Al Belvedere non ci torno più tanto spesso, pur essendo uno dei miei posti preferiti. Posti che offrono profonda calma, senso di sicurezza e di serenità.
Mi basta sapere che c’è e mi aspetta con pazienza.
Ti aspetta.
Ciò nonostante, ieri ci sono tornato. Pur in pieno agosto. Nonostante la facile presenza di turisti agostani.
Come sempre, un silenzio rumoroso, grazie al naturale ventilatore che muove ritmicamente l’aria facendo dialogare foglie e rami, ti accoglie.
Una volta allontanatisi i pochi turisti, visitatori occasionali o casuali, rigorosamente accompagnati dai cani attenti e fedeli, turisti che non riescono a non parlare, si gode una pace piena che nutre cuore e anima.
La bellezza della natura si estende dal bosco fin oltre lo steccato che avvisa del pericolo. Davanti si sviluppa l’orrido e si estendono verso il cielo di una impressionante serenità i monti con diverse sfumature di colori.
Un nuovo visitatore, solo, dedito alla corsa, si ferma e si porta, curioso, oltre lo steccato forse nel tentativo di trovare una scorciatoia, ma poi torna sui suoi passi. Riprende a correre.
La ricca vegetazione non nasconde i dettagli di quanto si può ammirare, perché è stata da qualche anno sacrificata con potature esperte, utili a far rinascere le piante, un tempo esorbitanti.
La luce è intensa. Come aprendo uno scuro in casa, ti assale improvvisamente e ti si aggrappa quasi a non voler lasciarti andar via.
Una gioia ti pervade e ti conquista. Non svanisce quando decidi di prendere il sentiero del ritorno.
Tanto lo sai che tornerai presto al Belvedere.
E che, in ogni caso, il Belvedere ti aspetterà paziente.
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Immagine: Il Belvedere, foto 2026 by Gianni Faccin
Viaggiare dovrebbe sempre significare vivere una esperienza, e si può avere un’esperienza preziosa soltanto in luoghi, in ambienti con i quali ci troviamo in un rapporto spirituale.
Ho avuto il piacere recentemente di incontrarmi con un poeta e le sue poesie. E anche con un romanzo autobiografico. Casualmente. Si fa per dire … I versi e il romanzo mi sono capitati in mano, leggendo altro, e c’è sempre una spiegazione.
Era da un po’ che ripensavo a questa dimensione del viandante, dell’essere in viaggio, del muoversi, nel viaggio della vita.
È una dimensione sulla quale mi ero già soffermato circa cinque anni fa. Ne scrissi anche, trovandone giovamento e maggior chiarezza nel mio procedere.
E mi piaceva quella parola, forse perché la sua potenza mi portava da una parte a fondere insieme molte mie sfumature personali e dall’altra a fare finalmente chiarezza dentro di me.
Solamente quando c’è chiarezza si possono fare scelte consapevoli e coerenti con la visione che si ha di sé.
Il fatto è che nella mia vita ho avuto molti sé.
Per mia fortuna ho sempre fatto selezione, anche di recente. Ma non abbastanza.
È questa circostanza che mi ha tenuto per anni “in calda” e spesso a disagio con me stesso e con gli altri. Ho sempre faticato a dire no. Fatico anche oggi, ma la parola viandante mi aiuta.
È una definizione che mi calza bene da sempre, oggi di più, e che mi è giunta inaspettatamente e improvvisamente, senza suggerimento alcuno.
Qualche giorno fa l’ho cercata nei dizionari. Viandante significa – secondo Garzanti – chi compie un lungo viaggio a piedi. Hoepli dice: chi intraprende un viaggio a piedi, per recarsi in un luogo definito o senza meta. Dizionario italiano: chi copre lunghe distanze a piedi, perlopiù fuori città. Treccani: chi va per via; in particolare chi passa per vie fuori di città, viaggiando a piedi, per raggiungere luoghi anche lontani. Leggendole, a tutta prima, sembrano definizioni uguali. In realtà non è così, ci sono diversità. Guardando bene si può notare come quanto evidenziato porti a significati molto diversi e particolari.
A me è arrivato immediatamente un gruppo di immagini-significato:
– lungo viaggio, ovvero la vita;
– andare a piedi, ovvero con le proprie doti e dotazioni;
– raggiungere luoghi definiti o senza meta, ovvero destinazione precisa, ma anche no;
– lontani, ovvero visione ampia lunga;
– fuori città, ovvero andando oltre i confini.
Mi ci ritrovo appieno.
È un nuovo programma di vita con nuovi e ritrovati punti di vista.
Lungo viaggio è il periodo che tutti vorremmo lunghissimo su questa nostra terra. Un viaggio che non sappiamo in anticipo come sarà. Lo conosciamo momento per momento.
L’andare a piedi è fantastico. Richiama non solo il far affidamento sulle proprie abilità personali e sulle proprie caratteristiche. Ma anche il poter decidere di far conto dei propri mezzi naturali affrancandosi da tutto quello che è superfluo o non necessario. Di tutto quello che, ingombrante, ci condiziona e ci toglie benessere. Ci impedisce di essere migliori.
Di tutte quelle sovrastrutture e strutture che non ci aiutano a volare più alti o addirittura a spiccare il volo desiderato. Insomma si tratta di divenire autentici passando per una pulizia generale e particolare del proprio contesto fatto di oggetti, comportamenti, abitudini, ambienti, ma anche di relazioni e contatti con persone e di illusioni.
Servirebbero pulizie frequenti, le stagionali non sono sufficienti, almeno per me.
Raggiungere luoghi rappresenta il classico piano di obiettivi che ciascuno di noi si costruisce, fin da quando è piccolo. Non è soltanto farsi accompagnare a Gardaland, al parco giochi o ai centri estivi, oppure, da grandi, andare in centro città, oppure scalare una vetta. Non è soltanto andare al cineforum oppure ad una serata enogastronomica. Non è soltanto fare un pellegrinaggio a Lourdes oppure fare il Cammino di Santiago. Non è visitare una capitale importante oppure fare un viaggio in Amazzonia, in Africa o raggiungere il Tibet.
Raggiungere luoghi non è solo questo, per quanto importante, ma è come viviamo e quindi come impostiamo il viaggio stesso. Sappiamo fino ad un certo punto le sue caratteristiche. Conosciamo alcune fermate programmate o potenziali. Abbiamo il desiderio di fare certe tappe, ma come sarà effettivamente il viaggio lo sapremo solo durante e dopo. E’ fondamentale stabilire gli obiettivi intermedi e l’obiettivo finale per riuscire a raggiungere luoghi definiti, ma è altrettanto fondamentale essere aperti a novità e a scoperte inattese. Comprese le possibili deviazioni e, se opportuno, compreso un repentino e utile cambio di rotta.
Chi va abitualmente per il mondo lo sa bene. Spesso è preferibile non pianificare il viaggio con troppi dettagli, è meglio lasciare spazio alle sorprese che si spera gradite. È meglio lasciarci sorprendere. Affidarsi. Ecco perché viaggiare talvolta senza meta.
Luoghi lontani non solo geograficamente parlando, ma anche collegati a storie antiche, da dove tutti veniamo. Viaggi nel tempo quindi recuperando storia vera, ma anche miti e leggende.
Tutto questo per meglio guardare in avanti e darsi una prospettiva che vada ben oltre il cosiddetto breve termine. Visione di lungo, almeno come tentativo di darsi un senso di vita.
Fuori città è uno spunto che mi propone un’immagine assai intrigante. E’ quella dimensione di andare oltre che mi accompagna da molti anni e alla quale non sono sempre riuscito a collegarmi adeguatamente. Oltre i confini, oltre le facili sicurezze, oltre ciò che diamo per scontato, oltre i nostri limiti, oltre ciò che non fa più per noi, oltre ciò che è andato. Sentirmi a casa anche fuori città. Andare fuori città può scombinarci, disorientarci, farci sentire inadeguati, insicuri e incerti, ma è solo così che ci rimettiamo in gioco e tocchiamo con mano la nostra essenza.
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Riflettevo qualche mese fa, quando sono fuori città, oggi, mi sento in armonia con me stesso e con il mondo, scopro nuove cose di me e degli altri. So che tornerò ai miei indirizzi di sempre, ma so che la mia casa è anche fuori città. Soprattutto fuori.
Per finire e per mia fortuna ho ricoperto molte parti finora, in almeno sei decenni. Sono esperienze irrinunciabili. Quel che mi succede ora è che tali parti vengono assorbite in una.
In paese capita non di rado di trovare sue tracce e di ascoltare la testimonianza di chi l’ha conosciuto. È gente non più giovane che a suo tempo lo frequentò oppure fece pratica presso il suo laboratorio di falegnameria. Sì, parlo di Emo che faceva il falegname per opere utili alla famiglia e ai paesani, e che accoglieva molti giovani perché imparassero l’arte di lavorare il legno. Era la sua passione prima ancora che la sua professione. Ci sono tante sue tracce nelle costruzioni in legno con cui ha attrezzato e abbellito la casa edificata sopra il laboratorio.
Ci sono anche tracce nei carteggi che ha lasciato, progetti, documenti vari; e ci sono nelle foto di quando all’estero (Francia e Germania soprattutto) partecipava a grandi cantieri per la costruzione di immobili, condomini, opere pubbliche come ponti importanti …
Io ho avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo. Ho subìto un piacevole esame di controllo quando mi conobbe e aveva capito il mio interesse per la sua cara nipote. Le sue domande mi hanno colpito e piacevolmente impressionato. Sorpreso, ovviamente.
Emo faceva il falegname, ma in realtà aveva molti altri interessi. Non solo passioni, ma, da quello che ho capito, valori importanti in cui credeva e ai quali destinava gli esiti delle sue attività.
Oggi parlo di lui perché è stato ed è nei miei ricordi una persona speciale. Lo faccio riportando un testo pubblicato dal vecchio parroco del paese nel bollettino parrocchiale n. 265 dell’agosto 2003. Il testo fu scritto da persone amiche e vicine di casa, della famiglia soprannominata del “Generale”. Ho ritrovato con piacere tra i miei taccuini una vecchia copia che non a caso avevo conservato, forse l’unica esistente.
Emo
Era il 1907 e, prima della guerra abitava in Contra’ Canale. È sempre stato buono, generoso, gioviale, dotato di grande equilibrio e per noi del “Generale” considerato come un fratello. Era rimasto orfano ancora piccolo e quando frequentava le elementari era stato preso in simpatia dalla maestra che aveva un fratello, dirigente delle Ferrovie dello Stato, sposato e senza figli che abitava a Roma. Subito dopo la guerra la maestra convinse il fratello ad adottare Emo e nella primavera del 1919 mise il ragazzino sul treno e lo spedì a Roma dove il fratello lo avrebbe accolto. Durante il viaggio però, Emo fece amicizia con un gruppo di operai che si recava in Piemonte per lavoro. Probabilmente poco propenso per l’adozione, fu facilmente convinto a seguirli e, stracciata la lettera con cui doveva presentarsi a Roma, andò a fare il “bocia” in un cantiere. Da qui poi rientrò a Tonezza.
In quel tempo, aveva cominciato a frequentare la nostra famiglia, facendo il garzone nella falegnameria che nostro padre aveva allestito nel piano sotto strada. Era diventato presto un artigiano provetto ed un aiuto indispensabile per nostro padre che invece era continuamente impegnato in altre attività quali la conduzione dell’albergo, il commercio del legnale, la vita familiare con i numerosi figli che stavano animando la nostra casa. Proprio per questi impegni nostro padre non aveva il tempo, ma forse nemmeno l’interesse e la simpatia verso i doveri politici. Quando doveva presenziare a qualche riunione ad Arsiero, mandava Emo al proprio posto …
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Come gran parte dei Tonezzani cominciò ad emigrare per lavoro e fu per molti anni in Francia e in Germania. Partivano in primavera e ritornavano in autunno. Emo ottenne sempre validi riconoscimenti per la serietà del comportamento e per le grandi capacità professionali. Sposatosi con la compaesana Maria crebbe una famiglia felice finché non fu toccata da una grave malattia dell’unico figlio maschio. Nonostante il dolore e le difficoltà, Emo riusciva a dimostrare serenità senza far pesare sugli altri la sua preoccupazione. Seguiva il figlio in ogni sua esigenza senza lamentarsi. Con i risparmi che faticosamente aveva accantonato si era costruito la casa in via Duca d’Aosta sul terreno che nostro padre gli aveva venduto.
Alla morte di mio padre, Emo ci rivelò che non era stato steso alcun documento circa la proprietà del terreno perché tutto era affidato alla parola e ad una stretta di mano; accordo che è stato poi onorato anche da noi fratelli davanti ad un notaio.
Emo negli ultimi anni della sua vita ci raccontava le vicende della gioventù; ne aveva una grande nostalgia. Rideva fino alle lacrime quando raccontava l’episodio di cui fu protagonista il futuro presidente del consiglio Mariano Rumor. Allora, Mariano, era un bambino vivace che spesso veniva in falegnameria e metteva le mani dappertutto interrompendo il lavoro di nostro padre. Che alle volte si arrabbiava. Un giorno, in cui nostro padre era particolarmente nervoso, il piccolo Mariano, armeggiava vicino alla stufa dove c’era il pentolino della colla. Ad un certo punto, nonostante gli avvertimenti, il pentolino cadde riversando la colla sul pavimento: mio padre allora, perso il controllo, prese con una mano il pennello e con l’altra sollevò il baschetto del bambino e gli diede una pennellata di colla sui capelli mandandolo a casa piangente. Il commendator Giuseppe Rumor, suo padre, non si adirò: il giorno dopo si scusò con nostro padre per le interferenze del figliolo e tutto finì lì.
Emo è stato una figura importante per noi, e lo vogliano ricordare con tutta la simpatia che lo circondava quando era con noi.
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Citazioni e brano inserito: tratto da Tonezza – Pubblicazione socio-religiosa a cura di don Giuseppe Marcazzan – n. 265 (345) agosto 2003 cip;
Immagine in evidenza: Disegno progettuale by Pxabay;
Immagine nel testo: Emo con un amico – foto originale da repertorio fotografico di Emo Canale.
Agosto mese di pause … riposo, pace, riflessione, riconnessione … ma anche di investimento. Investimento in cosa? In nuovi impegni? No, in coraggio …
Mai come il corrente mese è stato, è e sarà un mese di potenziale ricentratura, come mi è stato detto di recente da qualcuno. Ricentrarsi, riconnettersi, rigenerarsi, ripartire … Insomma, un nuovo inizio. D’accordo, ma questo può esserci durante e dopo un ritrovato momento di pausa che quasi sempre significa ascolto di sé e silenzio. Se invece continuiamo a controllare e a interpretare o semplicemente osservare le notifiche che inevitabilmente ci arrivano a tutte le ore da destra e da sinistra, da sotto e da sopra, non credo che una autentica centratura si possa raggiungere, semmai riusciremo riconnettere soltanto i nostri dispositivi … Non si tratta di attivare uno spam generalizzato, ma di mettere in standby ogni nostra sovrastruttura, a cominciare dagli stessi smartphone di cui siamo ormai schiavi.
Mi sovviene il ricordo di chi se ne va in ferie per godersi la necessaria e desiderata vacanza (etimologia: vacare = essere vuoto) e porta con sé del lavoro per non farsi mancare nulla, anzi per riempire quel vuoto.
Credo che questo mese, che si ripete negli anni, sia una delle rare occasioni per fermarsi e fare della pausa un “tempo giusto”. Per regalarsi un nuovo inizio, appunto.
Le parole chiave sono investimento e coraggio. Investire significa, tra le altre cose, attribuirsi un diritto, un titolo, un potere; e ancora, conferire diritti e dignità. Peccato che, nell’uso comune, sia collegato essenzialmente ad operazioni finanziarie o immobiliari oppure ad incidenti stradali.
Coraggio significa, in una delle più note accezioni, forza d’animo connaturata, o confortata dall’altrui esempio, che permette di affrontare, dominare, subire situazioni scabrose, difficili, avvilenti, e anche la morte, senza rinunciare alla dimostrazione dei più nobili attributi della natura umana. Cosa vuol dire avere coraggio? Questa parola richiama al cuore. Deriva dal latino cor habeo, che vuol dire avere cuore, agire con il cuore. Il coraggio quindi è quella forza d’animo che ci viene quando facciamo le cose a cui davvero teniamo. Quella “forza nascosta” che ci fa affrontare le paure e i pericoli. Peccato che, nell’uso comune, sia collegato spesso ad eventi caratterizzati essenzialmente da impudenza e sfacciataggine.
Oggi una persona mi ha detto: “Già, ma per cambiare qualcosa bisognerebbe trovare il coraggio …”. Ecco, sono d’accordo, ma aggiungo che per trovare dentro di sé il coraggio, occorre mettersi in ricerca, altrimenti quella forza nascosta oltre a continuare a rimanere tale resterà anche disattivata.
Trova il coraggio, quindi. Ma per trovarlo cercalo! Comincia col metterti in pausa vera. Chi te lo impedisce?
A te che leggi lo auguro di cuore, e lo faccio con dei versi di una splendida persona, professionista e poeta.
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Trova il coraggio
Trova dentro di te, il coraggio buono non di evitare i pericoli, ma di possedere la forza di affrontarli.
Trova il coraggio, di sperare contro ogni speranza, in attesa che ... un fiotto di luce ti indichi il sentiero.
Non pregare perché sia lieve il dolore ma chiedi al Cielo, che sia forte e paziente il cuor tuo, per affrontarlo e ... vincerlo.
Trova il coraggio di amare più che puoi, e di amarti ... per ciò che sei.
Trova il coraggio di aver paura, di esser fragile. Trova il coraggio di piangere.
Se necessario chiedi ad un amico di accoglierti nel calore del suo abbraccio, per ritrovare la forza dentro una stretta di mano, di sorridere al domani.
Ricerca l'infinita meraviglia che serve per scommettere sul tuo tempo.
Trova dentro di te, il coraggio di vivere di cuore ... senza riserva alcuna.
Ascolterai il silenzio, scoprirai il Cielo e conquisterai, dell'anima tua, la vera libertà.
Bellissimi versi il cui titolo potrebbe essere anche: Stacca Cerca Trova! Il vero coraggio, si alimenta da subito nel momento in cui riusciamo a prendera la giusta distanza nel “tempo giusto”. Presupposto di autentica serenità.
Ringrazio Chiara che mi ha di recente stimolato e fatto riflettere con alcuni suoi versi, mai pubblicati. Ora mi dà il permesso di farlo come sigillo di sentimenti e sensazioni condivise. Auguro a Chiara di realizzare i propri sogni e di mantenersi sempre “in ricerca”.
Spiriti in Cammino
Il naso puntato al cielo
Un'espansione verso di lui
Tutto è importante
Nulla lo è
Le stelle ci parlano con il loro linguaggio
Noi lì, allievi silenziosi
Quando ce ne ricordiamo
[versi di Chiara Pasin]
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Non so bene perché, ma mi piace pensare di essere uno spirito inquieto.
Non certo uno spirito che non trova mai pace, tormentato al punto da non riuscire a stare bene o in pace. O così agitato da rendere inquieti anche i vicini.
Sì invece uno spirito che si abbevera costantemente di cose nuove, pure e dissetanti, di trovare rigenerazione e voglia di andare oltre.
Uno spirito in continua ricerca, curioso da vedere che cosa c’è intorno e svoltato l’angolo.
Guardare oltre.
Ma oltre chi e cosa?
Ecco una delle mie famose domande, fuor di luogo comune o di comune modo di dire.
Oltre i miei limiti, i pregiudizi e le paure che mi accompagnano. Quindi oltre me stesso.
E’ certo che questo approccio alla vita non mi è nuovo, anzi lo riconosco come più consapevole nell’ultimo decennio. Meno consapevole prima, ma c’è sempre stato in me.
Uno stupore speciale mi assale quando riconosco la stessa inquietudine in altre persone.
E’ stupendo riconoscersi e guardarsi dapprima con gli stessi occhi incrociando lo sguardo profondo e poi riconoscendo lo stesso modo di cercare e scoprire, guardando via da noi e in tempi diversi, intimi e distanti, rivolgendo lo sguardo all’insù.
Non è ben chiaro, ma la sensazione è quella di sentirsi piccoli, guidati, accompagnati come una mano più grande tenesse stretta la nostra e ci portasse verso la strada maestra.
E’ in quell’accompagnamento, guardando in alto che ci possiamo sentire allievi di un lui infinitamente più grande e indescrivibile. Distante, lontano ma vicino.
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Citazione: Papa Francesco rivolto ai giovani (udienza 13 giugno 2018 – Città del Vaticano)
Immagine: Pixabay – Stelle (in evidenza) e Donna che guarda verso l’alto
Per moltissime persone la parola del titolo richiama quello che è anche per noi occidentali, ossia il Sabato. Con l’iniziale maiuscola in quanto vuole essere un momento sacro, oltre che di riposo, in altre parole di pausa.
Di solito pensiamo ad una pausa dal lavoro, dallo studio o altro. Insomma ad una vacanza che altro non è che una sospensione di un’attività, di lavoro o di studio, spesso in corrispondenza di particolari ricorrenze o festività (*).
In realtà è una parola che richiama il prendersi cura di sé. Ecco perché “Giorno di Vita”. Giorno sacro.
Il web, quasi sempre ben informato e documentato, la descrive così:
Sebbene lo Shabbat non sia considerata una festività da molte altre culture e religioni, l’ebraismo gli riconosce lo status di gioiosa festività. La halakhah (**) conosce lo Shabbat come la festività più importante del calendario ebraico. Tra l’altro essa:
è la prima festività menzionata nella Bibbia e Dio è stato il primo ad osservarlo;
nella Liturgia lo Shabbat viene paragonata ad una sposa, una regina o un re, come riporta il Mishnenh Torah (***) …
Sappiamo come Shabat o la sua versione anglicizzata Sabbath siano universalmente tradotti come “riposo” o “tempo del riposo … da qui si arguisce che una traduzione più letterale sarebbe “lo smettere” con l’induzione a “smettere di lavorare”. Poiché Shabat è il giorno della cessazione del lavoro, sebbene il riposo ne sia un’implicazione, non è necessariamente una connotazione della parola stessa... Da questa e altre argomentazioni capiamo anche la questione teologica sul perché, nel settimo giorno della creazione, così come riportato nel libro della Genesi, Dio abbia avuto bisogno di riposare. Una volta compreso che Dio ha smesso di lavorare piuttosto che si sia riposato, l’ottica cambia e diventa biblicamente più aderente alla figura di un Dio onnipotente che non ha necessità del riposo.
Quindi, ferma restando questa doverosa chiarificazione, questa voce seguirà la traduzione più comunemente accettata di Shabat con “riposo sabbatico”, da cui pausa di riflessione o periodo sabbatico, comunemente usati.
Bene, e se rivalutassimo il nostro Sabato anche riposandoci di più, ma destinandolo soprattutto ad una vera “pausa”? Se riuscissimo a smettere di fare alcune cose e ne facessimo altre di maggior valore?
Nella mia vita, dal punto di vista dello smettere potrei elencare molte cose: verificare le email, dedicarmi ai media e ai social, rispondere a tutto e a tutti, pianificare le cose da fare nel mese e nella settimana, visionare le ultime notizie verificandone la veridicità, curiosare, giudicare, invadere il terreno altrui, parlare troppo, andare di corsa, ecc.
Dal punto di vista del fare, basterebbe dedicassi maggior spazio al “fare silenzio” intorno a me e dentro la mente, all’essere disponibile all’ascolto di me stesso e degli altri, chiunque essi siano.
Mi è chiaro che quest’ultime cose riescono meglio se si riesce a smettere tutto ciò che riempie e spesso rischia di inquinare il proprio spazio personale.
Mi sto impegnando a provarci, nella prospettiva di riuscire in tutti i Sabati dell’anno a fare ” vera pausa” e a costruire “Giorni di Vita”.
Fonti e riferimenti:
Wikipedia: ogni passo in corsivo e asteriscato
in particolare: (*) https://it.wikipedia.org/wiki/Shabbat – (**) Halakhah (in ebraico הלכה) è la tradizione “normativa” religiosa dell’Ebraismo – (***) La Mishneh Torah (in ebraico מִשְׁנֶה תּוֹרָה o “Ripetizione della Torah”) sottotitolato Sefer Yad HaHazaka (ספר יד החזקה “Libro della Mano Forte,”) è un codice ebraico scritto da Maimonide che è uno dei rabbini più importanti della storia ebraica. Il Mishneh Torah fu compilato tra l’anno 1170 e il 1180. .. Mishneh Torah consiste di quattordici libri suddivisi in sezioni, capitoli e paragrafi. È l’unica opera medievale che riporti nei particolari tutte le osservanze e pratiche ebraiche, incluse quelle leggi che furono applicabili solo durante l’esistenza del Tempio di Gerusalemme, e un’opera molto importante nell’Ebraismo.
Foto: in evidenza by Wikipedia photo – Rituale havdalah di chiusura (Spagna XIV secolo)
Galleria immagini: Il riposo dello Shabbat (Samuel Hirszenberg) – Le candele dello Shabbat (entrambe by Wikipedia photo) – The Torah (Pixabay) – Hanukkah (Pixabay)
Dell’Amore che hai ricevuto ti sei nutrito e sei cresciuto.
A molti Altri l’hai voluto donare e molti fiori hai visto spuntare. Se i tuoi spazi ti prenderai gli Altri sempre meglio aiuterai.
Oggi voglio vivere…
Voglio dare…
Sono stato e sono un cercatore, una persona in ricerca del cuore d’oro.
Questo mi è stato difficile esprimerlo e trasmetterlo.
Ma è così.
E il tempo passa, gli anni volano.
E sono in ricerca del cuore d’oro…
Ho fatto tante esperienze, non sempre belle, ma sempre utili.
Non solo per me.
Per cercare un cuore d’oro ho fatto tanti chilometri, ho attraversato vite e ho incontrato sofferenze.
Ho sofferto e fatto soffrire.
Ho abitato nella mia mente, e nel mio cuore che mi fa cercare il cuore d’oro.
E sono in ricerca del cuore d’oro…
Oggi voglio vivere…
Voglio dare… Ho cercato e cerco ancora.
Ma ho trovato il cuore d’oro.
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Testo by Gianni Faccin, versi liberi ispirati liberamente a Heart of Gold di Neil Young nella versione del mio preferito Johnny Cash
Citazione: versi by Annamaria Sudiero – 2020
Foto by GiFa – Mandàla di Gianni Faccin nella creazione di Annamaria Sudiero, artista e Amica