Parole per Natale

Je te donne des mots …

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Immagine: Abbracci da Milanotoday.it

Testo: versi adattati dall’autore presi dal brano Je te lasserai des mots di Patrick Watson


Il giorno della ginestra

… Un viaggio sinestetico di pura evasione verso mete lontane, fino a quel momento solo immaginate, la sensazione di concedersi un momento di astratta spensieratezza a fissar il cielo costellato di stelle, dove i desideri si rincorrono e diventano realtà.

Il tempo speciale anche quest’anno è arrivato. C’è di nuovo, questa volta, che i giorni si susseguono tutti con un ritmo elevato ma al contempo tale da non escludere momenti di pausa riflessiva e di riposo. Pause caratterizzate da nuovi profumi, fortemente in anticipo sui tempi, come quelli dell’osmanto odoroso che ricorda la fresca fragranza del verde boschivo unito all’effetto morbido dell’albicocca. E che colori floreali si fondono con i nostri occhi desiderosi di novità!

Sì, mi piacciono i fiori e li ammiro spesso. Mi fanno stare bene. Anche se non mi sento prevalentemente attratto dal floreale. Mi attraggono invece i profumi e i colori che i fiori sanno esaltare.

Nella consapevolezza che i gusti cambiano, oggi amo il verde, il blu e l’arancio. Un po’ meno il viola e il rosso. Amo moltissimo, storia recentissima, il giallo. Sento bisogno di avere giallo intorno. Molto giallo.

Ed è arrivato il giorno della ginestra, arbusto che ospitammo in giardino molti anni fa e che oggi mi ricorda la bellezza di quei tempi passati.

Chi mi è vicino sa perché.

La ginestra rappresenta un fiore-simbolo. Essa è un fiore giallo, umile, resistente, che cresce in terreni difficili ed espande “un profumo che il deserto consola”, come il Poeta scrisse vedendola inerpicarsi solitaria sulle rupi scoscese del Vesuvio. Ancora, è simbolo di unità, solidarietà, determinazione, coraggio nel resistere alle avversità della natura. Questo perché non è di tutti sopravvivere in un terreno arido e surriscaldato perché imperversato da flussi di lava.

Certo, mi colpisce simbolicamente, anche per il profumo e per il colore.

Mi piace pensare che dopo tanti anni siamo ancora qui, a curare questo giardino, uno spazio in continuo cambiamento che attornia la nostra casa fatta di mattoni in cui ci sentiamo serenamente “a casa”.

Mi piace pensare che ci sono state e ci sono unità e solidarietà, determinazione e coraggio, non mancando mai le complicazioni della vita.

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Citazione: Home fragrance by https://www.aquaflor.it/blogs/

Immagine: Gorse-blossom by Thoiams of Pixabay

Riferimenti nel testo: La Ginestra o Il fiore del deserto, lirica di Giacomo Leopardi (1836 – 1845)


Sognare, immaginare, navigare …

… capire che ciò che conta di fronte a tanta libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno, che valga tutta quell’acqua da attraversare.

Può capitare che il sogno, l’immaginazione, la fantasia, si colleghino alla realtà. A me succede quasi sempre nei passaggi di stagione o, almeno e soprattutto, con l’arrivo della primavera e poi dell’estate.

E quando leggo brani come questo mi ci ritrovo dentro, immerso come in un oceano. E amo stare in navigazione.

Erano giunti nella dimora dell’Estate, donde essa ogni anno si parte per le terre australi. Durante il giorno il sole era un abbagliante disco di bronzo, col cielo livido e polito tutto intorno, e di notte i grandi pesci nuotavano in tondo attorno alla nave, seguiti da una scia di sinuosi fiumi di fuoco pallido. La prua tagliente scagliava lontano miriadi di diamanti in volo. Il mare era un lago rotondo dalle molli ondulazioni, teso in una epidermide di seta. Lenta, lentissima l’acqua nel fluire verso poppa e oltre imprigionava il cervello in una piacevole ipnosi. Era come guardare entro un gran fuoco. Non si vedeva nulla, e tuttavia solo con un grande sforzo si riusciva a distoglierne lo sguardo; e infine la mente scivolava nel sogno, benché si rimanesse desti.

C’è una pace negli oceani caldi che trascende il desiderio di comprendere. La meta non è più uno scopo, e il fine è solo di navigare, navigare, fuor del regno del tempo.

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Citazione: da scritti di Alessandro D’Avenia (adattamento a cura dell’autore)

Immagine: Sunrise by Syaibatulhamdi of Pixabay

Testo riportato: da La santa Rossa di John Steinbeck (pag. 74) Oscar Mondadori 1975


Ancora una nuova possibilità …

Pasqua 2024, è “passare oltre” …

Sarà un caso, ma dicono che il caso non esiste, e tutto sommato lo penso anche io.

Non è la prima volta che in tempi di riflessione profonda, che non significa certo stare ore a pensare, ma riscoprirsi in pace a tratti e poi, come mi succede, anche nella bufera, scoprirsi a farsi domande con successivi immediati tentativi di risposta, di spiegazione, di giustificazione, alla fine di riuscire ad accettare aspetti pesanti e aspetti leggeri, pensieri oscuri e, fortunatamente, immagini di tanti ricordi belli.

In realtà non è un caso.

Non è un caso che tutto inizi con un vecchio ricordo, molto vecchio, che improvvisamente ti torni alla memoria come fosse ieri e che ti metta in uno stato di confusione magari momentaneo ma sicuramente molto intenso. Un po’ come un forte vento che ti colpisce all’improvviso e che ti faccia provare per alcuni lunghi istanti tutta la tua inadeguatezza, la tua esilità e la tua essenza apparentemente “sbagliata” o semplicemente “fuori luogo”.  Pare uno stato di congelamento, perché quel vento è talmente forte e gelido che non riesci a fare un passo, anzi devi resistere per non dover indietreggiare, quando indietro assolutamente non vuoi andare.

In quei momenti sento di dovermi aggrappare a qualcosa di importante per me, qualcosa che mi aiuti a “tener botta” e a proseguire pur guardando in faccia la realtà.

Troppo facile sarebbe scappare, cambiare sentiero, nascondersi. Comodo lo è stato e troppo in passato.

Oggi, ancora, riesco a trovare sostegni che altro non sono che punti fermi sempre conosciuti e non sempre portati alla piena personale consapevolezza.  Pur con tanti dubbi.

Senso della vita, fede in qualcosa di grande e misterioso, Dio …

Riflettere su questo mi è sempre più congeniale, proprio nei momenti di fragilità. E che senso ha oggi per me dire … Buona Pasqua!  … a qualcuno?

Il senso della vita non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, ma una tensione costante, che offre la direzione al nostro andare.  Bene o male, ognuno di noi ha un progetto di vita (al limite anche inconsapevole). Se il nostro progetto esistenziale può danneggiare qualcuno, è meglio pensarci bene prima di attuarlo.  Ci vuole fede in qualcosa di grande, e al di là della fede ognuno di noi può attingere a una personale risorsa potentissima, la speranza. Per esempio per me “aver fede” significa proprio questo: avere speranza, che è uno sguardo che pensa al domani.

E come scrisse un noto biblista, la “ricerca di Dio non è un puro cammino culturale, né una ricerca teorica, intellettuale e speculativa, né una ricerca mistica, chiusa nell’intimo, bensì una ricerca pratica, nell’amore concreto …”.

In definitiva, Pasqua è veramente una nuova possibilità, offerta a me e a tutti.

Lo è anche quest’anno.

Sì, perché il messaggio della croce e della risurrezione è una buona novella. Mi dice: non c’è niente nella mia vita che non possa essere cambiato. Quando persino il modo più tremendo di morire viene trasformato in risurrezione da Dio, allora in me non c’è oscurità che non venga illuminata dalla luce.

Buona Pasqua, buona possibilità a tutti!

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Citazione: elaborazione dell’a. con riferimenti da Wikipedia [Riprende il nome della festività di Pasqua (alla quale fa riferimento anche il nome Pasquale), durante la quale i cristiani celebrano la resurrezione di Cristo; deriva dal latino ecclesiastico Pascha, “passaggio”, “transito”, a sua volta dal greco πάσχα (pascha), in ultimo dall’aramaico פסח (pesach), “passare oltre”, ” …]

Immagine: springawakening by Myriams Foto of Pixabay

Spunti nel testo: da scritti di Serena Banzato, Bruno Maggioni, Anselm Grün (parte finale in corsivo), Luciano Masi e Luca Vitali


Sassi-passi perduti e agavi

La forza dell’indifferenza! − È quella che ha permesso alle pietre di durare immutate per milioni di anni.

Il minimo movimento interessa tutta la natura: il mare intero cambia per una pietra.

Alzi la mano chi di voi non ha avuto complicazioni con i propri sassi-passi. Sassi che simboleggiano immagini positive, belle, reali ed irreali della propria esistenza, nonché momenti travagliati o momenti esperienziali che hanno lasciato il segno o meglio il peso. Del resto ci sono sassi piccoli e non pesanti, ma che danno fastidio a tenerli in mano o a camminarci sopra. E ci sono sassi grossi e pesanti, difficili da tenere in mano e da utilizzare, per esempio da collocare semplicemente in giardino, tra le piante o a sostegno di muretti consolidati ma in fase di iniziale sgretolamento.

A proposito di giardino, ci sono anche i passi cosiddetti “perduti”, perché sembrano perdersi uno dopo l’altro nel verde dei prati erbosi, anche se a tutta prima pare crescano dall’erba stessa quando questa diventa fiorente e ben verdeggiante.

Mi collego ai passi perché sono dei sassi squadrati, lastre bianchissime che ornano i giardini ma che simboleggiano un percorso sul terreno al fine di non calpestare l’erba, oppure di avviare ad una direzione precisa, per fare prima o per raggiungere direttamente un posto utile, specialmente in caso di cattivo tempo.

Proprio in vista della primavera, qualche giorno fa, ho dato inizio ai lavori di sistemazione del mio giardino, cogliendo i suoi primi segnali di rinascita, nei fiori selvatici che crescono un po’ qua un po’ là, più o meno nascosti, nelle piante alte, nelle siepi di edera o di gelsomino, ciascuno con i suoi modi e i suoi tempi.

Il mio giardino è mobile, nel senso che ha assunto forme diverse negli anni, subendo anche rivoluzioni quando i gusti e le necessità stavano cambiando. Ma pur nei cambiamenti i sassi ci sono sempre stati, quasi inamovibili. Lo stesso per le bianche piastre che ho sempre inquadrato come passi perduti, e su di esse ho sempre trovato una direzione, la stessa. Di recente, in particolare in questi giorni, i passi sono diventati meno scontati, le piastre non sono più candide per effetto delle intemperie, i miei passi oltrepassano gli ornamentali camminamenti. Mi sento diverso. La mia attenzione è rivolta ad altro.

Infatti, ho riscoperto la bellezza delle agavi che hanno, poco per volta, invaso l’ambiente esterno familiare. Sono numerose, piccole, medie e alcune più grandi. Aver cura di esse mi impone quasi quotidianamente di dirigere i miei movimenti al di fuori di strutture, sassi-passi più o meno perduti, e di gustare la libertà assoluta nel calpestare il prato, respirando l’aria frizzante delle prime ore mattutine e gustare il tiepido raggio del sole nella sua fase dedicata a dare buongiorno al mondo.

Sono decisamente delicate queste piante, anche se si presentano già da cucciole come robuste e in carne. Sono ben strutturate e sanno difendersi con spine terminali affilate e margini dentati talvolta spinosi ben distribuiti lungo tutte le foglie. Le schede botaniche le definiscono piante succulente perenni con portamento a rosetta e con fusto breve generalmente non visibile.

Perché questo mio spiccato interesse per le agavi?

Me lo chiedono spesso i miei familiari e i passanti.  Soprattutto me lo chiedo io.

In realtà non lo so ancora. Ma alcuni indizi li ho trovati. Nell’agave c’è tanto mistero, ma anche tanta sacralità.

Se da un lato il fiore dell’agave sembra fiorisca una sola volta nella vita della pianta, ogni 20 – 30 anni pare, annunciando così la sua “fine”, secondo quanto raccontano le relative leggende, dall’altro la pianta, nella mia consolidata esperienza, produce “piccole agavi” in continuazione e questo mi ha sempre offerto e mi consegna un forte senso simbolico, ossia un senso di rigenerazione, di trasformazione e di apertura amorevole verso l’universo e la natura.

Hanno scritto che “oltre alla sua bellezza, la fioritura dell’agave ha anche un significato culturale. Nelle culture indigene del Messico, per esempio, l’agave è considerata una pianta sacra, e la sua fioritura è vista come un segno di rinascita e rigenerazione”.

Ed è così, per me.

Andando finalmente oltre l’attaccamento ai miei onnipresenti sassi-passi ed ad ogni tentazione di indifferenza.

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Citazione: Cesare Pavese da Il mestiere di vivere ed. Einaudi e Blaise Pascal da Pensieri Oscar Mondadori

Immagine: Succulent bu Pixabay


Specchi

… E anche se mi sposto quello segue il gesto. Evito lo sguardo perché so che pensa che …

Sono sempre stato attratto anche dagli specchi. Sia per la loro struttura e per il problema, come spesso l’ho vissuto, di trovare la giusta collocazione, sia per la possibilità di specchiarsi in momenti diversi e in luoghi diversi facendomi credere di essere la stessa persona con sempre nuove caratterizzazioni.

Ho anche provato la paura di esagerare nello specchiarmi, per non dare corda ad una presunta vanità.

In realtà, non si può scappare dinnanzi allo sguardo irriverente e corrosivo (1) della persona nello specchio, che ci chiama ogni volta e quotidianamente a fare comunque i conti con noi stessi.

Ed è pur vero che nello specchiarsi c’è un sano controllo per esempio della nostra espressione e del nostro viso che di sicuro ci rappresentano nel profondo e nel momento o periodo, non soltanto esteticamente o fisicamente: stanchezza, pallore, svogliatezza, depressione, disinteresse, demotivazione, preoccupazione, rincoglionimento, ecc.; oppure al contrario: vigore, bel colorito, vitalità, esuberanza, interesse, motivazione, determinazione, ecc.

L’importante è che non succeda sempre, come raccontatomi da una persona, di non riconoscersi allo specchio o di aver quella sensazione di estraneità. Un po’ come dice la canzone” L’uomo nello specchio” (2): L’uomo nello specchio io non so chi sia, però ha la faccia mia …”.

Mastrodonato (3) ha scritto: In una società narcisistica e ossessionata dal mito dell’apparenza come quella in cui viviamo, il gesto abituale e quotidiano di guardarsi allo specchio diventa a volte problematico, metafora dell’aspirazione ad un modello irraggiungibile di bellezza e di ricerca inesauribile di perfezione che spesso finiscono con rendere schiave le persone di un’immagine che non appartiene loro. Non è altro che una prigione che promana da un perenne bisogno di riconoscimento che gioca con l’incapacità di accettare quelli che si ritengono difetti inammissibili che vanno messi al bando.

Ma nello specchiarci c’è ben altro. Guardarsi allo specchio è una modalità fantastica per guardarci veramente e andare oltre quello che vediamo. È una possibilità di entrare dentro di noi, ma occorre il coraggio di non fermarsi all’immagine riflessa favorendo l’attività del pensare, del farsi domande, del dialogo interiore.

Occorre anche un altro coraggio. È infatti importante rimanere davanti all’immagine riflessa e fermarsi, senza cercare pretestuose vie di fuga, senza scappare.

Solo così riusciremo a trovare o dare conferme a certi atteggiamenti o a certe scelte di vita, oppure a orientarci a cambiare certe decisioni.

Solo in questo modo riusciremo a riappropriarci di noi stessi, del dialogo pensato con noi stessi ed essere finalmente autentici.

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Ciò di cui mi pento è l'ipocrisia
Parlo della mia, parlo della mia
L'uomo nеllo specchio io non so chi sia
Però ha la faccia mia, ha la faccia mia
Conosce la mia stanza e fa come se fosse casa sua
Quest'esistenza conosce la pazienza
Chissà se è lì che aspetta, che cerca compagnia
Quando vado via, quando vado via
Oggi sono perso, non mi riconosco
Cerco nel riflesso una certezza che non c'è
E anche se mi sposto quello segue il gesto
Evito lo sguardo perché so che pensa che
Ho sbagliato tutto e poi come mi vesto?
Ma io sono lo stesso, però non capisco mai
E da che parte sto, e da che parte stai?

...
(4)

Citazione: da L’uomo nello specchio da Fulminacci di Daniele Silvestri – 2023

Foto: Infante di Traumland da Pixabay

Note: (1) (3) Alessandra Mastrodonato scrittrice, insegnante e ricercatrice presso Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Parma; (2) (4) idem Citazione


Calendari

Ce ne sono per tutti i gusti e per tutte le attività. In ogni caso sono l’elencazione, la predisposizione dell’ordine in cui determinati avvenimenti si succedono nel corso di un anno e, in senso più concreto, il prospetto, l’elenco che illustra tale successione.


Già. Nè più, nè meno. Ma guardando bene, siamo soffocati da calendari, calendarietti, calendariucci. Agende, almanacchi. Ogni anno, a partire da ogni fine estate. Ovvio che è uno dei tanti business. Ma quello che ne deriva, se non stiamo accorti, è una gestione subita del tempo . O no?

Sono sempre stato attratto dai calendari, lo stesso dagli almanacchi che, in realtà, ho sempre trovato abbastanza presuntuosi. Anche le agende mi hanno sempre stimolato. A periodi.
Pensandoci su, ho realizzato che non mi attirano più le pianificazioni spinte, le previsioni e l’elencazione di eventi che di sicuro capiteranno grazie all’illuminazione di qualche indovino.
Sono le agende che mi attirano, perché trovo in esse spazi da riempire e quello che capiterà dipenderà dal “lavoro in corso” che io stesso metterò in cantiere. Un lavoro che, giorno per giorno, si fonderà con il senso di ignoto che tutti coinvolge.
Ogni anno ci sono oltre 360 giorni da vivere, nella consapevolezza che ogni mattino, potrei scriverlo in agenda, è un giorno di meno rispetto ad un conteggio che, mai e poi mai, nessun indovino potrà indicare.
Preferisco ai calendari e a tutte le agende possibili, metodi particolari che mi permettano di guardarmi dentro e fuori e mi aiutino veramente al cambiamento necessario.
Un esempio degli ultimi tempi è il metodo cosiddetto “rampa di lancio” di Carmen Laval (1), secondo il quale l’inizio di ogni anno può essere il gran giorno in cui possiamo iniziare a praticare qualcuno dei tanti propositi che sono rimasti nel cassetto, quel cassetto divenuto “deposito” fatto di “dovrei o vorrei”.
Ecco questo è uno degli approcci di cui mi rallegro con me stesso, perché mi è veramente utile e mi aiuta periodicamente a dare nuova prospettiva alla mia vita. E le agende diventano un ottimo supporto per annotare, appuntare, correggere, ampliare, girare pagina …

Quest’anno mi sono appuntato, secondo il metodo suddetto, nuove abitudini e nuovi atteggiamenti guidati non tanto dal dovrei ma dal desiderio e quindi dal vorrei, secondo il noto Progetto felicità di Gretchen Rubin (2). In esso, l’autrice, ha distribuito in dodici mesi le buone intenzioni per il nuovo anno.
Le propongo di seguito, anche se mi sta stretto attendere l’estate per alcuni propositi importanti o fine anno per altri. Ma siccome non c’è limite, cercherò di destreggiarmi e di dare flessibilità al piano. Al di là della suddivisione è un piano che “mi piace”.

Gennaio: sistemare, buttare via, eliminare (riflessione sugli accumuli). Febbraio: fare memoria della relazione familiare (amore autentico). Marzo: investire in empatia e riconoscere quello che provano gli altri (uscita dall’indifferenza). Aprile: investire nel sorridere divenendo scrigno di ricordi felici e pensieri positivi (lasciare un buon segno). Maggio: investire in meditazione (calma). Giugno: trovare tempo per gli amici (relazioni disinteressate). Luglio: ordinare le finanze personali e/o familiari (ricerca dell’equilibrio). Agosto: ascoltare veramente (significa amare). Settembre: dare attenzione a come ci si alimenta e a mettere in moto il proprio fisico. Ottobre: diventare curiosi e dare arricchimento alla propria mente. Novembre: dare spazio all’anima e ricordarsi che esiste Dio. Dicembre: valorizzare “casa” e dare spazio ai riti familiari.

Se tutto ciò mi è utile, e lo è, potrebbe essere altrettanto per chiunque …

Nota bene: da parte mia non aspetterò i mesi prossimi per attivarmi su alcune buone abitudini, e non aspetterò fine anno per attivarmi su importanti propositi che prevedono anche di disattivarmi su ciò che è decisamente nocivo o superfluo. Ah! A questo proposito ho trovato utile non eliminare subito le vecchie agende con propositi passati, ma mi è risultato utile verificare quanti e quali propositi io sia riuscito a concretizzare e come.

Tanto per dire …

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Citazione: Calendario da Treccani.it

Immagine: Calendar di  CikerFreeVectorImages by Pixabay

Note: (1) editorialista Bollettino Salesiano; (2) scrittrice, blogger e ricercatrice statunitense, Ha pubblicato diversi bestseller, tra cui Progetto felicità  – Sonzogno 2010 – da sono stati presi spunti da questo pezzo


Manifestazione

La befana vien di notte …

Il 6 gennaio di ogni anno: … Triciclo (già in uso al cugino più grande e rimesso a nuovo dallo zio meccanico), mandorlato, mandarini, uva passa, noci, arachidi (i noti bagigi che piacevano tanto a papà), guanti di lana e calze (tutto fatto a mano dalla nonna materna con grande enfasi casuale di mamma), pallone o scarpette da calcio (che non entravano per le dimensioni nella “calzetta” predisposta per la befana), arance (poche anche se piacevano tanto a papà ma erano troppo care), ecc.

Insomma, è sempre stata un’occasione di festa, fin da piccolissimo. E di doni. Utili e molto semplici, ma immancabili. Insomma, la befana veniva di notte e, pare, con le scarpe tutte rotte … Ma come facevano i genitori a saperlo dal momento che nella realtà, così mi veniva assicurato, nessuno la incontrava e nessuno l’aveva potuta vedere? E come faceva ad entrare dal camino? Tanto più che a casa nostra non c’era un vero camino … E dove c’era il camino, magari acceso o spento ma ancora fumante, come faceva a non bruciarsi? Le sue scarpe erano rotte o bruciate?

Eccole le vecchie grandi domande che sono rimaste ancora oggi senza risposta!

Pur tuttavia, viaggiando indietro nel tempo permangono in me tanti bei ricordi, perché l’attesa della befana veniva sapientemente miscelata con i significati religiosi e in particolare con l’arrivo dei (t)re magi. Non capivo bene che c’entrasse la befana con il presepio, ma i miei genitori parevano molto autorevoli nel sostenerne la sacra relazione.

La presente è una premessa che anticipa un pensiero di questi giorni e che coincide con la festa dell’Epifania (Manifestazione) dal punto di vista religioso e con la l’arrivo della befana, dal punto di vista folcloristico e delle usanze polari.

È stato qualcosa di tanto semplice quanto pregiato. Un dono grandissimo.

In pratica, ieri, 6 gennaio 2024, mi sono tornati alla mente tanti ricordi e in un lampo ho capito. Ho ricevuto un dono. Un dono arrivato tramite uno scambio telefonico.

Mi ha chiamato la mia persona speciale, ultranovantenne, che mi ha chiesto come va e poi mi ha raccontato della salute, del tempo, dei suoi programmi e delle sue preoccupazioni. Dopo alcune altre parole, come faccio spesso, le ho chiesto come sta vivendo questo momento. Questa stupenda vecchina mi ha detto pressappoco così: Sono contenta di come sono nonostante la stanchezza per l’età avanzata e nonostante gli acciacchi. Sono contenta perché vedo tante cose belle e sono fortunata di quanto ho ricevuto e ricevo ancora dalla vita. Quindi, vivo questo momento con gratitudine. Bisogna rendersi conto di quello che si ha e di tutto quello che ci circonda che non è fatto solo di problemi. Bisogna anche accettare quello che non è in linea con le nostre aspettative. Il mondo è cambiato tanto rispetto a com’era ai miei tempi. Anzi, mi pare che cambi fortemente almeno ogni decina d’anni. Quello che per me era impensabile un tempo, oggi rientra nella normalità. È difficile, ma accorre cercare di capire le novità e i cambiamenti e, ove possibile, accettarli per vivere meglio e sentirsi utili. Eppoi non bisognamai perdere speranza e fiducia.

Come non essere d’accordo e come non essere grati di questo dono?

Grazie, mia cara vecchina!

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Citazione: da La befana viene di notte filstrocca popolare (varie versioni)

Immagine: vecchia che rischia di bruciare by GiFa2024

Riferimento nel testo: riflessione telefonica by AnPa2024


Visione

Avere una visione significa intravedere il proprio futuro focalizzandosi sul presente, forti dell’esperienza trascorsa.

Il bello delle feste di fine anno e di inizio anno nuovo è che, se si vuole, c’è spazio per pensieri e propositi per l’anno nuovo che inizia. Nel mio caso, la fase di riflessione si sviluppa a partire dagli ultimi giorni che precedono il capodanno e si muove nei giorni successivi. E si muove molto. A me così capita.

E ogni anno sempre di più. Infatti, col passare del tempo, sono finiti gli sforzi di festeggiamento a tutti i costi, mentre sono aumentate le ricerche di ripensamento, un laboratorio personale, intimo e spontaneo fatto di sguardi, verso il passato, non soltanto quello recente, il presente e le prospettive di futuro.

Il finale d’anno, in genere, è veramente accattivante ma di fatto effimero. Tutto sommato, è sempre stato così nella mia esperienza. Considero l’inizio d’anno nuovo meno labile e più utile, essendo più prospettico.  Finita la baldoria, finiti i fumi nella loro varietà, finite le illusioni dell’ipotetico no-problem o dell’ipocrita andrà tutto bene, si metabolizza che il tempo è lo stesso, è un continuum, e si deve affrontare la vita, bella o problematica che sia.

È interessante come in questa occasione, che segue difilato le sante festività, ci si impegni nel ritrovarsi sempre più virtualmente con auguri e frasi di buon auspicio tra persone che si frequentano abitualmente, tra persone lontane geograficamente, tra parenti stretti o che non si incontrano mai e tra persone con le quali ci si inviano messaggi una o due volte l’anno. Pare che partecipare a questa “recita” a scadenza fissa faccia comunque bene all’anima di qualcuno, pertanto stiamo pure al gioco, dico io. Anche se spesso mi pesa e mi è pesato farlo … non sentendolo autentico.

Di lampante c’è un fatto, e quest’anno mi è stato molto più chiaro che in passato. Il fatto è che sento profondamente il senso di gratitudine per quanto ricevuto in questa vita. Non è sempre andato tutto bene, ma alla fine tutto è stato importante per mettermi in discussione e per farmi crescere. Alla fine sono stati importanti fatti ed eventi della vita, ma quello che appare come determinante è sempre stato l’incontro con persone, nelle relazioni, in famiglia e nella società. Guardo spesso al futuro vicino e lontano. L’ho sempre fatto e sempre l’ho vissuto intensamente grazie a progetti nati da visioni della vita reale. Visioni che ancora ci sono, magari rinnovate, ma ben presenti.

Avere una visione della vita è importante perché ci guida nella lunga camminata che spesso si presenta accidentata.

Oltre a questo, è importante sentire dentro quella “pace” di cui tanto si parla ma che pare non esserci più.

Questo senso di serenità interiore accompagnato dalla forza che promana dal credere in qualcosa di superiore non fa che aggiungere ancora senso di gratitudine per quanto è stato, è e sarà.

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Citazione: da Si fa presto a dire … vado volontario! di Gianni Faccin Gedi ed.

Immagine in evidenza: cartolina augurale 2024 by GiFa2024

Immagine di chiusura: dal web, preghiera indianoi nativi