Viandante

Viaggiare dovrebbe sempre significare vivere una esperienza, e si può avere un’esperienza preziosa soltanto in luoghi, in ambienti con i quali ci troviamo in un rapporto spirituale.

Ho avuto il piacere recentemente di incontrarmi con un poeta e le sue poesie. E anche con un romanzo autobiografico. Casualmente. Si fa per dire … I versi e il romanzo mi sono capitati in mano, leggendo altro, e c’è sempre una spiegazione.

Era da un po’ che ripensavo a questa dimensione del viandante, dell’essere in viaggio, del muoversi, nel viaggio della vita.

È una dimensione sulla quale mi ero già soffermato circa cinque anni fa. Ne scrissi anche, trovandone giovamento e maggior chiarezza nel mio procedere.

E mi piaceva quella parola, forse perché la sua potenza mi portava da una parte a fondere insieme molte mie sfumature personali e dall’altra a fare finalmente chiarezza dentro di me.

Solamente quando c’è chiarezza si possono fare scelte consapevoli e coerenti con la visione che si ha di sé.

Il fatto è che nella mia vita ho avuto molti sé.

Per mia fortuna ho sempre fatto selezione, anche di recente. Ma non abbastanza.

È questa circostanza che mi ha tenuto per anni “in calda” e spesso a disagio con me stesso e con gli altri. Ho sempre faticato a dire no. Fatico anche oggi, ma la parola viandante mi aiuta.

È una definizione che mi calza bene da sempre, oggi di più, e che mi è giunta inaspettatamente e improvvisamente, senza suggerimento alcuno.

Qualche giorno fa l’ho cercata nei dizionari.    Viandante significa – secondo Garzanti – chi compie un lungo viaggio a piedi. Hoepli dice: chi intraprende un viaggio a piedi, per recarsi in un luogo definito o senza meta. Dizionario italiano: chi copre lunghe distanze a piedi, perlopiù fuori città. Treccani: chi va per via; in particolare chi passa per vie fuori di città, viaggiando a piedi, per raggiungere luoghi anche lontani. Leggendole, a tutta prima, sembrano definizioni uguali. In realtà non è così, ci sono diversità. Guardando bene si può notare come quanto evidenziato porti a significati molto diversi e particolari.

A me è arrivato immediatamente un gruppo di immagini-significato:

–             lungo viaggio, ovvero la vita;

–             andare a piedi, ovvero con le proprie doti e dotazioni;

–             raggiungere luoghi definiti o senza meta, ovvero destinazione precisa, ma anche no;

–             lontani, ovvero visione ampia lunga;

–             fuori città, ovvero andando oltre i confini.

Mi ci ritrovo appieno.

È un nuovo programma di vita con nuovi e ritrovati punti di vista.

Lungo viaggio è il periodo che tutti vorremmo lunghissimo su questa nostra terra. Un viaggio che non sappiamo in anticipo come sarà. Lo conosciamo momento per momento.

L’andare a piedi è fantastico. Richiama non solo il far affidamento sulle proprie abilità personali e sulle proprie caratteristiche. Ma anche il poter decidere di far conto dei propri mezzi naturali affrancandosi da tutto quello che è superfluo o non necessario. Di tutto quello che, ingombrante, ci condiziona e ci toglie benessere. Ci impedisce di essere migliori.

Di tutte quelle sovrastrutture e strutture che non ci aiutano a volare più alti o addirittura a spiccare il volo desiderato. Insomma si tratta di divenire autentici passando per una pulizia generale e particolare del proprio contesto fatto di oggetti, comportamenti, abitudini, ambienti, ma anche di relazioni e contatti con persone e di illusioni.

Servirebbero pulizie frequenti, le stagionali non sono sufficienti, almeno per me.

Raggiungere luoghi rappresenta il classico piano di obiettivi che ciascuno di noi si costruisce, fin da quando è piccolo. Non è soltanto farsi accompagnare a Gardaland, al parco giochi o ai centri estivi, oppure, da grandi, andare in centro città, oppure scalare una vetta. Non è soltanto andare al cineforum oppure ad una serata enogastronomica. Non è soltanto fare un pellegrinaggio a Lourdes oppure fare il Cammino di Santiago. Non è visitare una capitale importante oppure fare un viaggio in Amazzonia, in Africa o raggiungere il Tibet.

Raggiungere luoghi non è solo questo, per quanto importante, ma è come viviamo e quindi come impostiamo il viaggio stesso. Sappiamo fino ad un certo punto le sue caratteristiche. Conosciamo alcune fermate programmate o potenziali. Abbiamo il desiderio di fare certe tappe, ma come sarà effettivamente il viaggio lo sapremo solo durante e dopo. E’ fondamentale stabilire gli obiettivi intermedi e l’obiettivo finale per riuscire a raggiungere luoghi definiti, ma è altrettanto fondamentale essere aperti a novità e a scoperte inattese. Comprese le possibili deviazioni e, se opportuno, compreso un repentino e utile cambio di rotta.

Chi va abitualmente per il mondo lo sa bene.  Spesso è preferibile non pianificare il viaggio con troppi dettagli, è meglio lasciare spazio alle sorprese che si spera gradite. È meglio lasciarci sorprendere.  Affidarsi. Ecco perché viaggiare talvolta senza meta.

Luoghi lontani non solo geograficamente parlando, ma anche collegati a storie antiche, da dove tutti veniamo. Viaggi nel tempo quindi recuperando storia vera, ma anche miti e leggende.

Tutto questo per meglio guardare in avanti e darsi una prospettiva che vada ben oltre il cosiddetto breve termine. Visione di lungo, almeno come tentativo di darsi un senso di vita.

Fuori città è uno spunto che mi propone un’immagine assai intrigante. E’ quella dimensione di andare oltre che mi accompagna da molti anni e alla quale non sono sempre riuscito a collegarmi adeguatamente. Oltre i confini, oltre le facili sicurezze, oltre ciò che diamo per scontato, oltre i nostri limiti, oltre ciò che non fa più per noi, oltre ciò che è andato. Sentirmi a casa anche fuori città. Andare fuori città può scombinarci, disorientarci, farci sentire inadeguati, insicuri e incerti, ma è solo così che ci rimettiamo in gioco e tocchiamo con mano la nostra essenza.

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Riflettevo qualche mese fa, quando sono fuori città, oggi, mi sento in armonia con me stesso e con il mondo, scopro nuove cose di me e degli altri. So che tornerò ai miei indirizzi di sempre, ma so che la mia casa è anche fuori città. Soprattutto fuori.

Per finire e per mia fortuna ho ricoperto molte parti finora, in almeno sei decenni. Sono esperienze irrinunciabili. Quel che mi succede ora è che tali parti vengono assorbite in una.

Sono stato: io figlio e fratello, io animatore in parrocchia, io volontario, io fidanzato, io amico, io studente universitario, io calciatore, io militare, io bancario, io marito e padre, io genero e cognato, io sindacalista, io politico, io consigliere comunale, io zio, io dirigente aziendale, io animatore sociale, io guida relazionale, io tirocinante, io counselor, io reader, io blogger, io scrittore, io facilitatore, io libero professionista, io vicino, io amministratore, io studioso, io coordinatore, io progettista, io motivatore, io tutor e supervisore, io consulente, io fotografo, io pescatore, io giardiniere … Oggi:  io viandante.

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Citazione: da Il viandante di Hermann Hesse – Oscar Mondadori

Immagine in evidenza: Illuminazione, foto del particolare del Cammino di San Francesco – Assisi a cura di Angela Canale

Immagine affiancata: foto “Visione del cammino” a cura dell’autore


Emo

Racconto di un uomo speciale

In paese capita non di rado di trovare sue tracce e di ascoltare la testimonianza di chi l’ha conosciuto. È gente non più giovane che a suo tempo lo frequentò oppure fece pratica presso il suo laboratorio di falegnameria. Sì, parlo di Emo che faceva il falegname per opere utili alla famiglia e ai paesani, e che accoglieva molti giovani perché imparassero l’arte di lavorare il legno. Era la sua passione prima ancora che la sua professione. Ci sono tante sue tracce nelle costruzioni in legno con cui ha attrezzato e abbellito la casa edificata sopra il laboratorio.

Ci sono anche tracce nei carteggi che ha lasciato, progetti, documenti vari; e ci sono nelle foto di quando all’estero (Francia e Germania soprattutto) partecipava a grandi cantieri per la costruzione di immobili, condomini, opere pubbliche come ponti importanti …

Io ho avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo. Ho subìto un piacevole esame di controllo quando mi conobbe e aveva capito il mio interesse per la sua cara nipote. Le sue domande mi hanno colpito e piacevolmente impressionato. Sorpreso, ovviamente.

Emo faceva il falegname, ma in realtà aveva molti altri interessi. Non solo passioni, ma, da quello che ho capito, valori importanti in cui credeva e ai quali destinava gli esiti delle sue attività.

Oggi parlo di lui perché è stato ed è nei miei ricordi una persona speciale. Lo faccio riportando un testo pubblicato dal vecchio parroco del paese nel bollettino parrocchiale n. 265 dell’agosto 2003. Il testo fu scritto da persone amiche e vicine di casa, della famiglia soprannominata del “Generale”.  Ho ritrovato con piacere tra i miei taccuini una vecchia copia che non a caso avevo conservato, forse l’unica esistente.

Emo

Era il 1907 e, prima della guerra abitava in Contra’ Canale. È sempre stato buono, generoso, gioviale, dotato di grande equilibrio e per noi del “Generale” considerato come un fratello. Era rimasto orfano ancora piccolo e quando frequentava le elementari era stato preso in simpatia dalla maestra che aveva un fratello, dirigente delle Ferrovie dello Stato, sposato e senza figli che abitava a Roma. Subito dopo la guerra la maestra convinse il fratello ad adottare Emo e nella primavera del 1919 mise il ragazzino sul treno e lo spedì a Roma dove il fratello lo avrebbe accolto. Durante il viaggio però, Emo fece amicizia con un gruppo di operai che si recava in Piemonte per lavoro. Probabilmente poco propenso per l’adozione, fu facilmente convinto a seguirli e, stracciata la lettera con cui doveva presentarsi a Roma, andò a fare il “bocia” in un cantiere. Da qui poi rientrò a Tonezza.

In quel tempo, aveva cominciato a frequentare la nostra famiglia, facendo il garzone nella falegnameria che nostro padre aveva allestito nel piano sotto strada. Era diventato presto un artigiano provetto ed un aiuto indispensabile per nostro padre che invece era continuamente impegnato in altre attività quali la conduzione dell’albergo, il commercio del legnale, la vita familiare con i numerosi figli che stavano animando la nostra casa. Proprio per questi impegni nostro padre non aveva il tempo, ma forse nemmeno l’interesse e la simpatia verso i doveri politici. Quando doveva presenziare a qualche riunione ad Arsiero, mandava Emo al proprio posto …

Storia di un uomo speciale

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Come gran parte dei Tonezzani cominciò ad emigrare per lavoro e fu per molti anni in Francia e in Germania. Partivano in primavera e ritornavano in autunno. Emo ottenne sempre validi riconoscimenti per la serietà del comportamento e per le grandi capacità professionali. Sposatosi con la compaesana Maria crebbe una famiglia felice finché non fu toccata da una grave malattia dell’unico figlio maschio. Nonostante il dolore e le difficoltà, Emo riusciva a dimostrare serenità senza far pesare sugli altri la sua preoccupazione. Seguiva il figlio in ogni sua esigenza senza lamentarsi. Con i risparmi che faticosamente aveva accantonato si era costruito la casa in via Duca d’Aosta sul terreno che nostro padre gli aveva venduto.

Alla morte di mio padre, Emo ci rivelò che non era stato steso alcun documento circa la proprietà del terreno perché tutto era affidato alla parola e ad una stretta di mano; accordo che è stato poi onorato anche da noi fratelli davanti ad un notaio.

Emo negli ultimi anni della sua vita ci raccontava le vicende della gioventù; ne aveva una grande nostalgia. Rideva fino alle lacrime quando raccontava l’episodio di cui fu protagonista il futuro presidente del consiglio Mariano Rumor. Allora, Mariano, era un bambino vivace che spesso veniva in falegnameria e metteva le mani dappertutto interrompendo il lavoro di nostro padre. Che alle volte si arrabbiava. Un giorno, in cui nostro padre era particolarmente nervoso, il piccolo Mariano, armeggiava vicino alla stufa dove c’era il pentolino della colla. Ad un certo punto, nonostante gli avvertimenti, il pentolino cadde riversando la colla sul pavimento: mio padre allora, perso il controllo, prese con una mano il pennello e con l’altra sollevò il baschetto del bambino e gli diede una pennellata di colla sui capelli mandandolo a casa piangente. Il commendator Giuseppe Rumor, suo padre, non si adirò: il giorno dopo si scusò con nostro padre per le interferenze del figliolo e tutto finì lì.

Emo è stato una figura importante per noi, e lo vogliano ricordare con tutta la simpatia che lo circondava quando era con noi.

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Citazioni e brano inserito: tratto da Tonezza – Pubblicazione socio-religiosa a cura di don Giuseppe Marcazzan – n. 265 (345) agosto 2003 cip;

Immagine in evidenza: Disegno progettuale by Pxabay;

Immagine nel testo: Emo con un amico – foto originale da repertorio fotografico di Emo Canale.


Il profumo delle piante di pomodoro

Profumi e fragranze d’orto

Oggi mi dedico ad una piccola evidenza naturalistica, meglio ortofruttifera.

Anticipo che quanto da me ben apprezzato per molti altri non lo sarà altrettanto. Lo so.

Se c’è una cosa che mi piace, nel grande miscuglio di odori, aromi e profumi estivi, è il profumo inebriante delle piante di pomodoro. Ancor di più il profumo delle piante di pomodorini che qualcuno si ostina a chiamare ciliegini.

Si dice venga emanato dalle foglie delle piante, ma in realtà, ho le prove anche quest’anno, il profumo arriva soprattutto dai gambi delle piante.

Durante gli usuali esperimenti ortofruttiferi di famiglia, abbiamo coltivato delle piante di pomodoro classico (neanche classico va bene …) a fianco a piante di pomodorini a grappolo (neanche a grappolo mi pare appropriato …).

Finora si sono ben sviluppati i gambi e le foglie, mentre i frutti arriveranno tra breve, speriamo in abbondanza.

Ed è percettibile da vicino l’aroma stupendo inviato dalle piante. Provo a descriverlo, nel mio sentire, anche se lo ritengo difficile. È una miscela di erbe e altro che risulta assai stimolante e che mi attrae. Forse è anche un misto di fiori e di frutti. Mi richiama ruvidezza con tratti, a ben sentire, di incenso e di ribes rosso. Infatti sento il pungente e l’aspro. In ogni caso è un’esperienza che mi provoca gioia, allegria ed entusiasmo.

Nel web (*) spiegano che il profumo non proviene dal frutto della pianta di pomodoro, ma viene rilasciato dai gambi e dalle loro ramificazioni. Infatti, sui gambi ci sono dei piccoli peli che, per difendere la pianta dai parassiti, producono degli oli essenziali. È per tale motivo che i pomodorini a grappolo o ciliegini, che vengono venduti con i loro gambi, profumano molto di più rispetto ai pomodori classici che vengono venduti generalmente senza gambo.

Una cosa è certa, l’attesa è per la micro-produzione di pomodori e pomodorini che fa sempre piacere, ma per me conta di più godere quotidianamente di questi aromi. Specialmente il mattino, anche per notare come varia il profumo se la notte è stata piovosa oppure no.

Un altro motivo per essere grati.

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Citazione: spunti da https://beautyscenario.com/fragrances/

Immagine: Tomato by Urszula of Pixabay

Note: (*) da https://www.consumer.bz.it/it/da-dove-viene-laroma-dei-pomodori


Manifestazione

La befana vien di notte …

Il 6 gennaio di ogni anno: … Triciclo (già in uso al cugino più grande e rimesso a nuovo dallo zio meccanico), mandorlato, mandarini, uva passa, noci, arachidi (i noti bagigi che piacevano tanto a papà), guanti di lana e calze (tutto fatto a mano dalla nonna materna con grande enfasi casuale di mamma), pallone o scarpette da calcio (che non entravano per le dimensioni nella “calzetta” predisposta per la befana), arance (poche anche se piacevano tanto a papà ma erano troppo care), ecc.

Insomma, è sempre stata un’occasione di festa, fin da piccolissimo. E di doni. Utili e molto semplici, ma immancabili. Insomma, la befana veniva di notte e, pare, con le scarpe tutte rotte … Ma come facevano i genitori a saperlo dal momento che nella realtà, così mi veniva assicurato, nessuno la incontrava e nessuno l’aveva potuta vedere? E come faceva ad entrare dal camino? Tanto più che a casa nostra non c’era un vero camino … E dove c’era il camino, magari acceso o spento ma ancora fumante, come faceva a non bruciarsi? Le sue scarpe erano rotte o bruciate?

Eccole le vecchie grandi domande che sono rimaste ancora oggi senza risposta!

Pur tuttavia, viaggiando indietro nel tempo permangono in me tanti bei ricordi, perché l’attesa della befana veniva sapientemente miscelata con i significati religiosi e in particolare con l’arrivo dei (t)re magi. Non capivo bene che c’entrasse la befana con il presepio, ma i miei genitori parevano molto autorevoli nel sostenerne la sacra relazione.

La presente è una premessa che anticipa un pensiero di questi giorni e che coincide con la festa dell’Epifania (Manifestazione) dal punto di vista religioso e con la l’arrivo della befana, dal punto di vista folcloristico e delle usanze polari.

È stato qualcosa di tanto semplice quanto pregiato. Un dono grandissimo.

In pratica, ieri, 6 gennaio 2024, mi sono tornati alla mente tanti ricordi e in un lampo ho capito. Ho ricevuto un dono. Un dono arrivato tramite uno scambio telefonico.

Mi ha chiamato la mia persona speciale, ultranovantenne, che mi ha chiesto come va e poi mi ha raccontato della salute, del tempo, dei suoi programmi e delle sue preoccupazioni. Dopo alcune altre parole, come faccio spesso, le ho chiesto come sta vivendo questo momento. Questa stupenda vecchina mi ha detto pressappoco così: Sono contenta di come sono nonostante la stanchezza per l’età avanzata e nonostante gli acciacchi. Sono contenta perché vedo tante cose belle e sono fortunata di quanto ho ricevuto e ricevo ancora dalla vita. Quindi, vivo questo momento con gratitudine. Bisogna rendersi conto di quello che si ha e di tutto quello che ci circonda che non è fatto solo di problemi. Bisogna anche accettare quello che non è in linea con le nostre aspettative. Il mondo è cambiato tanto rispetto a com’era ai miei tempi. Anzi, mi pare che cambi fortemente almeno ogni decina d’anni. Quello che per me era impensabile un tempo, oggi rientra nella normalità. È difficile, ma accorre cercare di capire le novità e i cambiamenti e, ove possibile, accettarli per vivere meglio e sentirsi utili. Eppoi non bisognamai perdere speranza e fiducia.

Come non essere d’accordo e come non essere grati di questo dono?

Grazie, mia cara vecchina!

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Citazione: da La befana viene di notte filstrocca popolare (varie versioni)

Immagine: vecchia che rischia di bruciare by GiFa2024

Riferimento nel testo: riflessione telefonica by AnPa2024


Foglie che scrocchiano

Abbiamo bisogno di suoni che sanno di vita …

Citazione: by GiFa

Immagine: by Germana dal Madagascar novembre 2023

Versi: Foglie di vita da Versi liberi di Germana Boschetti, sorella salesiana in Madagascar


Credo in te

Non ti dico grazie mille volte perché conto ancora sul tuo aiuto, ma ti dico grazie per credere in me
... Io ci provo perché inizio da qualche parte, per me è un inizio ...
Ti comunico questa cosa perché è giusto tu lo sappia ....
Sei la prima persona che mi ha aiutato.

Voglio continuare a collaborare insieme, ci tengo ai progetti di cui abbiamo parlato e su cui abbiamo tanto pensato insieme ... ma mi devo dedicare a questo nuovo lavoro.

Non è quello che voglio, ma mi devo dedicare perché ... ho bisogno di farlo.

Ci sono tante cose da dire, ma ti dico solo grazie, grazie, grazie.
Perché sei la prima persona che mi ha veramente aiutato ...
e hai capito la mia voglia di mettermi in gioco.




Talvolta ci sono parole donate che diventano versi, poesia, gratitudine pura.

Grazie A.

Sono io che ti ringrazio per avermi donato l’opportunità di dare al nostro incontro una significato profondo, prima ancora che un senso di ricerca e di pratica utilità.

E ringrazio Dio, l’Universo e quanto c’é di Superiore per questa ricchezza che si fa gioia reciproca, condivisa.

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Citazione by A.M.A.

Immagine by Pixabay: La gioia

Testo in versi by A.M.A.


Madre

La sua eredità non è quella della Legge, ma quella del sentimento della vita; il suo dono è quello del respiro; il suo volto è il primo volto del mondo.

Quando penso a lei, a mia madre, la prima parola che mi viene in mente, e che risponde ad un desiderio ben definito di tenerezza, è “grazie”.

E’ una gratitudine che parte da lontano e che spesso mi ha fatto sentire presente, quasi fossi stato già grande, fin dai tempi della mia nascita. Sia ben chiaro, non ho ricordi dettagliati, ma è quello che sento, nei momenti di grande intimità con me stesso, rievocando situazioni, racconti, pensieri e parole.

Desidero ora affidarmi ad un brano che le dedicai il 18 maggio 2020 (suo 93° compleanno), in epoca pandemica. E’ una specie di poesia che esprime appieno il mio sentire.

Grazie Mamma!

 Grazie mamma
 perché ci hai dato
 la tenerezza delle tue carezze,
 il bacio della buona notte,
 il tuo sorriso premuroso,
 la dolce tua mano che ci dà sicurezza.
 Hai asciugato in segreto le nostre lacrime,
 hai incoraggiato i nostri passi,
 hai corretto i nostri errori,
 hai protetto il nostro cammino,
 hai educato il nostro spirito,
 con saggezza e con amore
 ci hai introdotto alla vita.
 E mentre vegliavi con cura su di noi 
 trovavi il tempo
 per i mille lavori di casa.
 Tu non hai mai pensato
 di chiedere un grazie. 

Citazione by Massimo Recalcati

Foto by GiFa 2020

Brano by Judith Bond (Grazie mamma) – adattamento by Gianni Faccin

Mio padre





Le cose semplici

Le cose semplici son sempre le più belle, entrano dentro sfiorandoti la pelle.

Bussano al cuore, ti fanno emozionare, mettono le ali e ti aiutano a volare.

Diventa poi difficile mandarle via, restano lì e ti fanno compagnia.

Sì, è vero le cose belle ti accompagnano sempre.

E se esprimono autenticità e semplicità sono ancora più belle.

Fanno tutte parte del bagaglio trasmessoci e da portare avanti perché possa a sua volta essere ritrasmesso.

Sono le radici da amare, senza le quali non si può volare.

Grazie papà!

Mi piacerebbe tu fossi qui anche fisicamente,
presente come lo sei sempre di più nel ricordo
e nell’intimo crocevia, dove pensieri e desideri si rincorrono.
Mi piacerebbe potessi discutere ancora di speranze e promesse,
di sogni e impegni.
Sarei finalmente pronto a dirti tutto di me
e a chiederti tutto quello che non siamo mai riusciti
a colmare tra di noi.
Come volevi, come avrei voluto.
Vorrei poterti raccontare tutte le piccole grandi novità di quest’ultimo decennio e godere delle tue reazioni di stupore.
Mi piacerebbe, sarei, vorrei …
Ma sento che tu hai sempre saputo e che ci sei sempre stato.
Sento che tu sai e che ci sei".

Citazione: versi by Annamaria Sudiero (Le cose semplici da Respiri dell’anima GEDI 2016)

Testi e versi by Gianni Faccin (Le cose belle … 2021 e Mi piacerebbe … 2017)

Foto: riproduzione foto Pietro Faccin 1934 by GiFa

Riferimenti a margine: A.J. Cronin (La bellezza non svanirà – Bompiani 1970) e B. Ulsamer (Senza radici non si vola – Ed. Crisalide 2008)


S. Natale 2020 …

Io-Tu-Noi

Qui nella casa in cui sono nato e in cui ho vissuto, qui con mia moglie e mia madre vicine, per me oggi è Natale. Sento ogni momento della giornata come una tregua dei pensieri e delle preoccupazioni pur presenti, dunque come una pausa di festa tutta mia, tutta nostra.

L’idea e il desiderio di questo blog, da tempo in gestazione, sono venuti a maturazione durante la recente ricorrenza del S. Natale.

Tutti ci ripetiamo da mesi, che l’anno appena trascorso ce lo ricorderemo per sempre. Non ci sono dubbi al riguardo.

Il 2020 è stato anche l’anno degli slogan, come “Andrà tutto bene”, “Restiamo a casa”, “Ripartiamo”, e così via.

In realtà possiamo pure raccontarcela, ma temo che non andrà tutto bene, per quanto continueremo a restare a casa e a ripartire.

Ci sono troppi aspetti da chiarire, non solo di tipo sanitario, e ci sono troppe contraddizioni e punti deboli in noi che la pandemia ha fatto venire a galla.

Punti talora oscuri su cui dovremo lavorare a lungo.

E il Natale appena trascorso rimarrà nelle nostre menti e nei nostri cuori come un momento veramente particolare e contrastato. Non fosse altro che per la evidente forte conflittualità tra i desideri e i bisogni di festa, di riposo, di vacanza, e anche di ritrovo tra persone che aspirano a stare finalmente insieme, da una parte; e le paure derivanti dal rischio di contagio reciproco accompagnate dalle tensioni derivanti dall’imposizione di non incontrarsi, di non avvicinarsi, per usare un verbo abusato, di non “fare assembramento”, dall’altra.

Un momento che pare interminabile, in uno scenario fatto di crescenti situazioni di sofferenza fisica e morale, di distacco fatale tra persone della stessa famiglia o parenti o amiche.

Io invece ho avuto la grande fortuna di ritrovare la mia famiglia, pur colpita inaspettatamente dal virus, nei giorni che hanno preceduto il Natale.

E potrei gridarlo forte: è stato un momento di grande preoccupazione, ma giorno per giorno anche di grande condivisione, vicinanza e sollievo per tutti noi.

Una vicinanza imprevista, ma inevitabile per poter prestare assistenza, come nel caso di mia madre.

Di tutto questo sono grato.

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Citazione by Gianni Faccin

Immagine by Pixabay: Donna in attesa