Quando la notte è arrivata e la terra è ricoperta dall’oscurità e la luna è l’unica luce che possiamo vedere no, io non avrò paura, io non avrò paura fino a quando tu sei, sei accanto a me.
Se il cielo che guardiamo sopra di noi dovesse precipitare e cadere oppure le montagne dovessero rotolare nel mare io non piangerò, non piangerò no io non verserò una lacrima fino a quando tu rimani, rimani accanto a me.
… Ci sono momenti nella vita in cui proviamo sensazioni dentro di noi che non riusciamo a tradurre in parole e ad esprimere facilmente. A ritrasmettere. E’ questione di attimi…
Poi le riviviamo nell’ascolto di una melodia o nel fare nostro un testo di una canzone incrociata casualmente. Magari di una canzone sentita spesso, ma sulla quale non ci siamo mai soffermati a pensare. Salvo cantarellarla distrattamente, senza conoscerne il profondo significato.
Quello sopra riportato è un esempio in cui, oltre 60 anni fa, veniva valorizzato l’amore vissuto nella sua forma più semplice e al tempo stesso autentica.
Stare insieme, condividere e aiutarsi specialmente nei momenti difficili, che è normale ci siano nella vita di ognuno di noi.
Non è normale che non riusciamo a cogliere questa grande opportunità di “essere insieme”.
Non è questo un ingrediente fondamentale del cosiddetto Amore?
Amore che si può declinare nelle parole “accanto” e “stammi vicino”, e che, per me, non sono solamente richiami alla vita sentimentale o di amicizia, ma rappresentano anche una forte ispirazione alla vita di comunità.
.
Brano: traduzione da Stand by me, testo interpretato da Ben E. King (1961) scritto da Ben E. King, Jerry Leiber e Mike Stoller
“L’unica strada per la serenità: fai il tuo lavoro, e poi fai un passo indietro”.
Rimanendo sul grande autore e filosofo cinese sopraccitato, possiamo arguire come anche con obiettivi di rilievo o molto impegnativi si possa raggiungere o mantenere la serenità. Dice: “Colui che conosce il proprio obiettivo, si sente forte: questa forza lo rende sereno; questa serenità assicura la pace interiore; solo la pace interiore consente la riflessione profonda; la riflessione profonda è il punto di partenza di ogni successo”. Se ne ricava, tra le altre cose, che la serenità è il vero fine e nel contempo un obiettivo intermedio, che si autoalimenta.
In ogni caso serenità è una delle parole “pesanti” di significato che mi sono sentito rivolgere più spesso anche recentemente tra Natale e i primi giorni dell’anno nuovo. Sono sincero, le gradisco sempre e sempre le ho gradite. Io stesso ho augurato spesso serenità.
Ma da un po’ di tempo mi chiedo: che cosa sto augurando? Che cosa mi stanno augurando?
Che significa “serenità”?
Ho deciso di approfondire, perché ogni parola già di proprio ha un valore e un senso. Se poi viene rivolta ad altri e viene donata, le interpretazioni si moltiplicano.
Piradello scrisse: “Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto”.
Tornando agli “auguri”, c’è da dire dunque che chi augura serenità ne dà senz’altro una sua versione, in genere inconscia, lo stesso chi la riceve per poi tradurla in base ai propri modi d’intendere e sentire.
Quindi risalendo al vero significato della parola si taglia ogni distorsione, almeno così dovrebbe essere.
Nel web la libera enciclopedia dice che serenità è il termine con cui si descrive la condizione emotiva individuale caratterizzata da tranquillità e calma non solo apparenti, ma talmente profonde da non essere soggette, nell’immediato, a trasformazioni di umore, ad eccitazioni o perturbazioni tali da modificare significativamente questo stato di pace. La serenità è una componente rilevante nel costituire il benessere emotivo dell’uomo; secondo alcune teorie essa è talmente rilevante da costituire una condizione necessaria e sufficiente per la felicità dell’essere umano.
Molti autori del lontano passato hanno affrontato il tema della serenità. Fra questi ho da poco tempo iniziato ad amare, più di altri, Seneca.
Per il grande filosofo la serenità è uno stato da raggiungere tramite il distacco dalle preoccupazioni terrene. In un passo delle sue opere dice: “Per questo è necessario mirare alla libertà. E c’è una sola maniera per averla: l’indifferenza verso il destino. Così nascerà quel bene incommensurabile, la pace di una mente sicura e l’altezza morale e una gioia immensa e imperturbabile che viene dalla conoscenza della verità e dall’assenza di paure e una grande serenità”.
Libertà, forse felicità, di sicuro distacco e indifferenza, parole molto usate ma che vanno meglio esplorate, magari in altre occasioni.
Tornando alla serenità, leggendo meglio tra gli scritti filosofici del grande autore troviamo molti utili spunti per inquadrare la serenità.
Sarebbe importante per la persona “guardare per prima cosa a se stessa, agli impegni che si accinge ad assumere e alle persone con le quali vengono intrapresi”. E’ evidente come tali indicazioni, dettate nel 400 a.C. circa siano di una estrema attualità, più di 2000 anni dopo. E ci risiamo: serve che partiamo innanzitutto da una “valutazione di noi stessi, perché spesso ci sembra di potere più di quanto effettivamente possiamo…”. Dovremmo “valutare bene anche le attività da intraprendere al fine di confrontare le nostre forze con ciò che abbiamo in animo” di cominciare. E qui arriva il colpo decisivo: “… certi impegni poi non sono tanto grandi quanto fecondi e comportano molti altri impegni; sarebbero da rifuggire queste attività dalle quali nascerà una nuova e molteplice occupazione, e non ci si deve spingere là donde poi il ritorno non sia libero…”.
C’è veramente da meditarci sopra.
[segue]
Panorama
.
Citazione: da frasi di Lao Tse
Immagini: in evidenza Dialoganti foto GiFa 2021 – in chiusura Panorama foto GiFa 2021
Riferimenti: Lao Tse Il libro del Tao Saggi Newton – Luigi Pirandello Uno, nessuno, centomila – Oscar Mondadori – Donata Paini [a cura di], Seneca La Serenità – Barbera ed. – Wikipedia, serenità significato
Sì, dopo tanti Natali credo sia questo il regalo più bello. E siamo fortunati se oggi possiamo affermarlo. Il pensiero corre ancora e sempre a tutti coloro che non possono neanche immaginare di “stare assieme” a qualcuno. Per chi è fortunato, non si chiude qui. Occorre impegnarsi. Non è tutto scontato.
Penso al pranzo o alla cena di Natale, tante sono infatti le varianti, un po’ come nei virus.
Spesso avviene infatti che sia questa l’occasione unica dell’anno per un ritrovo di familiari, parenti e anche accompagnatori occasionali (il moroso o la morosa, nel senso di fidanzati).
Il rischio sempre più grande, proprio come raccontato in alcuni film anche recenti, tipicamente francesi, è che l’unica occasione di ritrovo dell’anno corrente si trasformi in una resa dei conti. Questo perché ogni partecipante alla festa ha la sua versione da far vedere e da far prevalere.
Un noto pedagogista (*) si chiede: … Possibile che proprio durante il pranzo di Natale ci siano i soliti litigi per motivi futili e banali? Perché proprio a Natale si scatenano le peggiori bagarre in famiglia? Forse apparirà una cosa strana e paradossale, ma invece sarebbe presente nel menù di molte famiglie in queste occasioni di festa e ritrovo sotto l’egida del Santo Natale. L’autore citato prosegue: … è proprio nei momenti in cui le aspettative sono più alte che si nascondono le peggiori insidie. A Natale la tradizione vuole che tutti i figli stiano vicini ai vecchi genitori, ma non sempre questo desiderio è condiviso dai figli stessi. E spesso in molti vivono il Natale come un obbligo e non come una libera scelta. Sono duei motivi che rendono il pranzo di Natale un momento delicato e difficile per le relazioni familiari. Il primo èlegato al fatto che il livello di intimità è molto alto perché il Natale viene condiviso con le persone a cui siamo più legate. E sappiamo che l’intimità spesso apre le porte a possibili conflitti basati sull’eccesso di conoscenza dei reciproci difetti. Il secondo è che il Nataleè uno degli obblighi più inderogabili della nostra cultura, soprattutto quella italiana, che è particolarmente legata ai legami di appartenenza familiare. Infatti c’è la sorella che nella vita non ha avuto la stessa fortuna degli altri fratelli, che magari non ha avuto figli, mentre gli altri ne hanno avuti tanti. Oppure il fratello che da sempre si sente poco considerato dai genitori. La nipotina adolescente che proprio nel giorno di Natale vuole riscattarsi davanti agli occhi degli altri componenti familiari. E via così in un susseguirsi di incontri e scontri, un rituale di comunione che spesso rischia di diventare un percorso impervio e difficilissimo. Inevitabilmente il pranzo di Natale risveglia i tasti dolenti dell’infanzia e le ferite più antiche che caratterizzano tutte le relazioni familiari.
Che fare, dunque?
Beh, credo che sia interessante non lasciare tutto all’improvvisazione, anzi è meglio decidere responsabilmente di impegnarsi su questa cosa che, a mio parere, va posta al centro delle festività e, comunque, in ogni incontro umano.
L’approccio potrebbe essere di rallentamento e di iniziativa, che possono benissimo andare a braccetto.
Rallentamento prevede il tenere una “distanza” dagli eventi e dalle parole. Per esempio essere attenti ai commenti e alle battute, non esagerare, tralasciare i giudizi che sgorgano facilmente per la grande confidenza che può intrappolare facilmente. Invece l’occasione, che è anche rara, può servire per conoscere meglio i cambiamenti nelle altre persone. Rallentamento anche nella tipica situazione che ci vede mettere sempre al centro dell’attenzione con atteggiamenti provocatori o di puro ed inutile esibizionismo. Di sicuro possono divertire, ma altrettanto possono essere sgraditi a più di qualcuno.
Iniziativa significa essere autentici e semplici, ma non sprovveduti. Un ruolo importante hanno gli organizzatori del pranzo o della cena. Infatti è fondamentale che tutti si sentano accolti e importanti in modo che siano a proprio agio, anche quelli più riservati. Altro aspetto fondamentale è di dare l’esempio nell’ascoltare i discorsi di tutti i partecipanti. Impegnarsi ad essere curiosi uno dell’altro, facendo domande e ascoltando con il cuore.
Insomma che senso ha ritrovarsi insieme a Natale (ma non solo a Natale, aggiungo), se non ci si impegna nell’attenzione reciproca. Il pedagogista sopraccitato dice che: Anche il pranzo di Natale, dunque, può essere un’ottima occasione per imparare ad affrontare le contrarietà relazionali, un obiettivo importante per tutti noi, che viviamo in una società sempre più complessa e narcisistica, in cui le persone hanno sempre maggiori aspettative verso se stesse e verso gli altri.
Allora sì che ha senso festeggiare e scambiarsi gli auguri.
Oggi, 25 dicembre 2021: Buon Natale e buone relazioni!
Riferimenti: (*) da Come gestire i litigi del pranzo di Natale di Daniele Novara, scrittore e pedagogista – fondatore e direttore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza
Un grande fuoco brucia dentro di me, ma nessuno si ferma a scaldarsi, e i passanti vedono solo un filo di fumo
Soli per scelta. Per ripartire e per essere migliori. Dicevo su questo blog, qualche giorno fa.
E oggi dico: “soli”!
Soli perché disadattati, esclusi, diversi, colpevoli o colpiti. Infettati o allontanati, espulsi e rifiutati. Dimenticati, ignorati…
Questa è l’altra faccia della solitudine, uno stato non voluto e difficile, inaccettabile.
Una “distanza” effettiva, reale che diviene uno stato di pura sofferenza.
Molti sono “soli” oggi, e “non per scelta”.
Il brano che richiamo sotto è fatto di versi molto sentiti verso una persona cara, di fatto diversa, a cui l’autore dedica tutto il suo amore consapevole (in quanto genitore).
Mi sento solo in mezzo alla gente
Osservo tutto, ma non tocco niente
Mi sento strano e poco importante
Quasi fossi trasparente e poi
Resto fermo e non muovo niente
La sabbia scende molto lentamente
L'acqua è chiara e si vede il fondo
Limpido finalmente
A nord del tempio di Kasuga
Sulla collina delle giovani erbe
Mi avvicinavo sempre di più a loro
Quasi per istinto e poi
Sagome dolci lungo i muri
Bandiere tenui più sotto il sole
Passa un treno o era un temporale
Sì, forse lo era
Ma lei chinava il capo poco
Per salutare in strada
Tutti quelli colpiti da stupore
Da lì si rifletteva chiara
In una tazza scura
In una stanza più sicura
Ma no, non voglio esser solo, no
Non voglio esser solo, no
Non voglio esser solo mai
...
Citazione: da frasi di VincentVanGogh
Immagine by Pixabay: Osaka
Versi di Eugenio Finardi: dal brano Le ragazze di Osaka da album Dal blu 1983
Di questi tempi abbondano sempre di più le occasioni di auto apprendimento e auto riflessione, basta cercare sui social, ce n’è per tutti i gusti. Ci sono anche i corsi per apprendere l’amore. In questo caso viene definito da qualche esperto una ‘competenza’. E certamente si tratta di qualcosa che si impara, che si vive e si sperimenta.
A me piace pensare che sia una “forza”. Di sicuro è un qualche cosa di non ben definibile, ma è la parola “forza” che più si attaglia all’amore, questo sentimento che fa girare tutto l’universo.
La forza dell’amore si declina in diverse modalità. Per esempio nella “distanza”. Quella qualità che è senz’altro un modo di vivere il sentimento, ma che va oltre, rappresentando qualcosa di più e di distinto. Ti spinge a cercare qualcosa o qualcuno, e nel contempo ti fa scegliere di tenere una posizione di distacco, per rispettare i tempi altrui, i sentimenti altrui.
E’ distanza silenziosa e nello stesso tempo di attesa. C’è aspettativa, ma rispettosa e fiduciosa. Non c’è ossessione o ansia, non c’è calcolo e non c’è paura. C’è invece presenza fatta di serenità e fiducia. E’ insomma una molla e anche un freno ben calibrati insieme.
“Come con un figlio cresciuto. Desideri il suo contatto più di ogni altra cosa. Speri di essere cercato, di venire chiamato. Sospiri per ogni possibile difficoltà, anche solo immaginata. Lo cerchi e poi, quando si fa trovare, ti sospendi e non fai quelle domande che avresti voluto fare, cambi argomento e … respiri il suo respiro … pur lontano. Ed è allora che senti la “forza” e scopri che è scambiata, è reciproca perché a doppio senso di marcia.
… Amore è anche un “sapore”. Può essere amaro perché tuo figlio ti dice qualcosa che non vorresti mai ascoltare e che accetti tuo malgrado. Ma può essere anche estremamente dolce e gradevole, quando guardandoti negli occhi o ascoltandoti al telefono ti esprime la sua essenza fatta di sogni, desideri, non solo di preoccupazioni o malesseri. E ti dona se stesso. Lo fa invitandoti a specchiare la tua anima nella sua”. (*)
È la forza dell'amore quella che non fa dormire
Finché il sole con l'alba non verrà
Con la forza dell'amore sognavamo di suonare
Più che per voglia per necessità
E le ore ad aspettare che i tuoi si decidessero a partire
Per rubare un po' di felicità
Ma la forza dell'amore non si fermerà.
Citazione: da frasi di William Shakespeare
Foto by GiFa: opera di Angela Canale (Raggio di luce 2021 – particolare)
Ringrazio Chiara che mi ha di recente stimolato e fatto riflettere con alcuni suoi versi, mai pubblicati. Ora mi dà il permesso di farlo come sigillo di sentimenti e sensazioni condivise. Auguro a Chiara di realizzare i propri sogni e di mantenersi sempre “in ricerca”.
Spiriti in Cammino
Il naso puntato al cielo
Un'espansione verso di lui
Tutto è importante
Nulla lo è
Le stelle ci parlano con il loro linguaggio
Noi lì, allievi silenziosi
Quando ce ne ricordiamo
[versi di Chiara Pasin]
.
Non so bene perché, ma mi piace pensare di essere uno spirito inquieto.
Non certo uno spirito che non trova mai pace, tormentato al punto da non riuscire a stare bene o in pace. O così agitato da rendere inquieti anche i vicini.
Sì invece uno spirito che si abbevera costantemente di cose nuove, pure e dissetanti, di trovare rigenerazione e voglia di andare oltre.
Uno spirito in continua ricerca, curioso da vedere che cosa c’è intorno e svoltato l’angolo.
Guardare oltre.
Ma oltre chi e cosa?
Ecco una delle mie famose domande, fuor di luogo comune o di comune modo di dire.
Oltre i miei limiti, i pregiudizi e le paure che mi accompagnano. Quindi oltre me stesso.
E’ certo che questo approccio alla vita non mi è nuovo, anzi lo riconosco come più consapevole nell’ultimo decennio. Meno consapevole prima, ma c’è sempre stato in me.
Uno stupore speciale mi assale quando riconosco la stessa inquietudine in altre persone.
E’ stupendo riconoscersi e guardarsi dapprima con gli stessi occhi incrociando lo sguardo profondo e poi riconoscendo lo stesso modo di cercare e scoprire, guardando via da noi e in tempi diversi, intimi e distanti, rivolgendo lo sguardo all’insù.
Non è ben chiaro, ma la sensazione è quella di sentirsi piccoli, guidati, accompagnati come una mano più grande tenesse stretta la nostra e ci portasse verso la strada maestra.
E’ in quell’accompagnamento, guardando in alto che ci possiamo sentire allievi di un lui infinitamente più grande e indescrivibile. Distante, lontano ma vicino.
.
Citazione: Papa Francesco rivolto ai giovani (udienza 13 giugno 2018 – Città del Vaticano)
Immagine: Pixabay – Stelle (in evidenza) e Donna che guarda verso l’alto
Calma, pace, solitudine cercata.
Silenzio che diventa assordante.
I pensieri non se ne vanno subito, rallentano.
Poi sciamano …
E non c’è più distanza in me.
Citazione: liberamente by Gianni Faccin da Carpe diem che è una locuzione latina tratta dalle Odi del poeta latino Orazio (Odi 1, 11, 8), traducibile in “afferra il giorno”
Il confine è tracciato per essere superato. Come l’Ulisse di Dante richiama i suoi al “folle volo”, così intellettuali e artisti ci invitano a gettare rampini oltre le frontiere anguste del risaputo, attraverso metafore capaci di mutare la percezione della condizione umana. Filo conduttore è il cambiamento, inteso come mutamento interiore, d’identità, mentalità, concezioni, come rottura degli schemi, delle consuetudini e delle certezze consolidate, determinato da riflessioni e creazioni culturali e artistiche. Il viaggio attraverso il cambiamento si prefigura sperimentale e disvelatore. Il percorso è sempre nuovo e sempre uguale: la relazione rinsalda ma anche cambia, sposta il confine verso territori che rimangono nuovi fino a che il cambiamento non è conclamato.
Mi piace dare avvio a questo secondo mese del nuovo anno, che viviamo ancora in un clima che ha dell’assurdo, con una intensa citazione sulle metafore del cambiamento.
E questo proprio perché siamo immersi in questo clima sociale, sanitario, di ordine pubblico e privato. Infatti credo sia più che mai importante che ci mettiamo di fronte alle opportunità/necessità di cambiamento. Sociale, economico, in altre parole ecologico. Ma non si può prescindere da un cambiamento personale, di ognuno di noi. Le metafore ci possono aiutare, grazie all’arte, alla musica, alla poesia …
Si tratta di andare oltre confine, non c’é dubbio, per un autentico cambiamento. E il confine è limite, e il limite impone una distanza da coprire. Sono concetti, questi, che si compenetrano.
Se penso alla distanza non posso tralasciare il limite e se penso al limite non posso tralasciare la distanza.
Oggi, come forse non è mai accaduto, è ben percepibile l’urgenza di uscire dagli schemi e di andare oltre il limite e oltre confine, per non restare nella grande gabbia dorata che ci siamo costruiti in questo mondo moderno. Ma siamo anche spinti all’immobilismo per necessità di distanziamento fisico e sociale.
Credo che ci dobbiamo impegnare tutti a rivedere il senso della distanza e del limite, parole che oggi assumono un valore che va oltre i comuni luoghi e significati.
Oltre alla nostalgia, emerge sullo sfondo la consapevolezza, ancora indefinita, della propria posizione nella sequenza delle generazioni, la preoccupazione ancora inesprimibile per le tappe della sua vita …
Quanto appena succitato è il succo estremo ed intenso del volto del disagio, così come scaturisce, piccolo esempio, da un incontro tra persone. Non importa se in uno studio professionale o in altra situazione.
. Non possiamo, o, almeno, io non posso sottrarmi alla vicinanza fisica. Intendo il partecipare a meeting face to face, incontri in person, ovvero incontri umani autentici. Certo ci sono elementi di protocollo da osservare, regole legate alle note restrizioni, il giallo, l’arancione e il rosso. Ci sono la cautela e il buon senso da mettere in campo. Ok! Occorre osservare il tutto, nel rispetto di se stessi e degli altri. Ma mi è ben chiaro che, in caso di necessità, di importante necessità, se mi viene richiesto l’incontro personale in presenza io non mi tiro indietro. Non riuscirò a tirare in ballo decreti o il nome di personaggi pubblici di turno per trovarmi a fare – pretestuosamente – un passo indietro. Come fanno in molti. Attenzione, anche io sto bene a casa, ritirato e in riposo inatteso, una volta tanto fuori dalla mischia. Magari in opera casalinga su incombenze da anni rinviate. Ma non è ciò che, soprattutto, desidero.
Io desidero vivere e conto sia un desiderio collettivo. È così che non va esclusa la possibilità di incontri umani veri, ravvicinati anche se con le dovute precauzioni. Incontri a viso aperto, vis à vis. Soltanto in questo modo potrà avvenire l’incontro con l’anima dell’altro.
Solo così si potrà elevare la sua parte migliore, grazie allo stimolo di crescita che l’altro riceverà. Ma questo non potrà che avvenire in un incontro autentico e completo, necessariamente in presenza.
.
Citazione by Rosella De Leonibus
Ispirazioni by Rosella De Leonibus (da I volti del disagio – Cittadella 2020) e Vincenzo Vitillo ( da L’arte dell’incontro umano)
E’ pur vero che, soppesando a braccia incrociate il pro e il contro, facciamo ugualmente onore alla nostra condizione. La tigre si precipita in aiuto dei suoi congeneri, senza la minima riflessione… Che stiamo a fare qui, ecco ciò che dobbiamo chiederci. Abbiamo la fortuna di saperlo.
Mi chiedo spesso in questo periodo, è possibile un avvicinamento fisico tra le persone? Una distanza che sia limitata, che sia una vicinanza nuova?
Non tanto per protesta verso le autorità che impongono distanziamenti vari, e non tanto per reagire a qualcosa di spiacevole ed imposto, ma per “rilanciare” veramente le sfide personali con fiducia verso il futuro, con ritrovato entusiasmo.
Naturalmente nel rispetto delle regole, giorno per giorno in vigore. Questo perché è uno dei modi, in questa situazione, di portare rispetto verso se stessi e verso gli altri.
Tutto il resto è sceneggiata o la narrazione di altro.
Credo sia importante adoperarsi, ognuno per la sua parte, cercando di ricucire strappi, ritrovare abbracci, incontri. Ridare vita a relazioni interrotte, contatti online, saluti digitali, sguardi desiderati e rinviati.
È possibile? La riposta è sì.
Certo – per ora non sarà più come prima – ma non credo sia utile restare nell’assurda posizione di pessimismo e di aspettare ci pensi Godot, quando Godot arriverà. Se arriverà.
Credo che alcune strade si possano percorrere.
Innanzitutto le moltissime opportunità che ci vengono proposte dalle nuove tecnologie.
L’incontrarsi in rete toglie tanti punti forti a cominciare dall’uso dei nostri sensi. In una videochiamata non posso esercitare il tatto, che è sponsor ed artefice della maggior parte delle emozioni primarie. Non posso esercitare il gusto né l’odorato. Posso solo ricorrere all’udito e alla vista, e spesso con difficoltà, per motivi puramente tecnici (per es. rete internet non adeguata) o comportamentali. Ma questa strada ci porta fortunatamente a superare ostacoli di distanziamento fisico che diversamente potremmo inventare solamente con il nostro vecchio telefono.
La mia esperienza degli ultimi video incontri ha portato me e molti altri ad essere collegati a grandi distanze, in un caso con una persona residente in Turchia, in un altro caso tra persone residenti in varie zone del Veneto, infine in un altro caso – il più recente – con una persona che risiede in Puglia.
Senza ricorso ai mezzi tecnologici, che all’estero sono sviluppati da anni, noi non ci saremmo facilmente incontrati anche senza le restrizioni e le paure del Covid-19.
Una collaboratrice ed amica, in occasione di questa pandemia ha messo in piedi stabilmente qualcosa che già funzionava. Dal Veneto si collega settimanalmente con un gruppo di persone che vivono negli USA. Sono tutte donne che risiedono in diversi stati americani e che neanche tra loro potrebbero riunirsi in presenza, se non occasionalmente.
Credo sia importante dare valore a questa opportunità di incontro, senza pretendere che sia la modalità migliore o quella preferita.
Credo sia importante l’obiettivo: favorire una vicinanza tra le persone, anche se diversa.
Poi c’è anche la possibilità dell’incontro ravvicinato fisicamente, che va valorizzato. Ma su questo tornerò in un altro momento.
.
Citazione by Samuel Beckett (da En attendant Godot – Oscar Mondadori 1970)
Foto by Facebook a cura Csv Vicenza (da corso formazione)