Ho trovato tra i miei taccuini uno scritto a firma di un certo “Ghert”.
Non so e non ricordo chi sia. Di sicuro lo scritto fu pubblicato diversi anni or sono tra le pagine “motivanti” e “provocatorie” di una pubblicazione di matrice parrocchiale.
In vista di un nuovo anno, ormai in itinere, lo riporto qui perché buoni sentimenti e umorismo delicato aiutano. Oh sì, aiutano molto o, almeno, danno il modo. Poi, come sempre, sta a noi.
Eccolo. È un elenco di “se”, troppi a mio avviso, ma quale che sia la proposta sottesa e scherzosa è pur sempre una proposta verso un modo di vedere, di essere.
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Se puoi cominciare la tua giornata senza caffeina,
se puoi andare avanti senza pillole stimolanti,
Se riesci ad essere festoso ignorando dolori e sofferenze,
se eviti di lamentarti, annoiando la gente con i tuoi problemi,
se puoi mangiare lo stesso cibo ogni giorno ed essere grato,
se riesci a capire quando le persone che ami sono troppo occupate per darti retta,
se passi sopra il fatto che chi ami ti dà erroneamente la colpa se qualcosa va storto,
se accetti critiche e rimproveri senza risentirti,
se ignori la cattiva educazione di un amico ed eviti di correggerlo,
se tratti i ricchi come i poveri,
se affronti il mondo senza bugie e inganni,
se sai vincere la tensione senza l’aiuto di un medico,
se sei capace di rilassarti senza uso di liquori,
se riesci a dormire senza l’aiuto di farmaci,
se puoi affermare in tutta onestà che, al fondo del tuo cuore sei privo di qualsiasi pregiudizio su religione, colore, credo politico, …
Sarà un caso, ma dicono che il caso non esiste, e tutto sommato lo penso anche io.
Non è la prima volta che in tempi di riflessione profonda, che non significa certo stare ore a pensare, ma riscoprirsi in pace a tratti e poi, come mi succede, anche nella bufera, scoprirsi a farsi domande con successivi immediati tentativi di risposta, di spiegazione, di giustificazione, alla fine di riuscire ad accettare aspetti pesanti e aspetti leggeri, pensieri oscuri e, fortunatamente, immagini di tanti ricordi belli.
In realtà non è un caso.
Non è un caso che tutto inizi con un vecchio ricordo, molto vecchio, che improvvisamente ti torni alla memoria come fosse ieri e che ti metta in uno stato di confusione magari momentaneo ma sicuramente molto intenso. Un po’ come un forte vento che ti colpisce all’improvviso e che ti faccia provare per alcuni lunghi istanti tutta la tua inadeguatezza, la tua esilità e la tua essenza apparentemente “sbagliata” o semplicemente “fuori luogo”. Pare uno stato di congelamento, perché quel vento è talmente forte e gelido che non riesci a fare un passo, anzi devi resistere per non dover indietreggiare, quando indietro assolutamente non vuoi andare.
In quei momenti sento di dovermi aggrappare a qualcosa di importante per me, qualcosa che mi aiuti a “tener botta” e a proseguire pur guardando in faccia la realtà.
Troppo facile sarebbe scappare, cambiare sentiero, nascondersi. Comodo lo è stato e troppo in passato.
Oggi, ancora, riesco a trovare sostegni che altro non sono che punti fermi sempre conosciuti e non sempre portati alla piena personale consapevolezza. Pur con tanti dubbi.
Senso della vita, fede in qualcosa di grande e misterioso, Dio …
Riflettere su questo mi è sempre più congeniale, proprio nei momenti di fragilità. E che senso ha oggi per me dire … Buona Pasqua! … a qualcuno?
Il senso della vita non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, ma una tensione costante, che offre la direzione al nostro andare. Bene o male, ognuno di noi ha un progetto di vita (al limite anche inconsapevole). Se il nostro progetto esistenziale può danneggiare qualcuno, è meglio pensarci bene prima di attuarlo. Ci vuole fede in qualcosa di grande, e al di là della fede ognuno di noi può attingere a una personale risorsa potentissima, la speranza. Per esempio per me “aver fede” significa proprio questo: avere speranza, che è uno sguardo che pensa al domani.
E come scrisse un noto biblista, la “ricerca di Dio non è un puro cammino culturale, né una ricerca teorica, intellettuale e speculativa, né una ricerca mistica, chiusa nell’intimo, bensì una ricerca pratica, nell’amore concreto …”.
In definitiva, Pasqua è veramente una nuova possibilità, offerta a me e a tutti.
Lo è anche quest’anno.
Sì, perché il messaggio della croce e della risurrezione è una buona novella. Mi dice: non c’è niente nella mia vita che non possa essere cambiato. Quando persino il modo più tremendo di morire viene trasformato in risurrezione da Dio, allora in me non c’è oscurità che non venga illuminata dalla luce.
Buona Pasqua, buona possibilità a tutti!
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Citazione: elaborazione dell’a. con riferimenti da Wikipedia [Riprende il nome della festività di Pasqua (alla quale fa riferimento anche il nome Pasquale), durante la quale i cristiani celebrano la resurrezione di Cristo; deriva dal latino ecclesiastico Pascha, “passaggio”, “transito”, a sua volta dal greco πάσχα (pascha), in ultimo dall’aramaico פסח (pesach), “passare oltre”, ” …]
Immagine: springawakening by Myriams Foto of Pixabay
Spunti nel testo: da scritti di Serena Banzato, Bruno Maggioni, Anselm Grün (parte finale in corsivo), Luciano Masi e Luca Vitali
In viaggio verso il S. Natale: L’amore che si dona torna sempre indietro …
Ormai ci siamo: “Black friday” e Natale coincidono … Nel timing, non soltanto nella valenza. Infatti, sono sempre più accelerate ed intensificate le manipolazioni commerciali che giocano senza pudore alcuno sui sentimenti, sui valori e sui principi e che ti dicono come comportarti già subito dopo la festa di Ognissanti, anzi no, in realtà il fenomeno inizia la sera prima, una volta assorbiti i fasti di Halloween.
E noi? Che facciamo? Ci adeguiamo in tutta tranquillità. Come le stelle di un famoso romanzo di Cronin … stiamo a guardare. E stando così le cose, sembra ci vada bene.
Forse, allorquando il S. Natale ed altre ricorrenze importanti nella nostra tradizione diventeranno un retaggio per pochi, solo allora le manipolazioni commerciali e mediatiche cambieranno destinazione. Ma a quale prezzo?
Anche quest’anno, come già in passato mi sono soffermato e mi soffermo, anche io in anticipo, sul senso del S. Natale. Questa felice ricorrenza rimane per me e penso per tutti o per tanti un’occasione, una nuova opportunità, dono di un tempo scelto per riflettere, per guardarsi attorno e dentro di noi stessi. Uno spazio per trovare un nuovo inizio, per migliorare nella relazione che conta veramente e che giustifica il nostro passaggio in questo mondo: con noi stessi, con gli altri e con l’Alto.
Quest’anno, in modo più marcato, vorrei fuggire lontano da ogni tentazione di ipocrisia, dall’esteriorità, dalle abitudini consolidate che non siano quelle che hanno il sapore dell’autenticità e non del “pandoro”, della “cioccolata calda” o degli addobbi a tutti i costi. Vorrei agire lontano dalla pianificazione di feste e di regali.
Semmai, vorrei riscoprire ancora e ancora il senso della relazione sia in famiglia, sia nella società.
Infine vorrei ridare slancio, nuovo e rinnovato, al mio bambino interiore e alla sua originalità, proprio ricordando il significato del “bambino di Natale”. Il desiderio è di essere estremamente autentico nel dire a chiunque Buon Natale! Chiudo queste righe con una frase recentemente ascoltata durante un serial tv basata proprio sulle varie sfumature della festa del Natale che mi ha molto colpito e che voglio far mia reinterpretandola: L’Amore che si dona torna sempre indietro, infatti l’Amore che dai non va mai perduto … E ancora: … Siamo tutti alla ricerca dell’Amore, ma l’unico modo per riceverlo è donarlo …”.
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Immagine: Jesusretrouvé – momento tratto da serial tv Odio in Natale (st 1 ep 6)
Riferimento nel testo e citazione: frasi riprese da serial tv Odio in Natale (st 1 ep 6) e dal film Love actually– l’amore davvero di Richard Curtis – 2003
Riferimenti: cit. romanzo di A.J. Cronin, E le stelle stanno a guardare – 1935 – edito da Bompiani
Chiedono “Come va?”, “Come va?”, “Come va?”. Ma noi non cambiamo mai no, mai no, mai …
Non so voi, ma a me capita periodicamente di rendermi conto, ogni volta come fosse la prima volta, che “tutto quello che è non è mai come appare”.
Eppoi, come non bastasse, abbiamo sotto il naso la realtà oggettiva, ma non è che non la vediamo o che non ci arriviamo, è che non la vogliamo vedere, perché è scomoda, decidiamo che va contro di noi, o almeno così pensiamo sia. Spesso c’è anche l’orgoglio oppure c’è un po’ di superbia … Figurarsi se mi affido ad un professionista oppure – al limite – ad un valido dispositivo che mi faccia essere veramente attore protagonista della mia scena di vita …
C’è un vero rifiuto che pare quasi sia una sorta di “lesa maestà … Figurarsi se mi adatto …
Insomma il passaggio dal problema alla soluzione non è mai agevole. Anche se la strada è tracciata, indicata, intravista chiaramente. Ma non è mai scontata, automatica.
Ho verificato personalmente come in più di una situazione ci affidiamo molto a soluzioni pianificate sostenute da modalità valide e concrete. Talmente valide da essere prese seriamente in considerazione per tante eventualità, non soltanto per le finalità specifiche. Mi riferisco per esempio alle nuove tecnologie e ai numerosissimi dispositivi che permettono cose inaudite se immaginate solo dieci anni fa: geolocalizzazione, relazioni on line di qualsiasi tipo, contatti con reciproca visualizzazione tramite telefono cellulare, lettura di libri e riviste su dispositivi portatili, lo stesso per le agenzie giornalistiche, meteo aggiornatissimo che permette di sapere a che ora arriverà la tempesta e altro tramite radar, acquisti di prodotti diversissimi on line e recapito diretto a casa, salvavita, controllo del territorio tramite droni e l’elencazione potrebbe essere interminabile.
Ormai tutti abbiamo le soluzioni in casa, in ufficio o addosso. Dispositivi con applicazioni per ogni esigenza. Chiedi e hai una risposta anche vocale.
Stando alle abitudini che abbiamo oggi quasi tutti, ogni problema parrebbe che avesse una facile soluzione, e in effetti spesso ce l’ha.
Se attendo una telefonata importante posso stare tranquillo perché ho sempre il cellulare con me, anche quando sono sotto la doccia (!), ma è chiaro che se lo tengo silenzioso non mi accorgerò della chiamata entrante e magari così succederà che il problema serio si trasforma in questione ancora più seria se non grave.
Dico un esempio semplice (perché mi riguarda) per spiegare che a fronte di una situazione problematica o d’interesse primario la risposta concreta c’è, è alla portata di chiunque sia come mezzo, sia come soluzione. Ma questa viene disattesa altrettanto agevolmente se non applichiamo delle semplici regole di comportamento note a chiunque.
Ora mi chiedo perché succede questo? Anche nelle situazioni più complesse, gravi, di grande rilevanza per esempio in tema di salute e sicurezza?
Tra problemi e soluzioni ci sta la persona con le sue caratteristiche personali, che possono favorire o anche ostacolare il processo. Indichiamo alcuni esempi:
– voglio sentire quando mi chiamano, perché è importante che io risponda, ma preferisco tener silenzioso il telefono o me lo dimentico che è silenzioso perché relativizzo il problema valutato in origine oppure perché ho cambiato idea o scala di priorità;
– voglio attivare ad un familiare il salvavita per ovvi motivi di sicurezza, ma il familiare pure capendone l’importanza lo tollera senza usarlo concretamente secondo le istruzioni. In effetti alla fine lo tiene sempre in carica ma se lo dimentica facilmente in cucina rischiando seriamente in termini di sicurezza, questo perché vuole seguire i propri schemi mentali o non accetta cambiamenti al suo tran tran;
– voglio arrivare puntuale ad un incontro fuori città e per sicurezza attivo il GPS dell’auto. Inserito l’indirizzo esatto seguo le indicazioni per un po’, ma poi esco dal tragitto proposto perché in verità non mi fido molto del GPS. In effetti alla fine arrivo intuitivamente alla sede dell’incontro ma in ritardo. Mi arrabbio pure e me la prendo con il GPS perché non gode della mia fiducia, mentre dovrei prendermela con me stesso …
Potrebbero esserci tanti esempi da richiamare, ma è sempre la stessa storia: per un motivo o per l’altro vogliamo essere noi gli artefici di scelte, azioni, comportamenti, anche quando non ne abbiamo la capacità o quando qualcuno o qualcosa ci indica un diverso approccio.
In certi casi abbiamo bisogno di farci aiutare, non soltanto dal professionista, anche dal dispositivo. Solo in certi casi serve l’esperienza spiacevole o addirittura traumatica.
Spesso ci intestardiamo che va bene la nostra impostazione. Forse c’è bisogno che facciamo un passo in avanti, con maggior umiltà riducendo invece l’arroganza da parte nostra e soprattutto inserendo quel coraggio che ci aiuta a vedere l’essenziale nonostante le apparenze.
Ancora tu …, nota canzone di un Battisti in fase di ricerca e rinnovamento, per chi se ne ricorda.
Al di là della particolare canzone, il titolo è dedicato ad un altro visitatore dei nostri giorni. Metaforicamente ben rappresentato da un “gatto visitatore”, nuovo per noi e per me, probabilmente trasferitosi da queste parti occasionalmente, come spesso fanno i gatti, senza che ce ne rendiamo conto.
Una modalità cosiddetta “gradita” perché si tratta di visita breve, quasi un mordi e fuggi, e come sappiamo tra gli umani le migliori visite, quelle preferite, sono le visite brevi …
I felini possono ben imparare da noi per come sappiamo comportarci, non necessariamente con atteggiamenti influenzati da principi di buona educazione.
Insomma, ecco un nuovo amico. Forse la fame, la ricerca di contatto e il freddo gelido di questi giorni, lo hanno portato a noi.
Ancora tu Non mi sorprende lo sai Ancora tu Ma non dovevamo vederci più?
In effetti non è del tutto una sorpresa, vederti passare, quasi danzare per il freddo, fare quelle mosse che fanno presagire uno scatto e magari un balzo di un metro e più come fosse niente. Con qualche miagolio sotto tono. In un momento non ci sei più, e potrebbe essere che non ci vedremo più.
Questa situazione mi fa pensare alla bellezza animale, alla loro essenzialità e alla libertà che certi animali sanno interpretare molto bene.
Fin qui il pensiero-metafora.
Un altro pensiero mi invia alla liturgia del cambio di calendario, al passaggio di testimone tra 2021 e 2022. In un attimo – se non siamo ubriachi – possiamo percepire il “ponte” tra vecchio e nuovo. Una frazione di secondo? Forse meno.
In questo scatto ci passa davanti tutto l’anno trascorso, cose belle e cose meno belle. Gioie e sofferenze.
E subito si dà avvio ad un altro giro di giostra, spesso, passati i fumi della festa, si rimette in moto la macchina e tutto torna come prima.
Lo scatto citato è rapidissimo, fulmineo, quasi impercettibile. Come lo scatto felino. Eppure esso può essere, se vogliamo, molto stimolante per ripartire, per riattivare la macchina, ma con nuovi combustibili, più ecologici, più rispettosi dell’ambiente ma anche di noi stessi e degli altri.
Sono i combustibili non subiti, ma scelti grazie ad una rinnovata consapevolezza.
Si tratta di andare oltre ogni liturgia e ogni schema abitudinario, non sprecando quanto appreso nel passato, ma valorizzandolo adeguatamente per il futuro che riparte.
Ancora tu Anno Nuovo Non mi sorprende lo sai Ancora tu con le tue forme e i tuoi riti Ma non dovevamo vederci più?
Lasciarti non è possibile, oppure sì …
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Citazione e riferimenti nel testo: Ancora tu da album Lucio Battisti, La batteria, il contrabbasso, eccetera – Numero Uno 1976
Immagine: foto by GiFa 2021
Versi: liberamente tratti ed alaborati by GiFa da Ancora tu (vedi sopra)
…molti di noi cercano la comunità solo per sfuggire alla paura di essere soli. Saper essere solitari è fondamentale nell’arte di amare. Quando possiamo essere soli, possiamo stare con gli altri senza usarli come mezzo di fuga.
Ci sono almeno due facce della stessa medaglia, se guardiamo alla “solitudine”.
La parte di sofferenza e la parte di piacere o di gioia. Si compenetrano senz’altro, sono in competizione oppure si integrano, ma si possono anche ben distinguere. Dipende molto da come viviamo l’esperienza dell’essere soli in un dato momento della nostra vita.
Ci sono cose che viviamo dentro di noi che si costruiscono e si sedimentano nel nostro intimo in rapporto a quello che ci succede, per come siamo trattati o considerati. Usati o coinvolti. Pensati o richiesti. Esclusi o ignorati. Ma anche e soprattutto per quel che pensiamo di noi stessi.
E’ sicuramente importante nella vita degli essere umani la dimensione della solitudine.
Un filosofo (1) disse: La solitudine è la condizione umana. Coltivatela. Il modo in cui essa si insinua in voi permette alla vostra stanza dell’anima di crescere. Non aspettatevi mai di superare la solitudine. Non sperate mai di trovare persone che vi capiscano, qualcuno che riempia quello spazio. Una persona intelligente e sensibile è l’eccezione, la grande eccezione…
E la solitudine pesa, fa soffrire o ti fa accorgere di soffrire, oppure dà forza, benessere e voglia di rinnovarsi e di ripartire…
Alcuni importanti autori dissero: Dobbiamo diventare così soli, così completamente soli, che ci ritiriamo nel nostro intimo. È un modo di soffrire amaramente. Ma poi la nostra solitudine viene superata, non siamo più soli, perché scopriamo … (2) – Per vivere una vita spirituale dobbiamo prima trovare il coraggio di entrare nel deserto della nostra solitudine e di cambiarla con sforzi dolci e persistenti in un giardino di solitudine … (3) – Se sei solo, appartieni completamente a te stesso. Se sei accompagnato anche da un solo accompagnatore, appartieni solo per metà a te stesso… (4) – Non puoi sentirti solo se ti piace la persona con cui sei solo... (5) – Devo stare da sola molto spesso. Sarei molto felice se passassi dal sabato sera al lunedì mattina da sola nel mio appartamento. È così che faccio rifornimento... (6).
E si potrebbe continuare. Ognuno ha la sua motivazione e anche per ognuno di noi è così. Non siamo arrivati su questo pianeta per essere isolati e vivere senza relazioni, anzi. Siamo impostati per le relazioni. Abbiamo bisogno degli altri e gli altri hanno bisogno di noi.
Ma ci serve assolutamente trovare spazi per noi, anche e preferibilmente in solitudine.
Per ripartire e per scelta.
Fa male sentirsi rifiutati e rigettati dalla gente
Per tutto o per niente ma in fondo il perché non è importante
Ci si sente feriti, usati e poi gettati via
Ci si sente traditi come bambini abbandonati
Ho bisogno di un rifugio, di rifugio da me stesso
Si sopprattutto da me stesso e ne ho bisogno proprio adesso
Da una donna o da un amico, dalla mamma o dal marito
Da un amore ch'é finito male, da un figlio che non vuole più tornare
Lo so ti senti solo
A volte così solo
Anch'io mi sento solo
Solo come te
Per uno sbaglio nel tuo passato, un piccolo errore da niente
Che quasi ti era uscito di mente, ora ti senti condannato
E vorresti essere forte o magari vorresti essere morto
Perché così fa troppo troppo male, no così non può continuare
Hai bisogno di un rifugio, di rifugio da te stesso
Ma guardati come sei messo, ti sta crollando il mondo addosso
E ti senti così perso, come un cucciolo sull'autostrada
E sei così spaventato che oramai ci hai quasi rinunciato
È che a volte ci raccontiamo storie e ci gonfiamo delle nostre parole
Per poi ritrovarci prigionieri delle bugie che dicevamo ieri
Ci allontaniamo dalla gente per paura di essere sinceri
Per non mostrar le nostre debolezze nemmeno agli amici più veri
Se ti senti troppo vecchio, troppo vecchio stanco e consumato
Guarda a me come in uno specchio anch'io lo sono stato
Solo tu puoi farcela ma credimi non puoi farcela da solo
Anche tu hai bisogno degli altri e forse gli altri hanno bisogno di te
E non sarai più solo
Ormai non sei più solo
Ma se ti senti solo
Vieni da me
Citazione da frasi di: Bell Hooks (scrittrice)
Foto by GiFa: Innanzi all’alba – innanzi a te – Grado febbraio 2021
Riferimenti nel testo da frasi di: Criss Jami (1), Hermann Hesse (2), Henri J.M. Nouwen (3), Leonardo Da Vinci (4), Wayne W. Dyer (5), Audrey Hepburn (6)
Versi di Eugenio Finardi da brano Come in uno specchio da album Il vento di Elora 1989
Presto saremo in vista dell’estate che speriamo sarà più vicina alla normalità di quella della scorso anno, chiaro ricordo per un periodo di sfogo verso la libertà pur sapendo tutti che non sarebbe durata.
Quest’anno veniamo da una diversa situazione: siamo in attesa di essere vaccinati o in corso di vaccinazione, ma siamo anche in attesa ci siano i vaccini migliori, e che i vaccini arrivino in quantità adeguata. Siamo in attesa, come lo eravamo da almeno sei mesi…
In questo maggio, qualcosa è già successo di buono, ma ci stiamo portando dietro il fardello di oltre un anno di pensieri negativi, di illusioni e speranze tradite. Abbiamo collettivamente sulla schiena il peso di un evento tragico che ci ha colto tutti alla sprovvista. Non è assolutamente un’epoca favorevole, alla faccia delle famose consolazioni del tipo “andrà tutto bene”.
E oggi, che va anche decisamente meglio, manteniamo le cautele, le attenzioni, osserviamo le norme, curiamo la distanza…
Questa situazione mi ricorda l’attesa raccontata dalle nostre nonne, che la guerra finisca, che passi la spagnola, che torni il familiare disperso, che si possa riabbracciare il fratello emigrato in America, che riaprano le fabbriche. Attesa che fa a pugni con quei periodi a cui siamo tutti abituati, per consuetudine, adesione religiosa o per puri aspetti commerciali in occasione del Natale o della Pasqua cristiana,
C’è l’Avvento nel primo caso e la Quaresima nel secondo. Sono periodi di “preparazione e attesa”. L’Avvento è il periodo dell’anno liturgico che lo inaugura e che prepara al Natale, alla stessa maniera in cui la Quaresima prepara alla Pasqua. E sappiamo bene come, specialmente a dicembre, più ci si avvicina alla festività più i giorni diventano “magici”. Meno a Pasqua, forse perché non ci sono molte tradizioni tipiche come quelle che anticipano il nostro 25 dicembre. Eppure credo sia la Pasqua ad essere veramente il momento cruciale per chi crede. Lasciamo stare il marketing od altri aspetti.
Mi sorprende sempre in queste occasioni, come ci sia una corsa agli auguri reciproci. E’ una cosa piacevole, importante, ma poi finisce tutto lì?
Per me è prevalente l’occasione di incontro e di relazione verso parenti, amici, collaboratori e chiunque si incontri. Ma è pur vero che mi sconvolge la rapidità con cui si passa dagli auguri sentiti, autentici, mirati, benevoli, speciali perché unici momenti di contatto, alla consueta routine, quasi che quei contatti augurali fossero stati un miraggio o, peggio, una formalità.
Mi sono chiesto spesso il senso di tutto ciò. Ma in realtà la domanda vera che poi mi arriva, specialmente negli ultimi anni, a cui cerco anche di rispondere, riguarda il protagonista di questa storia bimillenaria, colui al quale dobbiamo il messaggio per cui facciamo gli auguri, perfino in maniera generalizzata o massiva sui social.
Infatti se ci facciamo gli auguri di Buon Natale e poi di Buona Pasqua, o ci piace raccontarcela e far parte di un teatrino oppure c’é sotto qualcosa, e non dev’essere qualcosa da poco.
E’ Iesu. E’ lui l’artefice, il protagonista, e pare che sia così dall’inizio di tutto, con i dovuti adattamenti storici tramandatici nei secoli.
Torniamo alla mia domanda, o meglio alle mie domande che sono quelle che mi premono.
Quale è la grande novità che ci ha portato Iesu? Come può essere rapportata nel 2021? Cosa c’é di innovativo nel suo messaggio che mi possa veramente far risorgere come essere umano? Che dimensione si può dare alla cosiddetta resurrezione?
Ho trovato uno spunto iniziale ed interessante in un testo di meditazione che riporto integralmente: “Qual è l’innovazione portata da Gesù Cristo? La prima comunità cristiana, quei cristiani che hanno frequentato Gesù di Nazareth, hanno scoperto e sperimentato una verità inaudita, nel senso originario del termine, cioè “mai udita prima”: non che sarebbero risorti dai morti, ma che è possibile vivere da risorti”.
Ecco, fuor di ogni ragionamento teologico, mi aiuta molto questa scoperta, senza con questo abbandonare il significato umano e cristiano della morte. E’ assolutamente innovativo, oggi, nel 2021, impegnare la propria esistenza per vivere da risorti.
Giorno per giorno.
Infatti si tratta, se lo vogliamo, di ritrovare il soffio, qui adesso. E non occasionalmente, quasi fosse materia di alcuni appuntamenti fissi di calendario.
Lo dice bene il priore di Bose: “Siamo abituati a pensare la resurrezione come evento che segue alla morte, ben più che come esperienza qui e ora, e a pensarla come evento individuale, personale, non comunitario. Ma la fede nella resurrezione di Gesù chiede un inveramento (*) nella comunità: va riscoperta la sua dimensione comunitaria, la resurrezione di un gruppo di discepoli, dunque la resurrezione come vissuto qui e ora“.
Quando sei affaticato e ti senti inutile o piccolissimo. Quando vorresti piangere ma non riesci a farlo e ti senti bloccato, come fossi congelato dentro, sappi che io ci sono. Ci sono sempre stato, anche quando non lo credevi possibile.Quando le situazioni si presentano difficili, dure, a prima vista insuperabili e pare non ci sia nessuno ad aiutare o ad ascoltare, sappi che io ci sono.Ci sono, come un ponte sopra acque tormentate.Quando sei veramente giù, quando ti senti solo, quando ti pare di aver sbagliato tutto, quando desideri venga sera e poi la sera diventa difficile amare i pensieri e non riesci a dormire, sappi che io ci sono.Ci sono, come un ponte sopra acque tormentate.Quando viaggi e in auto ti senti un’isola, quando soffri e ti sembra che nessuno lo comprenda, quando devi ingoiare torti e tutto pare muoversi contro di te, quando ti sembra di essere fuori dal coro e invece ci sei dentro più che mai, e questo non ti consola, quando ti manca il respiro al pensiero di dover cambiare la tua vita, sappi che io ci sono.Ci sono, come un ponte sopra acque tormentate.Ci sono sempre stato, anche quando non lo credevi possibile.Sappi che puoi partire se lo vuoi.Fallo, non attendere oltre.Il tuo momento è adesso. Fai brillare i tuoi desideri.Io ci sono, come un ponte sopra acque tormentate.
Ci sono, ma sto indietro e ti guardo le spalle.
Citazione da canzone di Simon & Garfunkel (vedi sotto)
Foto by Pixabay: Garzetta in volo libero
Testo di versi by Gianni Faccin, liberamente tratto da Bridge over troubled water di Simon & Garfunkel
A parte la pandemia, in classe più o meno gialla oppure arancione, non c’è nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire.
Riprendo un detto che nell’uso comune si rifà quasi sempre alla diffusa presa d’atto, accompagnata da fastidio o altro, che quello che si immaginava diverso da una certa realtà è invece uguale ad essa, e quindi sembrerebbe inutile contare in qualcosa di differente e migliore. Anzi non serve pensare di cambiare le cose, perché non cambierà mai nulla (altro detto popolare assai diffuso).
Invece il detto nasce dalla Bibbia (Antico testamento) e vuole significare che da quando esiste la terra, su di essa non succede nulla di nuovo, infatti da millenni si ripetono le stesse situazioni e gli stessi fatti. Ergo, nulla è veramente una novità. E il testo sacro vuole in tal caso riferirsi al comportamento umano di ogni tempo che si ispira per esempio alla pura vanità.
In realtà la persona può mettere un punto, a tutte le situazioni in cui detiene un ruolo da protagonista consapevole. L’essere umano ha la possibilità di scegliere come comportarsi. Dire sì e dire no. Prendere distanza da ciò che fa ammalare, avvicinarsi a ciò che fa bene e fa crescere. E il libero arbitrio di cui godiamo ci permette anche di restare nelle gabbie dorate che più o meno coscientemente ci costruiamo, tutti i giorni, durante tutta la vita.
Ma non siamo destinati a vivere sotto il sole senza essere costruttori di qualcosa di nuovo e di buono.
Sono convinto invece che ci siano molti punti da mettere, e differenti tempi da accettare. E che dipende da ognuno di noi.
E’ sempre una nostra facoltà.
Mi piace unire a questi pensieri uno stralcio dal libro del Qohelet, in cui prevale tutta la forza del “punto“, quale categoria diversa dal tempo. Anzi, punto inteso proprio come accadimento di qualcosa. Fatto, vicenda. Come è stato scritto, luogo d’impatto tra fiocina e pesce, tra biglietto e vincita, asteroide e pianeta, punto in cui il divenire urta con l’improvvisa emergenza dell’ineluttabile. E’ diverso dal “momento latino“, … (*) e infatti si trova tra due frasi compiute (grammaticale) o tra due linee che si incontrano (geometrico).
Per il tutto una data e un punto per ogni intento sotto i cieli.
Punto per nascere e punto per morire.
Punto per piantare e punto per sradicare una pianta.
Punto per uccidere e punto per sanare.
Punto per rompere e punto per costruire.
Punto per piangere e punto per ridere.
Punto per far lutto e punto per ballare.
...
Citazione: Mahatma Gandhi
Immagine by Pixabay: Mettere punto
Riferimenti: Brano tratto da Il Libro del Qohelet e da Kohèlet/Ecclesiaste cap. 3 con traduzione di Erri De Luca (*)
Il confine è tracciato per essere superato. Come l’Ulisse di Dante richiama i suoi al “folle volo”, così intellettuali e artisti ci invitano a gettare rampini oltre le frontiere anguste del risaputo, attraverso metafore capaci di mutare la percezione della condizione umana. Filo conduttore è il cambiamento, inteso come mutamento interiore, d’identità, mentalità, concezioni, come rottura degli schemi, delle consuetudini e delle certezze consolidate, determinato da riflessioni e creazioni culturali e artistiche. Il viaggio attraverso il cambiamento si prefigura sperimentale e disvelatore. Il percorso è sempre nuovo e sempre uguale: la relazione rinsalda ma anche cambia, sposta il confine verso territori che rimangono nuovi fino a che il cambiamento non è conclamato.
Mi piace dare avvio a questo secondo mese del nuovo anno, che viviamo ancora in un clima che ha dell’assurdo, con una intensa citazione sulle metafore del cambiamento.
E questo proprio perché siamo immersi in questo clima sociale, sanitario, di ordine pubblico e privato. Infatti credo sia più che mai importante che ci mettiamo di fronte alle opportunità/necessità di cambiamento. Sociale, economico, in altre parole ecologico. Ma non si può prescindere da un cambiamento personale, di ognuno di noi. Le metafore ci possono aiutare, grazie all’arte, alla musica, alla poesia …
Si tratta di andare oltre confine, non c’é dubbio, per un autentico cambiamento. E il confine è limite, e il limite impone una distanza da coprire. Sono concetti, questi, che si compenetrano.
Se penso alla distanza non posso tralasciare il limite e se penso al limite non posso tralasciare la distanza.
Oggi, come forse non è mai accaduto, è ben percepibile l’urgenza di uscire dagli schemi e di andare oltre il limite e oltre confine, per non restare nella grande gabbia dorata che ci siamo costruiti in questo mondo moderno. Ma siamo anche spinti all’immobilismo per necessità di distanziamento fisico e sociale.
Credo che ci dobbiamo impegnare tutti a rivedere il senso della distanza e del limite, parole che oggi assumono un valore che va oltre i comuni luoghi e significati.