Indifferenza?

Credo negli esseri umani …

Considero che l’uomo, in quanto essere animale razionale, maschio o femmina, abbia molte più possibilità di un animale qualsiasi, cane o gatto che sia.

Pare una cosa ovvia , ma non è proprio così.

Sono indifferenti gli animali? Non è agevole rispondere. Anche se coloro che hanno cani o gatti difficilmente hanno dubbi al riguardo. Infatti con gli animali si possono instaurare rapporti del tutto speciali, non di indifferenza. Di certo, da sempre, sono gli esseri umani che sono molto bravi a fare gli indifferenti.

Considero però “indifferenza”, una parola che, come tante altre, penso sia assai manipolata.

Se guardiamo al suo significato etimologico scopriamo un senso diverso da quello che tutti siamo normalmente portati a dare. E se guardiamo invece alle definizioni più o meno titolate che nei secoli più recenti sono state date alla parola, scopriamo generalmente e trasversamente, dal punto di vista ideologico o ideale, una importante e comune connotazione negativa.

Riporto alcune definizioni rilevanti, a quest’ultimo riguardo. Jack Kerouac: Se la moderazione è una colpa, allora l’indifferenza è un crimine. Piero Gobetti: Non può essere morale chi è indifferente. L’onestà consiste nell’avere idee e crederci e farne centro e scopo di se stessi. George Bernard Shaw: Il peggior peccato contro i nostri simili non è l’odio ma l’indifferenza: questa è l’essenza della mancanza di umanità. Kahlil Gibran: Il desiderio è metà della vita; l’indifferenza è già metà della morte. Oscar Wilde: L’indifferenza è la vendetta che il mondo si prende sui mediocri. Anton Cechov: L’indifferenza è la paralisi dell’anima, è una morte prematura. Ezra Pound: Gli indifferenti non hanno mai fatto la storia, non hanno mai neanche capito la storia. Antonio Gramsci: Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. Peter Marshall: Un mondo differente non può essere costruito da persone indifferenti.

Considero più aderenti ad una visione positiva descrizioni come le seguenti. Papa Francesco: Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Leonardo Livati: Il trucco è immedesimarsi nell’indifferenza per scrutare il mondo con occhi imparziali. Attenzione: immedesimarsi, non essere indifferenti che sarebbe il peggior peccato di cui macchiarsi. John Hughes Holmes: L’universo non è né ostile né amichevole. È semplicemente indifferente.

E’ evidente come la parola in questione sia diversamente utile, a seconda del pensiero che si è voluto trasmettere. Indifferenza può essere declinata in molti altri modi che vanno oltre le connotazioni positivo-negativo.

Si potrebbe poi, come per altre parole, affidarsi ad interpretazioni specifiche: religione, psicologia, filosofia, economia. Di certo è facile constatare come sia l’uso comune a favorire la definizione che va per la maggiore. Secondo quanto comunemente si pensa e si dice, spesso con tono di biasimo, l’indifferenza è condizione e comportamento di chi, in determinate circostanze o per abitudine, non mostra interessamento, simpatia, partecipazione affettiva, turbamento e simili (E. Treccani). Nell’ascetica, è lo stato, necessario al conseguimento della vita perfetta, in cui si rinuncia a ogni scelta finché non si conosca la volontà divina per uniformarsi completamente ad essa, e, secondo la filosofia, è lo stato tranquillo dell’animo che, di fronte a un oggetto, non prova per esso desiderio né repulsione; o che, di fronte all’esigenza di una decisione volontaria, non propende più per l’uno che per l’altro termine di un’alternativa (E. Treccani). Un po’ come avviene in economia quando si parla di scelte d’investimento che – pur diverse – comportino lo stesso risultato essendo di fatto perfettamente sostituibili tra loro.

Per finire, sono convinto che sia sempre una questione di scelta. E’ sempre così in tutte le situazioni che abbiamo modo di incrociare. Spesso diamo più importanza a questioni facili e che ci è comodo governare, mentre riusciamo a relativizzare ogni altra questione che ci faccia correre il rischio di sentirci a disagio o semplicemente ci metta in condizione di prendere posizione e di manifestere il nostro pensiero. In tal caso è agevole giocare la carta dell’indifferenza.

Un cambio di rotta è possibile agendo da un altro punto di vista: cercare sempre di fare la differenza.

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Citazione: Credo negli esseri umani – Marco Masini

Immagine: Incontro by Pixabay


Libertà che spinge il popolo

Ho domande che rimangono senza risposte o che cadono nel vuoto … Per esempio è ammissibile oggi essere estremisti di pacifismo come ci insegnerebbero alcuni valori di riferimento? E’ ammissibile credendo in certi valori che ispirano alla non violenza sostenere in qualsiasi modo l’armarmento per difendersi da chi ci colpisce? Come e perché essere neutrali?

Redoute

Ho timori e ho tanti tentativi di risposta e nessuna risposta certa. Ogni richiamo a personaggi del passato, penso a Kennedy oppure a Gorbaciov o ancora a Gandhi e a molti altri, mi porta a dire non tanto che erano tempi diversi, ma che erano leader diversi. I veri leader oggi – quelli che lavorano principalmente per la propria comunità mettendo a rischio la propria vita (come Nelson Mandela, Aung San Suu Kyi, i Dalai Lama, per dirne soltanto alcuni) e che puntano sul dialogo – non esistono più o almeno non si vedono nel presente oppure, se ci sono, sembrano essere inascoltati.

Pare abbiano più seguito, e lo sappiamo bene, gli inventori di fake, gli influencer, gli opinion leader in genere abili manipolatori delle genti, purtroppo per scopi che tendono prevelentemente ad avvantaggiare economicamente o per altre finalità se stessi. E poi quando arriva il grande “distruttore”, leader di morte e infatti, non ostante una diffusa incredulità, egli arriva, anche tutti i manipolatori gli si adattano immediatamente con una capacità che ha del sensazionale.

Ecco allora il fenomeno delle prese di posizione. Anche oggi succede con molta chiarezza, sotto gli occhi di tutti.

C’é chi vuole la pace e manifesta in modo esuberante perché sia la strategia vincente. Solo che chi ha provocato e iniziato una guerra non riceve la richiesta, anzi manda i missili. E quindi? Oltre a manifestare che si può fare?

C’é chi lotta per la libertà e per mantenere la propria democrazia per quanto imperfetta. Come si può dargli torto. Ogni azione tesa a difendersi dall’invasore non può essere criticata aprioristicamente.

C’é chi cerca pretesti utili per mantenersi sulla posizione del “penso per me” e questa è la via più facile e forse più diffusa. Vediamo come va a finire e poi vediamo che cosa ci conviene fare e da che parte stare.

C’é chi sfrutta le amare e tragiche conseguenze della guerra per speculare, per trovare tornaconti mai immaginati, sia economico-finanziari sia di consenso.

E le persone, esseri umani come noi, soffrono e muoiono, siano essi tra la popolazione che subisce l’invasione sia tra gli invasori.

Ma la cosiddetta libertà … non è un bene comune?

Guardando a tante storie passate ritroviamo ancora gli stessi tratti. Perché non vogliamo fermarci e pensarci su, per vedere se c’è una via d’uscita?

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[frammento]

Lei disse: Sapevo che sarebbe morto. Lui: Non potevi saperlo. Si vergognava della sua impazienza. Aveva affittato un elicottero che lo portasse più vicino possibile al confine, zona di guerra. Avrebbe voluto che piangesse, ma lei non piangeva. Non una sola lacrima era uscita dai suoi occhi un’ora prima, quando era andato da lei, con le lacrime che gli rigavano le guance e il telegramma aperto in mano. Lei lo aveva preso, lo aveva letto e poi aveva alzato gli occhi verso di lui da dove era seduta sola sulla terrazza, avvolta nel suo abito bianco. Mentre la fissava aspettandosi che scoppiasse in singhiozzi, la moglie era parsa solo rinchiudersi e i suoi occhi si erano fatti più scuri e più grandi. Gli aveva reso il telegramma e non si era mossa. Lui accese la radio per ascoltare le notizie. La voce del primo ministro entrò nella stanza. Parlava in inglese. In questo giorno decisivo ci troviamo a fronteggiare la più seria minaccia che mai ci sia venuta dalla nostra indipendenza in poi. Ma teniamo alta la testa e fronteggiamo questa minaccia. Abbiamo dietro di noi la forza di una nazione unita. Rallegriamoci per questo e applichiamoci al più grave compito di oggi, che è la difesa della nostra completa libertà e integrità e l’allontanamento di tutti coloro che commettono una aggressione al sacro nostro territorio. La bella voce tremò, si interruppe e poi proseguì. Invito tutti voi, a qualunque religione o partito o gruppo apparteniate, a essere compagni in questa grande lotta a cui siamo stati costretti. Ho piena fiducia nel nostro popolo e nella causa e nel futuro del nostro paese … Poi la voce tacque. Lui non aveva notato che la moglie aveva lasciato la stanza. Ora era ritornata … Lui guardò e si sentì raggelare il cuore. La circondò con le braccia e se la strinse al petto. Sentì la sua guancia umida contro la pelle nuda e, abbassando gli occhi vide che finalmente stava piangendo, con un terribile ritegno ma stava piangendo. L’inserviente volgeva loro le spalle perché potessero sentirsi soli. Poi, non riuscendo più a resistere, fu sopraffatto anche lui dai singhiozzi e corse fuori dalla stanza.

Citazione: by Diario 2022 di Gianni Faccin Gedi 2022

Frammento: by P.S.B. tratto da Mandala – Bur

Immagine: da arttrip.it/eugene-delacroix-pittore-biografia/


Ancora tu …

“… ma non dovevamo vederci più?”

Ancora tu …, nota canzone di un Battisti in fase di ricerca e rinnovamento, per chi se ne ricorda.

Al di là della particolare canzone, il titolo è dedicato ad un altro visitatore dei nostri giorni. Metaforicamente ben rappresentato da un “gatto visitatore”, nuovo per noi e per me, probabilmente trasferitosi da queste parti occasionalmente, come spesso fanno i gatti, senza che ce ne rendiamo conto.

Una modalità cosiddetta “gradita” perché si tratta di visita breve, quasi un mordi e fuggi, e come sappiamo tra gli umani le migliori visite, quelle preferite, sono le visite brevi …

I felini possono ben imparare da noi per come sappiamo comportarci, non necessariamente con atteggiamenti influenzati da principi di buona educazione.

Insomma, ecco un nuovo amico. Forse la fame, la ricerca di contatto e il freddo gelido di questi giorni, lo hanno portato a noi.

Ancora tu
Non mi sorprende lo sai
Ancora tu
Ma non dovevamo vederci più?

In effetti non è del tutto una sorpresa, vederti passare, quasi danzare per il freddo, fare quelle mosse che fanno presagire uno scatto e magari un balzo di un metro e più come fosse niente. Con qualche miagolio sotto tono. In un momento non ci sei più, e potrebbe essere che non ci vedremo più.

Questa situazione mi fa pensare alla bellezza animale, alla loro essenzialità e alla libertà che certi animali sanno interpretare molto bene.

Fin qui il pensiero-metafora.

Un altro pensiero mi invia alla liturgia del cambio di calendario, al passaggio di testimone tra 2021 e 2022. In un attimo – se non siamo ubriachi – possiamo percepire il “ponte” tra vecchio e nuovo. Una frazione di secondo? Forse meno.

In questo scatto ci passa davanti tutto l’anno trascorso, cose belle e cose meno belle. Gioie e sofferenze.

E subito si dà avvio ad un altro giro di giostra, spesso, passati i fumi della festa, si rimette in moto la macchina e tutto torna come prima.

Lo scatto citato è rapidissimo, fulmineo, quasi impercettibile. Come lo scatto felino. Eppure esso può essere, se vogliamo, molto stimolante per ripartire, per riattivare la macchina, ma con nuovi combustibili, più ecologici, più rispettosi dell’ambiente ma anche di noi stessi e degli altri.

Sono i combustibili non subiti, ma scelti grazie ad una rinnovata consapevolezza.

Si tratta di andare oltre ogni liturgia e ogni schema abitudinario, non sprecando quanto appreso nel passato, ma valorizzandolo adeguatamente per il futuro che riparte.

Ancora tu Anno Nuovo
Non mi sorprende lo sai
Ancora tu con le tue forme e i tuoi riti
Ma non dovevamo vederci più?

Lasciarti non è possibile, oppure sì …

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Citazione e riferimenti nel testo: Ancora tu da album  Lucio Battisti, La batteria, il contrabbasso, eccetera – Numero Uno 1976

Immagine: foto by GiFa 2021

Versi: liberamente tratti ed alaborati by GiFa da Ancora tu (vedi sopra)


Ma l’amore …

… Questo amore bello come il giorno e cattivo come il tempo quando il tempo è cattivo. Questo amore così vero …

...Non è nel cuore
ma è riconoscersi dall'odore
e non puo' esistere l'affetto
senza un minimo di rispetto
e siccome non si può farne senza
devi avere un po' di pazienza
perché l'amore è vivere insieme
l'amore è sì volersi bene
ma l'amore è fatto di gioia
ma anche di noia ...

Già.

Sta nei versi del cantautore, ma mi è ben chiaro, sta nella quotidianità.

Condividere la vita insieme a qualcuno è fatto di tante cose belle e buone, ma ci sono anche aspetti meno belli e graditi. Ci sono infatti inevitabilmente momenti di stanchezza, di disagio, di scoraggiamento e di perdita di entusiasmo e di noia … Sì, proprio di noia.

Per questo ci vogliono forza di volontà, pazienza, calma, fiducia e desiderio.

Il desiderio si contrappone alla noia e alla stanchezza, aiuta la forza e la pazienza, inoltre alimenta la fiducia.

Ma tutto ciò non viene in automatico, serve allenarsi e per andare in palestra come per fare qualsiasi cosa impegnativa occorre volerlo dal profondo.

Poi c’é anche da dire che fare qualcosa di impegnativo in compagnia aiuta, spinge, motiva…

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Citazione: da poesia Questo Amore di Jacques Prévert

Foto by NiFa: Noi a Longa di Schiavon 25 giugno 2021

Immagine by Pixabay: Legame

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La fretta dell’anima

Guardandomi allo specchio e cercando un contatto, mi sono trovato a guardarmi dentro e indietro nel tempo.

Mi sono piaciute tante cose che ho potuto evocare. Altre molto meno. Ci sono concentrazioni di pensieri, sensazioni e sentimenti da far scoppiare un recipiente. Il tutto condito con la “fretta”. Non è mai mancata nella mia vita. Eppure la fretta è una dimensione che mi attrae e mi mette a disagio allo stesso tempo.

E’ la fretta con cui ho vissuto e affrontato molte esperienze piccole e grandi. Un po’ sempre di corsa. Ma, sorpresa!

Osservandomi di recente con calma ho trovato che c’é un’altra fretta, quella dell’anima, della mia anima. Ebbene sì, c’é e ho capito che c’è stata sempre.

Forse non è la cosiddetta fretta di cui crediamo di conoscere i significati. E’ la fretta che rappresenta un atteggiamento maturo di chi desidera l’essenziale, l’autentico, l’onesto, il pulito, l’affrancato da ogni sovrastruttura inutile.

Cercando in letteratura ho trovato qualcosa di molto bello che si avvicina a quello che voglio dire. E lo riporto qui di seguito. Ha un titolo: “La mia anima ha fretta”. Mi piacciono questi versi, anche se in realtà ci sarebbero molte precisazioni da fare. Specialmente con riguardo all’attenzione all’altro, sensibile o meno.

Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da ora in avanti, rispetto a quanto ho vissuto finora…
Mi sento come quel bimbo cui regalano un pacchetto di dolci: i primi li mangia con piacere, ma quando si accorge che gliene rimangono pochi, comincia a gustarli intensamente.
Non ho più tempo per riunioni interminabili, in cui si discutono statuti, leggi, procedimenti e regolamenti interni, sapendo che alla fine non si concluderà nulla.
Non ho più tempo per sopportare persone assurde che, oltre che per l’età anagrafica, non sono cresciute per nessun altro aspetto.
Non ho più tempo, da perdere per sciocchezze. 
Non voglio partecipare a riunioni in cui sfilano solo “Ego” gonfiati. Ora non sopporto i manipolatori, gli arrivisti, né gli approfittatori.
Mi disturbano gli invidiosi, che cercano di discreditare i più capaci, per appropriarsi del loro talento e dei loro risultati.
Detesto, se ne sono testimone, gli effetti che genera la lotta per un incarico importante.
Le persone non discutono sui contenuti, ma solo sui titoli…
Ho poco tempo per discutere di beni materiali o posizioni sociali.
Amo l’essenziale, perché la mia anima ora ha fretta…
Non ho più molti dolci nel pacchetto…
Adesso, così solo, voglio vivere tra gli esseri umani, molto sensibili.

Nota a margine – Questi versi, antichi, di certo scritti prima del 1945, rappresentano un programma di vita. E’ un programma che desidero cercare di mettere in pratica, perché il tempo non è illimitato per poter essere sprecato e inoltre nulla è più demotivante di farlo con persone che non sono disposte almeno a relazionarsi. Questa poesia parla di rispetto, per se stessi e per gli altri. Una poesia che diviene il mio progetto, oggi e da domani in avanti.


Citazione e testo by Gianni Faccin

Foto by Angela Canale (Sulla spiaggia a Senigallia settembre 2018)

Versi by Mario de Andrade (da “La mia anima ha fretta”)

Nota bene: Mario de Andrade è stato definito il poeta del tempo prezioso, poeta, musicologo, critico letterario e narratore brasiliano, ritenuto uno dei fondatori del modernismo brasiliano. (Nato a San Paolo, 9 ottobre 1893  e mancato in San Paolo, 25 febbraio 1945) fu grande amico di Ungaretti, del quale certamente avrà condiviso l’amore per l’essenziale. Questa particolare poesia può essere un ottimale spunto di riflessione interiore per riacquisire il bando della matassa nella propria esistenza. Fonte da ufficistampanazionali.it/


Melo ferito

… possiamo finalmente scegliere di andare oltre e decidere di ritornare a fiorire…

Quando ti misero a dimora, poco meno di dieci anni fa, eri già pronto. Grandicello, mostravi tutta la tua voglia di esprimerti. Non avevi vicini, eri solo in un bell’appezzamento protetto che guardava verso la montagna. Ma tu, con le tue belle foglie, guardavi preferibilmente verso levante prendendone nutrimento.

In solitaria e in poco tempo ti facesti notare con uno sviluppo repentino e con un bellissimo fogliame verde scuro. Non facesti mancare poi i frutti. Mele come quelle non se ne vedevano in zona da tanto tempo.

Anche la prima produzione fu lusinghiera ed abbondante.

Mele grandi, rotonde, rosse, dolci e succose, che piegavano i rami ancora giovani.

Il primo anno di attività ti vide prosperoso e anche preso di mira da qualcuno che non riuscì a resisterti, e si prese una buona parte dei frutti ancora pendenti.

Negli anni successivi ci fu ancora produzione, ma meno abbondante e meno florida rispetto agli inizi, segno che la solitudine estrema, la cura non particolarmente presente, gli eventi e chissà cos’altro ti avevano un po’ bloccato. In poche parole, l’entusiasmo era scemato.

Un po’ come quando c’è l’innamoramento: all’inizio si parte in quarta e poi pian piano si rallenta.

I tuoi custodi si sono chiesti: c’è da fare qualcosa? Ma poi la difficoltà a frequentarti per le note vicende della pandemia e altre questioni personali, hanno impedito ogni intervento.

Fino a quando ti sei lasciato andare …

E’ successo di recente, tra dicembre e gennaio, con la grande nevicata che con i suoi 110 centimetri ha coperto tutto, anche gli alberi di piccolo fusto. Come nel tuo caso.

Per settimane i tuoi rami, non più acerbi, hanno sostenuto non le mele coperte di fogliame ma l’abbondante neve, di giorno fresca e di notte ghiacciata dalle rigide temperature.

Poi con i giorni soleggiati e l’inevitabile disgelo il candido strato ha cominciato a dileguarsi.

E’ stato così che sei riapparso. Ti sei ripresentato come fosse la prima volta.

Ma qualcosa era cambiato. La tua struttura è apparsa spezzata, senza più l’originale e fresca eleganza. Non più integra ma divisa, sezionata.

Un albero decisamente bizzarro sembri oggi: insediato nel bianco terreno gelato con una ramificazione folta e decisa verso levante e una ampia vegetazione – futura ramaglia – pendente verso ponente, tenute insieme da una lingua di fusto che pare non arrendersi.

Certo che, caro il mio melo, i tuoi due rami principali che partivano dal fusto hanno subito una forte lacerazione. Il grande peso della neve ha aperto una grossa ferita fin nel tuo fusto, dividendoti quasi in due.

C’è quella lingua che è un sottile attaccamento e che non sarà in grado di ricollegarti.

I tuoi custodi si sono chiesti ancora, che fare? Lasciarti andare del tutto? Provare a riattaccare le due parti? O lasciare andare la parte più staccata e provare a salvare la rimanente?

Si tratta di decidere in fretta.

Fuor di metafora, è così anche nella nostra vita. Solo che, caro melo, in tal caso i custodi siamo noi stessi.

Spesso c’è necessità di uscire da una storia.

Può capitare per tante situazioni, per eventi dolorosi o perché una relazione finisce. Si tratta di cambiare noi e di lasciare andare qualcuno o qualcosa. Queste cose sono molto diffuse e ci riguardano più di quanto crediamo.

Perdita di una persona cara, della salute per una malattia inaspettata, della casa, del lavoro, della relazione con la compagna o col compagno che scelgono altre strade. E si potrebbe continuare.

La buona notizia è che ci sono il tempo per rendersi conto e il tempo per scegliere.

Il primo tempo ha bisogno di realizzarsi, non c’è un tempo uguale per tutti.

Il secondo tempo viene dopo, ma in tal caso serve una scelta e questa non può essere procrastinata.

In pratica possiamo finalmente scegliere di andare oltre e decidere di ritornare a fiorire. Non restando bloccati.

Sì, caro melo, proprio come sarà per te.

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Citazione e testo by Gianni Faccin

Immagini: foto by Angela Canale (Tonezza del Cimone – febbraio 2021)


Punto!

Sii …

Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo

A parte la pandemia, in classe più o meno gialla oppure arancione, non c’è nulla di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire.

Riprendo un detto che nell’uso comune si rifà quasi sempre alla diffusa presa d’atto, accompagnata da fastidio o altro, che quello che si immaginava diverso da una certa realtà è invece uguale ad essa, e quindi sembrerebbe inutile contare in qualcosa di differente e migliore. Anzi non serve pensare di cambiare le cose, perché non cambierà mai nulla (altro detto popolare assai diffuso).

Invece il detto nasce dalla Bibbia (Antico testamento) e vuole significare che da quando esiste la terra, su di essa non succede nulla di nuovo, infatti da millenni si ripetono le stesse situazioni e gli stessi fatti. Ergo, nulla è veramente una novità. E il testo sacro vuole in tal caso riferirsi al comportamento umano di ogni tempo che si ispira per esempio alla pura vanità.

In realtà la persona può mettere un punto, a tutte le situazioni in cui detiene un ruolo da protagonista consapevole. L’essere umano ha la possibilità di scegliere come comportarsi. Dire sì e dire no. Prendere distanza da ciò che fa ammalare, avvicinarsi a ciò che fa bene e fa crescere. E il libero arbitrio di cui godiamo ci permette anche di restare nelle gabbie dorate che più o meno coscientemente ci costruiamo, tutti i giorni, durante tutta la vita.

Ma non siamo destinati a vivere sotto il sole senza essere costruttori di qualcosa di nuovo e di buono.

Sono convinto invece che ci siano molti punti da mettere, e differenti tempi da accettare. E che dipende da ognuno di noi.

E’ sempre una nostra facoltà.

Mi piace unire a questi pensieri uno stralcio dal libro del Qohelet, in cui prevale tutta la forza del “punto“, quale categoria diversa dal tempo. Anzi, punto inteso proprio come accadimento di qualcosa. Fatto, vicenda. Come è stato scritto, luogo d’impatto tra fiocina e pesce, tra biglietto e vincita, asteroide e pianeta, punto in cui il divenire urta con l’improvvisa emergenza dell’ineluttabile. E’ diverso dal “momento latino“, … (*) e infatti si trova tra due frasi compiute (grammaticale) o tra due linee che si incontrano (geometrico).

Per il tutto una data e un punto per ogni intento sotto i cieli.
Punto per nascere e punto per morire.
Punto per piantare e punto per sradicare una pianta.
Punto per uccidere e punto per sanare.
Punto per rompere e punto per costruire.
Punto per piangere e punto per ridere.
Punto per far lutto e punto per ballare.
...


Citazione: Mahatma Gandhi

Immagine by Pixabay: Mettere punto

Riferimenti: Brano tratto da Il Libro del Qohelet e da Kohèlet/Ecclesiaste cap. 3 con traduzione di Erri De Luca (*)

Vis à vis

…Vicinanza fisica, oggi …

Oltre alla nostalgia, emerge sullo sfondo la consapevolezza, ancora indefinita, della propria posizione nella sequenza delle generazioni, la preoccupazione ancora inesprimibile per le tappe della sua vita …

Quanto appena succitato è il succo estremo ed intenso del volto del disagio, così come scaturisce, piccolo esempio, da un incontro tra persone. Non importa se in uno studio professionale o in altra situazione.

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Non possiamo, o, almeno, io non posso sottrarmi alla vicinanza fisica. Intendo il partecipare a meeting face to face, incontri in person, ovvero incontri umani autentici.
Certo ci sono elementi di protocollo da osservare, regole legate alle note restrizioni, il giallo, l’arancione e il rosso. Ci sono la cautela e il buon senso da mettere in campo. Ok! Occorre osservare il tutto, nel rispetto di se stessi e degli altri.
Ma mi è ben chiaro che, in caso di necessità, di importante necessità, se mi viene richiesto l’incontro personale in presenza io non mi tiro indietro.
Non riuscirò a tirare in ballo decreti o il nome di personaggi pubblici di turno per trovarmi a fare – pretestuosamente – un passo indietro. Come fanno in molti.
Attenzione, anche io sto bene a casa, ritirato e in riposo inatteso, una volta tanto fuori dalla mischia. Magari in opera casalinga su incombenze da anni rinviate.
Ma non è ciò che, soprattutto, desidero.

Io desidero vivere e conto sia un desiderio collettivo.
È così che non va esclusa la possibilità di incontri umani veri, ravvicinati anche se con le dovute precauzioni. Incontri a viso aperto, vis à vis.
Soltanto in questo modo potrà avvenire l’incontro con l’anima dell’altro.

Solo così si potrà elevare la sua parte migliore, grazie allo stimolo di crescita che l’altro riceverà.
Ma questo non potrà che avvenire in un incontro autentico e completo, necessariamente in presenza.

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Citazione by Rosella De Leonibus

Ispirazioni by Rosella De Leonibus (da I volti del disagio – Cittadella 2020) e Vincenzo Vitillo ( da L’arte dell’incontro umano)

Immagine by Pixabay: A viso aperto


Bric à brac

Ho sempre amato gli oggetti fin dall’infanzia. Mi capita oggi di vedermi passare sotto gli occhi oggetti che mi sono appartenuti …

Ritorno volentieri, chissà come mai, sull’argomento di lasciare andare, buttare via, fare ordine.

Credo sia qualcosa di potenzialmente rivoluzionario nella vita delle persone.

Si tratta di saper staccarsi, chiudere un ciclo, dare aria nuova alla stanza della nostra interiorità. Ma anche aprire la mente, essere migliori verso la vita e il mondo, inevitabilmente più attraenti verso gli altri per essere nei loro confronti soprattutto migliori, più accessibili, inclusivi, non indifferenti

Prendere distanza quindi dalle cose e dagli oggetti anche storici, che ci hanno accompagnato per una vita.

Torno su questo perché rileggendo il pezzo di qualche giorno fa (Il miracolo dell’ordine del 18 gennaio) mi sono accorto che avrei potuto dare più enfasi all’attività del “fare repulisti” inerente agli armadi pieni di roba o agli scaffali pieni di cose.

Lo faccio per confermare, e mi riferisco alla mia attualità, che fare questa attività verso armadi e scaffali è altamente consigliato, essendo altamente benefico.

Vedo più difficile, almeno come inizio, eliminare messaggi, app, profili social, per quanto potrebbe essere ancor più interessante.

Veniamo agli armadi e agli oggetti.

Ho sempre amato il bric à brac. Quando ebbi l’occasione di visitare il mercato delle pulci a Parigi, del quale avevo sentito tanto parlare da mia moglie Angela, mi sentii bene, e capii da una parte quanto mi sentivo legato agli oggetti, ad alcuni in particolare; e dall’altra quanto mi riflettevo in quelle situazioni e dinamiche di conservazione e raccolta che ostentavano aspetti di rarità, pregio, legame, memoria, vicende antiche, collegamenti intimi.

La stessa cosa, ma in minor misura, mi è capitata percorrendo zone storiche della capitale francese, come la place des artistes, il Quartier latin o altre parti all’interno della nota rive gauche. La percezione alla fine era quella di sentirmi molto a mio agio, “a casa”.

Ed è proprio a casa, dove abito, che ho nel tempo ricostruito il mio personale “quartiere latino”, fatto di oggetti, cose, appunti, foto, libri e libriccini.

Possiedo ancora, e ne vado fiero, dei libri della serie Oscar Mondadori di autori importanti (Steinbeck, Hemingway, Pavese, Calvino, Cassola, per dirne alcuni di quelli a cui mi abbeveravo) che sono stati stampati nel 1970-1971 – io avevo 14 anni – e che riportano un prezzo che fa rabbrividire (lire 650).

Non riesco a non conservarli mantenendoli in buono stato. I ricordi del tempo passato assieme a quei libri è forte, più delle storie in essi contenute.

Ci sono poi oggetti e cose depositate negli armadi o sugli scaffali che sono riuscito a selezionare e a eliminare.

E non è ancora finita.

Ho preso consapevolezza che il presunto legame esistente era – come sospettato in precedenza – inconsistente o comunque si era completamente sgonfiato dentro di me.

L’eliminazione di questi oggetti e di queste cose ha sgomberato ampi spazi in me e accresciuto la soddisfazione per essere riuscito in questo passaggio, sicuramente di coraggiosa crescita.

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Citazione: Claude Lévi-Strauss ( Tropici più tristi – Nottetempo)

Immagini by Pixabay: in evidenza La rive gauche – sotto Quartier Latin


Vicini globali, distanti locali

Distanza buona

La distanza può aiutare a scegliere che cosa sia giusto tenere per sé e che cosa sia giusto lasciar scivolare via.

Una definizione, tra le molte di recente nuova adozione, è “distanziamento sociale”.

Si tratta di un fenomeno che perdura da un anno ormai e che, purtroppo, produrrà conseguenze inimmaginabili in tutti. Moltissimi sono gli esempi, li vediamo ormai incessantemente grazie ai “social”, non serve più ricorrere ai media tradizionali.

Il fenomeno non è limitato, ed è glocal, come si diceva già in passato con riferimento ad altre questioni, come per esempio – nel sociale – l’agire in sede periferica per la propria comunità, ma con uno sguardo che parte e si allarga ad un riferimento globale.

E in effetti noi facciamo i conti con il distanziamento fisico e sociale qui dove viviamo, ma lo stesso fenomeno si verifica in diretta a migliaia di chilometri da dove ci troviamo noi, e non perché c’è un regime dittatoriale, ma perché c’è un virus quasi sconosciuto.

Doveva essere distanziamento fisico, ma in realtà, per rispetto delle regole imposte mese per mese e, spesso, settimana per settimana è divenuto “sociale”, determinando nuove abitudini, in seguito allo sviluppo di nuovi modi di pensare, di nuovi approcci e di nuovi comportamenti o stili di vita.

E tutto perché una nota metafora si è avverata, soltanto che non si è trattato del battito d’ali di una farfalla, ma dell’esodo di un pipistrello dal suo habitat naturale.

Che fare?

Forse scegliere un nuovo inizio, oltre gli slogan che si sprecano, non sarebbe male. Dare a questo tempo un valore nuovo e cominciare a fare pulizia di ogni sovrastruttura inutile o dannosa che ci portiamo appresso.

Insomma dare a questo tempo la funzione di darci spazio adeguato per riassegnare il giusto valore alle cose, per esempio partendo dagli affetti.

Si può fare? Sì, si può.

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Citazione by Gianni Faccin

Immagine by Pixabay: Ali di farfalla