Distanze vere

La vera distanza sociale è quella che indica le disuguaglianze.

Quanto è capitato al nostro pianeta e ai suoi abitanti, da circa un anno a questa parte, ha posto in evidenza il tema delle “distanze”. Considerando distanze gli effetti dell’allontanamento fisico tra le persone e le genti. Un allontanamento a tratti caldamente consigliato, indicato, sollecitato e molto spesso reso – più o meno chiaramente – coattivo da norme e decreti. E questo in tutto il mondo, o quasi.

È il cosiddetto “distanziamento”. Ovvero l’atto e l’esito del distanziare che contiene anche le modalità con cui si distanzia qualcosa o qualcuno.

I concetti, usati anche a sproposito, di “distanziamento sociale” oppure, usati in modo corretto solo da alcune fonti, di “distanziamento fisico”, mal rappresentano, ad uno sguardo ampio, quello che è successo e che sta succedendo sempre di più in tema di “distanze”. E che è molto grave, forse più della pandemia.

Certo, non si possono trascurare le gravi conseguenza del virus, in termini di sofferenze fisiche, di morti, di aggravamenti e in termini di disagi, di paure, di angosce e separazioni relazionali (tra generazioni e tra reti parentali e amicali).

Ma non si possono sottacere e lasciar passare come niente fosse i fenomeni che comportano, dati alla mano, un forte distanziamento tra persone e genti dello stesso pianeta. Che il Covid-19 sta facendo accelerare.

Mi riferisco alle disuguaglianze sociali.

Citando la rivista Rocca del novembre scorso, risulta che esiste un distanziamento sociale, che cresce a dismisura, ma che non è quello raccontato tutti i giorni dai media e dai social. “La vera distanza sociale è quella che indica le disuguaglianze”.

Del Covid-19 si continua a parlare come di una delle cause principali della crisi economica in essere e che crea malessere sociale. Ma non è così per tutti.

È vero, come spesso è stato dichiarato, che si allungano le code all’ingresso delle mense dei poveri, ma è anche vero che cresce notevolmente la ricchezza dei ricchi.

Se da un lato la cosa prevedrebbe un aumento del gettito fiscale, a favore di maggiori servizi per la comunità, in realtà questo non avviene, anzi si verifica il contrario grazie alle agevolazioni messe a disposizione dai governi e l’acquisizione – da parte dei soggetti – di consulenze utili a ridurre l’impatto fiscale personale o aziendale.
Dai dati ufficiali risulta che, solo negli USA, tra marzo e metà settembre dello scorso anno, nel mezzo della pandemia, mentre  643 persone vedevano aumentare il proprio patrimonio di 845 mld $, i lavoratori, circa 50 milioni di persone, perdevano il lavoro. Di questi, 14 milioni sono ancora disoccupati. Secondo la banca d’affari italiana più importante, alcuni nomi mondiali del web, pur accrescendo a dismisura i propri utili, sono riusciti a pagare quasi 50 mld $ di imposte in meno negli ultimi cinque anni. Se guardiamo al nostro Paese potremmo avere grandi sorprese.

Infatti ci sono i soliti nomi importanti che si avvantaggiano delle leggi esistenti permissive, dalle quali si sviluppano contratti diffusi e di fame (cococo a 700 al mese).

È anche per questo che, come risulta dai dati disponibili, poco più di 2150 persone/società nel mondo detengono il 60% della ricchezza globale. E questo gruppetto di persone ha più denaro di quanti ne detengono tutti insieme 4,6 miliardi di abitanti del pianeta.

Forse, per dirla ancora con Rocca, “se venisse aumentata la fiscalità sull’1% dei più ricchi applicando mezzo punto percentuale, si potrebbe in un decennio sostenere l’attivazione di 117 milioni di posti di lavoro nell’educazione e nell’assistenza- cura”. E non soltanto questo.

Ma pare non sia questa la “normalità”.

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Citazione: Milena Gabbanelli

Fonti e ispirazione: Toni dell’Olio – Distanze (Rocca 1/11/2020) – Milena Gabbanelli – Fabrizio Massaro (Corriere della Sera 18/10/2020) – Rapporti Mediobanca – Rapporti Ong Oxfam

Foto by Pixabay: Differenze sociali


Bric à brac

Ho sempre amato gli oggetti fin dall’infanzia. Mi capita oggi di vedermi passare sotto gli occhi oggetti che mi sono appartenuti …

Ritorno volentieri, chissà come mai, sull’argomento di lasciare andare, buttare via, fare ordine.

Credo sia qualcosa di potenzialmente rivoluzionario nella vita delle persone.

Si tratta di saper staccarsi, chiudere un ciclo, dare aria nuova alla stanza della nostra interiorità. Ma anche aprire la mente, essere migliori verso la vita e il mondo, inevitabilmente più attraenti verso gli altri per essere nei loro confronti soprattutto migliori, più accessibili, inclusivi, non indifferenti

Prendere distanza quindi dalle cose e dagli oggetti anche storici, che ci hanno accompagnato per una vita.

Torno su questo perché rileggendo il pezzo di qualche giorno fa (Il miracolo dell’ordine del 18 gennaio) mi sono accorto che avrei potuto dare più enfasi all’attività del “fare repulisti” inerente agli armadi pieni di roba o agli scaffali pieni di cose.

Lo faccio per confermare, e mi riferisco alla mia attualità, che fare questa attività verso armadi e scaffali è altamente consigliato, essendo altamente benefico.

Vedo più difficile, almeno come inizio, eliminare messaggi, app, profili social, per quanto potrebbe essere ancor più interessante.

Veniamo agli armadi e agli oggetti.

Ho sempre amato il bric à brac. Quando ebbi l’occasione di visitare il mercato delle pulci a Parigi, del quale avevo sentito tanto parlare da mia moglie Angela, mi sentii bene, e capii da una parte quanto mi sentivo legato agli oggetti, ad alcuni in particolare; e dall’altra quanto mi riflettevo in quelle situazioni e dinamiche di conservazione e raccolta che ostentavano aspetti di rarità, pregio, legame, memoria, vicende antiche, collegamenti intimi.

La stessa cosa, ma in minor misura, mi è capitata percorrendo zone storiche della capitale francese, come la place des artistes, il Quartier latin o altre parti all’interno della nota rive gauche. La percezione alla fine era quella di sentirmi molto a mio agio, “a casa”.

Ed è proprio a casa, dove abito, che ho nel tempo ricostruito il mio personale “quartiere latino”, fatto di oggetti, cose, appunti, foto, libri e libriccini.

Possiedo ancora, e ne vado fiero, dei libri della serie Oscar Mondadori di autori importanti (Steinbeck, Hemingway, Pavese, Calvino, Cassola, per dirne alcuni di quelli a cui mi abbeveravo) che sono stati stampati nel 1970-1971 – io avevo 14 anni – e che riportano un prezzo che fa rabbrividire (lire 650).

Non riesco a non conservarli mantenendoli in buono stato. I ricordi del tempo passato assieme a quei libri è forte, più delle storie in essi contenute.

Ci sono poi oggetti e cose depositate negli armadi o sugli scaffali che sono riuscito a selezionare e a eliminare.

E non è ancora finita.

Ho preso consapevolezza che il presunto legame esistente era – come sospettato in precedenza – inconsistente o comunque si era completamente sgonfiato dentro di me.

L’eliminazione di questi oggetti e di queste cose ha sgomberato ampi spazi in me e accresciuto la soddisfazione per essere riuscito in questo passaggio, sicuramente di coraggiosa crescita.

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Citazione: Claude Lévi-Strauss ( Tropici più tristi – Nottetempo)

Immagini by Pixabay: in evidenza La rive gauche – sotto Quartier Latin


Il miracolo dell’ordine

Ho cominciato a occuparmi dei pensieri che penso, degli oggetti che scelgo, delle cose che amo, dei libri che leggo. Ho deciso che erano un riflesso e che avrebbero parlato di me. Così facendo, ho conosciuto una persona fantastica, me stessa.

Se percepiamo confusione intorno a noi è perché la nostra mente è intasata e sopraffatta dal caos, e ciò testimonia il disordine nella nostra vita. Ne sono riflessi evidenti gli armadi pieni di roba, le agende piene di incombenze, le settimane fatte di dieci giorni, il cellulare pieno di contatti e messaggi, foto e video, spesso non cercati, e via dicendo. E’ sicuramente urgente ed importante riconquistare tempi e spazi per discernere tra ciò che conta davvero e ciò che è semplicemente inutile. Occorre una buona e salutare introspezione che aiuti a far emergere l’essenziale.


La parola “ordine” mi ha sempre impressionato. Essa, infatti, è una di quelle parole che hanno molti significati sia nella pratica quotidiana sia nella definizione di categorie concettuali. È talmente poliedrica che viene difficilmente messa in campo, almeno da parte mia. Guardando ai dizionari la parola in questione è la “disposizione regolare di più cose collocate, le une rispetto alle altre, secondo un criterio organico e ragionato, rispondente a fini di praticità, di opportunità, di armonia, …”.

Sta di fatto che nella mia vita l’ho spesso incontrata, e allontanata per mia ribellione personale (ci tornerò in altra occasione). Salvo riprenderla in certi momenti in cui ho sentito il bisogno di un appiglio che mi aiutasse a fare chiarezza o a trovare serenità e sicurezza. Mi riferisco sia a cose importanti sia a cose molto semplici e ordinarie.

Dopo l’uscita dal mondo lavorativo, ho gradualmente sentito l’esigenza di “fare pulizia” con riguardo a molte strutture di pensiero e a molte cose che mi occupavano anche fisicamente, non solo intellettualmente. E ho sempre trovato serenità nel cosiddetto “lasciare andare”, sostituendo altre strategie personali che ho spesso usato in precedenza (per esempio la fuga o il rinvio).

Ma che significa?

“Lasciare andare” è un processo, un tratto di strada che sai se avviene, perché ne sei divenuto consapevole, ma non sai quando esattamente ha avuto inizio e, soprattutto, non sai quando finirà. In realtà, non credo sia soltanto importante, è fondamentale, per me, attuarlo, e farlo coscientemente.

Nella sua grande saggezza, il libro di Qohelet, afferma: “C’è un tempo per conservare e un tempo per buttare via”. Ecco, si tratta di concretizzare questa massima in modo consapevole.

Credo che nella vita “fare ordine” sia essenziale, ma per dare avvio a questa fase, in ogni occasione è utile partire dalle piccole cose e dalle questioni che riguardano la quotidianità.

Non è banale. Si tratta, come sto facendo in questi mesi, di guardare dentro ai miei armadi riempiti zeppi di libri, foto, carte, documenti, appunti, oggetti di ogni tipo, compresi vecchi dispositivi elettronici che potrebbero essere trasferiti in qualche museo. Da qui a stabilire la netta distinzione tra le quattro combinazioni di urgente-importante-non urgente-non importante il passo, non facile, è comunque breve. E così avviene l’introspezione.

Ed è solo in questo modo che riuscirò a dare il vero valore al mio tempo. Giorno per giorno. Aprendo così la porta all’impegno più bello, ma anche più intensamente concreto, pur apparendo di primo acchito cosa da professionisti. Ed io garantisco, è un’assicurazione “per la vita”. Intendo il fare ordine in me stesso dando valore a ciò che mi fa sopravvivere, ossia alle mie emozioni, mettendole però al posto giusto per non cadere nel disagio e nel caos. Ancora, intendo il dare valore al mio pensiero, trovando equilibrio tra pensare bene e pensare male, quindi pesando il primo e cercando di “buttare via i pensieri tossici”, che di certo arrivano puntualmente e rovinano la vita a me e a chi mi è vicino.

Durante questo tratto di strada avviene l’altra parte di miracolo che permette di essere pronti a rivolgersi agli altri e fare ordine nelle diverse relazioni. Dura eh? Sì, è dura.

Ma poi si può rivivere, tenendosi ben strette le amicizie e le relazioni vere rispetto a quelle superficiali.

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Citazione by Cristina (nome di fantasia) a cura Carmen Laval (Tempo dello spirito 09/2020)

Immagini by Pixabay: Essenzialità e Attesa

Riferimenti e ispirazioni: Il Libro del Qohelet e La magia del riordino di M. Kondo Ed. Vallardi

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Cuore d’oro

Dell’Amore

Dell’Amore che hai ricevuto ti sei nutrito e sei cresciuto.

A molti Altri l’hai voluto donare e molti fiori hai visto spuntare. Se i tuoi spazi ti prenderai gli Altri sempre meglio aiuterai.

Oggi voglio vivere…
Voglio dare…
Sono stato e sono un cercatore, una persona in ricerca del cuore d’oro.
Questo mi è stato difficile esprimerlo e trasmetterlo.
Ma è così.
E il tempo passa, gli anni volano.
E sono in ricerca del cuore d’oro…

Ho fatto tante esperienze, non sempre belle, ma sempre utili.
Non solo per me.
Per cercare un cuore d’oro ho fatto tanti chilometri, ho attraversato vite e ho incontrato sofferenze.
Ho sofferto e fatto soffrire.
Ho abitato nella mia mente, e nel mio cuore che mi fa cercare il cuore d’oro. 
E sono in ricerca del cuore d’oro…                                                                                                                                                                     

Oggi voglio vivere…
Voglio dare…                                                                                                                                                                      Ho cercato e cerco ancora.
Ma ho trovato il cuore d’oro. 

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Testo by Gianni Faccin, versi liberi ispirati liberamente a Heart of Gold di Neil Young nella versione del mio preferito Johnny Cash

Citazione: versi by Annamaria Sudiero – 2020

Foto by GiFa – Mandàla di Gianni Faccin nella creazione di Annamaria Sudiero, artista e Amica


Alba di un nuovo anno

Non si può toccare l’alba se non si sono percorsi i sentieri della notte. E il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire.

Negli ultimi tempi, prima dell’agognato 2021, mi sono spesso interrogato su quanto ho vissuto e maturato da quando sono uscito dal mondo lavorativo. In realtà mi ero interrogato al riguardo già qualche anno prima, prevedendo che da lì a poco avrei chiuso con l’esperienza in azienda.

Per essere chiari, non si è trattato di vero e proprio pensionamento, ma di “esodo” ovvero una sorta di pre-pensionamento. Così viene definito, anche contrattualmente, ma su questo, forse, tornerò, in altra occasione.

Da sempre mi sono letteralmente buttato in quasi tutte le opportunità che mi venivano presentate, dopo una iniziale, rapida valutazione. E nonostante la parte preliminare fosse di cautela, sceglievo facilmente di dedicare parti di me alle nuove proposte, che erano in genere di impegno sociale o culturale.

Col tempo, ma mi ci sono volute molta strada e molte intemperie, ho iniziato finalmente a dire dei no. Ma che difficile …

Ecco che dovendo lasciare l’occupazione che mi ha accompagnato per quasi quarant’anni, il pensiero in automatico portava ad immaginare chissà quali nuove possibilità o iniziative, sia di impegno verso gli altri sia di soddisfacimento personale o familiare.

Mi ricordo che decisi di scrivere nel mio cahier personale i punti cui tenevo fortemente. Convinto che mi sarebbero stati utili. Eccone alcuni qui di seguito.

“Progetti … Voglio praticare la relazione di aiuto occupandomi di singoli, ma anche di gruppi e comunità, organizzando anche un sistema che faccia rete nell’Alto vicentino e affronti il cambiamento epocale in corso. Serve un nuovo modo di essere: aiuto alla persona, inteso come aiuto verso se stessi e verso la società.  Voglio percorrere la via del volontariato, ma anche quella del professionismo. In ogni caso sperimentando e provando anche sentieri comuni. L’obiettivo dell’azione da realizzare è sociale, con o senza il  profitto …”.

Mi ricordo il pensiero fisso che se non avessi verbalizzato per iscritto questi ed altri miei desideri, essi non si sarebbero realizzati. E sentivo questa vibrazione, fatta di consapevolezze che arrivavano a momenti come lampi di luce. Molto chiaramente, come chiare erano queste ed altre determinazioni.

E oggi sono felice, all’alba di un nuovo anno, che come sempre ci propone spunti di rinnovamento, di ripartenza, soprattutto con noi stessi, ma anche con gli altri, di rendermi conto che ciò che era desiderato ha trovato graduale realizzazione.

Motivazione? Determinazione? Profezia che si avvera?

Ho imparato la lezione che è indispensabile passare dagli auguri, dalle metafore e dalle intenzioni alla realtà vera, affrontando veramente il cambiamento che si prospetta. 

Noi stiamo vivendo un cambiamento epocale. E’ un qualche cosa che le vicende pandemiche dello scorso anno, tuttora in corso, non fanno che rendere accelerato, diffuso ed inevitabile.

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Citazioni: Khalil Gibran, la prima e Franco Battiato, la seconda

Foto: Bianca! Alba al Monte Novegno by Elisa Pasin – 9 gennaio 2021


Vicini globali, distanti locali

Distanza buona

La distanza può aiutare a scegliere che cosa sia giusto tenere per sé e che cosa sia giusto lasciar scivolare via.

Una definizione, tra le molte di recente nuova adozione, è “distanziamento sociale”.

Si tratta di un fenomeno che perdura da un anno ormai e che, purtroppo, produrrà conseguenze inimmaginabili in tutti. Moltissimi sono gli esempi, li vediamo ormai incessantemente grazie ai “social”, non serve più ricorrere ai media tradizionali.

Il fenomeno non è limitato, ed è glocal, come si diceva già in passato con riferimento ad altre questioni, come per esempio – nel sociale – l’agire in sede periferica per la propria comunità, ma con uno sguardo che parte e si allarga ad un riferimento globale.

E in effetti noi facciamo i conti con il distanziamento fisico e sociale qui dove viviamo, ma lo stesso fenomeno si verifica in diretta a migliaia di chilometri da dove ci troviamo noi, e non perché c’è un regime dittatoriale, ma perché c’è un virus quasi sconosciuto.

Doveva essere distanziamento fisico, ma in realtà, per rispetto delle regole imposte mese per mese e, spesso, settimana per settimana è divenuto “sociale”, determinando nuove abitudini, in seguito allo sviluppo di nuovi modi di pensare, di nuovi approcci e di nuovi comportamenti o stili di vita.

E tutto perché una nota metafora si è avverata, soltanto che non si è trattato del battito d’ali di una farfalla, ma dell’esodo di un pipistrello dal suo habitat naturale.

Che fare?

Forse scegliere un nuovo inizio, oltre gli slogan che si sprecano, non sarebbe male. Dare a questo tempo un valore nuovo e cominciare a fare pulizia di ogni sovrastruttura inutile o dannosa che ci portiamo appresso.

Insomma dare a questo tempo la funzione di darci spazio adeguato per riassegnare il giusto valore alle cose, per esempio partendo dagli affetti.

Si può fare? Sì, si può.

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Citazione by Gianni Faccin

Immagine by Pixabay: Ali di farfalla


Distanza? Festa?

Natale a distanza

Natale… Luci e colori. Persone e gruppi. Incontri. Segni di festa. Relazioni interrotte, contatti online, saluti digitali, abbracci desiderati e rinviati. Elenchi di persone a cui dedicare un pensiero e scrivere gli auguri… L’occasione per contare chi conta veramente. Natale…

Ho riflettuto molto in questo periodo sul significato di alcune parole e sul modo in cui le usiamo. Per esempio sulla parola “distanza” e sulla parola “festa”.

Veniamo, come sappiamo, dall’ultimo mese dell’anno, solitamente costellato di momenti di festa sia di ordine religioso sia di ordine civile o legato al folklore, non solo locale.

Eppure è la parola “distanza” che ha caratterizzato meglio dicembre, come pure l’intero anno che abbiamo appena archiviato.

Questa parola deriva dal latino distàntia e rappresenta lo spazio che intercorre tra una persona e un’altra come tra un punto e un altro. Nelle enciclopedie poco troviamo in tema di distanza sociale. Mentre molto troviamo circa gli aspetti astronomici, geografici, geometrici, architettonici, legali, ecc.

Non nascono quindi soltanto nuove definizioni, ma anche e soprattutto un nuovo oggetto di studio e ricerca, con implicazioni multidisciplinari che riguardano salute, psicologia, medicina, sociologia, economia, antropologia per dirne alcune.

Al contrario, c’è molto materiale nelle enciclopedie con riguardo alla parola “festa”. Una parola scandita spesso di recente, ma con la quasi consapevolezza che non sarebbe stata la solita festa a rallegrarci.

Festa, dal latino festus, ossia gioioso, è il nome assegnato al giorno o al periodo di tempo destinato a una solennità, al culto religioso, a celebrazioni patriottiche o d’altro genere, spesso collegato al ritmo delle stagioni o al compiersi di determinati periodi di calendario. Momento di aggregazione, durante il quale si recupera il senso di appartenenza a una comunità, la f. è spesso anche una temporanea sospensione dell’ordine che regola la società.

Si fa riferimento ad una abitudine consolidata in tutti i gruppi umani e pare che il concetto di fondo sia quello di una separazione tra un tempo sacro e un tempo profano, che si realizza, oltre che mediante pratiche rituali, attraverso forme istituzionali di comportamento diverse da quelle abituali, riguardanti abbigliamento, alimentazione, attività lavorative, osservanza di divieti ecc. Talvolta legate a occasioni episodiche, le f. sono più spesso strettamente connesse al tipo di calendario seguito dai vari popoli, a sua volta collegato con il particolare tipo di civiltà (agricola, urbana, di caccia e raccolto).

E’ molto interessante che ci rendiamo conto, confrontando queste due parole e i loro significati, di come sia già cambiato il nostro approccio e il contesto in cui siamo inseriti, contesto che possiamo osservare attivato, pur in maniera diversificata, sia nella realtà micro sia su scala mondiale.

Mi chiedo: dove ci sta portando tutto ciò? Che cosa possiamo fare noi? E poi: sapremo abitare la distanza?

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Citazione by Gianni Faccin

Fonti: Enciclopedia Treccani – Unaparolaalgiorno.it

Immagine by Pixabay: Folla in festa


S. Natale 2020 …

Io-Tu-Noi

Qui nella casa in cui sono nato e in cui ho vissuto, qui con mia moglie e mia madre vicine, per me oggi è Natale. Sento ogni momento della giornata come una tregua dei pensieri e delle preoccupazioni pur presenti, dunque come una pausa di festa tutta mia, tutta nostra.

L’idea e il desiderio di questo blog, da tempo in gestazione, sono venuti a maturazione durante la recente ricorrenza del S. Natale.

Tutti ci ripetiamo da mesi, che l’anno appena trascorso ce lo ricorderemo per sempre. Non ci sono dubbi al riguardo.

Il 2020 è stato anche l’anno degli slogan, come “Andrà tutto bene”, “Restiamo a casa”, “Ripartiamo”, e così via.

In realtà possiamo pure raccontarcela, ma temo che non andrà tutto bene, per quanto continueremo a restare a casa e a ripartire.

Ci sono troppi aspetti da chiarire, non solo di tipo sanitario, e ci sono troppe contraddizioni e punti deboli in noi che la pandemia ha fatto venire a galla.

Punti talora oscuri su cui dovremo lavorare a lungo.

E il Natale appena trascorso rimarrà nelle nostre menti e nei nostri cuori come un momento veramente particolare e contrastato. Non fosse altro che per la evidente forte conflittualità tra i desideri e i bisogni di festa, di riposo, di vacanza, e anche di ritrovo tra persone che aspirano a stare finalmente insieme, da una parte; e le paure derivanti dal rischio di contagio reciproco accompagnate dalle tensioni derivanti dall’imposizione di non incontrarsi, di non avvicinarsi, per usare un verbo abusato, di non “fare assembramento”, dall’altra.

Un momento che pare interminabile, in uno scenario fatto di crescenti situazioni di sofferenza fisica e morale, di distacco fatale tra persone della stessa famiglia o parenti o amiche.

Io invece ho avuto la grande fortuna di ritrovare la mia famiglia, pur colpita inaspettatamente dal virus, nei giorni che hanno preceduto il Natale.

E potrei gridarlo forte: è stato un momento di grande preoccupazione, ma giorno per giorno anche di grande condivisione, vicinanza e sollievo per tutti noi.

Una vicinanza imprevista, ma inevitabile per poter prestare assistenza, come nel caso di mia madre.

Di tutto questo sono grato.

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Citazione by Gianni Faccin

Immagine by Pixabay: Donna in attesa


Io, Gianni

Sono una persona che si considera molto fortunata e che, ancor oggi, è in continua ricerca e lavoro su se stessa.
Sono nato nel 1957 a Schio (Vicenza) da genitori straordinari, di umili origini operaie, che hanno dato a me e a mia sorella Lucia, un grande esempio e una visione positiva della vita nonché, con notevole sacrificio, un appoggio incondizionato per la nostra crescita educativa e formativa. E’ grazie a questo supporto familiare che sono riuscito a progredire e a maturare diplomandomi e poi laureandomi.
Presto incontrai Angela (1974) e quasi subito ci rendemmo conto di essere fatti l’uno per l’altra, tanto che, dopo un fidanzamento non breve, ci sposammo, dopo essermi laureato da studente-lavoratore. Infatti iniziai a lavorare in banca, una volta fatto il militare, durante il quale riuscii a proseguire nello studio.

Mi sento molto fortunato anche perché sono diventato papà di Nicola, ed è stata ed è, quella del genitore, un’esperienza unica, credo la più bella esperienza che si possa fare.

Ancora, mi sento molto fortunato perché nella mia vita ho avuto la possibilità di vivere innumerevoli incontri con persone diversissime e sempre speciali. A queste persone credo di aver donato molto di mio, ma, ne sono convinto, dalle stesse ho ricevuto molto, molto di più.

Oltre alla dimensione culturale, i miei genitori mi hanno accompagnato, a modo loro, a scoprire la sensibilità verso chi ci circonda, vicino o lontano che sia, ma con una speciale attenzione a chi è più “prossimo”. 

E infatti fin da giovane ho sempre avuto uno sguardo di attenzione verso gli altri, partecipando a varie iniziative d’impegno civico, sociale e associativo. Mi sono sempre sentito “animatore sociale”.

Non aggiungo altro a questa introduzione, un po’ dovuta, per scoprire meglio il mio “chi sono”.

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Foto GiFa 2019 – Tonezza del Cimone (Vi)