri umani e di ritmo narrativo, mostra la dimensione dell’autore e raggiunge la pienezza di una testimonianza sul drammatico divorzio fra arte e società.

In tal caso, non è il solo titolo del libro ad avermi colpito, ma lo scenario raccontato che si avvicina di molto a quanto stiamo vivendo. Oggi, infatti anche l’arte rischia di diventare strumento in mano ai comandanti di turno.

Occorre veramente tornare a riprenderci il bello che c’é e questo significa aver il coraggio di vivere con un senso di positività.

Come che sia, non si tratta solo di pensare positivo, ma di dare attenzione e apprezzamento al bello che ci circonda in ogni dove, nella consapevolezza del disordine sociale nel mondo.

Come si può recuperare una certa serenità, nonostante tutto?

Personalmente, in aggiunta all’impegno personale nel sociale, guardo spesso dal vivo e nel ricordo scene come quella riportata nell’immagine in evidenza, oppure come quelle nelle immagini in galleria, a corredo del testo, e subito penso che non svanirà la bellezza!

E la bellezza ci salverà!

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Citazione: da L’Idiota di Fedor Dostoevskij

Immagini in evidenza e in galleria affiancata da repertorio fotografico a cura di Gianni Faccin

Nota (*) e titolo: da La bellezza non svanirà di Archibald Joseph Cronin – Ed. Bompiani


Spello

Fare un po’ di deserto, lasciare di tanto in tanto gli uomini, cercare la solitudine per rifare nel silenzio e nella preghiera prolungata il tessuto della tua anima, questo è indispensabile, e questo è il significato del deserto nella tua vita spirituale.

Ti ricordi?

Se ti ricordi, l’hai senz’altro vissuto e non sarebbero necessarie parole in più per attualizzare valori, ispirazioni, motivazioni, esperienze …

Il titolo avrebbe potuto benissimo essere “Deserto”, ma trovo che “Spello” sia appropriato da ogni punto di vista.

Ci penso spesso, ogni volta che mi accingo ad ascoltare il silenzio o a ricercarlo nella natura, ma anche ovunque ci si possa ritirare per riuscire a tornare ad essere centrati, facendo “deserto” intorno a noi.

In quella cittadina umbra di circa ottomila abitanti, meglio nota come borgo tra i più belli del nostro Paese, risiede un piccolo ma importante centro turistico, ma ancor di più un centro di richiamo alla spiritualità che per decenni ha attratto persone (molti giovani) da tutto il mondo.

Personalmente, l’esperienza Spello è stata un’esperienza di ricerca spirituale e di conoscenza di me stesso alla luce dei vangeli proposti da tanti testimoni e in particolare da Carlo Carretto. (1)

C’era una grande sete di spiritualità negli anni settanta. Come c’è sempre stata. Ma oggi, al di là della caduta – sembrerebbe – di ogni attrazione religiosa, vedo e sento che la sete di spiritualità si è ingigantita e lo provano le tante iniziative che vanno ovviamente in ordine sparso a raccogliere istanze di giovani e meno giovani e a dare continuo stimolo collettivo con iniziative le più disparate.

Francamente, molto spesso è la risposta “commerciale” ad una domanda di senso che necessariamente cresce dal basso e si sviluppa fortemente in un mondo in cui le poche ed usuali certezze sono di fatto scomparse.

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Io sono di quelli che – pur con tanti dubbi e tante perplessità – riesce a mantenere, almeno intimamente, un percorso di riferimento religioso che ha a che vedere con la Fede più che con le liturgie, con la Parola più che con le regole, con le Testimonianze più che con le prediche, con la Vita autentica più che con le tradizioni. E che ha visto (e vede) nell’esperienza di Spello segni di speranza per un dialogo profondo tra diverse anime religiose che vibrano nel mondo, senza che la religione professata diventasse (o diventi) un muro invalicabile. Insomma credo ancora in quell’utopia che a Spello è stata il pane comune. Impegnarsi dal basso e nel piccolo ad aprire finestre e a non ergere muri, in tutte le dimensioni e situazioni  umane.

A Spello c’è stata una buona semina. Eppure l’esperienza ha chiuso ufficialmente i battenti in concomitanza con la chiusura della Fraternità dei Piccoli fratelli del Vangelo. Questo per effetto, come dappertutto in Occidente, della cosiddetta crisi vocazionale.

Cos’è stata la buona semina? Secondo Mariano Borgognoni (2) “Spello è diventata e poi è stata per molti decenni un crocevia di cercatori di fede, di senso, di vita, di accoglienza, di fraternità, all’inizio, nel lontano 1965, intorno alla presenza di Carlo Carretto … Una scuola di semplicità e di speranza che ha orientato tante vite con la testimonianza feriale di un vangelo ridotto all’osso, vissuto in una spoliazione autentica, consumato nella condivisione dei lavori più umili o nel silenzio dei chiostri senza orpelli, o nel cammino pensoso e liberato dalle angosce tra gli alberi dell’altra metà del Subasio francescano, o davanti a un pane spezzato, profumato da fiori di campo, sopra la tavola della Cena.

Fratelli universali sì, ma compiendo scelte nette che mettano dalla parte degli sfruttati, dei sofferenti, dei dimenticati. Di questa fraternità conservo tanti ricordi e tanta gratitudine”.

Buona semina perché, continua Borgognoni, ed è anche il mio punto di vista, “penso davvero che ognuno abbia conservato qualcosa di essenziale di quelle esperienze più remote e più recenti, uno scandaglio, una bussola, una lampada che ha orientato e fatto almeno un po’ di luce sulla propria esistenza. La traccia della buona semina ricorda il presentimento di Francesco. (3) … Tutto questo parla in quest’epoca ad ogni comunità che vorrebbe essere cristiana: l’importante non è pensarsi eterni ma portare qualche frutto buono nel tempo che ci è dato”.

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Citazione: da Le lettere dal deserto di Carlo Carretto – Ed. La Scuola 1964 – brano a pag. 82

Immagine in evidenza: Eremo S. Maria del Paradiso – Spello foto by https://www.iluoghidelsilenzio.it/eremo-di-santa-maria-del-paradiso-spello/;

Immagini nel testo: Soggiorno di gruppo a Spello e Visite ad Asisi (1982) – immagini di repertorio a cura dell’autore; Abbazia di San Girolamo da ttps://www.iluoghidelsilenzio.it/

Note nel testo: (1) Carlo Carretto è una figura di primo piano nella spiritualità cristiano.cattolica eppure è scarsamente conosciuto. È stato un religioso, teologo, e saggista italiano della Congregazione cattolica dei Piccoli Fratelli del Vangelo. Il suo è un profilo molto interessante. Vedere https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Carretto/; (2) Mariano Borgognoni è direttore della rivista Rocca – rivista quindicinale della Pro Civitate Christiana di Assisi; (3) Il presentimento: intimo avvertimento colto da Simone Weil quando passò in Umbria ed arrivò da non battezzata ad inginocchiarsi presso la Porziuncola. Un presentimento di chi venne accolto dalla parte più umile della gente in un impeto di accoglienza e di chiunque cercasse una fede autentica, non convenzionale, non abitudinaria e non estranea alla realtà. È quanto avvenne con S. Francesco secoli or sono ed è quanto è successo nel 2013 con Papa Francesco. In quest’ultimo caso con l’attesa di un nuovo stile di Chiesa maturato dai tempi del Concilio Vaticano II.


Emo

Racconto di un uomo speciale

In paese capita non di rado di trovare sue tracce e di ascoltare la testimonianza di chi l’ha conosciuto. È gente non più giovane che a suo tempo lo frequentò oppure fece pratica presso il suo laboratorio di falegnameria. Sì, parlo di Emo che faceva il falegname per opere utili alla famiglia e ai paesani, e che accoglieva molti giovani perché imparassero l’arte di lavorare il legno. Era la sua passione prima ancora che la sua professione. Ci sono tante sue tracce nelle costruzioni in legno con cui ha attrezzato e abbellito la casa edificata sopra il laboratorio.

Ci sono anche tracce nei carteggi che ha lasciato, progetti, documenti vari; e ci sono nelle foto di quando all’estero (Francia e Germania soprattutto) partecipava a grandi cantieri per la costruzione di immobili, condomini, opere pubbliche come ponti importanti …

Io ho avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo. Ho subìto un piacevole esame di controllo quando mi conobbe e aveva capito il mio interesse per la sua cara nipote. Le sue domande mi hanno colpito e piacevolmente impressionato. Sorpreso, ovviamente.

Emo faceva il falegname, ma in realtà aveva molti altri interessi. Non solo passioni, ma, da quello che ho capito, valori importanti in cui credeva e ai quali destinava gli esiti delle sue attività.

Oggi parlo di lui perché è stato ed è nei miei ricordi una persona speciale. Lo faccio riportando un testo pubblicato dal vecchio parroco del paese nel bollettino parrocchiale n. 265 dell’agosto 2003. Il testo fu scritto da persone amiche e vicine di casa, della famiglia soprannominata del “Generale”.  Ho ritrovato con piacere tra i miei taccuini una vecchia copia che non a caso avevo conservato, forse l’unica esistente.

Emo

Era il 1907 e, prima della guerra abitava in Contra’ Canale. È sempre stato buono, generoso, gioviale, dotato di grande equilibrio e per noi del “Generale” considerato come un fratello. Era rimasto orfano ancora piccolo e quando frequentava le elementari era stato preso in simpatia dalla maestra che aveva un fratello, dirigente delle Ferrovie dello Stato, sposato e senza figli che abitava a Roma. Subito dopo la guerra la maestra convinse il fratello ad adottare Emo e nella primavera del 1919 mise il ragazzino sul treno e lo spedì a Roma dove il fratello lo avrebbe accolto. Durante il viaggio però, Emo fece amicizia con un gruppo di operai che si recava in Piemonte per lavoro. Probabilmente poco propenso per l’adozione, fu facilmente convinto a seguirli e, stracciata la lettera con cui doveva presentarsi a Roma, andò a fare il “bocia” in un cantiere. Da qui poi rientrò a Tonezza.

In quel tempo, aveva cominciato a frequentare la nostra famiglia, facendo il garzone nella falegnameria che nostro padre aveva allestito nel piano sotto strada. Era diventato presto un artigiano provetto ed un aiuto indispensabile per nostro padre che invece era continuamente impegnato in altre attività quali la conduzione dell’albergo, il commercio del legnale, la vita familiare con i numerosi figli che stavano animando la nostra casa. Proprio per questi impegni nostro padre non aveva il tempo, ma forse nemmeno l’interesse e la simpatia verso i doveri politici. Quando doveva presenziare a qualche riunione ad Arsiero, mandava Emo al proprio posto …

Storia di un uomo speciale

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Come gran parte dei Tonezzani cominciò ad emigrare per lavoro e fu per molti anni in Francia e in Germania. Partivano in primavera e ritornavano in autunno. Emo ottenne sempre validi riconoscimenti per la serietà del comportamento e per le grandi capacità professionali. Sposatosi con la compaesana Maria crebbe una famiglia felice finché non fu toccata da una grave malattia dell’unico figlio maschio. Nonostante il dolore e le difficoltà, Emo riusciva a dimostrare serenità senza far pesare sugli altri la sua preoccupazione. Seguiva il figlio in ogni sua esigenza senza lamentarsi. Con i risparmi che faticosamente aveva accantonato si era costruito la casa in via Duca d’Aosta sul terreno che nostro padre gli aveva venduto.

Alla morte di mio padre, Emo ci rivelò che non era stato steso alcun documento circa la proprietà del terreno perché tutto era affidato alla parola e ad una stretta di mano; accordo che è stato poi onorato anche da noi fratelli davanti ad un notaio.

Emo negli ultimi anni della sua vita ci raccontava le vicende della gioventù; ne aveva una grande nostalgia. Rideva fino alle lacrime quando raccontava l’episodio di cui fu protagonista il futuro presidente del consiglio Mariano Rumor. Allora, Mariano, era un bambino vivace che spesso veniva in falegnameria e metteva le mani dappertutto interrompendo il lavoro di nostro padre. Che alle volte si arrabbiava. Un giorno, in cui nostro padre era particolarmente nervoso, il piccolo Mariano, armeggiava vicino alla stufa dove c’era il pentolino della colla. Ad un certo punto, nonostante gli avvertimenti, il pentolino cadde riversando la colla sul pavimento: mio padre allora, perso il controllo, prese con una mano il pennello e con l’altra sollevò il baschetto del bambino e gli diede una pennellata di colla sui capelli mandandolo a casa piangente. Il commendator Giuseppe Rumor, suo padre, non si adirò: il giorno dopo si scusò con nostro padre per le interferenze del figliolo e tutto finì lì.

Emo è stato una figura importante per noi, e lo vogliano ricordare con tutta la simpatia che lo circondava quando era con noi.

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Citazioni e brano inserito: tratto da Tonezza – Pubblicazione socio-religiosa a cura di don Giuseppe Marcazzan – n. 265 (345) agosto 2003 cip;

Immagine in evidenza: Disegno progettuale by Pxabay;

Immagine nel testo: Emo con un amico – foto originale da repertorio fotografico di Emo Canale.


2026

Buon Anno Nuovo! Ecco ancora …

Già.

Tanti propositi per un nuovo anno e ci sta. Un nuovo anno è sempre motivo di cercare un cambiamento nelle piccole e grandi cose.

Tanti auguri scambiati con autenticità. Ma anche tanti dovuti, per abitudine. Ed è così, si sa.

Come che sia, tanto e condiviso desiderio di novità e di speranze non tradite.

Tanta voglia diffusa, sovente condita di noia, di festeggiare quale antidoto a non si sa bene cosa …

Anche tanto cinismo spesso pretesto che giustifica i disastri che accadono nel mondo ancora oggi.

Tragedie inimmaginabili. Sofferenze. Incidenti improbabili e morti assurde.

Ma non c’è solo questo, ci sono anche molte cose belle che non conquistano i titoli a caratteri cubitali, perché fa più audience il titolo macabro o scandalosamente crudo.

Periodo contrastatissimo in ogni pagina della vita quotidiana, ad ogni latitudine.

Nero e bianco, buio e luce. Dolore e gioia. Falso e vero. Odio e amore. Nemico e amico. Guerra e pace. Morte e vita.

Ma …

Chi è il regista? Chi sta sopra a tutto ciò? Chi lo dirige? Chi lo permette?

Chi, senza far nulla, sospinge e fa andare avanti il tutto?

Forse si tratta di porci queste domande e di metterci in atteggiamento di ricerca. C’è da recuperare il valore dell’individuo e della sua singolarità, prendendo la distanza dall’attuale stato di cose che conferma le persone nel loro insieme come un aggregato variegato e informe, anonimo e pusillanime.

Non ci è utile e non ci fa bene andare avanti alla cieca, come una folla massificata.

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Immagine: Festa di Capodanno 2026 – scatto preso dai social


Non si può fermare il Vento

E non si può vivere di slogan

I giorni sono proprio questi, anche questi.

Ci hanno detto tante cose nel tempo, tanti slogan, tante parole … E ce ne diranno molte altre, cercando di distrarci o intortarci.

Ora ci hanno detto e ci stanno dicendo che non si può fermare il vento, quasi che sia una cosa ineluttabile, scontata, fatta, quasi messianica …

Ed è vero, il vento non si può fermare, fa la sua parte, pulisce via il secco e l’umido, spazza via le polveri sottili e ogni cosa leggera che si faccia sorprendere, toglie di mezzo ciò che è superato e anche le distrazioni di turno. Ma non tutti i venti sono salubri, anzi, spesso sono insalubri. E non tutti hanno una durata, anzi, sono sempre temporanei.

Non si può fermare il Vento, ma ci si può riparare dal vento e dalle sue conseguenze. Meglio, si può canalizzarlo verso un cambiamento, una nuova rotta che non è detto sia quella che ci si aspetta e che ci vogliono somministrare.

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Citazione e testo: a cura dell’autore

Immagine: Fog by Pixabay


All’ombra del campanile

L’ombra del mio campanile si staglia nello spazio-tempo …

È vero, siamo cresciuti all’ombra del campanile, e siamo in tanti. Oggi abbiamo quasi tutti superato – o ci stiamo avvicinando – il confine statistico che dà inizio alla cosiddetta terza età. La nuova terza età, quella che qualcuno ha fissato dai 65 agli 80.

Senz’altro anche altre generazioni hanno avuto questa occasione, di crescere all’ombra del campanile, ma noi, le nostre generazioni, abbiamo avuto una grande possibilità. Possibilità tendenzialmente rigida e strutturata, per niente liquida.

Ma di che cosa stiamo parlando?

Il detto assai diffuso “all’ombra del campanile”, che pare derivi da un proverbio medievale toscano, assumerebbe vari significati a seconda dell’epoca, delle storie e delle credenze, con molte distinzioni da regione a regione. Per esempio uno dei significati secondo il citato proverbio (1) è che “si vive meglio quando si abita in un luogo noto e familiare”. Ma anche che “si vive bene a spese della Chiesa”. Detto anche per indicare chi è tutelato da un potere superiore. In questo senso “All’ombra del campanile” è diventata una locuzione di uso comune.

Interessanti i molti altri significati o usi. Ma nel mio (nostro) caso mi rifaccio all’infanzia fino all’adolescenza (5 – 17 anni) e a tutta una serie di esperienze vissute in ambito parrocchiale e quindi, giocoforza, all’interno e in prossimità delle strutture parrocchiali compresa la chiesa e anche il campanile, che in verità nel mio personale caso non c’era, essendo la chiesa una struttura che si diceva moderna (in realtà lo è ancora oggi) e al posto del campanile, esternamente, presenta un bel “battistero”. (2)

Da qui una particolare curiosità a stampo ironico: sono cresciuto (siamo) all’ombra del campanile vicino ad una chiesa senza campanile. Avremmo potuto dire “all’ombra del battistero”, ma francamente non mi sono mai posto il problema. E non ho mai sentito nessuno che ne parlasse.

Era la metafora che mi (ci) faceva pensare e dire all’ombra del campanile. E ancor oggi con qualcuno la metafora viene replicata agevolmente e tra noi ci capiamo.

In quegli anni (dal 1962 fino a tutto il 1974), principalmente verso l’adolescenza, prima di cercare di fidanzarsi e cercare lavoro, l’obiettivo era socializzare e trovarsi in gruppo, sia per giocare e divertirsi, sia per impegnarsi in qualcosa di più grande che aveva spesso a che fare con ideali alti e condivisi.

Si facevano feste in gruppo. Si facevano raccolte carta e ferro vecchio per le missioni, si partecipava a gruppi parrocchiali di varia natura, si aiutavano i preti che già allora dicevano di essere pochi … Ci si impegnava nel catechismo cattolico, si andava a messa tutti insieme, si incontravano gruppi di altre parrocchie, si organizzava la sagra parrocchiale, si facevano mostre e recital, si organizzavano campeggi o campi-scuola, si partecipava (solo alcuni) a corsi di formazione o a dibattiti, si andava insieme al cinema, si diventava per un po’, qualcuno per tutta la vita, animatori sociali, alcuni anche seminaristi, pochi impegnati in politica. Come che sia, si discuteva moltissimo (troppo) di come le cose dovevano andare nella nostra comunità, spesso senza sapere i dettagli che riguardavano questioni serie, ma che oggi farebbero, anzi fanno sorridere rispetto ai problemi del mondo attuale che sta cadendo a pezzi.

Personalmente, ho vissuto difficoltà – sempre all’ombra – per le modalità con cui venivano proposti (imposti) temi esistenziali, sociali e soprattutto religiosi.

Per esempio, quando ho cominciato a ragionare mi sono accorto di confondere religione e fede, ma al contempo detta confusione mi ha portato a farmi tutta una serie di domande e ho capito che avere fede non significa non avere dubbi, anzi sono proprio i dubbi che mi possono aiutare a muovermi nella nebbia.

È un fatto di ricerca interessata. Un moto interno che mi spinge a ricercare, sapendo già che non conoscerò fino in fondo …

Oggi, pare essere meno gettonata questa ombra del campanile. Del resto negli anni citati non esistevano tante altre possibilità: o facevi gruppo in parrocchia oppure lo facevi al bar nella migliore delle ipotesi. Soltanto, agli inizi degli anni ’80 hanno cominciato a svilupparsi: strutture di quartiere, strutture di volontariato, associazionismo, strutture culturali e sportive.

E guardando all’attualità basta un breve sguardo all’indietro per accorgersi dei cambiamenti avvenuti: ad ogni epoca le sue espressioni e manifestazioni, per esempio oggi lo stesso volontariato si rivolge ad altri lidi come l’ambiente, la natura, il ben essere. Sono alcune tra le dimensioni che hanno preso il sopravvento e che presentano una miriade di proposte ed iniziative.

Forse viviamo tempi, oggi, in cui l’offerta indistinta di attività è talmente elevata da creare molteplici occasioni di ritrovo e di socializzazione, ma anche molta confusione che non aiuta la persona a fare scelte consapevoli e ben mirate.

In ogni caso, ricordo, anche con un pochino di nostalgia, quando si poteva crescere all’ombra del campanile, pur nella rigidità e chiusura di certe visioni di chi ci guidava, riuscendo a scoprire la forza del gruppo e a sognare nella realizzazione di un mondo migliore senza restare fermi o indifferenti. Un po’ più uomini autentici … lo siamo diventati.

Forse, è stato fondamentale il riferimento al campanile, che nel mio caso non esisteva, con la sua ombra, che a mio avviso era ben presente. Del resto, come ha scritto un giornalista 10 anni fa (3), nel paesaggio urbano il campanile è sicuro punto di orientamento. Spesso è anche indicatore del centro del borgo o della città, nel caso di una cattedrale. Ma il campanile non è solo un termine visivo, è anche profondamente simbolico nella sua capacità di accentrare valore topografico, religioso e civico. (4)

Per farla semplice, e chiudo, ecco per me un altro simbolo importante che può essere ancor oggi riferimento per i propri comportamenti, pensieri e scelte di vita, sia come individui, sia come comunità.

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Citazione e immagine: a cura dell’autore

Note: (1) da www.sapere.virgilio/proverbi/; (2) è l’edificio separato da una chiesa in cui si svolge il rito del battesimo. La separazione dei due luoghi ha origine nei primi secoli dell’era cristiana, quando i non ancora battezzati non erano ammessi alle celebrazioni eucaristiche che si svolgevano all’interno dei luoghi di culto consacrati (https://it.wikipedia.org/wiki/Battistero); (3) Alessandro Beltrami in https://www.avvenire.it/agora/pagine/campanile-; (4) idem in (3).


Silenzio sonoro

Il pettirosso annuncia l’arrivo della stagione fredda e della neve. Simbolo della vita che resiste all’inverno, di rinascita e di rinnovamento, il pettirosso porta con sè speranza, ottimismo, buoni auspici per l’anno nuovo …

In molte località montane, anche nelle nostre zone (1), è possibile incontrare o osservare il pettirosso, un piccolo uccello noto per il suo caratteristico piumaggio rosso-arancio su petto. Anche il suo canto è particolare. È fatto di un tic sonoro o di una serie di tic-ic-ic-ic e può essere udito ormai durante tutto l’arco dell’anno. Non più soltanto d’inverno. Qui, in montagna, permane una ricca biodiversità, compresa la presenza di questa specie di uccello. Il pettirosso (2) è un uccello piccolo e tondo, con grandi occhi espressivi, lungo fino a circa 14 cm. Il suo dorso è solitamente bruno-oliva, il ventre bianco, e le zampe sottili e rossicce. Il pettirosso è facilmente riconoscibile per la sua macchia rosso-arancio su petto e faccia, presente sia nei maschi che nelle femmine. Il suo canto è caratterizzato da note malinconiche e frizzanti (3). 

Boh! Sarà così. Resta il fatto che il suo svolazzare mai incerto, mai lento e mai casuale, si presenta come una costante di tutto rispetto. I suoi voli ti colgono di sorpresa, passandoti all’improvviso a 50 cm dal viso ad una velocità che supera i limiti di centro abitato. I suoi giochi amorosi, così sembrano, attirano l’attenzione e dimostrano le sue capacità atletiche nel volo creativo di coppia. I suoi trasferimenti da una pianta all’altra evidenziano la sua grande adattabilità e la sua sicurezza ambientale. Senso di libertà?

Quel che mi sorprende oltre ogni misura è la sua capacità canora. Un canto che invade ogni spazio e al contempo consacra il significato e il valore della calma e del silenzio.

In tempi in cui – specialmente durante le vacanze – si fatica a stare fermi e zitti, in silenzio mantenendosi calmi, l’ascolto di questi veri e propri concerti aiuta molto. È qualcosa di miracoloso che ti permette di fare il vuoto dentro di te, di mollare le menate (4) e di fare deserto intorno e dentro di te.

L’amico pettirosso non è più l’amico d’inverno, ma è un esserino che promette bel tempo ogni giorno dell’anno, che ci sia sole oppure no, alla faccia di chi si lamenta sempre e di chi vede solo il bicchiere mezzo vuoto. E il suo canto, se ben ascoltato, invita alla speranza e all’ottimismo.

Sì, è l’emblema di rinascita e di rinnovamento, in quanto simbolo della vita che resiste alle avversità.

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Citazione: da intitolazione alla scultura Il pettirosso, presso Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi)

Immagini: Robin by Jon Pauling of Pixabay (in evidenza) e Il pettirosso – foto GiFa2025: due dei punti di vista da Il Bosco delle meraviglie a Tonezza del Cimone (Vi) (a piè di pagina)

Note: (1) Alto Vicentino – Vicenza (Veneto); (2) Passeriforme Erithacus rubecula; (3) Dettagli da Wikipedia e dal web; (4) Espressione che è un invito a smettere di preoccuparsi eccessivamente e a dedicarsi a qualcosa di più leggero e piacevole, come il canto. L’espressione “menate” in questo contesto si riferisce a pensieri negativi, ansie o problemi che occupano la mente e impediscono di godersi il momento presente. Il canto, invece, è visto come un’attività liberatoria, che può portare gioia e benessere. Espressione presa da Musica ribelle di Eugenio Finardi.


Natura morta?

Ritorniamo

Giorni di vento e d'intemperie quasi inaspettate.
Poi, erba calda troppo cresciuta che si raffredda, invadente e fastidiosa.
Macerata e odorosa di qualche fiore ormai appassito ma riconoscibile.
Ecco, è ormai raccolta l’erbaccia con un po’ di fieno e di steli che fan paglia.
Rimanenze inutili che infestano anche quando non servono più.
È finito questo giro, ma il ciclo riparte, come per ogni cosa.
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Immagine: Natura morta? by GiFa2025


Caro Gesù …

…  complicato immaginare quali auguri sperare di fare o ricevere quest’anno, visto che da mesi accadono cose un po’ fuori dalla “grazia di Dio” …

Concordo appieno su quanto scrivono, provocatoriamente, i redattori di Edizioni La Meridiana nel pezzo “augurale” della “vigilia”. Sono riflessioni ormai diffuse che ci trovano sempre più nell’incertezza della storica domanda: che fare? – ma al contempo nella certezza del reiterato senso di prospettiva: sentirsi portati verso un presente migliore. Ecco il testo come pubblicato.

Caro Gesù Bambino, c’è una questione di una gravità mostruosa per la quale verrebbe da dire che la grotta in cui sei nato puoi rapportarla a una Spa dei nostri giorni. Lì, almeno, il calore e l’ospitalità di chi venne a trovarti l’hai ricevuta. Per quelli per cui oggi non c’è posto, ci siamo inventati un sistema di accoglienza che esporta le persone. Qualcuno per difenderlo parla di ‘modello che tutti ci invidiano’ e, rispetto ai costi elevatissimi di una operazione disumana, si attarda in giustificazioni che chiedono le attenuanti per questa ‘fase sperimentale’, promettendo un futuro non ben precisato in cui questo sistema ‘funzionerà’. Di certo la cosa non era nei tuoi desiderata quando hai pensato di imbarcarti nell’avventura dell’incarnazione per insegnarci i due comandamenti più grandi. Quindi, in tema di accoglienza, a te è andata meglio. 

Anche a Maria e Giuseppe è andata tutto sommato bene: mettendoti al mondo, infatti, non si sono macchiati di un reato universale. Allora non si parlava di maternità surrogata. Ma in fondo tuo Padre, che poi sei anche tu, non aveva forse preso, senza nemmeno chiedere il permesso, l’utero di Maria per farti venire al mondo? 

C’è poi la questione della guerra, che non è una novità. Anche chi aspettava te immaginava saresti stato il più grande tra tutti i re, capace di spazzare via i nemici. Un Dio guerriero è sempre preferibile a un principe della pace. Ma questa cosa della guerra ci è proprio sfuggita di mano. Gli interessi economici sono alti, come anche altissimi sono i numeri dei bambini che stanno morendo: pezzi di futuro che stiamo perdendo uno dopo l’altro. A confronto, i numeri della strage degli innocenti di Erode sono quisquiglie. 

A guardarci intorno, verrebbe da dire che potevi risparmiarti la tua venuta e quei trentatré anni a dirci e a mostrarci che la vera forza sta nell’accogliere l’altro, nel rimettere la spada nel fodero, nell’implorarci di farci come bambini e non di ammazzare i bambini.

Non ci siamo. Ci siamo persi e ti abbiamo perso. 

Fai così: quest’anno metti a riposo gli angeli, i pastori, le pecorelle, i magi. Prenditi una pausa. Perché se qualcosa è andato storto di certo a sbagliare per primi siamo stati noi, tuoi discepoli, riducendo il Vangelo alla favola bella per mandare a letto i bambini che attendono Babbo Natale e i suoi ricchi doni.

Aspettaci …

Aspettaci dopo le Feste per accompagnarci, da pellegrini di Speranza, in un anno giubilare nel quale magari qualche metanoia alla luce del tuo Vangelo riusciamo a compierla.

Riposati, e poi torna a incalzarci. Ecco l’unico augurio che, questo Natale, sentiamo di fare e farci.

Redazione edizioni la meridiana
elvira, norina, isidoro, antonio, marilena, donatella, linda, cinzia, paola, eleonora, isa

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Immagine: Natività dal web


Ancora una nuova possibilità …

Pasqua 2024, è “passare oltre” …

Sarà un caso, ma dicono che il caso non esiste, e tutto sommato lo penso anche io.

Non è la prima volta che in tempi di riflessione profonda, che non significa certo stare ore a pensare, ma riscoprirsi in pace a tratti e poi, come mi succede, anche nella bufera, scoprirsi a farsi domande con successivi immediati tentativi di risposta, di spiegazione, di giustificazione, alla fine di riuscire ad accettare aspetti pesanti e aspetti leggeri, pensieri oscuri e, fortunatamente, immagini di tanti ricordi belli.

In realtà non è un caso.

Non è un caso che tutto inizi con un vecchio ricordo, molto vecchio, che improvvisamente ti torni alla memoria come fosse ieri e che ti metta in uno stato di confusione magari momentaneo ma sicuramente molto intenso. Un po’ come un forte vento che ti colpisce all’improvviso e che ti faccia provare per alcuni lunghi istanti tutta la tua inadeguatezza, la tua esilità e la tua essenza apparentemente “sbagliata” o semplicemente “fuori luogo”.  Pare uno stato di congelamento, perché quel vento è talmente forte e gelido che non riesci a fare un passo, anzi devi resistere per non dover indietreggiare, quando indietro assolutamente non vuoi andare.

In quei momenti sento di dovermi aggrappare a qualcosa di importante per me, qualcosa che mi aiuti a “tener botta” e a proseguire pur guardando in faccia la realtà.

Troppo facile sarebbe scappare, cambiare sentiero, nascondersi. Comodo lo è stato e troppo in passato.

Oggi, ancora, riesco a trovare sostegni che altro non sono che punti fermi sempre conosciuti e non sempre portati alla piena personale consapevolezza.  Pur con tanti dubbi.

Senso della vita, fede in qualcosa di grande e misterioso, Dio …

Riflettere su questo mi è sempre più congeniale, proprio nei momenti di fragilità. E che senso ha oggi per me dire … Buona Pasqua!  … a qualcuno?

Il senso della vita non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, ma una tensione costante, che offre la direzione al nostro andare.  Bene o male, ognuno di noi ha un progetto di vita (al limite anche inconsapevole). Se il nostro progetto esistenziale può danneggiare qualcuno, è meglio pensarci bene prima di attuarlo.  Ci vuole fede in qualcosa di grande, e al di là della fede ognuno di noi può attingere a una personale risorsa potentissima, la speranza. Per esempio per me “aver fede” significa proprio questo: avere speranza, che è uno sguardo che pensa al domani.

E come scrisse un noto biblista, la “ricerca di Dio non è un puro cammino culturale, né una ricerca teorica, intellettuale e speculativa, né una ricerca mistica, chiusa nell’intimo, bensì una ricerca pratica, nell’amore concreto …”.

In definitiva, Pasqua è veramente una nuova possibilità, offerta a me e a tutti.

Lo è anche quest’anno.

Sì, perché il messaggio della croce e della risurrezione è una buona novella. Mi dice: non c’è niente nella mia vita che non possa essere cambiato. Quando persino il modo più tremendo di morire viene trasformato in risurrezione da Dio, allora in me non c’è oscurità che non venga illuminata dalla luce.

Buona Pasqua, buona possibilità a tutti!

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Citazione: elaborazione dell’a. con riferimenti da Wikipedia [Riprende il nome della festività di Pasqua (alla quale fa riferimento anche il nome Pasquale), durante la quale i cristiani celebrano la resurrezione di Cristo; deriva dal latino ecclesiastico Pascha, “passaggio”, “transito”, a sua volta dal greco πάσχα (pascha), in ultimo dall’aramaico פסח (pesach), “passare oltre”, ” …]

Immagine: springawakening by Myriams Foto of Pixabay

Spunti nel testo: da scritti di Serena Banzato, Bruno Maggioni, Anselm Grün (parte finale in corsivo), Luciano Masi e Luca Vitali