MyBamboo

… ciò che accade è determinato soprattutto da noi stessi …

Non è il nome di una nuova app che riguarda l’utilizzo dei germogli di bambù. Lo so, secondo la cucina asiatica, i germogli di bambù sono ingredienti dalle interessanti proprietà benefiche da sperimentare anche per dare un tocco orientale ai propri piatti. Lo so. Qualcuno ne va pazzo.

Io, in verità, sono incuriosito da questa pietanza, ma quanto sto scrivendo ha a che vedere con la curiosità per la pianta in quanto tale, che dopo anni ha iniziato a svilupparsi, come speravo, vicino all’orto.

Molti si preoccupano che non diventi invasiva, creando problemi di gestione.

Invece per me ha un significato di bellezza e di libertà. E perché no, di selvatichezza. In verità non so se posso definire questo bambù selvatico, ossia appartenente ad un ambiente non contaminato dalla presenza o da strutture umane, in quanto se è lì e sta crescendo dipende da noi che l’abbiamo inserito volontariamente in quella posizione. In ogni caso mettiamola così: vorrebbe essere anche selvatico. Per questo mi richiama libertà e bellezza, questo grazie al suo aspetto vigoroso e al suo puntare dritto verso il cielo, anche in pochi giorni.

MyBamboo è rimasto riflessivo per qualche anno. Poi improvvisamente, in pochi mesi, si è come svegliato, si è moltiplicato e ha iniziato a farsi notare spiccando il volo tra le erbe sgradite. Credo che in poco tempo si formerà un bell’angolo caratteristico con diverse alte canne verdi, prima che il tempo le consolidi nei fusti che ben conosciamo.

Mi è subito parso che la crescita fosse ben augurante e carica di significati. Cercando, ne ho trovato conferma in alcuni cenni storici di questa pianta, che merita un attento ascolto.  Infatti la lunga vita del bambù lo rende per i cinesi un simbolo di lunga vita, mentre in India è un simbolo di amicizia. Eppoi, diverse culture asiatiche credono che l’umanità discenda da uno stelo di bambù. Nel mito filippino della creazione, la leggenda narra che il primo uomo e la prima donna vennero liberati per l’apertura di un germoglio di bambù che emerse su un’isola creata dopo la battaglia tra le forze elementari (Cielo e Oceano). Nelle leggende della Malesia una storia simile include un uomo che sogna una bellissima donna mentre dorme sotto una pianta di bambù; si sveglia e rompe lo stelo di bambù, scoprendo la donna all’interno di esso. In Giappone, molto spesso una piccola foresta di bambù circonda un monastero scintoista come parte della barriera sacra contro il male. Si potrebbe continuare.

Nel mio caso, la pianta del bambù è un mio aggancio, in quanto depositaria non soltanto di bellezza e di libertà, ma anche di resilienza, quella parolina magica che definisce la capacità di una persona o di una collettività di affrontare e superare eventi complicati o traumatici o un periodo di indubbia difficoltà. Tener duro, essere perseveranti e affrontare le fasi della vita.

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Citazione: da Le sette regole per aver successo di Stephen R. Covey – Franco Angeli

Fonti: Wikipedia, parquet.disegnarecasa.com e Greenme.it

Immagini: foto MyBamboo1 e 2 by GiFa2023


The little bird

... Felice mi spargo nell’atmosfera: abbandono le fatue passioni e mi spingo in alto a purificarmi
verso la regalità dei cieli

Oggi giorno è di pioggia e non svolazzi come al solito, apparentemente senza meta.

C’è anche vento forte e non si sente il tuo cinguettare, che ai più non pare mancare.

Eppure i tuoi concerti gratuiti sono ben presenti a tutte le ore del giorno.

Rivolti a tutti da mane a sera.

Oggi sarai nascosto tra i rami di qualche folta pianta, solo o con altri uccellini.

Oppure sarai in uno dei tuoi rifugi fatti di cemento da cui entri ed esci dalle fessure che il tempo e le intemperie hanno provocato.

I tuoi movimenti incuriosiscono e consegni a noi umani il senso della vita facendoci rivolgere lo sguardo alla nostra interiorità spesso rivolta a questioni non del tutto importanti.

Tu voli libero e veloce, con una meta che a noi sfugge.

Guardi all’essenziale e affronti i bisogni del momento.

Rincorri le necessità tue e di altri, ma rimani libero.

Incuriosiscono anche i tuoi “non movimenti”, dal momento che il brutto tempo consiglia di fare riposo, prendere pausa, stando nascosti.

Dove sarai? Come ti muoverai? Avrai un programma?

Ti ho incontrato ieri, vicinissimo, è mi ha impressionato che subito non sei volato via. Mi hai osservato, misurato, e cos’altro?, e poi ti sei spostato su altri rami per poi volare altrove.

Noi pensiamo spesso che la vita di un piccolo uccello non abbia senso. In verità rappresenta una libertà meravigliosa, al punto che val la pena d’essere ammirata e descritta. A saperlo cogliere, il volo e i movimenti suoi assumono contorni più luminosi di un giorno azzurro e senza nuvole.

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Citazione: da Libero come un uccello di Teodoro De Cesare (Poesiaeracconti.it)

Immagine: Bird by Pixabay


Stufa

… non ho capito se lei è una stufa o un monumento …

Pare che la vecchia stufa fosse stufa di fare la stufa. Fu così che non fu più al centro dell’attenzione, ma venne accantonata, trascurata, dimenticata. La collocazione non era delle migliori.

In verità qualcuno aveva deciso che il suo consumo fosse eccessivo. Era il tempo in cui eravamo tutti convinti che il metano ci desse una mano. Eppoi non era più di moda.

Alla domanda “che ne facciamo di una vecchia stufa a legna?”, perdipiù in ghisa e malridotta, decidemmo di portarla all’aperto dove il tempo è più variabile, comunque al riparo. In tal modo avremmo potuto scrutarla meglio e deciderne con calma il destino, quale che fosse il meteo incombente.

Vendiamola, oppure smaltiamola, disse qualcuno. Ripariamola, disse qualcun altro. Pensiamoci su, si convenne tutti.

Alla fine decidemmo di montarla e posizionarla vicino alla legnaia. Al sicuro dalle intemperie e vicina alla sua gradita materia prima.

Grazie ad un grande scrittore che mi ha ispirato, ho potuto fare una iniziale conversazione con questa stufa, un dialogo inusuale di sguardi e silenzi. Inaspettatamente.

Ne ha viste di situazioni e vicende, visto che è stata in funzione, me ne sono accertato, almeno dagli anni ’70. A onore del vero la pensavo più datata, ma questo non cambia il fatto che sia stata una protagonista in casa dagli anni dell’austerità.

Fino a ieri aveva trovato rifugio in uno scantinato umido e buio. Oggi è ritornata a prendersi uno spazio anche se non svolge più le tipiche funzioni richieste ad una stufa. La guardo e la guardo ancora. Mi dà un senso di tranquillità e di sicurezza. Mi sembra una presenza autorevole e al contempo non ingombrante. La definisco ambasciatora, che significa incaricata di trasmettere un messaggio.

Ecco, il messaggio che la stufa trasmette con la sua presenza è una forma diversa di calore, molto più naturale della fiamma. È quella di “benvenuto” a chiunque si presenti alla porta di casa.

Sì, è tornata ad essere una “signora stufa”.

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Citazione: da Conversazione con una stufa, in Leggende e fiabe (vedi sotto)

Immagine: Signora stufa, by GiFa2023

Riferimenti nel testo: 1. scrittore citato è Hermann Hesse e il suo Leggende e fiabe, Mondadori 2021; 2. ambasciatora nell’uso comune come indicato da Enciclopedia Treccani (https://www.treccani.it/vocabolario/ambasciatore/)


Quando qualcosa finisce

… uno scopo più grande e una soddisfazione maggiore nel tempo che ci rimane …

Quando qualcosa d’importante finisce, nel ripensarci mi succede di abbinare quanto è avvenuto ad un distacco esistenziale di rilevante portata. È automatico. Il pensiero mi torna immancabilmente a quel fenomeno che ci riguarda tutti, ma proprio tutti. Nessuno ne è esente: persone semplici e normali, poveri e ricchi, fragili e potenti, persone sconosciute e persone note, che sono sulla bocca di tutti oppure sui media, quasi che questo servisse loro ad esorcizzare pene e destini. Alla fine sui media succede anche che questo fenomeno venga spettacolarizzato, quasi che il processo mediatico ne impedisse l’amara realizzazione. Mi riferisco alla morte, quella parola che i più non amano pronunciare e dalla quale si tende tutti a fuggire.

Sembra sia una cosa dell’altro mondo, invece è di questo mondo e fa parte della nostra vita.

Mi torna in mente sempre più spesso questa “cosa” che, non trovo comunque agevole trattare. Forse dipende molto dal tempo che passa e che in occasione degli ultimi miei anniversari mi rende consapevole che la famosa piramide della vita anagrafica si sta avvicinando al vertice. Un vertice non noto, che nessun GPS è in grado di localizzare, ma che – lo spero ardentemente – mantenga la posizione preventivata, almeno quella stabilita statisticamente. Ed è questa una concausa della mia situazione attuale in cui sento chiaramente che la mia anima ha fretta. Una fretta che sento però di dover arginare. Probabilmente devo a questa fretta il desiderio di trovare chiarezza ed equilibrio nel mio vivere il presente che si costruisce giorno per giorno. Consapevolmente.

Ma alla fine (appunto, alla fine) è il tema della morte che condiziona, in positivo e in negativo, la vita. Sia che ne siamo coscienti, sia che non lo siamo. La differenza la facciamo veramente se affrontiamo il fenomeno.

Per esempio si tratta forse di dare più spazio a quanto ci può essere di positivo. Ma come fare?

Ecco, io credo che si possa fare, ma non è scontato, infatti occorre prepararsi a questo, lavorarci, non subire in passività, con vittimismo o qualunquismo …

La testimonianza più grande è quella di persone che hanno affrontato la morte consapevoli di stare per andare via, per motivi d’età, appunto, o perché persone molto malate o malate terminali.

Tra quanto ho letto di recente mi è piaciuto molto un racconto (storia vissuta) che parla di una relazione tra una badante e una vecchia signora malata, ormai in fase di fine vita.

È interessante questo discorso perché, magari non ci rendiamo conto, siamo circondati da una “cura della persona”, soprattutto anziana, diffusissima sul territorio. Tra le altre cose siamo sempre prevenuti quando si parla di stranieri, ma sono soprattutto le donne straniere a fare le badanti e ad occuparsi di chi sta male, spesso prendendosi cura dei nostri cari.

Ecco un brano tra i tanti toccanti presenti nel famoso libro Vorrei averlo fatto (*): “Essendo cresciuta prima in una fattoria per l’allevamento del bestiame e poi delle pecore, avevo visto tanti animali morti o in fin di vita. Non era una novità per me, sebbene fossi sempre terribilmente sensibile alla cosa. Ma la società in cui vivevo, la società moderna della cultura occidentale, non esponeva la sua popolazione al contatto con i corpi morenti. Non era come in certe culture dove la morte umana avviene allo scoperto ed è una parte evidente della vita quotidiana. La nostra società ha tagliato fuori la morte, negandone quasi l’esistenza. Questo rifiuto lascia sia la persona morente che la famiglia, o gli amici, del tutto impreparati a qualcosa di inevitabile. Siamo tutti destinati a morire. Ma invece di riconoscere l’esistenza della morte, cerchiamo di nasconderla. È come se cercassimo di convincerci che ‘lontano dagli occhi, lontano dal cuore’ funzioni davvero. Ma non è così, perché ci ostiniamo nel tentativo di affermarci attraverso la vita materiale e i comportamenti dettati dalla paura che ne conseguono”.

Fin qui il presupposto. E ora ecco il passo decisivo: “Se riuscissimo a rapportarci in anticipo e con sincera accettazione alla nostra inevitabile dipartita, allora cambieremmo le nostre priorità prima che sia troppo tardi. In questo modo avremmo la possibilità di volgere le nostre energie verso i veri valori e verremmo guidati da ciò che vuole veramente il nostro cuore. Una volta riconosciuto che ci resta un tempo limitato, sebbene non sappiamo di quanto si tratti, siamo mossi meno dall’ego e smettiamo di dare importanza a ciò che gli altri pensano di noi. Riconoscere che ci avviciniamo inevitabilmente alla morte ci dà l’opportunità di trovare uno scopo più grande e una soddisfazione maggiore nel tempo che ci rimane”.

Un vecchio personaggio della televisione (*) direbbe: “Meditate gente, meditate”.

Quando qualcosa finisce, resta sempre un peso.

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Citazione: da Vorrei averlo fatto, di Bronnie Ware – Ed. MyLife 2015

Immagini: in evidenza Sunset by GiFa2023 – sotto il testo Lightness da repertorio GiFa2014

Note: (*) Mi riferisco a Renzo Arbore, compleanno qualche giorno fa, ha compiuto 86 anni. Nato a Foggia il 24 giugno 1937, può essere definito a pieno titolo il maestro dell’intrattenimento italiano. Non c’è campo dello spettacolo che non abbia attraversando, lasciando il segno. Fonte Fanpage.it


Il fiore che pesa

… Senza citazione …

È una sera che il fiore mi pesa … È l’inizio di una nota canzone degli anni ’80 proposta da un ormai affermato De Gregori.

Mi ritorna in mente di continuo con parole diverse: è un tempo che il fiore mi pesa … Parole quasi le stesse, melodia la stessa. Piacevole e significativa, almeno per me.

Infatti, non ho mai capito che significato avesse il testo del cantautore, ma comprendo che significhi oggi quell’incipit per me.

Finalmente ci siamo.

Temo forse di avere un giorno dei rimpianti? Di non aver fatto cose che ritengo alla mia portata e che sono personalmente importanti? Temo di non lasciare il segno? Temo di annoiarmi? Mi preoccupa che succederà dopo?

Sto cercando di dare delle risposte.

Sento però che il fiore mi pesa, e questo fiore rappresenta tutto ciò in cui ho creduto e investito nella mia vita. È tutto quello in cui ancora credo. E allora?

E allora serve il coraggio. Quale coraggio?

È quel coraggio che aiuta a dire dei no, quando, spessissimo, i miei sono stati assolutamente dei sì, non sempre a cuore leggero.

È quel coraggio che aiuta a prendere la distanza, la debita distanza, non tanto da qualcosa di sgradito (troppo comodo!) ma da molte cose assai gradite e ricercate ma non più sostenibili.

Anche per aver l’umile consapevolezza di aver fatto la propria parte e che il testimone è finalmente condiviso.

Anche questa è una fase delicata da vivere con un’attenzione duplice, sguardo speciale sia al sé, sia al noi. Qui serve passare la palla, per restare nello sport, e farlo al meglio.

E finalmente ci siamo …

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Immagini: The child e The flower by Pixabay


Brani scelti, non miei

Grandi scrittori hanno fatto amicizia con i merli. Da Dante Alighieri a Italo Calvino. Ho scelto un piccolo racconto/fiaba di Calvino. Troppo bello … per non condividere lo stupore.

“Una mattina il merlo vide un pentolino su un davanzale.
Il merlo si avvicinò subito al pentolino per curiosare.
Dentro il pentolino il merlo vide una crema gialla come l’oro e profumata come un fiore.
Quella crema lo tentava e non ci pensò due volte: il merlo mangiò la crema gialla.
Mentre se ne stava con il becco golosamente immerso nel pentolino, alla finestra si affacciò una vecchietta che era una Fata.
La Fata sgridò il merlo perché aveva mangiato la sua crema, batte le mani e pronunciò parole misteriose.
Il tegamino scomparve, la crema andò in fumo, ma il merlo non riuscì a pulirsi il becco.
Da allora tutti i merli hanno il becco giallo; perciò ogni volta che un merlo passa, gli altri uccelli si raccontano sottovoce quella vecchia birbonata“.

Ho cercato la fiaba di Calvino “Il fischio del merlo“, che sarebbe più adatta ai miei odierni avvicinamenti in giardino. Ma ho trovato questa. Non male, veramente.

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Citazione: personale

Collegamenti: Merlino, vedere https://abitandoladistanza.com/2023/06/01/merlino/

Immagini: Merlino in movimento, by GiFa2023

Testo: brano di Italo Calvino Il merlo goloso, tratto la libro Palomar, ed. Einaudi 1983


Merlino

Anche in tempi antichi i merli erano protagonisti di leggende o significati magici, per le popolazioni celtiche, per esempio, i merli sono associati agli dei …

Vai e vieni, vai e vieni
C’è uno strano movimento nel mio giardino
Un giovane uccello dal manto lucido e nero che di tanto in tanto
mi volge lo sguardo
Viaggia ininterrottamente dall’alto verso il basso
E dal basso verso l’alto
Mi passa spesso davanti veloce veloce
lasciandomi incredulo di tanto dinamismo
da destra a sinistra e viceversa
Gli fa da bussola il bellissimo giallo del suo becco sempre proteso

Vai e vieni, vai e vieni
Bruschi decolli, improvvise virate, rapidi voli 
Il merlo sta costruendo casa nel folto del gelsomino
E io decido di fermarmi ad osservarlo e di trarne insegnamento 
L’ho chiamato “Merlino” …
Lo chiamo ancora, ma non mi risponde

Vai e vieni, vai e vieni
Nel giallo porti ora un frammento di ramoscello
Oppure un filamento erboso
Il mattino ben presto raccogli utili alimenti nel prato ancora umido di rugiada
E li consegni a qualcuno che si nasconde tra le foglie sopra la recinzione
Ma che si è svegliato e si fa sentire con un quasi impercettibile pigolio che chiede cibo.

Vai e vieni, vai e vieni
La pazienza non ti manca “Merlino” e non ti manca la motivazione.
Neanche di coraggio sei privo quando ti fermi a sfidare il gatto che vorrebbe segnare il territorio o fare altro.

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Citazione: Il merlo nelle fiabe a cura di Elena Ghelfi

Immagini: Merlino in movimento nel giardino by GiFa2023


Sette giorni insieme

Settimana di stacco

Non sono pochi sette giorni, eppur son volati via …
Eravamo nella nostra casetta vicinissima al Trasimeno, tutta in uno con il minuscolo centro cittadino, dal quale si poteva intravvedere il lago con due delle sue isolette verdi che sembravano galleggiare su di un calmissimo specchio ora verde ora azzurro.

Abbiamo lasciato ogni mattina la nostra casetta e la sua piazzetta per prendere confidenza con il lago e i suoi magici riflessi.
Abbiamo fatto lunghe passeggiate e alla sera siamo sempre tornati stanchi ma contenti, già desiderosi di prepararci per il giorno successivo.

La casetta è diventata un rifugio ove trovare riposo.

Tornare è stato sempre un sollievo ed abitare in questa casetta un sogno. Siamo stati molto bene e ci è parso di essere veramente “a casa nostra”, tranquilli, rilassati e al sicuro.

C’è un vecchio pezzo dell’epoca dei cantautori che mi torna sempre in mente in certe occasioni come quelle che si vivono in vacanza. Non so perché. So soltanto che mi vengono automaticamente in mente note e parole. E a quel punto mi chiedo: che c’entra questa canzone con quanto sto vivendo?

Forse questa canzone è una di quelle che mi hanno sempre accompagnato nella realizzazione di alcuni miei desideri … È una canzone del duo Loy & Altomare, “Quattro giorni insieme” (1974) che dice tra l’altro: … non ci annoiavamo mai. Sempre uniti insieme noi ci amavamo allegramente ed alla fine di ogni volta ci piacevamo un po’ di più. … C’era in ogni tua espressione quell’entusiasmo che tira su. … Stavi infondendomi la voglia di prender tutto come viene e di non chiedersi mai perché. Quattro giorni insieme senza mai avere dei contrasti senza un minuto di stanchezza contenti solo di star così.

Ecco, questi sette giorni sono stati proprio così. Quindi, da ripetere ben presto …

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Immagini: in evidenza Particolare portale casa a Tuoro (Reginetta), foto AnCa2023; in galleria Trasimeno da sopra, foto AnCa2023 – Giallo dal traghetto, foto GiFa2023 – Isola dall’isola, foto GiFa2023 – Riflessi, foto Gifa2023 – Galleggiante, foto Gifa2023

Riferimenti nel testo: brani dalla canzone Quattro giorni insieme di Loy & Altomare tratti dall’LP Chiaro del 1974


Nos couleurs

Parole per una ricorrenza …

Giallo come l’alba di ogni nostro nuovo inizio
Rosso come il fuoco che ci unisce
Blu come i nostri mari di tranquillità

E poi …

Arancio come i tramonti ammirati insieme a te
Verde come il nostro miglior prato
Viola come il mistero e la magia dei nostri primi incontri

Ed infine …

Azzurro come la leggerezza e la serenità
che ci sono sorelle nel nostro viaggio insieme

Felicità, davvero?

Vorrei essere rimasto in contatto con gli amici, vorrei non essermi dedicato troppo al lavoro, vorrei essermi dato il permesso di essere felice. [seguito di Rimpiangere]

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Vorrei, vorrei, vorrei … Ma insomma, che rottura! Andiamo al sodo.

Nella mia vita, avrei potuto essere più prossimo a tanti amici e ciò non è avvenuto sempre appieno, ma comunque oggi posso affermare di essere stato molto fortunato anche nell’incontrare in tanti anni innumerevoli persone che hanno condiviso con me cammini, viaggi, esperienze spesso inattese. Sono state per me varie forme di amicizia, dettate dalle circostanze o dalla necessità, dal carattere leggero e in taluni casi dal carattere intenso, profondo, anche complicato, a volte. In ogni caso sono stati momenti sacri di scambio autentico senza pretese e senza quelle aspettative che di fatto inchiodano le relazioni.

Non ho mai voluto assegnare un voto a queste amicizie, anche se apparentemente diradatesi oppure divenute “invisibili”. Non è questo che le estrania. Spesso ho riscontrato che il non frequentarsi non equivale all’esaurirsi della relazione, ma rappresenta invece il necessario distinguo nella relazione stessa, avendo ogni persona destinazioni distinte nel personale viaggio della vita.

Eppoi tra veri amici è fantastico ritrovarsi anche spontaneamente, senza una ricercata pianificazione.

In questa fase della mia vita, penso spesso agli amici che sono già andati dall’altra parte della riva. Certamente mi sarebbe piaciuto incontrarli ancora prima del loro grande passo, ma è andata così, il passato non è modificabile. Quindi cerco di mantenere vive le relazioni attuali.

Ultimamente penso spesso anche a chi conosco e che sta vivendo nella forzata solitudine, un essere soli subìto e non desiderato, quella situazione da togliere il fiato e il sonno e che ti ruba finanche ogni speranza. Qui l’amicizia si può creare ex novo, più difficile è rigenerarla.

È chiaro che essendo noi creature sociali siamo portate assolutamente a creare e a sviluppare relazioni sociali nonché a desiderare di confrontarsi con gli altri anche al semplice scopo di ben trascorrere il tempo. Dice Carmen Laval che la solitudine è uno dei grandi mali del nostro tempo. Un amico vero è probabilmente la persona che più può aiutare nella vita. Infatti un amico è l’unico che può capire come ti senti o quantomeno avvicinarsi a capirlo poiché è con il tuo amico che ti puoi aprire senza temere di essere giudicato. L’amico vero ti ascolta, ti aiuta e ti supporta. Se è amico vero …

E il troppo lavoro?

Su questo tornerò prossimamente.

Citazioni e riferimenti: vedere precedente “Coraggioso”

Immagine: People by Pixabay