Ringrazio Chiara che mi ha di recente stimolato e fatto riflettere con alcuni suoi versi, mai pubblicati. Ora mi dà il permesso di farlo come sigillo di sentimenti e sensazioni condivise. Auguro a Chiara di realizzare i propri sogni e di mantenersi sempre “in ricerca”.
Spiriti in Cammino
Il naso puntato al cielo
Un'espansione verso di lui
Tutto è importante
Nulla lo è
Le stelle ci parlano con il loro linguaggio
Noi lì, allievi silenziosi
Quando ce ne ricordiamo
[versi di Chiara Pasin]
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Non so bene perché, ma mi piace pensare di essere uno spirito inquieto.
Non certo uno spirito che non trova mai pace, tormentato al punto da non riuscire a stare bene o in pace. O così agitato da rendere inquieti anche i vicini.
Sì invece uno spirito che si abbevera costantemente di cose nuove, pure e dissetanti, di trovare rigenerazione e voglia di andare oltre.
Uno spirito in continua ricerca, curioso da vedere che cosa c’è intorno e svoltato l’angolo.
Guardare oltre.
Ma oltre chi e cosa?
Ecco una delle mie famose domande, fuor di luogo comune o di comune modo di dire.
Oltre i miei limiti, i pregiudizi e le paure che mi accompagnano. Quindi oltre me stesso.
E’ certo che questo approccio alla vita non mi è nuovo, anzi lo riconosco come più consapevole nell’ultimo decennio. Meno consapevole prima, ma c’è sempre stato in me.
Uno stupore speciale mi assale quando riconosco la stessa inquietudine in altre persone.
E’ stupendo riconoscersi e guardarsi dapprima con gli stessi occhi incrociando lo sguardo profondo e poi riconoscendo lo stesso modo di cercare e scoprire, guardando via da noi e in tempi diversi, intimi e distanti, rivolgendo lo sguardo all’insù.
Non è ben chiaro, ma la sensazione è quella di sentirsi piccoli, guidati, accompagnati come una mano più grande tenesse stretta la nostra e ci portasse verso la strada maestra.
E’ in quell’accompagnamento, guardando in alto che ci possiamo sentire allievi di un lui infinitamente più grande e indescrivibile. Distante, lontano ma vicino.
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Citazione: Papa Francesco rivolto ai giovani (udienza 13 giugno 2018 – Città del Vaticano)
Immagine: Pixabay – Stelle (in evidenza) e Donna che guarda verso l’alto
E’ successo anche questa volta, e ci sta . Ci sta che tantissime persone commemorino – ognuno a modo suo – qualcuno che se ne è andato, qualcuno che è stato “insegnante” nel mondo. Nel senso di aver lasciato un segno, e un segno importante. Non solo un segno artistico, di bravura e genio musicali. Ma un segno umano di sacralità.
E’ successo una quantità di volte, di recente con Milva, Bertoli, Dalla, Morricone, Bosso. Più in là con De André. In un lontano passato con Gaber e molti altri.
L’elencazione potrebbe essere difficoltosa.
Certo è che con Franco Battiato se ne è andato un artista che ci ha insegnato moltissimo, correndo costantemente il rischio di non essere compreso. Dicono che una delle sue canzoni più belle e significative sia “La cura”.
Da parte mia lo posso confermare, anche se molti altri brani possono essere richiamati per la loro bellezza, il loro significato e la sensibilità che sanno stimolare.
Credo sia molto interessante ascoltare e riascoltare questo pezzo, ma anche gli altri del suo repertorio, e fare ascolto profondo di quanto emerge in noi stessi in tema di sentimenti, emozioni e ricordi.
C’è nel web un’intervista che vede l’autore spiegare il significato spirituale di “La cura”. Perché, in effetti, questa canzone ci porta alla dimensione più importante di noi umani, la pura spiritualità.
Una spiritualità non distaccata dal terreno, dal concreto, e in particolare dal nostro essere persone in relazione.
Una spiritualità universale che ci riguarda tutti e tutte le creature viventi.
A partire dalle nostre “radici”.
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Citazione: Franco Battiato da “La Cura”
Foto by GiFa 2021 (in occasione 94° compleanno di Annamaria Pamato)
Presto saremo in vista dell’estate che speriamo sarà più vicina alla normalità di quella della scorso anno, chiaro ricordo per un periodo di sfogo verso la libertà pur sapendo tutti che non sarebbe durata.
Quest’anno veniamo da una diversa situazione: siamo in attesa di essere vaccinati o in corso di vaccinazione, ma siamo anche in attesa ci siano i vaccini migliori, e che i vaccini arrivino in quantità adeguata. Siamo in attesa, come lo eravamo da almeno sei mesi…
In questo maggio, qualcosa è già successo di buono, ma ci stiamo portando dietro il fardello di oltre un anno di pensieri negativi, di illusioni e speranze tradite. Abbiamo collettivamente sulla schiena il peso di un evento tragico che ci ha colto tutti alla sprovvista. Non è assolutamente un’epoca favorevole, alla faccia delle famose consolazioni del tipo “andrà tutto bene”.
E oggi, che va anche decisamente meglio, manteniamo le cautele, le attenzioni, osserviamo le norme, curiamo la distanza…
Questa situazione mi ricorda l’attesa raccontata dalle nostre nonne, che la guerra finisca, che passi la spagnola, che torni il familiare disperso, che si possa riabbracciare il fratello emigrato in America, che riaprano le fabbriche. Attesa che fa a pugni con quei periodi a cui siamo tutti abituati, per consuetudine, adesione religiosa o per puri aspetti commerciali in occasione del Natale o della Pasqua cristiana,
C’è l’Avvento nel primo caso e la Quaresima nel secondo. Sono periodi di “preparazione e attesa”. L’Avvento è il periodo dell’anno liturgico che lo inaugura e che prepara al Natale, alla stessa maniera in cui la Quaresima prepara alla Pasqua. E sappiamo bene come, specialmente a dicembre, più ci si avvicina alla festività più i giorni diventano “magici”. Meno a Pasqua, forse perché non ci sono molte tradizioni tipiche come quelle che anticipano il nostro 25 dicembre. Eppure credo sia la Pasqua ad essere veramente il momento cruciale per chi crede. Lasciamo stare il marketing od altri aspetti.
Mi sorprende sempre in queste occasioni, come ci sia una corsa agli auguri reciproci. E’ una cosa piacevole, importante, ma poi finisce tutto lì?
Per me è prevalente l’occasione di incontro e di relazione verso parenti, amici, collaboratori e chiunque si incontri. Ma è pur vero che mi sconvolge la rapidità con cui si passa dagli auguri sentiti, autentici, mirati, benevoli, speciali perché unici momenti di contatto, alla consueta routine, quasi che quei contatti augurali fossero stati un miraggio o, peggio, una formalità.
Mi sono chiesto spesso il senso di tutto ciò. Ma in realtà la domanda vera che poi mi arriva, specialmente negli ultimi anni, a cui cerco anche di rispondere, riguarda il protagonista di questa storia bimillenaria, colui al quale dobbiamo il messaggio per cui facciamo gli auguri, perfino in maniera generalizzata o massiva sui social.
Infatti se ci facciamo gli auguri di Buon Natale e poi di Buona Pasqua, o ci piace raccontarcela e far parte di un teatrino oppure c’é sotto qualcosa, e non dev’essere qualcosa da poco.
E’ Iesu. E’ lui l’artefice, il protagonista, e pare che sia così dall’inizio di tutto, con i dovuti adattamenti storici tramandatici nei secoli.
Torniamo alla mia domanda, o meglio alle mie domande che sono quelle che mi premono.
Quale è la grande novità che ci ha portato Iesu? Come può essere rapportata nel 2021? Cosa c’é di innovativo nel suo messaggio che mi possa veramente far risorgere come essere umano? Che dimensione si può dare alla cosiddetta resurrezione?
Ho trovato uno spunto iniziale ed interessante in un testo di meditazione che riporto integralmente: “Qual è l’innovazione portata da Gesù Cristo? La prima comunità cristiana, quei cristiani che hanno frequentato Gesù di Nazareth, hanno scoperto e sperimentato una verità inaudita, nel senso originario del termine, cioè “mai udita prima”: non che sarebbero risorti dai morti, ma che è possibile vivere da risorti”.
Ecco, fuor di ogni ragionamento teologico, mi aiuta molto questa scoperta, senza con questo abbandonare il significato umano e cristiano della morte. E’ assolutamente innovativo, oggi, nel 2021, impegnare la propria esistenza per vivere da risorti.
Giorno per giorno.
Infatti si tratta, se lo vogliamo, di ritrovare il soffio, qui adesso. E non occasionalmente, quasi fosse materia di alcuni appuntamenti fissi di calendario.
Lo dice bene il priore di Bose: “Siamo abituati a pensare la resurrezione come evento che segue alla morte, ben più che come esperienza qui e ora, e a pensarla come evento individuale, personale, non comunitario. Ma la fede nella resurrezione di Gesù chiede un inveramento (*) nella comunità: va riscoperta la sua dimensione comunitaria, la resurrezione di un gruppo di discepoli, dunque la resurrezione come vissuto qui e ora“.
L’anno scorso, qualche giorno prima di Natale, mia madre ha accusato i sintomi del Covid-19.
E’ stata dura, soprattutto per lei, ma anche per i familiari che si sono trovati, preoccupatissimi, a gestire una situazione temuta, ma anche in ogni modo contrastata, grazie a tante precauzioni ed attenzioni.
Poi è arrivato il contagio. E solo alcuni di noi, pur esposti, sono rimasti esclusi dal malanno.
Mia madre a 93 anni ha affrontato anche questa esperienza e, grazie al cielo, l’ha potuta superare.
Dopo il periodo di isolamento e di cura, questa donna meravigliosa ha ripreso la sua vita fatta di cose semplici ed importanti allo stesso tempo.
Gli acciacchi degli ultimi anni pesano oggi di più, ma lei a dispetto dell’età e dei guai fisici rimane battagliera nel voler essere informata, organizzata, presente nei rapporti con gli altri, puntuale in qualche ricorrenza.
Mantiene il più possibile la casa in ordine, tiene agenda di alcuni impegni e appuntamenti, gestisce la posta in arrivo, legge le riviste preferite che le arrivano in abbonamento.
Si tiene su, è sempre pronta a sorridere. Anche nei momenti difficili è lei a prendere l’iniziativa per incoraggiare, ascoltare, esprimere parole di fiducia.
Ovviamente, ed è ovvio per chi la conosce bene, fa continua manutenzione dei propri pensieri e del proprio credo. Infatti giornalmente mantiene stabili alcuni appuntamenti televisivi con la Messa, la recita del Rosario e quando è possibile con le interviste o gli interventi di Papa Francesco.
Beh in televisione non segue soltanto programmi religiosi, essendo molto interessata ad alcune rubriche di attualità e di temi sociali.
Ci tiene a mantenere i contatti almeno telefonici, talvolta quasi giornalieri, con alcune persone care, le sorelle per esempio, per le quali si sente di essere la “maggiore”.
Posso affermare che è socialmente impegnata, anche se il suo impegno si esprime costantemente con il suo interessarsi, confrontarsi ed essere presente sulle vicende piccole e grandi che ci riguardano tutti.
E anche in questo dà a noi tutti di famiglia una continua testimonianza.
Ma come fa? Come le è nata questa forza?
Posso dire qualcosa soltanto in risposta alla prima domanda.
Oggi sono stato seduto vicino a lei per quasi quattro ore e le ho parlato, ma di più guardata e ascoltata. Posso dire che l’ho ascoltata a lungo. E ho avuto con lei momenti di condivisione e commozione.
La sua forza è misteriosa da una parte perché di primo impatto è tutta naturale, spontanea, diretta e per niente teatrale.
Dall’altra parte, ad ascoltarla bene, mia madre ha in sé un’essenza che è senza dubbio genuina, autentica ed è travolgente in quanto ti trascina facilmente dentro a quella cintura di fuoco che, a suo dire, è alimentata d’amore vero.
E’ un sentire profondo che si stacca da ogni regola o dogma di cui siamo stati a lungo informati. Un sentire alto, raffinato, apparentemente irraggiungibile. Lontano, eppure così vicino.
Oggi lei mi ha raccontato del suo rapporto con Dio e le sue parole semplici mi hanno fatto sentire immerso in quella cintura d’amore come fosse una cosa normalissima.
Fede sì, ma basata sull’amore concreto, ossia attenzione e cura dell’altro, benevolenza, rispetto, tolleranza e benedizione.
Benedizione anche, non ricordo in tanti anni di aver sentito da lei dire male di qualcuno.
Per me è chiaro che è stata ed è questa la sua forza. Quella forza che ha contribuito non poco a condurla fuori dal Covid-19, continuando a vivere con fiducia e speranza, come ha sempre fatto.
E guardando avanti.
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Foto: by Lucia Faccin (nostra madre dopo la recente vaccinazione anti-Covid
Un vecchio e un bambino si presero per mano e andarono insieme incontro alla sera …
Quando si dice il tuo “bambino interiore”.
Mi è sempre piaciuto approfondire questo argomento, ho letto libri, testi di poesie e di canzoni, pezzi e articoli specifici, tutti interessanti.
E’ un mondo che mi attrae e che mi spinge ad approfondire, capire, trovare senso.
Solo di recente ho avuto dei contatti più robusti e decisamente consapevoli.
E’ capitato dopo aver provato momenti di forte tristezza, di distacco, di distanziamento anche fisico.
Non sempre la distanza, o meglio, in tal caso la lontananza, è facilmente gestibile. Se non si accetta pienamente la situazione la sofferenza derivante è grande.
Non ci sono consolazioni, nessuna giustificazione che ti venga illustrata che divenga “balsamo”.
Mi è ben chiaro come nella prima infanzia si sia veramente genuini, autentici, puri, non ancora inquinati e compromessi con la “dura realtà”.
E nessuno te l’ha detto, anzi può essere che ti sia dovuto sentire sbagliato, nella tua ingenuità praticata, a casa, a scuola, con i compagni, con i parenti, con chiunque ti abbia avvicinato.
In gioventù non si è ancora coscienti di quale sia la realtà.
Ad un certo punto comincia il cammino verso l’esperienza, che comporta un risveglio e accorgersi che non sono tutte rose e viole, come diceva mio padre.
E’ un viaggio che inizia, senza ritorno prevedibile. Un viaggio che non promette nulla di buono se non divenire più coscienti di se stessi, di come si è e di come si potrebbe essere. Nell’accorgersi di questa distanza, gap si direbbe oggi, è come cadere dal letto ancora in preda al sonno e capire solo in quel momento che si è sul duro pavimento.
Tutto capita a tappe, finché un giorno, all’improvviso, cominci a cogliere l’attimo, quasi inavvertitamente, ma te ne accorgi che accade qualcosa di nuovo. E inizi a ripeterti spesso: ma perché non mi è successo prima?
Puoi avere vent’anni, trenta o cinquanta, ma è un risveglio. E da lì comincia il potenziale cambiamento personale. Ed è proprio in questa circostanza che può avvenire un contatto profondo con il sé bambino. Quasi fosse la scoperta di un nuovo mondo.
Io non ho ben presente quando è accaduto. Mi pare sia avvenuto intorno ai 40, nel partecipare ad un corso di cambiamento personale, in ambito professionale.
Di sicuro, oggi ho chiaro ogni momento in cui avviene. E succede di continuo. Ed è fantastico.
In ogni occasione mi ritrovo a vedermi e sentirmi bambino.
Non me ne vergogno e riesco anche ad esternare a chi mi è vicino queste esperienze che considero sacre. Sono felice in quei momenti, non rari, di superare ogni paura di giudizio esterno e ogni pregiudizio verso la mia persona.
Spesso, corro allo specchio e cerco di intravvedere i miei caratteri e tratti bambini. Quasi a riunire le mie parti essenziali.
E’ così che ritrovo il mio mezzo sorriso, il mio sguardo, la mia fisionomia, un po’ la postura e soprattutto i miei occhioni innocenti, curiosi e colmi di stupore e ricerca.
Sì, mi rendo conto che il tempo è passato, ma gioisco nel realizzare che quei tratti sono tutt’oggi gli stessi.
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Citazione: Da Il Vecchio e il bambino – Francesco Guccini (Album Radici, 1972)
Foto: storica foto Codiferro – Gianni a 1 anno (1958)
Dalla nascita l’uomo porta il peso della gravità sulle spalle. Ma sotto la superficie dell’acqua siamo liberi.
In quegli anni si andava tutti insieme al mare. Qualche volta con la famiglia allargata e qualche volta solo noi tre, meno frequentemente.
Coppia affiatata con un figlio che cresceva a vista d’occhio.
Si riusciva ogni tanto a fare le vacanze senza presenze di altri, amici o parenti, trovando una dimensione intima e decisamente calda tra noi, perché andavamo d’accordo, anche se non su tutto.
Ma il mare non era più quello di un tempo, era un mare speciale, non vicino alla nostra laguna, anzi lontano, e famoso per le acque cristalline e la bandiera blu.
Era un mare che lambiva le coste di centro Italia o meridionali. Coste di regioni a noi poco note.
Fu in una di quelle volte, che imparammo una cosa inaspettata e decisamente straordinaria.
Partecipammo ad un corso breve di immersione subacquea.
Ci trovavamo in Puglia, alle Isole Tremiti, e i timori ci inchiodavano nell’aderire al corso.
Eravamo entusiasti ma assai intimoriti. D’accordo sapevamo nuotare, ma non eravamo dei provetti. E poi immergersi così non era da tutti i giorni.
La follia di fare una cosa fuori dagli schemi, un po’ estrema per noi, essendo neofiti, ci ha spinto a non escludere l’invito che gli organizzatori avevano rivolto ai turisti di turno. E successivamente ad aderirvi, perché non si può sapere ed apprezzare se non si prova.
Mia moglie decise di non partecipare, accontentandosi di fare nuoto di superfice usando maschera e boccaglio, con l’unico scopo di osservare il fondale marino e la rispettiva fauna.
Noi due invece andammo avanti, incoraggiandoci l’un l’altro. Dopo le lezioni di teoria, molto dettagliate ed interessanti, ci immergemmo guidati da una tutor molto brava e gentile.
Ricordo che, stando tra noi, ci teneva per mano perché voleva essere sicura della buona riuscita della prima esperienza in profondità.
Le bombole pesavano e facilmente ci accompagnarono a circa 20 metri sotto.
Fu bello e difficoltoso stare in equilibrio a quella profondità e contemporaneamente gustare quanto ci circondava e ci passava davanti agli occhi.
Fu anche triste ritornare in superficie, e nel contempo stupendo poter fare questa esperienza insieme. Non la dimenticheremo mai.
Fin qui la descrizione della circostanza.
In me rimane molto chiaro il ricordo di aver vissuto, per circa un’ora, quella sensazione di stare in una bolla quasi silenziosa in cui si potevano udire solo i nostri respiri collegati al respiratore e le bolle d’aria che venivano espulse. Era una bolla che sembrava un altro mondo, il cosiddetto mondo silenzioso (*) descritto da noti esploratori subacquei.
Che emozioni!
Ricordo la gioia di far parte di quella piccola spedizione, di poterlo fare insieme a mio figlio. Ricordo la paura che ci potesse succedere qualcosa e, nello stesso tempo, il senso di calma al pensiero che eravamo scortati da una brava sub.
A parte tutto ciò, il ricordo oggi più forte, molto gradevole, è quella sensazione di libertà per essere in profondità sotto la superficie d’acqua, poter vedere dei fondali bellissimi e sentire una piacevole distanza da tutto il mondo noto.
Non perché uno specifico allontanamento fosse necessario, ma per la possibilità di una pausa speciale, condita da aspetti di novità e di scoperta in un contesto naturalistico di prim’ordine.
Oggi non so ancora se provai soltanto io quelle emozioni e quelle sensazioni. Quello che so è che ritornando a fare “snorkeling” tutti e tre riprendemmo ad immergerci con una nuova consapevolezza.
Non soltanto nuotare, ammirare, esplorare, spingersi giù a scrutare da vicino, ma anche ricercare quella “bolla silenziosa” che può meglio contenerci, mettendoci in una situazione di calma in cui contattare le nostre emozioni primordiali, e ritrovare noi stessi.
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Auspicio: “possiamo presto tornare al mare e vivere le stesse emozioni”
Citazione: Jacques Yves Cousteau
Immagini: Pixabay – Immersioni subacquee I e II
Riferimenti: Il mondo silenzioso, J.Y. Cousteau – Frédéric Dumas – Oscar Mondadori (*)
Certi numeri sono impietosi, ma ciò che conta è che danno l’idea …
E’ proprio così.
Non ci avevo più pensato, pur vedendo negli anni scorrere le date.
Eppure oggi mi spaventa e nello stesso tempo mi entusiasma vedere come ci siamo arrivati e che il desiderio di proseguire ci sia più che mai.
Il desiderio di stare insieme e costruire insieme.
Essere grati alla vita e ricambiare verso gli altri, verso la natura, verso la bellezza che ci circonda.
Facendo semplici le cose che potrebbero essere anche difficili o ritenute complicate.
Quando ci siamo conosciuti, nel 1974, è stato un momento “magico”. Lo sai quello che provai e che ogni tanto tra i tuoi sorrisi ti ripeto allegramente, come fosse la prima volta.
Solo nel 1976 l’amicizia divenne decisamente più profonda e iniziammo una storia d’amore, fatta di vita semplice ed intensa allo stesso tempo, con impegni vari, gli studi, le preoccupazioni familiari, i pensieri per il futuro, tante relazioni sociali e poco tempo per noi.
Ma sullo sfondo c’era già il nostro progetto di vita insieme e tu ne eri grande paladina.
Io ci tenevo tanto ma ero preso da cose come finire l’università, fare il militare, trovare lavoro. Tu serbavi in cuore molte preoccupazioni e speranze per il futuro. Già lavoravi e in un certo senso “aspettavi che io fossi pronto”.
Incerta e titubante come ti consideravi, eri forte e sicura che ce l’avremmo fatta.
E ce l’abbiamo fatta, sposandoci finalmente nel 1984, e vivendo una storia decisamente non facile, per i problemi che vivono tante coppie, ma bellissima e indescrivibile.
Solo i protagonisti di una storia come la nostra possono capire fino in fondo.
Nel 1989 la nostra vita in comune trovò coronamento con l’arrivo di Nicola.
Mi fermo qui, perché qualsiasi altra cosa volessi aggiungere correrei il rischio di rovinare questo stupendo momento, questo ricordo di una unione che ancora oggi mi lascia stupefatto.
E’ quella sensazione per cui qualcuno disse: “Due è per sempre”.
Ecco un altro numero. E questo è un numero per niente impietoso, un piccolo numero, ma assai significativo.
Infatti dà l’idea…
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Citazione, foto e testi by GiFa
Riferimento bibliografico: Due è per sempre di Daniela Fustini GEDI
Guardandomi allo specchio e cercando un contatto, mi sono trovato a guardarmi dentro e indietro nel tempo.
Mi sono piaciute tante cose che ho potuto evocare. Altre molto meno. Ci sono concentrazioni di pensieri, sensazioni e sentimenti da far scoppiare un recipiente. Il tutto condito con la “fretta”. Non è mai mancata nella mia vita. Eppure la fretta è una dimensione che mi attrae e mi mette a disagio allo stesso tempo.
E’ la fretta con cui ho vissuto e affrontato molte esperienze piccole e grandi. Un po’ sempre di corsa. Ma, sorpresa!
Osservandomi di recente con calma ho trovato che c’é un’altra fretta, quella dell’anima, della mia anima. Ebbene sì, c’é e ho capito che c’è stata sempre.
Forse non è la cosiddetta fretta di cui crediamo di conoscere i significati. E’ la fretta che rappresenta un atteggiamento maturo di chi desidera l’essenziale, l’autentico, l’onesto, il pulito, l’affrancato da ogni sovrastruttura inutile.
Cercando in letteratura ho trovato qualcosa di molto bello che si avvicina a quello che voglio dire. E lo riporto qui di seguito. Ha un titolo: “La mia anima ha fretta”. Mi piacciono questi versi, anche se in realtà ci sarebbero molte precisazioni da fare. Specialmente con riguardo all’attenzione all’altro, sensibile o meno.
Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da ora in avanti, rispetto a quanto ho vissuto finora…
Mi sento come quel bimbo cui regalano un pacchetto di dolci: i primi li mangia con piacere, ma quando si accorge che gliene rimangono pochi, comincia a gustarli intensamente.
Non ho più tempo per riunioni interminabili, in cui si discutono statuti, leggi, procedimenti e regolamenti interni, sapendo che alla fine non si concluderà nulla.
Non ho più tempo per sopportare persone assurde che, oltre che per l’età anagrafica, non sono cresciute per nessun altro aspetto.
Non ho più tempo, da perdere per sciocchezze.
Non voglio partecipare a riunioni in cui sfilano solo “Ego” gonfiati. Ora non sopporto i manipolatori, gli arrivisti, né gli approfittatori.
Mi disturbano gli invidiosi, che cercano di discreditare i più capaci, per appropriarsi del loro talento e dei loro risultati.
Detesto, se ne sono testimone, gli effetti che genera la lotta per un incarico importante.
Le persone non discutono sui contenuti, ma solo sui titoli…
Ho poco tempo per discutere di beni materiali o posizioni sociali.
Amo l’essenziale, perché la mia anima ora ha fretta…
Non ho più molti dolci nel pacchetto…
Adesso, così solo, voglio vivere tra gli esseri umani, molto sensibili.
Nota a margine – Questi versi, antichi, di certo scritti prima del 1945, rappresentano un programma di vita. E’ un programma che desidero cercare di mettere in pratica, perché il tempo non è illimitato per poter essere sprecato e inoltre nulla è più demotivante di farlo con persone che non sono disposte almeno a relazionarsi. Questa poesia parla di rispetto, per se stessi e per gli altri. Una poesia che diviene il mio progetto, oggi e da domani in avanti.
Citazione e testo by Gianni Faccin
Foto by Angela Canale (Sulla spiaggia a Senigallia settembre 2018)
Versi by Mario de Andrade (da “La mia anima ha fretta”)
Nota bene: Mario de Andrade è stato definito il poeta del tempo prezioso, poeta, musicologo, critico letterario e narratore brasiliano, ritenuto uno dei fondatori del modernismo brasiliano. (Nato a San Paolo, 9 ottobre 1893 e mancato in San Paolo, 25 febbraio 1945) fu grande amico di Ungaretti, del quale certamente avrà condiviso l’amore per l’essenziale. Questa particolare poesia può essere un ottimale spunto di riflessione interiore per riacquisire il bando della matassa nella propria esistenza. Fonte da ufficistampanazionali.it/
Mi sento come quel bimbo cui regalano un pacchetto di dolci: i primi li mangia con piacere, ma quando si accorge che gliene rimangono pochi, comincia a gustarli intensamente.
Da qualche anno a questa parte, forse per i cambiamenti importanti che ho incontrato e vissuto, ho ripreso a farmi le domande della vita. Certe domande in particolare, della vita e della morte.
Mi chiedo spesso come sarà e cosa sarà. Non è una novità, mi sono sempre interrogato, ma sono sempre andato di fretta (*) per un motivo o per l’altro, fermandomi poco a stare con me su questi interrogativi.
Forse sono anche fuggito dai dubbi conseguenti, oppure avevo altre domande a cui cercare di dare presto una risposta.
Oggi più che mai ho la sensazione di aver vissuto intensamente, di aver affrontato e anche superato tante prove, di aver fatto una marea di errori accompagnati sempre anche da tante cose belle. Sento intensamente come il tempo sia letteralmente volato e che tanti sogni si siano pienamente realizzati. Sogni e desideri personali, progetti e traguardi cercati e condivisi con altre persone.
Ho anche una sensazione, in genere sgradevole, di “fretta” vissuta eccessivamente. Fretta di partire, di arrivare, di cogliere, di offrire, di esserci, di non mancare, di realizzare, di non perdermi cose importanti, di valore. Nei momenti di pausa mi è sempre arrivata puntuale la consapevolezza che quanto era stato non interessava più a nessuno, perché … acqua che passa non macina più (**), per dirla con una ripetutissima frase di un vecchio collega di lavoro.
Del resto durante la mia vita professionale datata mi affascinava e al tempo stesso mi infastidiva un dirigente che dichiarava spesso a gran voce, e in quest’ambito gli slogan si sprecano, un’altra frase assai significativa: dobbiamo correre fermandoci e dobbiamo fermarci correndo!
Ebbene, l’ho fatto spesso. Nel lavoro e nella vita. Nell’ambito sociale e nell’ambito personale e familiare.
Ho avuto per tanto tempo questa impressione, di fare pausa in piena corsa, pausa perché indispensabile, fisicamente e mentalmente. Ma anche di fare corse sfrenate, con poca pausa, perché le pause interrompono qualcosa di ritenuto priorità assoluta e fermarsi è vergognoso, colpevole …
Ed ecco una prima domanda: ma chi l’ha detto che “dobbiamo”?
Chi l’ha deciso che dobbiamo essere sempre di corsa, e per arrivare dove? Anzi accelerare perché sembrerebbe che non ci fosse più tempo.
E’ proprio il verbo “dovere” che rompe le scatole. E’ un verbo che richiama immediatamente sensi di costrizione, di obbligo, talora l’anticipazione di conseguenze negative nel caso in cui non si riuscisse a svolgere un compito.
Anche da questo deriva l’atteggiamento di “fretta”, almeno per me. Ed è stato così da sempre.
Fin da bambino “dovevo” rispondere alle aspettative altrui. Poi adolescente e giovane adulto “dovevo” comportarmi secondo le giuste regole, a casa, con gli amici, a scuola e negli studi. Poi con la ragazza. Sono sempre stato abbastanza diligente, ma, lo riconosco, sempre un po’ ribelle. Ho avuto la fortuna di riflettere molto su tutto quello che mi capitava, sulle esperienze che andavo facendo, ma ho avuto una fortuna grandissima se penso a quanto mi hanno testimoniato i miei genitori e alla libertà che mi hanno permesso di avere, a quanto mi hanno donato amici veri che ancora oggi ricordo con affetto, a quanto mi hanno maturato le esperienze variegate che ho vissuto. L’incontro con la donna che oggi è ancora mia moglie, è stato alla fine determinante. La relazione con Angela mi ha permesso di crescere e diventare veramente e pienamente uomo. Mi ha aiutato ad esorcizzare la “fretta” distruttiva e a trasformarla, passo dopo passo, in cura per il momento presente.
E’ vero, il tempo finirà per ognuno di noi. Ma se vogliamo possiamo averne cura, qui adesso, e gustarlo intensamente.
Citazione: da “La mia anima ha fretta” di Mario de Andrade
Foto: By Angela Canale – Valle delle Lanze 1 marzo 2021
Note:
(*) fretta: Necessità o desiderio di fare presto: ho f. d’arrivare, di finire; non posso trattenermi perché ho una gran f.; … Include spesso l’idea di rapidità eccessiva; s’accompagna perciò spesso all’agg. o avv. troppo: parli troppo in f.; giudichi con troppa fretta (https://www.treccani.it/vocabolario)
(**) Aghe passade no masàne plui – Friuli Venezia Giulia; Acqua passata non macina mulinu – Calabria. Cosa vuol dire? L’acqua che è già passata sotto la ruota del mulino, non può far muovere la mola per macinare ancora una volta. Si dice per azioni, atteggiamenti, sentimenti che ebbero valore un tempo ma non ne hanno più (da https://dettieproverbi.it/)