Sogno incompleto

… o completo?

Mi scopro essere in un ambiente indefinito e al tempo stesso familiare. Non riconosco persone e oggetti presenti ma ne distinguo fattezze e caratteristiche che comunque mi sembrano non estranee.

C’è una bella luce e mi muovo con agilità come fossi a casa mia.

M’imbatto in un adulto che accompagna un bambino, dapprima assai piccolo, poi nel proseguo un po’ più grande. Parla inizialmente con suoni e parole non ben pronunciate e non chiare nel loro significato. Il bambino ha un bell’aspetto, una bella espressione del viso e sorride. Ha i capelli biondi, corti e solo più avanti intuisco essere una bambina.

Non so quale sia il suo nome e ha inizio un dialogo al quale l’adulto non partecipa, se non a tratti. Più avanti l’adulto, non sono più sicuro sia uomo o donna, sparisce. Forse, essendo impegnato, affida a me la custodia.

Succede che la bambina inizia a rivolgermi domande una dopo l’altra. Non faccio a tempo a pensare alle risposte.

E’ energica, mi spinge ad accompagnarla nei locali in cui ci troviamo. Le chiedo se ha bisogno di me, lei gingilla un po’ e poi mi chiede di aiutarla.

Pare non finire mai, c’è una forte sintonia tra noi. Mi sento quasi paterno, ma che vuol dire paterno?

Protettivo? Sostitutivo di un vero genitore? Ma cos’è “vero genitore”? Supplente? Quasi amico? Custode? Guardiano? Osservatore?

Domande e sensazioni che mi vengono tutte dannatamente assieme come solo in un sogno può capitare. Una magia che sembra realizzarsi in un millesimo di secondo.

E ho la percezione di svegliarmi …

Da svegli è assai difficile avere coscienza di una serie di concetti-stato d’animo, tutti concentrati e uniti in una sola confezione, non per questo oscuri, sacrificati e inutilizzabili, e fruibili in frazioni minuscole di tempo.

Mi ricaccio forsennatamente, almeno così mi sembra, nella situazione.

Riprendo da lì, come un film sospeso, e la bambina, che non pare disposta a darmi spiegazioni leggendomi in anticipo nel pensiero, è ciò che arguisco, mi prende per mano perché ha fretta di uscire all’aperto, dove c’è forse qualcuno ad attendere.

E’ una piacevole situazione questo essere preso per mano. La manina si perde dentro la mia, che non è una manona, eppure è una manina determinata la sua, che sa quel che vuole, che mi dirige.

Mi chiedo: dove andremo? Chi ci aspetta?

Stiamo uscendo dai locali, ma tutto pare evaporare, ci sono persone, un bel po’, irriconoscibili e che si decompongono velocemente, si annullano. La scena, d’improvviso, si frantuma in tantissimi piccole schegge, dalle sembianze di vetro e cristallo.

Sento una voce, e non è nel sogno: prendiamo il caffè?

Sono sveglio, non del tutto. Non vedo più lo scenario precedente, ma percepisco le persone incontrate e la loro presenza invisibile.

Tenendo gli occhi ben chiusi, non ricordo più i tratti delle persone e della bambina. Ricercandola nelle immagini mentali sento una piacevole sensazione, una carezza.

Provo a ricreare le scene vissute, ma sento che è molto diverso, anche se c’è l’illusione di riprendere la storia, da dove è finita. Provo a ripassare dall’inizio, cerco i particolari, i presunti significati,  ma non è più come prima.

Apro gli occhi e decido di aprirmi al nuovo giorno.

Mi alzo e, pur intontito, sensazione che mi è molto familiare, assaporo un buon caffè e … buona giornata!

.

Immagini: by Pixabay (Bambina per mano e Buon risveglio)

Momento: Schio, venerdì 19 marzo 2021


Gigante sdraiato

La leggenda dell’uomo che dorme sopra il paese

Io lo conobbi quando avevo da poco compiuto i diciotto anni ed avevo appena preso la patente. La circostanza mi permetteva, contro il parere dei miei genitori, di salire in un paesino di montagna, a tre quarti d’ora da dove abitavo, per cercare di vedere una ragazza mia coetanea di cui ero innamorato.

Lei era arrivata dall’estero, e dopo essersi trasferita nella mia città, passava l’estate e molti fine settimana nel paesino natìo, a mille metri di altitudine.

Tutt’altro che alta montagna, a me pareva una località posta comunque in alto, ma soprattutto lontana da dove vivevo. In effetti non ne avevo sentito parlare granché.

Fino a d allora, il paese in questione non rientrava nei miei interessi. Ma all’improvviso tutto cambiò.

Nelle pochissime scorribande in montagna, un po’ in sordina per non ingannare troppo i miei cari, arrivai a conoscere i genitori della mia preferita e altri coetanei e amici della sua famiglia.

Fui colpito da una delle prime cose che mi vennero dette, ripetutamente da varie persone, e replicate poi nei tempi successivi.

Quello che per molti, i “forestieri” in testa, è una montagna caratteristica del paese, una occasione per ammirare il panorama, una opportunità per scatti fotografici suggestivi, un soggetto anticipatore di perturbazioni, se coperto da scure nubi, una stupenda palestra per camminatori e un laboratorio naturalistico visto la presenza di specie animali tipiche, per alcune persone, soprattutto residenti, altro non è che il “gigante sdraiato”.

La montagna, che spesso si presenta in veste di panettone con una spruzzatina di zucchero a velo, tanto da sembrare ad un pandoro, a ben guardare, ha le sembianze di un viso umano che è rivolto verso il cielo.

E’ proprio il viso di un grande uomo che sta dormendo: occhi chiusi, grande naso aquilino e bocca aperta, probabilmente sta russando da centinaia di anni.

Il suo russare non pare disturbare nessuno, e, al tempo stesso, il suo dormire prosegue senza soluzioni di continuità. Non c’è niente che lo possa interrompere. Neanche la presenza, e capita ogni tanto, di turisti poco avvezzi alle leggi di montagna, che con schiamazzi o urla si accompagnano in curiose escursioni.

Lui dorme. E quando scendono le tenebre il suo riposo diventa profondo, periodicamente, illuminato dalla luna, che aiuta a intravvedere nell’oscurità la croce che s’innalza verso il cielo.

In questi giorni mi sono recato dalla parte opposta della montagna, sfidando la grande neve che ancora rimane nell’altro versante.

C’è ancora un po’ di zucchero sulla cima. Ma confermo che il panettone non è quello che si vede normalmente.

E’ proprio quello che dice la leggenda. Si tratta del viso di un gigante che ha trovato il posto più adatto per riposare.

Pare, anche se non esistono conferme al riguardo, che il gigante voglia trasmettere a chiunque pace e serenità.

Sopra il paesino c’è lui a donare protezione. Lo fa in continuazione anche se a prima vista sembra non se ne interessi visto che dorme profondamente.


Citazione e testo: by Gianni Faccin

Foto in evidenza: by Angela Canale – Tramonto sullo Spitz Tonezza del Cimone ago2020

Foto qui sotto: by GiFa – Spitz Tonezza del Cimone feb2021


Confine-cambiamento

Il confine è tracciato per essere superato. Come l’Ulisse di Dante richiama i suoi al “folle volo”, così intellettuali e artisti ci invitano a gettare rampini oltre le frontiere anguste del risaputo, attraverso metafore capaci di mutare la percezione della condizione umana. Filo conduttore è il cambiamento, inteso come mutamento interiore, d’identità, mentalità, concezioni, come rottura degli schemi, delle consuetudini e delle certezze consolidate, determinato da riflessioni e creazioni culturali e artistiche. Il viaggio attraverso il cambiamento si prefigura sperimentale e disvelatore. Il percorso è sempre nuovo e sempre uguale: la relazione rinsalda ma anche cambia, sposta il confine verso territori che rimangono nuovi fino a che il cambiamento non è conclamato.

Mi piace dare avvio a questo secondo mese del nuovo anno, che viviamo ancora in un clima che ha dell’assurdo, con una intensa citazione sulle metafore del cambiamento.

E questo proprio perché siamo immersi in questo clima sociale, sanitario, di ordine pubblico e privato. Infatti credo sia più che mai importante che ci mettiamo di fronte alle opportunità/necessità di cambiamento. Sociale, economico, in altre parole ecologico. Ma non si può prescindere da un cambiamento personale, di ognuno di noi. Le metafore ci possono aiutare, grazie all’arte, alla musica, alla poesia …

Si tratta di andare oltre confine, non c’é dubbio, per un autentico cambiamento. E il confine è limite, e il limite impone una distanza da coprire. Sono concetti, questi, che si compenetrano.

Se penso alla distanza non posso tralasciare il limite e se penso al limite non posso tralasciare la distanza.

Oggi, come forse non è mai accaduto, è ben percepibile l’urgenza di uscire dagli schemi e di andare oltre il limite e oltre confine, per non restare nella grande gabbia dorata che ci siamo costruiti in questo mondo moderno. Ma siamo anche spinti all’immobilismo per necessità di distanziamento fisico e sociale.

Credo che ci dobbiamo impegnare tutti a rivedere il senso della distanza e del limite, parole che oggi assumono un valore che va oltre i comuni luoghi e significati.

.

Citazione by https://idem-on.net/idm/ (Oltre confine)

Foto by Pixabay: Gabbia d’oro