Essere papà

E’ come una “energia che da noi s’irradia, una luce dorata che riveste d’oro tutto quello che sta intorno“.

Sono trascorsi otto anni e mezzo da quando scrissi questo pezzo, che pubblicai nell’agosto 2012 nel blog E subito fu sabato. Nel rileggerlo trovo importante riproporlo qui, sia per il suo significato sia per l’attualità che ci trovo ancor oggi.


Di certo il compito di un padre non finisce mai.

Anche diventati grandi, i figli cercano in un modo o nell’altro la figura paterna. Questo perché ne hanno bisogno, sentono di doversi riferire ai suoi pareri o consigli. Anche se il padre non è sempre stato presente, o è mancato proprio nei momenti chiave, o è pieno di difetti, è portatore in sé di esperienze tutte utili. Per questo i figli un po’ per curiosità, un po’ per necessità lo cercano costantemente.
Ed è proprio questa consapevolezza che sento, in particolare oggi che il mio unico figlio è cresciuto e sta percorrendo la propria strada, in autonomia e libertà. E’ libero, può scegliere, eppure cerca la mia presenza come non mai.

E io sono felice di esserci.
Non sempre ci riesco o ci sono riuscito in passato. Ho comunque deciso di lasciar andare i sensi di colpa per quanto non fatto un tempo e di guardare piuttosto all’oggi, puntando a una presenza assidua nella quantità, ma soprattutto di qualità, ossia fatta di ascolto e attenzione. E’ il modo per dimostrare a mio figlio quanto sia importante per me. Se in passato non avessi colto delle opportunità, ora voglio coglierle assolutamente.

Un altro aspetto non sempre valorizzato è il rispetto tra genitori. Da parte mia non c’è stato sempre. Invece desidero ridare slancio a tale dimensione di reciprocità, che va enfatizzata perché da questo dipende la situazione di serenità e accoglienza in cui un figlio può trovare incoraggiamento e stima di sé, oltre che fiducia e rispetto.
Il dialogo è la grande novità di questi anni. Ne sono sicuramente un vero artefice. Attenzione, non mi riferisco al “parlare a vanvera” o al “parlarsi addosso” tipici di molte coppie o famiglie. Mi riferisco all’ascolto reciproco e non svogliato, alla dimensione verbale di prima qualità, al confronto, all’interessarsi uno dell’altra persona, senza pretese. Da qui non può che derivare l’incentivo alle relazioni efficaci.

Ricordiamoci che vivere significa “essere in relazione”.

Ho riscoperto, grazie alle esperienze fatte e ai confronti con molte persone, grazie anche al consolidato confronto con mia moglie, l’autorevolezza del padre. Ho sempre pensato fosse una cosa superata o di altri tempi. Invece è quanto mai necessaria. Il figlio se l’aspetta l’autorevolezza, ossia la capacità di rappresentare un ruolo chiaro di guida, amicone quando serve, giocherellone quando serve, ma sicuramente normativo e direttivo di fondo.

Qualcuno deve dettare le regole e questo spetta al padre, il quale lo può fare anche con pazienza, calma, accoglienza, tolleranza. Non è certo gridando o avendo atteggiamenti compulsivi, se non scatti di rabbia, che si fa educazione. E non solo verso i figli.
Da qui derivano esigenze di “valido modello di riferimento” che non è solo la componente sessuale (maschile), ma anche e soprattutto l’essere di esempio, ossia che quanto è trasmesso sia anche praticato da chi trasmette. Quindi modello autentico, credibile e attrattivo.
Fare da educatore è un mestiere che mi ha sempre affascinato. Il primo luogo dove si può applicare è proprio in famiglia. Anch’io come la maggior parte delle persone ho pensato, ma pensavo, ora penso diverso, che fosse un compito di terzi (società, insegnanti, catechisti, animatori, ecc.). No! E’ compito precipuo dei genitori.

E come padre? E’ assolutamente importante che il padre provi, come può, ma provi a dire quello che secondo lui va bene o non va bene, a cominciare dalle cose più semplici della quotidianità.
Credo sia poi importante, come ho ripreso a fare, il ritagliare momenti spontanei di ritrovo come famiglia, piccola o grande che sia, allargata o non allargata, al fine di vivere insieme attività. Esempi ve ne sono tanti, ma se guardo alla mia realtà vedo che la cosa che va per la maggiore in questi mesi è il dialogo e la discussione su argomenti i più svariati. Poi c’è la condivisione di piccoli lavoretti, nel giardino come nella casa di montagna. Poi c’è l’approfondimento dei problemi dei singoli. Poi le ultime news ricavate da internet. Poi l’evento importante appena capitato in città oppure in Nord America. Di sicuro non ci manca questa dimensione.
Una delle cose che ci accomuna di più, è la lettura. E’ interessante come quello che interessa uno di noi, dopo un po’ è affrontato anche dagli altri, come un contagio. E poi ne parliamo. Mi piacerebbe ritrovare uno spazio in cui leggiamo insieme a voce alta, ma forse mi aspetto troppo.
Mio figlio: lo guardo spesso intensamente negli occhi.
Qualche tempo fa mi diceva: “Perché mi fissi?”; oppure “che c’è?”; ancora “devi dirmi qualcosa?”.
Da un po’ di tempo è uno sguardo reciproco, perdurante. So che gli trasmetto apprezzamento e incoraggiamento e questo non gli può che fare bene, per se stesso. Ciò fa bene anche a me, suo padre.
In quei brevi istanti in cui gli sguardi si penetrano vicendevolmente in profondità, mi pare che il mondo si fermi, mi pare non esista più nulla. Sento una gioia incredibile che mi fa volare altissimo, con lui. E’ come una “energia che da noi s’irradia, una luce dorata che riveste d’oro tutto quello che sta intorno”.
Ed è in quegli istanti che mi sento profondamente “papà”.

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Foto by GiFa 2016

Testi: Da blog …E subito fu sabato by Gianni Faccin (Confesso di essere papà – 26 ago 2012)


Madre

La sua eredità non è quella della Legge, ma quella del sentimento della vita; il suo dono è quello del respiro; il suo volto è il primo volto del mondo.

Quando penso a lei, a mia madre, la prima parola che mi viene in mente, e che risponde ad un desiderio ben definito di tenerezza, è “grazie”.

E’ una gratitudine che parte da lontano e che spesso mi ha fatto sentire presente, quasi fossi stato già grande, fin dai tempi della mia nascita. Sia ben chiaro, non ho ricordi dettagliati, ma è quello che sento, nei momenti di grande intimità con me stesso, rievocando situazioni, racconti, pensieri e parole.

Desidero ora affidarmi ad un brano che le dedicai il 18 maggio 2020 (suo 93° compleanno), in epoca pandemica. E’ una specie di poesia che esprime appieno il mio sentire.

Grazie Mamma!

 Grazie mamma
 perché ci hai dato
 la tenerezza delle tue carezze,
 il bacio della buona notte,
 il tuo sorriso premuroso,
 la dolce tua mano che ci dà sicurezza.
 Hai asciugato in segreto le nostre lacrime,
 hai incoraggiato i nostri passi,
 hai corretto i nostri errori,
 hai protetto il nostro cammino,
 hai educato il nostro spirito,
 con saggezza e con amore
 ci hai introdotto alla vita.
 E mentre vegliavi con cura su di noi 
 trovavi il tempo
 per i mille lavori di casa.
 Tu non hai mai pensato
 di chiedere un grazie. 

Citazione by Massimo Recalcati

Foto by GiFa 2020

Brano by Judith Bond (Grazie mamma) – adattamento by Gianni Faccin

Fede

Manda il tuo pane

Manda il tuo pane sul volto delle acque: perché in molti giorni lo troverai

Sono cresciuto cattolico. Molto cattolico.

Per dirla con le parole di mia mamma, lei “mi ha fatto cattolico“, e secondo il suo senso mi ha cresciuto bene, come persona, con valori importanti, principi strettamente legati agli insegnamenti evangelici. Ma con rispetto dei valori umani più che dei dogmi inculcati.

Mia mamma è cresciuta in un ambiente che mi sento di definire ortodosso, che l’ha portata però ad uno sviluppo interessante per i suoi tempi, infatti ha cercato di applicare nella realtà il suo “credo” senza fermarsi alle parole o alle dichiarazioni. Mettendoci sempre anima e corpo, e pagando di persona, sia nella società sia in privato.

Mia madre mi ha trasfuso il senso di ribellione, verso tutto ciò che tende ad essere imposto. Un senso molto interiore, ma che tende continuamente a fluire. Per me è proprio così, come lo è ancora oggi per lei che è molto presente nonostante l’età avanzata.

Questo ed altri sensi – consapevoli – non mi impediscono di credere.

A chi mi ha chiesto, di recente, se ho fede in Dio e perché, ho risposto affermativamente. Ho fede perché ho tanti dubbi, forse ne ho più oggi che in passato. Questo si spiega con il fatto che più passa il tempo e più mi faccio domande. Alle quali cerco anche di rispondere. Secondo me avere fede è collegato all’essere generosi ed aver fiducia in qualche cosa di misterioso, che nulla ha a che vedere con le cose programmate o certificate. Ho trovato bellissimo uno passo tratto da un libro di De Luca che parla dell’offerta generosa e che spiega bene quello che intendo. Eccola a seguire.

“Sì, troverai quella singola offerta spontanea, insensata, la troverai ricevendola in cambio molte volte, in molti giorni. Non ti verrà restituita secondo una semplice simmetria, secondo il ragionevole postulato della fisica per cui a ogni azione corrisponde un’azione uguale e contraria, non ti verrà corrisposta come un prestito o un rimborso, ma la troverai moltiplicata nei giorni. Perché la grazia aggiunge di suo e largamente a ricompensa di chi offre il proprio pane alla corrente. Al generoso restituisce col soverchio. …c’è una legge misteriosa di Dio che somiglia a quella di natura per la quale il seme gettato dal contadino sulla superficie della terra ritorna, nel tempo, ingigantito in pianta, in albero, in raccolto”.

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Citazione by Qohelet 11.1

Brano citato by Erri De Luca (Kohèlet/Ecclesiaste – Ed Feltrinelli 2018)

Foto by GiFa 2020


Verbo infinito

L’infinito non è un verbo ma un nome

Nel leggere il testo Kohèlet/Ecclesiaste (omonimo titolo con traduzione di Erri De Luca – UCF 2018) ho trovato meravigliosa ed emozionante, per intensità e profondità di messaggio, la comunicazione che ci viene trasmessa da tempi remoti. Mi sono chiesto in qualche occasione cosa ci facesse un testo come questo, talvolta assai provocatorio, tra le scritture sacre, ma il cosiddetto Antico testamento è assai sorprendente oltre che attuale. Stupisce di continuo.

E poi la traduzione di De Luca e le annotazioni in calce al testo sono non solo utili ma di una ricchezza indescrivibile.

Quello che mi colpisce è l’uso del verbo infinito come sostantivo e come forte valorizzazione dell’agire. In questo caso in rapporto al valore della parola “punto”, come già considerato nel pezzo precedente (Punto … del 7 febbraio).

E la versione riconosciuta di Ecclesiaste 3 conferma quanto sopra.

Tornando a De Luca, egli scrive: …la più grandiosa sequenza di verbi di tutte le letterature. Quando nel nostro agire siamo sotto una forza e un’urgenza inesorabili, …, allora non c’é altro modo di nominare le nostre azioni all’infuori di un verbo all’infinito. I pronomi io-tu e compagnia, non spiegano e non reggono più nulla delle nostre azioni.

E’ impressionante come questi verbi, collegati al termine “punto” , ma anche nell’altra versione, possano dare forte significato e ispirare. Ne riporto uno stralcio.

...
2 C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
3 Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
4 Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
5 Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
6 Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
7 Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
8 Un tempo per amare e un tempo per odiare.
...

Citazione: Baruch Spinoza (Compendio di grammatica della lingua ebraica)

Immagine by Pixabay: Verso l’infinito

Riferimenti: Ecclesiaste 3 e Kohèlet/Ecclesiaste (traduzione di Erri De Luca)

Punto!

Sii …

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo

A parte la pandemia, in classe più o meno gialla oppure arancione, non c’è nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire.

Riprendo un detto che nell’uso comune si rifà quasi sempre alla diffusa presa d’atto, accompagnata da fastidio o altro, che quello che si immaginava diverso da una certa realtà è invece uguale ad essa, e quindi sembrerebbe inutile contare in qualcosa di differente e migliore. Anzi non serve pensare di cambiare le cose, perché non cambierà mai nulla (altro detto popolare assai diffuso).

Invece il detto nasce dalla Bibbia (Antico testamento) e vuole significare che da quando esiste la terra, su di essa non succede nulla di nuovo, infatti da millenni si ripetono le stesse situazioni e gli stessi fatti. Ergo, nulla è veramente una novità. E il testo sacro vuole in tal caso riferirsi al comportamento umano di ogni tempo che si ispira per esempio alla pura vanità.

In realtà la persona può mettere un punto, a tutte le situazioni in cui detiene un ruolo da protagonista consapevole. L’essere umano ha la possibilità di scegliere come comportarsi. Dire sì e dire no. Prendere distanza da ciò che fa ammalare, avvicinarsi a ciò che fa bene e fa crescere. E il libero arbitrio di cui godiamo ci permette anche di restare nelle gabbie dorate che più o meno coscientemente ci costruiamo, tutti i giorni, durante tutta la vita.

Ma non siamo destinati a vivere sotto il sole senza essere costruttori di qualcosa di nuovo e di buono.

Sono convinto invece che ci siano molti punti da mettere, e differenti tempi da accettare. E che dipende da ognuno di noi.

E’ sempre una nostra facoltà.

Mi piace unire a questi pensieri uno stralcio dal libro del Qohelet, in cui prevale tutta la forza del “punto“, quale categoria diversa dal tempo. Anzi, punto inteso proprio come accadimento di qualcosa. Fatto, vicenda. Come è stato scritto, luogo d’impatto tra fiocina e pesce, tra biglietto e vincita, asteroide e pianeta, punto in cui il divenire urta con l’improvvisa emergenza dell’ineluttabile. E’ diverso dal “momento latino“, … (*) e infatti si trova tra due frasi compiute (grammaticale) o tra due linee che si incontrano (geometrico).

Per il tutto una data e un punto per ogni intento sotto i cieli.
Punto per nascere e punto per morire.
Punto per piantare e punto per sradicare una pianta.
Punto per uccidere e punto per sanare.
Punto per rompere e punto per costruire.
Punto per piangere e punto per ridere.
Punto per far lutto e punto per ballare.
...


Citazione: Mahatma Gandhi

Immagine by Pixabay: Mettere punto

Riferimenti: Brano tratto da Il Libro del Qohelet e da Kohèlet/Ecclesiaste cap. 3 con traduzione di Erri De Luca (*)

Mio padre





Le cose semplici

Le cose semplici son sempre le più belle, entrano dentro sfiorandoti la pelle.

Bussano al cuore, ti fanno emozionare, mettono le ali e ti aiutano a volare.

Diventa poi difficile mandarle via, restano lì e ti fanno compagnia.

Sì, è vero le cose belle ti accompagnano sempre.

E se esprimono autenticità e semplicità sono ancora più belle.

Fanno tutte parte del bagaglio trasmessoci e da portare avanti perché possa a sua volta essere ritrasmesso.

Sono le radici da amare, senza le quali non si può volare.

Grazie papà!

Mi piacerebbe tu fossi qui anche fisicamente,
presente come lo sei sempre di più nel ricordo
e nell’intimo crocevia, dove pensieri e desideri si rincorrono.
Mi piacerebbe potessi discutere ancora di speranze e promesse,
di sogni e impegni.
Sarei finalmente pronto a dirti tutto di me
e a chiederti tutto quello che non siamo mai riusciti
a colmare tra di noi.
Come volevi, come avrei voluto.
Vorrei poterti raccontare tutte le piccole grandi novità di quest’ultimo decennio e godere delle tue reazioni di stupore.
Mi piacerebbe, sarei, vorrei …
Ma sento che tu hai sempre saputo e che ci sei sempre stato.
Sento che tu sai e che ci sei".

Citazione: versi by Annamaria Sudiero (Le cose semplici da Respiri dell’anima GEDI 2016)

Testi e versi by Gianni Faccin (Le cose belle … 2021 e Mi piacerebbe … 2017)

Foto: riproduzione foto Pietro Faccin 1934 by GiFa

Riferimenti a margine: A.J. Cronin (La bellezza non svanirà – Bompiani 1970) e B. Ulsamer (Senza radici non si vola – Ed. Crisalide 2008)


Confine-cambiamento

Il confine è tracciato per essere superato. Come l’Ulisse di Dante richiama i suoi al “folle volo”, così intellettuali e artisti ci invitano a gettare rampini oltre le frontiere anguste del risaputo, attraverso metafore capaci di mutare la percezione della condizione umana. Filo conduttore è il cambiamento, inteso come mutamento interiore, d’identità, mentalità, concezioni, come rottura degli schemi, delle consuetudini e delle certezze consolidate, determinato da riflessioni e creazioni culturali e artistiche. Il viaggio attraverso il cambiamento si prefigura sperimentale e disvelatore. Il percorso è sempre nuovo e sempre uguale: la relazione rinsalda ma anche cambia, sposta il confine verso territori che rimangono nuovi fino a che il cambiamento non è conclamato.

Mi piace dare avvio a questo secondo mese del nuovo anno, che viviamo ancora in un clima che ha dell’assurdo, con una intensa citazione sulle metafore del cambiamento.

E questo proprio perché siamo immersi in questo clima sociale, sanitario, di ordine pubblico e privato. Infatti credo sia più che mai importante che ci mettiamo di fronte alle opportunità/necessità di cambiamento. Sociale, economico, in altre parole ecologico. Ma non si può prescindere da un cambiamento personale, di ognuno di noi. Le metafore ci possono aiutare, grazie all’arte, alla musica, alla poesia …

Si tratta di andare oltre confine, non c’é dubbio, per un autentico cambiamento. E il confine è limite, e il limite impone una distanza da coprire. Sono concetti, questi, che si compenetrano.

Se penso alla distanza non posso tralasciare il limite e se penso al limite non posso tralasciare la distanza.

Oggi, come forse non è mai accaduto, è ben percepibile l’urgenza di uscire dagli schemi e di andare oltre il limite e oltre confine, per non restare nella grande gabbia dorata che ci siamo costruiti in questo mondo moderno. Ma siamo anche spinti all’immobilismo per necessità di distanziamento fisico e sociale.

Credo che ci dobbiamo impegnare tutti a rivedere il senso della distanza e del limite, parole che oggi assumono un valore che va oltre i comuni luoghi e significati.

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Citazione by https://idem-on.net/idm/ (Oltre confine)

Foto by Pixabay: Gabbia d’oro


Scrivo …

Il fatto

Quale è il fatto? Il fatto è che quando scrivo sono felice.

 Scrivo e mi sento nel qui e ora.
 Scrivo e sento tutto me stesso e mi sento pieno di questa intimità come non mai.
 Scrivo, penso e mi ascolto.
 Sono ribelle, ma equilibrato.
 Sono matto, ma non troppo,
 Sono solidale, sempre.
 Sono senza limiti, ma entro un confine.
 Sono misurato, ma senza dubbi.
 Sono bambino, quanto basta.
 Sono maturo, ma senza essere arrivato.
 Sono cercatore, ma senza fretta.
 Sento tutto me stesso in un incrocio senza semafori, in cui avviene l'incontro delle mie identità. 

Citazione by Gianni Faccin

Foto GiFa 2013: Autoritratto in ufficio (Cariverona Thiene Piazza Chilesotti)


Vis à vis

…Vicinanza fisica, oggi …

Oltre alla nostalgia, emerge sullo sfondo la consapevolezza, ancora indefinita, della propria posizione nella sequenza delle generazioni, la preoccupazione ancora inesprimibile per le tappe della sua vita …

Quanto appena succitato è il succo estremo ed intenso del volto del disagio, così come scaturisce, piccolo esempio, da un incontro tra persone. Non importa se in uno studio professionale o in altra situazione.

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Non possiamo, o, almeno, io non posso sottrarmi alla vicinanza fisica. Intendo il partecipare a meeting face to face, incontri in person, ovvero incontri umani autentici.
Certo ci sono elementi di protocollo da osservare, regole legate alle note restrizioni, il giallo, l’arancione e il rosso. Ci sono la cautela e il buon senso da mettere in campo. Ok! Occorre osservare il tutto, nel rispetto di se stessi e degli altri.
Ma mi è ben chiaro che, in caso di necessità, di importante necessità, se mi viene richiesto l’incontro personale in presenza io non mi tiro indietro.
Non riuscirò a tirare in ballo decreti o il nome di personaggi pubblici di turno per trovarmi a fare – pretestuosamente – un passo indietro. Come fanno in molti.
Attenzione, anche io sto bene a casa, ritirato e in riposo inatteso, una volta tanto fuori dalla mischia. Magari in opera casalinga su incombenze da anni rinviate.
Ma non è ciò che, soprattutto, desidero.

Io desidero vivere e conto sia un desiderio collettivo.
È così che non va esclusa la possibilità di incontri umani veri, ravvicinati anche se con le dovute precauzioni. Incontri a viso aperto, vis à vis.
Soltanto in questo modo potrà avvenire l’incontro con l’anima dell’altro.

Solo così si potrà elevare la sua parte migliore, grazie allo stimolo di crescita che l’altro riceverà.
Ma questo non potrà che avvenire in un incontro autentico e completo, necessariamente in presenza.

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Citazione by Rosella De Leonibus

Ispirazioni by Rosella De Leonibus (da I volti del disagio – Cittadella 2020) e Vincenzo Vitillo ( da L’arte dell’incontro umano)

Immagine by Pixabay: A viso aperto


Distanza fisica, vicinanza …

E’ pur vero che, soppesando a braccia incrociate il pro e il contro, facciamo ugualmente onore alla nostra condizione. La tigre si precipita in aiuto dei suoi congeneri, senza la minima riflessione… Che stiamo a fare qui, ecco ciò che dobbiamo chiederci. Abbiamo la fortuna di saperlo.

Mi chiedo spesso in questo periodo, è possibile un avvicinamento fisico tra le persone? Una distanza che sia limitata, che sia una vicinanza nuova?

Non tanto per protesta verso le autorità che impongono distanziamenti vari, e non tanto per reagire a qualcosa di spiacevole ed imposto, ma per “rilanciare” veramente le sfide personali con fiducia verso il futuro, con ritrovato entusiasmo.

Naturalmente nel rispetto delle regole, giorno per giorno in vigore. Questo perché è uno dei modi, in questa situazione, di portare rispetto verso se stessi e verso gli altri.

Tutto il resto è sceneggiata o la narrazione di altro.

Credo sia importante adoperarsi, ognuno per la sua parte, cercando di ricucire strappi, ritrovare abbracci, incontri. Ridare vita a relazioni interrotte, contatti online, saluti digitali, sguardi desiderati e rinviati.

È possibile? La riposta è sì.

Certo – per ora non sarà più come prima – ma non credo sia utile restare nell’assurda posizione di pessimismo e di aspettare ci pensi Godot, quando Godot arriverà. Se arriverà.

Credo che alcune strade si possano percorrere.

Innanzitutto le moltissime opportunità che ci vengono proposte dalle nuove tecnologie.

L’incontrarsi in rete toglie tanti punti forti a cominciare dall’uso dei nostri sensi. In una videochiamata non posso esercitare il tatto, che è sponsor ed artefice della maggior parte delle emozioni primarie. Non posso esercitare il gusto né l’odorato. Posso solo ricorrere all’udito e alla vista, e spesso con difficoltà, per motivi puramente tecnici (per es. rete internet non adeguata) o comportamentali. Ma questa strada ci porta fortunatamente a superare ostacoli di distanziamento fisico che diversamente potremmo inventare solamente con il nostro vecchio telefono.

La mia esperienza degli ultimi video incontri ha portato me e molti altri ad essere collegati a grandi distanze, in un caso con una persona residente in Turchia, in un altro caso tra persone residenti in varie zone del Veneto, infine in un altro caso – il più recente – con una persona che risiede in Puglia.

Senza ricorso ai mezzi tecnologici, che all’estero sono sviluppati da anni, noi non ci saremmo facilmente incontrati anche senza le restrizioni e le paure del Covid-19.

Una collaboratrice ed amica, in occasione di questa pandemia ha messo in piedi stabilmente qualcosa che già funzionava. Dal Veneto si collega settimanalmente con un gruppo di persone che vivono negli USA. Sono tutte donne che risiedono in diversi stati americani e che neanche tra loro potrebbero riunirsi in presenza, se non occasionalmente.

Credo sia importante dare valore a questa opportunità di incontro, senza pretendere che sia la modalità migliore o quella preferita.

Credo sia importante l’obiettivo: favorire una vicinanza tra le persone, anche se diversa.

Poi c’è anche la possibilità dell’incontro ravvicinato fisicamente, che va valorizzato. Ma su questo tornerò in un altro momento.

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Citazione by Samuel Beckett (da En attendant Godot – Oscar Mondadori 1970)

Foto by Facebook a cura Csv Vicenza (da corso formazione)